La mia prima gara Trail

Questa storia inizia a novembre del 2006.  Affranto da una dura preparazione per la maratona di Firenze, realizzai di averne abbastanza. Abbastanza di corsa in pianura, sull’asfalto, in circuito, il solito gesto ripetuto all’infinito, scandito dall’osservazione del cronometro che inesorabile dettava la tua condizione.  Già prima di correre quella gara avevo deciso per un basta! Dovevo andare oltre. Ma dove? Acquistati alcuni dei testi che mi mancavano, come quello di Speciani sull’Ultra o di Massa sul Trail, mi gettai a capofitto nella lettura annusando un’aria nuova.  Sì, quella poteva essere una nuova dimensione.  Iniziò quindi una preparazione invernale dura e massiccia, con tanto lavoro mirato su forza, potenziamento, e i primi assaggi di corsa offroad tanto per gradire. Pensavo ad obiettivi altisonanti come Pistoia-Abetone ad esempio. In qualche modo, mi prese la fissa per la corsa trail. Si infittirono uscite sui sentieri, e mi coglieva la sensazione che quel modo di intendere la corsa mi si confaceva parecchio. Serate su serate passate su innernet a studiare i materiali, i calendari, a far programmi.  Per iniziare mi parve onesto considerare le ecomaratone. La prima, era oggi. A Collelongo, Abruzzo, i Marsi.

Eccomi quindi giunto dopo un caldo e solitario viaggio nel paesino marsicano. Davanti a me, i monti che il giorno dopo avrei affrontato. Non avevo idea di quanto sangue mi avrebbero fatto sputare. Tutto il paese è coalizzato per organizzare questa manifestazione e questo è un aspetto devo dire molto piacevole della gara: le donne che preparano i cibi (pesanti!) alla mensa scolastica, gli alpini che aiutano agli incroci, tantissimi che lavorano ai numerosi ristori, chi non lavora comunque fa il tifo addirittura arrampicandosi su aspri sentieri.  La gara inizia praticamente la sera prima con la cena offerta in piazza, prosegue per una nottata passata a digerire i par d’etti di pasta ultracondita (e meno male ho rinunciato alla salsiccia), ma ha  il suo clou alla partenza. alle 8,30. Dopo la colazione anch’essa offerta dagli organizzatori.

La prima parte – 17Km – sono "facili". quasi tutti offroad, si esplorano le pendici della bella conca di Amplero, che si percorre tutta  camminando sull’erba (e qui, si fa notare un imbecille che taglia il percorso per risparmiare un 200m. Su una corsa di 43Km. mah!) Mi era stato raccomandato di partire tranquillo, e in effetti sono andato tranquillo. Almeno per quello che era il mio concetto di "tranquillo", dopo di ieri non è più lo stesso.

