Romanzi di montagna appenninica

Gli ultimi 2 romanzi letti sono diversi tra loro, eppure una cosa in comune. E perfettamente in topic con la tendenza montanara di questo blog. Parlo de "Il brigante", di Marco Vichi, e "Macaronì" di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini.

Il primo è sostanzialmente una raccolta di racconti sulla Toscana dei secoli passati, tra Sette e Ottocento. Storie di povertà e ribellione, sullo sfondo delle montagne e delle campagne di allora.

Il secondo invece è un giallo "anomalo", ambientato in una zona che potremmo individuare nella valle del Reno sul confine nel mezzo della parte più impervia dell’appennino toscoemiliano. Il maresciallo dei carabinieri protagonista si trova a indagare su un insieme di omicidi strani e apparentemente slegati, in un paese freddo di clima e di umore e abitato da ex-emigranti, operai destinati alla semplice sopravvivenza giorno dopo giorno in una terra – tipo quella della Pavana residenza del Guccio – che offre sempre troppo poco.

Leggere questi romanzi aiuta a capire cos’era la montagna un tempo. Quando non c’erano le strade, e la gente si muoveva faticosamente per sentieri e mulattiere temendo briganti e intemperie. Quando la montagna non offriva niente di più che castagne e legname e bisognava arrangiarsi per sopravvivere. E magari abbandonare i luoghi natii e andarsene altrove.

Viene da pensare alla montagna moderna, sempre ugualmente poco abitata ma che già offre di più , magari grazie a noi turisti trekker, runner o sciatori. Spesso vediamo le nostre montagne violate da megaimpianti di risalita e noi cittadini magari storciamo la bocca, ma viene da pensare a cosa sarebbe la montagna senza turismo. Qualcosa di molto simile, di molto povero, a quanto si legge in questi romanzi.

Quando partecipo alle ecomaratone appenniniche come Marsi Ventasso o dei Laghi osservo quei paesini che ci accolgono a festa; mi immagino come fossero 50 o 100 anni fa, probabilmente desolati, scarsamente abitati, da gente che vive isolata quasi in autosufficienza.  Mi rendo conto che noi "di città" siamo qualcosa di sostanzialmente estraneo a quei luoghi, persone che non appartengono ai monti ma che ugualmente veniamo accolti con una semplicità, una dignità e una cortesia cui non siamo più abituati nelle nostre frenetiche città. Forse gli abitanti delle montagne vedono in noi rispetto e amore per quelle loro terre, peccato che però non tutti lo dimostrano.

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