Amoxicillina per un perioduccio

Diciamo che non sarebbe un buon periodo. Una decina di giorni che proprio non si va neanche a spingere. Giovedì scorso, ripetute interrotte perchè proprio le gambe non ne volevano sapere. Forse risentono di questo periodo di troppo troppo troppo lavoro, che durerà ancora 2 mesetti.

Domenica scorsa c’era la gara collinare a Sesto Fiorentina, una prova di quasi 13Km nervosissima, non un metro in piano, nessuna salita lunga ma una continua variazione di ritmo e fondo, con molto asfalto ma anche tanti sentieri e un bel guado dove mi sono inzuppato bene le scarpe. Chiusa benino ma oltre 1 minuto più di 1 anno fa, quando comunque feci un garone. Però già da allora soffrivo di una brutta tosse, e in più mi sono accorto che una silente contrattura a una coscia invece di migliorare spesso si fa sentire, specie in discesa o se spingo. Settimana di riposo allora, anche in palestra ci sono andato una volta sola: intanto il medico che prescrive un pò di antibiotici, il solito lavoro del cazzo (*vedi nota in fondo), la tosse che non se ne vuole andare. Stamattina mi sono rotto dell’immobilità e mi sono fatto 20 km su falsopiani in Mugello, con un nebbione da paura, per fortuna la gola ha reagito bene, quella contratturina c’è ma a ritmo di medio non si fa sentire. Buoni segnali, in collina dalla nebbia spunta fuori il sole e i magnifici boschi appenninici, il crinale lì vicino. In più, ho provato le nuove scarpe da trail, Asics Trabuco prese scontatissime a Decathlon (eh sì, lo shopping è sempre una ottima cura al malumore).

E intanto domani parto, e vado nella mia amata Fassa a sciare e a godermi il luogo che più adoro al mondo. Quando torno, confido nello stare mooolto meglio, e più agguerrito.

* spiegazione parentesi lavorativa: 2 anni fa, stufissimo del mio vecchio incarico, riuscii a farmi cambiare ruolo e attività, per altre che manco sapevo di saper fare, come poi è accaduto, benissimo e con enormi soddisfazioni. intanto per le mie "vecchie" colleghe han seguito il corso della natura e avendo figliato sono indisponibili… e così ora mi tocca fare questo e quell’altro di prima che odio e mi fa venire i bubboni (o meglio, l’insonnia). meno male dura solo 2 mesi, e 2 mesi passano veloci

Dove va il mondo della corsa

E’ quasi un ventennio che corro , ormai. Da allora il tempo è passato, e il modo di correre e gareggiare è cambiato. 20, ma anche 15 anni fa, non c’erano cardiofrequenzimetri, GPS, iPOD, magliette ipertecniche gel zuccherini o zaini idrici. Ci si arrangiava un pochino, d’altronde tanti si avvicinavano alla corsa proprio perchè era uno sport economico e alla portata di tutti (Le scarpe, no, quelle erano eccellenti ma costavano un sacco anche allora). Piuttosto, è cambiato il volume dei podisti. Adesso in Italia ci sono 30.000 persone che ogni anno fanno almeno una maratona, suppongo che quelli che corrono almeno una 10Km siano minimo 5 volte tanti. E’ cambiato, e moltissimo, l’approccio. Mentre fino a un 10 anni fa circa un pò tutte le garette a carattere regionale o provinciale avevano il loro spazio, magari una piccola nicchia, ebbene queste sono rimaste nella loro nicchia – e i cui partecipanti sono invecchiati – ma sono cresciuti gli eventi. Sì, i nuovi podisti non cercano più la gara sotto casa ma cercano l’Evento. La Maratona o la Mezza nella grande città, senza guardare al costo dell’iscrizione o al pacco gara, la stra cittadina, oppure la gara all’estero, finanche al Mito, la vera Mecca di ogni podista, quella gara che anche il più sedentario dei panzoni sognerebbe, New York. Forse, con l’arrivo di questi tanti neo-podisti, ci si è pure un pò rammolliti, almeno questo sento dire in giro. Una volta si faticava, magari in pista, ci va ancora qualcuno? E a leggere in rete certe proposte di allenamento veramente soft, si storce la bocca, dove crede di andare certa gente, sì le gare si finiscono ma le prestazioni insomma… Vabbè, è un segno dei tempi, l’infiacchimento delle nuove generazioni prosegue.

