Ritorno alle gare brevi

Dopo la Eco di domenica scorsa, settimana di riposo. Mi sono stupito come sia stato possibile dopo la Eco conclusa anche maluccio (a onor del vero, ho pagato il poco allenamento sulle lunghissime distanze, olter le 3ore) guidare l’auto per quasi 4 ore come nulla fosse, e arrivato a casa non aver manco bisogno di sgranchirmi le gambe, facendo poi le scale senza niun problema. ah! Dopo la maratona di Firenze avevo le gambe dure come marmo e per 2 giorni non facevo le scale.

Comunque sono tornato alle gare brevi: giovedi una garetta di 6Km tranquilla, anche perchè sono arrivato con largo anticipo sul luogo e ne ho approfittato per un giro nei campi in collina, alla caccia di lepri (tantissime!) e fagiani. Oggi 12Km ondulati con un bel salitone e arrivo in falsopiano in salita. Buono ma poco brillante. Dalla prossima settimana si ricomincia a andar giù duri di allenamenti!

La mia prima gara Trail

Questa storia inizia a novembre del 2006.  Affranto da una dura preparazione per la maratona di Firenze, realizzai di averne abbastanza. Abbastanza di corsa in pianura, sull’asfalto, in circuito, il solito gesto ripetuto all’infinito, scandito dall’osservazione del cronometro che inesorabile dettava la tua condizione.  Già prima di correre quella gara avevo deciso per un basta! Dovevo andare oltre. Ma dove? Acquistati alcuni dei testi che mi mancavano, come quello di Speciani sull’Ultra o di Massa sul Trail, mi gettai a capofitto nella lettura annusando un’aria nuova.  Sì, quella poteva essere una nuova dimensione.  Iniziò quindi una preparazione invernale dura e massiccia, con tanto lavoro mirato su forza, potenziamento, e i primi assaggi di corsa offroad tanto per gradire. Pensavo ad obiettivi altisonanti come Pistoia-Abetone ad esempio. In qualche modo, mi prese la fissa per la corsa trail. Si infittirono uscite sui sentieri, e mi coglieva la sensazione che quel modo di intendere la corsa mi si confaceva parecchio. Serate su serate passate su innernet a studiare i materiali, i calendari, a far programmi.  Per iniziare mi parve onesto considerare le ecomaratone. La prima, era oggi. A Collelongo, Abruzzo, i Marsi.

Eccomi quindi giunto dopo un caldo e solitario viaggio nel paesino marsicano. Davanti a me, i monti che il giorno dopo avrei affrontato. Non avevo idea di quanto sangue mi avrebbero fatto sputare. Tutto il paese è coalizzato per organizzare questa manifestazione e questo è un aspetto devo dire molto piacevole della gara: le donne che preparano i cibi (pesanti!) alla mensa scolastica, gli alpini che aiutano agli incroci, tantissimi che lavorano ai numerosi ristori, chi non lavora comunque fa il tifo addirittura arrampicandosi su aspri sentieri.  La gara inizia praticamente la sera prima con la cena offerta in piazza, prosegue per una nottata passata a digerire i par d’etti di pasta ultracondita (e meno male ho rinunciato alla salsiccia), ma ha  il suo clou alla partenza. alle 8,30. Dopo la colazione anch’essa offerta dagli organizzatori.

La prima parte – 17Km – sono "facili". quasi tutti offroad, si esplorano le pendici della bella conca di Amplero, che si percorre tutta  camminando sull’erba (e qui, si fa notare un imbecille che taglia il percorso per risparmiare un 200m. Su una corsa di 43Km. mah!) Mi era stato raccomandato di partire tranquillo, e in effetti sono andato tranquillo. Almeno per quello che era il mio concetto di "tranquillo", dopo di ieri non è più lo stesso.

