“Caterina va in città”, di Paolo Virzì

Ho rivisto tempo fa questo film in tv. Di Virzì adorai lo splendido cult giovanil-livornese che era Ovosodo, in pratica una versione cinematografica del Vernacoliere , che continuo a ritenere il suo film migliore. Però in “Caterina” prova raccontando una storia semplice di una ragazzina ingenua a illustrarci la povertà dell’Italia di oggi. La povertà intellettuale, la rozzezza degli arricchiti, la politica che guarda al passato o a sé stessa e si dimentica dei problemi, limitandosi all’odio verso gli avversari come se fossero allo stadio e non a far politica (da pòlis, città). L’equivalenza cultura = televisione (brrrr). La raccomandazione come valore. I propri insuccessi che sono sempre colpa degli altri, e mai limitatezza propria. L’evitare le responsabilità elevato a rango di arte. Che ritratto impietoso, potrei andare avanti per ore. Un paese che alla fine si salva per pochi che lo redimino e lo guidano, i pochi che guardano agli altri senza sospetti e pregiudizi, i pochi puri che sognando riescono comunque a raggiungere i propri obiettivi.

Letizia Muratori, “La vita in comune”

Ho acquistato questo libro d’impulso sull’onda delle ottime recensioni di Wu Ming1 e Giuseppe Genna (tra l’altro, 2 esempi di come si dovrebbe fare una buona recensione di un romanzo: vedi link).

Alla fine, non è che le condivida poi molto. In 2 parole, non mi ci sono appassionato a questo romanzo. è una bella storia, un confronto impietoso tra la “famiglia” tradizionale italiana di matrice borghese, apparentemente statica e felice ma che in realtà sotto l’ordinaria amministrazione trasuda veleni, malignità e insofferenza per i grandi dissapori ma anche per insopportabili tic quotidiani; e, diciamo così, un concetto di famiglia più evoluto, più moderno se vogliamo, dove non sono i legami di sangue che contano ma i legami affettivi, le esperienze comuni, i ricordi, la quotidianità. Anche tra persone apparentemente slegate e diverse tra loro. Bella e suggestiva la narrazione a 3 voci dei protagonisti, stilisticamente c’è da dire che l’autrice è molto brava, manca però qualcosa, come se il romanzo non fosse riuscito a pieno. Troppe volte dà l’impressione che certi episodi, certi accadimenti, siano poco funzionali ma appesi, un po’ slegati dal contesto. E certi altri, come il rapporto maturo ma ancorato ai ricordi giovanili tra Isayas e Tina, troppo poco approfonditi, come se in realtà tale relazione si basi su quanto c’è stato prima, e non su quanto c’è ora e quanto si sogna o si pensa ci sarà poi. Insomma, non un libro da dimenticare, ma un libro che da parte mia sarà presto dimenticato, purtroppo. Càpita.