“Le benevole”, di J. Littel

"Le Benevole" si propone come un libro concepito e realizzato per diventare un capolavoro o quasi, una pietra miliare comunque, qualcosa di cui parlare e dibattere: la 2° guerra mondiale e l’olocausto,  visti  dalla parte del nazismo. Tema quantomai a rischio e delicato, le probabilità di produrre schifezze o di scrivere palesi falsi storici sono elevate. Ma l’ambizioso autore, il newyorchese J. Littel, dimostra di aver studiato a fondo la questione e di aver lavorato molto e senza fretta sulla sua opera e rilancia proponendoci quindi la storia di un ex ufficiale delle SS impegnato sia sul fronte russo che nel genocidio degli ebrei che riesce a sopravvivere al conflitto e, senza pentimenti o stucchevoli ipocrisie, ci racconta la propria versione dei fatti. L’opera inizia con il primo capitolo che in realtà è una introduzione "a posteriori" del protagonista-narratore. Già qui viene presentato il fine principale del romanzo, cioè il dimostrare come gli orrori dell’ultima guerra mondiale non siano una imprevedibile deviazione irrazionale della mente umana quanto il normale e logico esito di una fase, di un periodo storico caratterizzato dal desiderio egemonico di una nazione, di un popolo (il ricorrente Volk tedesco). Già qui, subito, l’autore e il narratore ci mettono in guardia su quello che sarà: leggeremo dell’orrore, dell’inumano, del male che diventa banale e normale ricorrenza quotidiana, leggeremo di ciò che è capace l’Uomo.

Quindi subito il lettore sa che non sarà facile, anche per la visibile mole del romanzo (quasi 1000 pagine, fittissime e sovente con periodi lunghissimi, quasi a diventare in certi momenti dei veri e propri "flussi di coscienza"). E viene proiettato nell’azione, le uccisioni di ebrei durante la campagna di Russia. Si trovano qui le pagine "peggiori" del testo, con le vivide descrizioni dei massacri di massa in Ucraina. Il vomito e la nausea nervosa del protagonista Max Aue si avvertono come reazioni normali come fossero quelle del lettore , siamo all’inizio e ancora non siamo abituati a ciò che leggeremo e troveremo oltre. Ancora non si è sprofondati nella normale quotidianità degli orrori e proviamo ancora reazioni "normali". Più in là ci si spinge, e peggio è. Non perchè l’inumano tracimi, quanto perchè ci facciamo l’abitudine, c’è la parentesi a Stalingrado sul fronte dove ci sentiamo come in un film di guerra ma poi , passato il periodo di allucinazioni e crisi  personali di Aue, si torna a razzo a Berlino, perchè c’è da organizzare il grosso dell’olocausto. E qui il lettore cede e si abitua al "normale", le cose peggiori di cui siamo capaci.

Proiettandoci nell’ordinaria burocrazia del Reich che organizza la Soluzione Finale, Littel ottiene il maggior successo del libro riuscendo a farci immedesimare o quantomeno a farci sentire vicina questa persona, incaricata di gestire e migliorare l’organizzazione del lavoro degli schiavi ebrei. Riuscendo perciò a farci comprendere quanto il Male (quello nazista, quindi considerato generalmente dalla società contemporanea il Male Assoluto, le Colonne d’Ercole dell’orrore) non è una parentesi nella storia quanto qualcosa che è stato, che sicuramente non è stato una volta sola, ma è qualcosa che la nostra specie può benissimo produrre ed essere in grado di replicare, magari in altro tempo e in altri luoghi.