Dopo, inizia la salitona di circa 7Km, che porta a oltre 1500 attraversando i boschi. La strada forestale è impegnativa e corro ampi tratti. Poi si restringe, diventa sentiero, diviene poi un percorso nel sottobosco interamente ricoperto da un ampio strato di foglie morte. Viene da chiedersi come si farà a percorrerlo in  discesa. Ma prima di arrivarci, alla discesa finale, c’è altro. Quasi un’ora per la salita, percorsa alla grande.  In cima mi sento un leone, ma dopo qualche minuto di falsopiano in discesa comincio ad avvertire i primi segni della crisi. Ci sono sempre più concorrenti che mi superano in tromba a velocità doppia, ora mi ritrovo a camminare tutte le salite. E che salite, quella di solo 1Km ma durissima che porta al 30° finisce l’opera. Da questo momento si tratta solo di arginare la crisi e limitare i danni.  La gara prosegue, passando da enormi e splendire faggete a pascoli dove possiamo vedere mucche vitellini e cavalli in quantità. Ma è difficile concentrarsi su qualunque cosa che non sia il proprio cuore in gola. Comincia a prendermi anche un po’ di nausea, forse ho bevuto troppo,acqua e zuccheri. In ogni caso cammino lentamente in salita ma dove è piano riesco a correre abbastanza bene. Peccato sia quasi tutta salita però! O forse mi ricordo solo quella?!?  Al 35° Km circa, la mazzata: la scalata al punto più alto della gara, 1700m, una montagna sassosa che da oggi ricorderò come Mont Ventoux (ma la si potrebbe chiamare anche Golgota), tanto è ventosa e assolata. La salita è ripidissima, arranco , o meglio tanti arrancano e camminano – e come si potrebbe mai correre qui – ma ugualmente mi superano praticamente tutti: realizzo di non avere la preparazione per fare una gara del genere, beh poco male in fondo ci arriverò lo stesso benchè stanco morto. E sarà di lezione per il futuro. Che sia anche l’altura a farmi pagare il conto? Il termine della salita resta da scendere su una pietraia paurosa, il rischio di mettere un piede in fallo è altissimo ma scendo comunque abbastanza bene nonostante le gambe siano tutt’altro che agili. Idem sulla discesa nel sottobosco, con i sassi nascosti sotto le foglie che si muovono in continuazione e l’equilibrio è precario. Mi domando come si possa solo pensare come si possa correre con una scarpa non da trail qui ai Marsi. Dopo un po’ la discesa da sentiero aspro ritorna a essere una stradina, e qui si può spingere ,  meno male mi rimangono ancora energie da spendere e ho ripreso un po’ di verve.  Ormai è fatta, resta solo il giro del paese con gli ultimi 400 lunghissimi metri di salita nel viale alberato. E’ finita, con il magro tempo di 4h54′. Si può anche dire che nel trail i tempi contino poco, ma comunque l’aver sbagliato completamente l’interpretazione della gara mi lascia con l’amaro in bocca. Non sapevo proprio, non mi rendevo conto cosa avevo davanti. Rimango seduto per parecchi minuti a chiacchierare e riposarmi. Inebetito, quasi in preda ad allucinazioni fantozziane a sfondo mistico. Non avrei mai osato pensare che si potesse fare così fatica a correre o anche a camminare.  Piano piano però mi riprendo, azzardo qualche passo, mangio qualcosa del pranzo offerto ai concorrenti e poi dopo l’immancabile doccia. E un lungo caldo ritorno a casa in auto, dove però arrivo non zoppicando come temevo ma anzi in buone condizioni, cammino davvero bene e ho già recuperato. E anche ora, 24 ore dopo, mi accorgo che dopo una maratona classica sono ben più rovinato. Almeno le torture dei giorni dopo forse le evito, ed è piacevole vedere come si possono fare le scale di corsa in salita o in discesa anche dopo una corsa come questa.

Cosa mi rimane, dopo la mia prima gara di trail? Molto, moltissimo, direi. Una gara del genere devo dire che è inimmaginabile per chi corre solo distanze inferiori e in pianura. Senza correrle, non ci si rende conto  di cosa sono, di quale devastazione fisica e mentale si rischia.  Ma anche di quale appagamento, di quale senso di realizzazione riescono a darti. Un modo diverso di interpretare la corsa, probabilmente più vicino alla natura dell’uomo, abituato com’era fin dalla preistoria a correre e marciare per ore per cacciare o procurarsi il cibo. Sì, alla fine sia pure dopo una sofferenza mai provata prima, devo dire che pur avendone corsa solo una, amo già questo tipo di gare. Amo il trail, adoro le gambe pesanti e dure, il cuore in gola, la nausea, le vesciche ai piedi e le unghie nere, la sofferenza.  I Marsi, per me, non sono stati un punto d’arrivo. Sono stati un inizio. Mai come questa volta ho gridato forte all’arrivo un "Basta, mai più!".

Mai come questa volta mi dico adesso, a freddo, "Ancora, ancora, ANCORAAA!!!"