Dopo, inizia la salitona di circa 7Km, che porta a oltre 1500 attraversando i boschi. La strada forestale è impegnativa e corro ampi tratti. Poi si restringe, diventa sentiero, diviene poi un percorso nel sottobosco interamente ricoperto da un ampio strato di foglie morte. Viene da chiedersi come si farà a percorrerlo in  discesa. Ma prima di arrivarci, alla discesa finale, c’è altro. Quasi un’ora per la salita, percorsa alla grande.  In cima mi sento un leone, ma dopo qualche minuto di falsopiano in discesa comincio ad avvertire i primi segni della crisi. Ci sono sempre più concorrenti che mi superano in tromba a velocità doppia, ora mi ritrovo a camminare tutte le salite. E che salite, quella di solo 1Km ma durissima che porta al 30° finisce l’opera. Da questo momento si tratta solo di arginare la crisi e limitare i danni.  La gara prosegue, passando da enormi e splendire faggete a pascoli dove possiamo vedere mucche vitellini e cavalli in quantità. Ma è difficile concentrarsi su qualunque cosa che non sia il proprio cuore in gola. Comincia a prendermi anche un po’ di nausea, forse ho bevuto troppo,acqua e zuccheri. In ogni caso cammino lentamente in salita ma dove è piano riesco a correre abbastanza bene. Peccato sia quasi tutta salita però! O forse mi ricordo solo quella?!?  Al 35° Km circa, la mazzata: la scalata al punto più alto della gara, 1700m, una montagna sassosa che da oggi ricorderò come Mont Ventoux (ma la si potrebbe chiamare anche Golgota), tanto è ventosa e assolata. La salita è ripidissima, arranco , o meglio tanti arrancano e camminano – e come si potrebbe mai correre qui – ma ugualmente mi superano praticamente tutti: realizzo di non avere la preparazione per fare una gara del genere, beh poco male in fondo ci arriverò lo stesso benchè stanco morto. E sarà di lezione per il futuro. Che sia anche l’altura a farmi pagare il conto? Il termine della salita resta da scendere su una pietraia paurosa, il rischio di mettere un piede in fallo è altissimo ma scendo comunque abbastanza bene nonostante le gambe siano tutt’altro che agili. Idem sulla discesa nel sottobosco, con i sassi nascosti sotto le foglie che si muovono in continuazione e l’equilibrio è precario. Mi domando come si possa solo pensare come si possa correre con una scarpa non da trail qui ai Marsi. Dopo un po’ la discesa da sentiero aspro ritorna a essere una stradina, e qui si può spingere ,  meno male mi rimangono ancora energie da spendere e ho ripreso un po’ di verve.  Ormai è fatta, resta solo il giro del paese con gli ultimi 400 lunghissimi metri di salita nel viale alberato. E’ finita, con il magro tempo di 4h54′. Si può anche dire che nel trail i tempi contino poco, ma comunque l’aver sbagliato completamente l’interpretazione della gara mi lascia con l’amaro in bocca. Non sapevo proprio, non mi rendevo conto cosa avevo davanti. Rimango seduto per parecchi minuti a chiacchierare e riposarmi. Inebetito, quasi in preda ad allucinazioni fantozziane a sfondo mistico. Non avrei mai osato pensare che si potesse fare così fatica a correre o anche a camminare.  Piano piano però mi riprendo, azzardo qualche passo, mangio qualcosa del pranzo offerto ai concorrenti e poi dopo l’immancabile doccia. E un lungo caldo ritorno a casa in auto, dove però arrivo non zoppicando come temevo ma anzi in buone condizioni, cammino davvero bene e ho già recuperato. E anche ora, 24 ore dopo, mi accorgo che dopo una maratona classica sono ben più rovinato. Almeno le torture dei giorni dopo forse le evito, ed è piacevole vedere come si possono fare le scale di corsa in salita o in discesa anche dopo una corsa come questa.

Cosa mi rimane, dopo la mia prima gara di trail? Molto, moltissimo, direi. Una gara del genere devo dire che è inimmaginabile per chi corre solo distanze inferiori e in pianura. Senza correrle, non ci si rende conto  di cosa sono, di quale devastazione fisica e mentale si rischia.  Ma anche di quale appagamento, di quale senso di realizzazione riescono a darti. Un modo diverso di interpretare la corsa, probabilmente più vicino alla natura dell’uomo, abituato com’era fin dalla preistoria a correre e marciare per ore per cacciare o procurarsi il cibo. Sì, alla fine sia pure dopo una sofferenza mai provata prima, devo dire che pur avendone corsa solo una, amo già questo tipo di gare. Amo il trail, adoro le gambe pesanti e dure, il cuore in gola, la nausea, le vesciche ai piedi e le unghie nere, la sofferenza.  I Marsi, per me, non sono stati un punto d’arrivo. Sono stati un inizio. Mai come questa volta ho gridato forte all’arrivo un "Basta, mai più!".

Mai come questa volta mi dico adesso, a freddo, "Ancora, ancora, ANCORAAA!!!"

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