Filosofeggiando (come spesso si fa nel libro) possiamo dire alla Hegel che "tutto ciò che è reale è razionale" e quindi l’Olocausto può benissimo essere descritto analizzato e compreso come quasiasi cosa che è prodotta dall’Uomo: non può essere irreale e irrazionale, perchè fu pensato e pianificato con logica e razionalità. Si pul dire quindi "Le Benevole" come apologia del nazismo? Secondo me decisamente no, a parte le origini ebree di Littel : piuttosto, l’autore si immedesima e ci fa immedesimare nel protagonista  che in pratica espone il punto di vista dei suoi simili (soldati ed ufficiali tedeschi) uomini magari inorriditi per ciò che sono costretti a fare al punto da pagarne conseguenze fisiche (stress, depressione, allucinazioni, propensione al suicidio) ma poi estraniati ed alienati dalla realtà: l’orrore che si banalizza diventando normale quotidiano. Apologia quindi di "coloro che solo obbedivano a degli ordini"? Questo forse sì. E Aue in ciò sottintende pure che altrimenti si sarebbe dovuto processare un intero popolo, un’intera generazione di sopravvissuti; e  riguardo a ciò Littel fornisce anche il proprio giudizio , ergendosi quindi al rango di storico, cosa questa che magari gli si può pure riconoscere per l’immenso e certosino lavoro preparatorio che "Le Benevole" ha comportato.  "Le benevole" quindi capolavoro assoluto, pietra miliare delle Letteratura sul XX° secolo, come dice qualcuno? Forse è un pò presto per dirlo, ma non si può rimanere indifferenti di fronte a tale opera. Come già detto, il lavoro di studio e preparazione è stato preciso fino quasi all’ossessione, lo si può definire senz’altro "romanzo storico" dato poi che i personaggi inventati si elevano a simboli di una classe e di una generazione e si muovono insieme a personaggi reali come Himmler o Speer o Eichmann fino a produrre razionalmente reali eventi storici. In ciò si inserisce la parte più fantasiosa, più romanzata e forse meno convincente, la vicenda personale del protagonista Aue, la sordida storia incestuosa con la gemella, il dolersi della scomparsa del padre, la propria degradazione fisica e mentale. Una deriva individuale che va di pari passo con la "deriva" della Storia vera , con la deriva della nazione e del popolo tedesco, una degradazione personale che alla fine si immagina termini con la fine stessa della guerra: dopodichè, torna la "normalità". E Aue che diventa il borghese che prima pensava di voler combattere. Dicevo che forse è questa la parte meno convincente, sicuramente la più letteraria ma anche la più difficile da inserire in un romanzo del genere.  Dove forse convince non del tutto anche la prolissità di alcune parti, di alcune descrizioni. Il romanzo è, come ha detto qualcuno, iperrealista ma certi dettagli appaiono a posteriori quasi inutili, ridondanti.  Ciò non toglie come già detto che il fine ultimo sia stato ampiamente raggiunto, "Le Benevole" come un monito all’umanità: ancora filosofeggiando, per Littel vale sempre il detto di Hobbes "Homo homini lupus". Nella nostra mente, e nella nostra storia di Uomini , ci stanno già e ci saranno sempre tutti gli orrori e tutto il male di cui potremo essere ideatori, autori o meri esecutori; o anche complici, testimoni (magari girando la testa e facendo finta di non aver visto) o magari vittime.

Bilancio di un 2007 di corsa

Stimolato da un corrispondente telematico, ho fatto qualche analisi sul mio diario podistico. Che è ovviamente su excel, e quindi me lo posso analizzare come più mi aggrada

2007:

– 213 sedute (di running, escluso quindi qualcosa di sci palestra e nuoto)

– Tot Km 2698 (personal best di sempre)

– Tipo di allenamento più frequente: gare 🙂 , 44 ; seguono defatigamento 36 , ripetute in salita 23 (sia brevi che lunghe) , ripetute 20 (di tutti i tipi)

– delle 44 gare: 24  tirate praticamente a tutta (ma solo la metà erano gare serie e mirate), 8 quasi , 12 fatte come medio o progressivo o con variazioni

Periodizzazione:

– da fine novembre 2006 (post Firenze Marathon) a fine gennaio: recupero + inizio fase preparatoria con molto lavoro di potenziamento muscolare e miglioramento dell’elasticità

– da fine gennaio a metà marzo: si riduce il lavoro di potenziamento e contemporaneamente si incrementano i lavori sulla potenza aerobica

– da metà marzo a metà maggio: prima fase di resistenza specifica, con vari lavori speciali lunghi, gare di mezza maratona, molti medi e ripetute lunghe. faccio il mio personale degli ultimi 10 anni in mezza. al termine, la mia prima gara trail (Marsi)

– da metà maggio ai primi di agosto: prima parte con richiami vari (potenza aerobica, qualche lavoro di potenziamento) con virata successiva verso lavori di resistenza specifica su percorsi trail. da fine giugno a inizio agosto periodo top, con 2 eco, una sky-race e alcune altre garette brevi

– agosto, perlo più riposo o recupero attivo

– da inizio settembre a inizio ottobre: alcuni richiami vari come detto su, e molti lavori specifici sempre su lunghe distanze. alcune gare ottime (Volterra- San Gimignano e una mezza in particolare)

– ottobre: altro periodo agonistico , con 2 mezze, una ecomaratona e una gara di 17Km collinare.

