Il mio “medio”

In ottica maratona classica in pianura ritengo che l’allenamento classico più indicato per la preparazione di tale gara sia il medio: medio non per distanza quanto per ritmo. Io interpreto il medio al ritmo stimato della maratona, o giù di lì. Così mi abituo al ritmo, che le prime volte sarà quasi duro ma poi diventa sempre più facile da sostenere. Il tipico "medio" è comunque di distanza ragguardevole, io in genere lo consiglio dai 14 ai28Km.

Quest’anno, con poco allenamento da pianura, lo sto soffrendo un poco. Ieri ho fatto la distanza classica della mezza maratona, con una brezza tesa e un bel freschetto. Ritmo estremamente costante intorno ai 4’40", con una certa accelerazione nel finale. Alla fine non ci si sente stanchi, quanto un pò spossati e la notte si dorme che è una bellezza.

PS: ne sono uscito però con una bella ammaccatura, in una curva cieca ho beccato un segnale stradale provvisorio, ho dato una botta così forte che ho temuto di essermi lussato una spalla. Sarà stata la grande velocità 😛

Romanzi di montagna appenninica

Gli ultimi 2 romanzi letti sono diversi tra loro, eppure una cosa in comune. E perfettamente in topic con la tendenza montanara di questo blog. Parlo de "Il brigante", di Marco Vichi, e "Macaronì" di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini.

Il primo è sostanzialmente una raccolta di racconti sulla Toscana dei secoli passati, tra Sette e Ottocento. Storie di povertà e ribellione, sullo sfondo delle montagne e delle campagne di allora.

Il secondo invece è un giallo "anomalo", ambientato in una zona che potremmo individuare nella valle del Reno sul confine nel mezzo della parte più impervia dell’appennino toscoemiliano. Il maresciallo dei carabinieri protagonista si trova a indagare su un insieme di omicidi strani e apparentemente slegati, in un paese freddo di clima e di umore e abitato da ex-emigranti, operai destinati alla semplice sopravvivenza giorno dopo giorno in una terra – tipo quella della Pavana residenza del Guccio – che offre sempre troppo poco.

Leggere questi romanzi aiuta a capire cos’era la montagna un tempo. Quando non c’erano le strade, e la gente si muoveva faticosamente per sentieri e mulattiere temendo briganti e intemperie. Quando la montagna non offriva niente di più che castagne e legname e bisognava arrangiarsi per sopravvivere. E magari abbandonare i luoghi natii e andarsene altrove.

Viene da pensare alla montagna moderna, sempre ugualmente poco abitata ma che già offre di più , magari grazie a noi turisti trekker, runner o sciatori. Spesso vediamo le nostre montagne violate da megaimpianti di risalita e noi cittadini magari storciamo la bocca, ma viene da pensare a cosa sarebbe la montagna senza turismo. Qualcosa di molto simile, di molto povero, a quanto si legge in questi romanzi.

Quando partecipo alle ecomaratone appenniniche come Marsi Ventasso o dei Laghi osservo quei paesini che ci accolgono a festa; mi immagino come fossero 50 o 100 anni fa, probabilmente desolati, scarsamente abitati, da gente che vive isolata quasi in autosufficienza.  Mi rendo conto che noi "di città" siamo qualcosa di sostanzialmente estraneo a quei luoghi, persone che non appartengono ai monti ma che ugualmente veniamo accolti con una semplicità, una dignità e una cortesia cui non siamo più abituati nelle nostre frenetiche città. Forse gli abitanti delle montagne vedono in noi rispetto e amore per quelle loro terre, peccato che però non tutti lo dimostrano.