Manituana, di Wu Ming. Recensione a caldissimo

Usciti dalla lettura di questo romanzo si è un po’ straniti. Specie se si è fan dei Wu Ming e si sono amati i precedenti 3 romanzi. Perché alla fine salta agli occhi che questo romanzo appare lontano da noi, appare distante dall’Italia presente. Mentre le precedenti opere trattavano direttamente dell’Italia e dell’Europa, di questo periodo storico o di uno antecedente,  questo invece ci appare lontano, geograficamente e culturalmente. Siamo lontani dal grande affresco storico-avventuroso che era Q, o dal grande panorama dell’Italia del dopoguerra che era 54, per non parlare di un semi-autobiografia come Asce di Guerra, vera operazione di memoria storica. Vabbè, mi direte, “Manituana” parla di indiani Irochesi nel ‘700, di indiani nei film ne abbiamo visti, abbiamo letto Tex, degli USA sappiamo tutto ecc Beh, non scherziamo.

Quello che fa sembrare “Manituana” un passo molto avanti nella produzione letteraria dei Wu Ming  è proprio la base, il succo del romanzo. Il racconto di una epopea drammatica, l’ultima difesa delle popolazioni della Confederazione delle 6 nazioni dei propri territori. Come, guidata dai protagonisti del romanzo, si schiera con i lealisti inglesi e con il re Giorgio III. Scegliendo però la parte che si rivelerà perdente. Sembrerebbe una storia completamente avulsa dall’Europa. Esclusa però la parte centrale, ambientata in Inghilterra, dove i veri protagonisti sono la Londra sudicia e puzzolente, la nobiltà che vive in un mondo tutto suo e che accoglie gli indiani d’America quasi come personaggi esotici e non come messaggeri di un mondo che sta per finire, latori inascoltati della missiva “una nuova potenza economica politica e militare sta sorgendo, perché ve ne state a incipriarvi il naso?”

Nel racconto di questa epopea sta forse il limite di “Manituana”. In una certa mancanza di ritmo, di forza e unità narrativa nel suo complesso, di capacità di appassionare. Vari momenti in cui la narrazione si prende delle pause, per poi ripartire concitatamente magari con altri personaggi e in altri luoghi. Un po’ sorprendente questo, ripensando a Q e 54, alla loro forza e solidità. Certo, giudicare un autore confrontando le varie opere non è neanche correttissimo. Ma a questo punto, urge dire che un’altra cosa salta agli occhi in questo romanzo, e che a mio avviso lo contraddistingue. È il forte messaggio politico che ne esce fuori. Direi che lo possiamo definire il romanzo finora maggiormente sociale e politico dei Wu Ming, anche più di “Asce di Guerra”. Leggi “Manituana” e pensi, pensi continuamente, “Manituana" è un motore che fa girare gli ingranaggi del cervello, e rappresentando un pezzo di storia visto dalla parte di “chi perde” esso diventa un allenamento del pensiero, una sorta di esercizio sul cercare di valutare eventi e fatti anche da altri punti di vista e sul non fermarsi all’apparenza. Come se gli autori, facendo un passo oltre nella loro produzione, esigessero un passo ulteriore anche al lettore, un maggior lavoro di comprensione: aspetto amplificato forse dalla presunta lontananza di luoghi idee e vicende dall’Italia. E ciò magari spiega anche un minor valore di “intrattenimento” di “Manituana” rispetto ad altre opere wuminghiane.

Pensi a quanti riferimenti velati e nascosti ci sono alla contemporaneità. Un po’ paradossale questo, trattandosi di una storia del periodo coloniale dell’America, come detto così lontana da questo tempo e questo luogo. Ma leggi di come inizia una guerra, e pensi che tutte le guerre iniziano in fondo così, anche oggi. Annusi l’atmosfera di quello scorcio di New England di fine ‘700, e già vedi in nuce come sorgerà e come si svilupperà la nazione dominante degli ultimi 100 anni nel mondo, in tutta la sua grandezza e in tutta la sua miseria, con i suoi miti e le sue contraddizioni. Ti sorprendi a leggere della Londra miserevole o nobiliare del XVIII secolo e ti pare una grandiosa metafora dei paesi ricchi di oggi, dove le guerre lontane appaiono ancor più lontane e la probabile scomparsa di un popolo e di una cultura non è un problema, non riguarda, non interessa, anzi per qualcuno può essere una opportunità, un modo per accumulare ricchezze e potere. E chi non la pensa così, magari è pazzo, è un emarginato, è un violento (almeno così si potrebbero interpretare le vere incursioni che sono i Mohock londinesi). Inorridisci di fronte all’orrore e alla violenza perpetrati da entrambe le parti nel corso della Rivoluzione Americana e ammetti a te stesso che è così da sempre e sarà così per sempre  purtroppo in ogni guerra e scontro, tripudio di violenza sangue orrori di ogni sorta, orrori rappresentati con un realismo e una crudezza veramente magistrali . E’ qui che sta forse la maggior grandezza del romanzo. Ma a parte tutto è doveroso riconoscere ai Wu Ming una grande capacità di raccontare la Storia e di dimostrare come essa, in fondo, si ripete, fa continui riferimenti a se stessa, si cita a ripetizione. Anche quando quella che si racconta non è la Storia raccontata dai vincitori e diffusa verso chi non ha voglia di approfondire, di porsi un dubbio. La vicenda di “Manituana” non sarà quindi forte come altre raccontate dai Wu Ming ma è comunque una potente ascia da guerra disseppellita.  Sorprende casomai alla fine quell’opprimente sensazione di negatività che permea il romanzo, quel muoversi dei personaggi come già consapevoli che nulla sarà più come prima e che toccherà ricominciare altrove e in altro modo per riconquistare il diritto alla speranza. Viene quasi il dubbio che gli stessi autori con gli anni siano diventati più pessimisti.