– da fine ottobre a fine novembre: periodo speciale per preparare la maratona di firenze, si abbandonano i lavori in salita e trail, si cerca di coniugare massima resistenza e massima potenza (lavori sul ritmo maratona)

– fine novembre-fine anno: Firenze Marathon + periodo di recupero (e ci credo dopo un anno così!) con garette brevi.

Intanto già si pensa al 2008…. che intanto è arrivato, e ne approfitto per rifare gli auguri di grandi e felici corse 🙂

Analisi di una saga , e di un fenomeno letterario: “Harry Potter”

 Il vostro trail runner Leonardo, apparentemente divoratore di libri seri, è anche un harrypotteriano. Sembra strano ma è così. Non è poi così assurdo, nel corso della mia passione delle vicende del giovane mago inglese ho anche scoperto moltissimi “grandi” che reputano avvincente la saga creata dalla ricchissima JKR. Probabilmente più dei “piccoli”, d’altronde chi avrà visto qualche film avrà notato l’incupirsi delle atmosfere col passare degli anni. Tento qui però una lettura un po’ più “seria” della saga, in occasione dell’uscita italiana dell’ultimo episodio (già letto e riletto da mesi…) . Una specie di analisi critica, in occasione dell’uscita – stanotte – dell’ultimo romanzo della vicenda

   1. HP è una saga per ragazzi. L’adolescente, il ragazzo che va alle medie, si appassionerà alla storia del coetaneo che va a scuola, affronta le prime vicende sentimentali della propria vita, tocca mettersi alla prova senza contare sull’aiuto poi di molti… se non degli amici più fidati. In ogni caso, lo stile narrativo abbastanza “facile” e certi toni nel raccontare vicende, dimostrano la destinazione a un pubblico giovane, se non imberbe

   2. HP è una saga che piace agli adulti. Piace agli adulti perché in quella possono ricordarsi con un pizzico di nostalgia della propria di adolescenza, come può loro accadere anche leggendo altri autori (per citare 2 che amo e che cito spesso, S. King e J. Lansdale). Piace perché comunque i romanzi sono maturi, non da sottovalutare dal punto di vista narrativo e letterario, non un genere quindi di serie B ma romanzi veri e propri. La saga è nel suo insieme principalmente un romanzo di formazione, con un protagonista che da bambino ingenuo e triste diventa un giovane ben più maturo di tanti adulti, cui tocca affrontare esperienze terribili e la possibilità stessa di morire in battaglia. Il romanzo di formazione è un classico in letteratura, e HP lo rappresenta dato che la vicenda stessa si sbroglia solo ed esclusivamente grazie alle conoscenze, alle abilità, all’esperienza che il protagonista matura e con l’aiuto di amici fidati (essi stessi che basano il loro destino sulla propria intelligenza e capacità di decisione) e con l’aiuto di maestri esperti, capaci di infondergli saggezza e conoscenza

   3. HP è una saga attuale. HP tratta comunque, in maniera quasi inconscia (e quindi magari neutra, non visibile a chiara vista per i lettori più giovani) di certi temi del nostro tempo. L’istruzione, la società, il razzismo, la discriminazione, i problemi dell’adolescenza. L’ascesa del nemico Voldemort può essere letta benissimo come metafora della crescita di una dittatura di stampo razzista (se non nazista…), sollecitata magari da ampi strati della società che temono/discriminano/odiano/sospettano il diverso, il non-puro. L’ascesa finale del nemico è esemplare in questo, non avvenendo tramite una battaglia visibile ma nell’ombra, con gradualità, in modo tale da finire accettata anche dalla massa (in Italia diremmo la “maggioranza silenziosa”) che finisce per accontentarsi anche di una società a sfondo razzista, in nome del “vivi e lascia vivere”, di una presunta sicurezza e di presunti “valori” (purezza del sangue… bah)

