Quasi finito

Con la seduta di oggi è finito il grosso della preparazione per Firenze. Mancano solo 9 giorni, dopo l’allenamento de "l’ombra" sabato scorso ho fatto un ottimo lunghissimo di 33,5Km in 2h47′ su percorso ondulato, con molti falsopiani e a un ritmo allegro, tipo "lunghissimo alla Tergat" come qualcuno lo chiama. Un ritmo quindi 5-10" più lento di quello della maratona, con vari tratti "veloci" nel mezzo ad esempio sui falsopiani in salita, e gli ultimi 2Km pianeggianti tirati. Alla fine direi proprio molto bene.

Oggi, atto conclusivo della preparazione: mezza maratona in pianura. Al Parco delle Cascine, odiatissimo dai maratoneti che saranno a Firenze perchè si trova dopo il 30° Km e c’è meno pubblico. Io invece al 30° lo adoro perchè le strade diritte e pianeggianti mi permettono di lanciarmi in un gran bel ritmo. Allenamento con il cardio – incredibile eh! – per verificare che l’impegno fosse effettivamente costante. Ritmo sempre estremamente vicino ai 4’30", nonostante le condizioni meteo estremamente avverse – 6° e vento fortissimo per fortuna sempre trasversale, una situazione che odio e che mi rallenta ma va bene perchè così è più allenante

Alla fine le pulsazioni sono salite solo negli ultimi 2km, come poi mi succede anche in maratona. Tempo finale 1h35’25" nonostante il ventaccio. Alla fine fresco ma non troppo, fiato ancora molto ma gambe un pò durette, forse anche per il freddo. Ne deduco comunque che le 3h10′ sono praticamente inarrivabili, potrei valere il tempo di 3h11’40 di un anno fa, sotto le 3h15′ ci dovrei stare bene se non esagero.

Il grosso della preparazione dicevo che è finito: un mesetto di corsa in pianura mi ci voleva dopo un anno trail, mi sono anche divertito. Ora rifinitura e basta, domenica una garetta di 12Km a ritmo allegro non troppo per svegliare la gamba annebbiata da tutti questi ritmi un pò lenti.

B. Jones, “Sappiano le mie parole di sangue”

Una delle mie ultime letture è stato il "quasi-romanzo" di Babsi Jones "Sappiano le mie parole di sangue".

"Quasi romanzo" lo dice del suo lavoro l’autrice in una botta di umiltà direi, perchè direi che la dignità di romanzo ce l’ha eccome, a differenza di tante altre ciofeche che si leggono in libreria. Più che degno perchè l’opera ha uno stile brillante, una narrazione non banale bensì molto coinvolgente. "Sappiano le mie parole di sangue", citazione dall’Amleto ("My toughts be bloody"), è perfetto come titolo per proiettarci nella vicenda della minoranza serba in fuga dal Kosovo. Come "Manituana" dei Wu Ming è un altro romanzo "dalla parte sbagliata della storia", cioè scritto in memoria / in onore / con la prospettiva dei vinti, in questo caso dei serbi, il popolo che era più numeroso della ex Jugoslavia, quello che deteneva il potere, e che alla fine è stato scelto dalla comunità internazionale e dai media come capro espiatorio, l’unico popolo che compiva nefandezze mentre gli altri poverini subivano. La parola che ricorre nel romanzo è "pogrom": si torna sempre lì, ogni società ha bisogno del Nemico, qualcuno su cui scaricare il fato avverso, le inefficienze, la propria rabbia o insofferenza. Insomma, un romanzo di parte e l’autrice non lo nasconde, non erano santerellini i serbi come non lo saranno stati i kosovari, i bosniaci islimaci o i croati. Però almeno il romanzo ci ricorda sempre che la realtà è sempre più complessa di come ci appare o di come veniamo informati. La storia della ex Jugoslavia è stata indubbiamente una storia tragica e la tesi del libro – che l’ultima guerra del Kosovo è stato l’atto finale di una guerra jugoslava iniziata con l’occupazione nazifascista del 1941 , una sanguinosa guerra civile già allora. Una tragedia ha da un secolo aleggiato sulla terra al di lù dell’Adriatico, pensando che anche la 1° Guerra Mondiale è nata a Sarajevo. Il romanzo di Babsi è pessimista, alla fine non c’è scampo, non c’è redenzione, la guerra civile si nutre di un’odio coltivato da secoli. E la vicenda Kosovo a livello internazionale non è ancora chiusa. Chi legge il romanzo, alla fine non può che temere che ora ci sia solo una pallida tregua prima della prossima tempesta.

“History will teach us nothing”

Nella società moderna dominano i media. I media, per incrementare la concentrazione di informazione, tendono inevitabilmente a spargere ai 4 venti la notizia, i rumours, la voce, il gossip, il sospetto; magari senza verificare neanche accuratamente la solidità della news. Lo si vide all’epoca dei tragici fatti di Erba, con le prime accuse verso il tunisino. Che in quanto mussulmano è di default un sospetto, un imputato, un clandestino, un criminale. Non si scappa. Lo si vede in molti reportage di cronaca nera, dal caso di Garlasco a quello di Perugia, dove prima si parla delle persone e si fanno insinuazione, poi si nasconde la mano. Tanto prima o poi ci sarà un altro processo, e allora nuove news, nuove lacrime e pianti. Dicevo dei media, che per volerci informare sempre di più tendono a semplificare e generalizzare a più non posso. E divengono almeno in parte corresponsabili di uno mali cronici di quasiasi società, l’istinto alla generalizzazione, che poi facilmente diviene razzismo, pregiudizio.

Il caso recente dei rumeni è eclatante: per loro non possono dire che sono musulmani, ecco quindi che tanta parte della società, con l’occhiolino o la " disinformatjia" di molti media, li identifica con i rom. Che a loro volta magari manco sono rumeni ma anche italiani. Beata ignoranza. Mi è arrivata ieri con la mailing list Giap la petizione http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html   che è da leggere con attenzione. Ad esempio il seguente passo:

Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarita’. Non si chiedono cosa avverra’ domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che e’ dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre gia’ echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco. Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di liberta’, dignita’ e civilta’; che rende indistinguibili responsabilita’ individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti. Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom. E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.

La leggevo e rabbrividivo pensando a questa nostra società che sembra tanto moderna ed avanzata ma poi ricasca con facilità nel pregiudizio, nella generalizzazione. Non si tratta solo di razzismo, c’è in tanta troppa gente la tendenza di fare di tutta un’erba un fascio, e quindi ecco che si parla solo di "categorie", di gruppi o entità sociali. Ecco quindi gli ultras, i poliziotti, i magistrati, i rom, i rumeni, gli albanesi, i vigili, i politici ecc . Mai che si parli di individui. No, sempre e solo di categorie. Quelli rubano, quegli altri sono violenti, quelli picchiano le donne, quelli non lavorano, quelli stanno sempre al bar e poi spacciano l’hashisc ecc . Facile poi a un certo punto sfogare i propri istinti contro una categoria corposa come quella di qualche popolazione immigrata, o di qualcuno non abbastanza "normale", non abbastanza "integrato"; come si dice, la storia si ripete ma nonostante ciò la storia non ci insegnerà mai un bel niente.