L’oggetto “Manituana”, infine, non deve essere considerato solo un romanzo a se stante. Non può prescindere a mio avviso dai racconti paralleli (prolegomeni) che sono una buona introduzione a molti aspetti trattati, e sarebbe opportuno associare, nel corso della lettura, a una visione su Google Earth dei luoghi e delle antiche mappe del New England di età coloniale. Per rendersi conto anche di luoghi e distanze. Come sempre gli autori si dimostrano in questo, e parlo quindi del sito www.manituana.com (con il ricchissimo secondo livello riservato a chi concluso il romanzo, ricchissimo di spunti, riflessioni, materiale non pubblicato, link, discussioni) come la moderna letteratura può essere fatta non solo da carta ma anche da supporti paralleli come può esserlo un sito web, una newsletter come Giap, lo studiare la geografia dei luoghi di un romanzo su mappe al computer.

E come per tanti libri ritengo che “Manituana” in fondo non si possa esaurire a una sola lettura. Rileggerlo saltando da un capitolo all’altro, spizzicando brani qua e là,  è doveroso, tanto più in un romanzo come questo dove i riferimenti i luoghi e gli stessi nomi dei personaggi sono molteplici. Per questo la presente recensione non può essere che un commento a caldo. Perché questo romanzo, e il sito collegato,  quando finisce ti lascia con la sensazione di essere talmente ricco da dover essere ancora spizzicato qua e là, assaporato per sondare i vari retrogusti, per poter alla fine dire di averlo esplorato tutto. La seconda lettura incombe.

IT, di S. King

Dopo una 15ina di anni ho testè finito di dare una veloce rilettura a quel librone immenso che It, di Stephen King. Mi ricordo ancora quando me ne parlarono una lontana estate di quando avevo 19 anni, e me lo descrissero come olte 1000 pagine di libidine. Giudizio che confermai in pieno dopo averlo letto, divorato, 1100 pagine in 4 giorni più o meno.

King è abilissimo a parlare all’adulto facendolo tornare adolescente, facendolo ripensare all’età dell’innocenza (più o meno…). It è sicuramente una summa dell’opera di King, forse ancor più de l’ombra dello scorpione.  Personaggi descritti divinamente, la cittadina dei delitti affrescata alla grande (è lei, Derry, il protagonista del romanzo: non IT, non i ragazzi, solo la cittadina la cui storia di sangue è dipinta così vividamente). Da rileggersi o rispulciare qua e là, ogni tot anni

Aprile dolce dormire

Veramente ho dormito parecchio poco. Iniziato il 1 aprile con il Ghibellino, 20 e rotti di corsa in montagna con la mia seconda performance alltime. A Pasquetta record nella mezza nei miei ultimi 11 anni, 1h27’50 a Prato, niente male. Weekend successivo doppietta: sabato 1h17′ 16Km collinari di fartlek lungo (e duro), domenica 25Km in progressione alla mezza di Firenze. Temperatura 30°! Allucinante

Giovedì successivo, 3h di lungo in collina su sentieri. Domenica dopo, il 22, gara tranquilla di 13,5Km a 4’2" di media! Era una vita che non andavo così forte, e dire che avevo 100Km nelle gambe la settimana precedente!

I momenti clou intanto si avvicinano. Fiducioso (o almeno lo ero)