   4. HP non è una storia “facile”.Tralasciando una lettura “politica” o “sociale” della saga di HP, che non è certamente il tratto peculiare del racconto che rimane un romanzo per pubblico giovane, c’è da dire che il succo  rimane comunque una vicenda dove brillano temi generalmente accattivanti se scritti bene. Il mistero, la magia, situazioni thrilling, amici e nemici. JKR fonde tutto ottenendo un intreccio che alla fine risulta estremamente complesso, nient’affatto banale, ma che alla fine – col lettore disperato perché non sa a 200 pagine dalla fine come tutto sarà risolto, e spiegato – tout se tiens, nulla sfugge e tutto e spiegato e risolto. La magia essenzialmente: io non sono un appassionato di fantasy quindi non so far paragoni con altre storie di magia, ma il mondo magico è mostrato dalla saga in una maniera estremamente precisa ed avvincente. Non credo sia facile immaginare un mondo non esclusivamente magico ma in cui magia e realtà non magico convivano, in cui una società che basa la sua esistenza sulla magia convive con il reale dei nostri giorni senza magia, anzi in cui la società magica ha la principale preoccupazione di restare nascosta, di non mostrarsi a chi mago non è. Infine, dove è la stessa contrapposizione tra mondo magico e mondo non magico a basare la lotta tra le 2 fazioni in gioco (una, razzista, che vuole il dominio dei maghi sugli esseri umani, l’altra, diciamo così “democratica” che invece vuole l’uguaglianza in nome di una appartenza comunque ad un’unica razza “umana”)

   5. HP resta comunque una storia fantasy sulla magia. L’aspetto magico è veramente totalizzante: non so quanti romanzi fantasy riescano a descrivere così bene le magie, gli incantesimi e le pozioni, a basare le loro storie sull’essenza stessa della magia. La saga basa molti punti della vicenda sul concetto stesso di magia, e sull’esplorazione quindi di questa branca della conoscenza. Con i protagonisti che si interrogano sulla portata degli incantesimi, sull’importanza delle bacchette, sull’effetto più profondo di certe azioni individuali (proteggere un figlio, morire per qualcun altro, fare scelte, combattere qualcuno) che comportano poi risvolti pienamente magici, rivelandosi ancora più importanti di quanto già lo siano. In pratica, viene fatta una sorta di analisi filosofica, se non scientifica, del fenomeno magico

   6. HP parla di valori. A questo proposito, il messaggio della responsabilità nel libro è notevole, pare quasi anacronistico nel nostro tempo. JKR, ex insegnante, non rinuncia così a un messaggio pedagogico, tanto per ribadire il carattere adolescenziale dell’opera. Più sottile casomai il fatto che è lo stesso prendere decisioni ed assumersi responsabilità che comporta ricadute sul piano magico, come detto in precedenza. Di nuovo salta fuori quindi il concetto di romanzo di formazione.

   7. HP non è banale, e non è banalmente buono. L’happy end non c’è, indipendentemente dal termine della saga(ormai peraltro di dominio pubblico grazie ai pessimi media italici ). Target di pubblico giovane, principalmente s’è detto (anche se sospetto che JKR col tempo, vedendo che il pubblico era molto eterogeneo ed anche adulto, abbia modificato un po’ lo stile e reso l’opera via via meno soft). Ma il concetto di morte è praticamente una costante nell’opera, fin dal primo libro. Diventando nei romanzi successivi una costante. Muoiono personaggi anche importanti, ed il concetto stesso di morte è oggetto di discussione, da chi la teme fino a chi la accetta serenamente. Non è il caso di riportare spoiler sull’esito finale, però non credo sia così comune che in un romanzo per adolescenti si parli così tanto del concetto stesso di morte. è dovuto sicuramente alla storia personale dell’autrice, detto ciò resta tale apparente contraddizione. Apparente, appunto: nonostante un’aura di morte che lo circonda da sempre, Harry se la cava da solo imparando dai propri errori ma anche da buon ad
olescente affidandosi all’istinto… e alla fortuna che come si sa aiuta gli audaci.

8.    HP è inglese. Nel senso che la storia è profondamente figlia di quella terra, e non per niente gli accenni al resto dell’Europa o del mondo sono rari. Son libri quindi che consiglierei a tutti: partendo dal primo ovviamente. Purtroppo, c’è da dire che la traduzione all’italiana è veramente troppo all’acqua di rose. L’editore, preoccupato di poter piacere al pubblico giovane, semplifica tutto, traduce nomi di persone quasi a caso facendo perdere il piacere dei dettagli linguistici, minimizza addirittura i conflitti in nome della razza facendo perdere al lettore italiano anche la portata e l’importanza di tale suddivisione profonda nel mondo magico (parlo della mancata traduzione del termine “mudblood”). Insomma, provateci a leggerlo in lingua originale, si farà un po’ di fatica all’inizio ma sarà meglio apprezzato