Analisi di una saga , e di un fenomeno letterario: “Harry Potter”

 Il vostro trail runner Leonardo, apparentemente divoratore di libri seri, è anche un harrypotteriano. Sembra strano ma è così. Non è poi così assurdo, nel corso della mia passione delle vicende del giovane mago inglese ho anche scoperto moltissimi “grandi” che reputano avvincente la saga creata dalla ricchissima JKR. Probabilmente più dei “piccoli”, d’altronde chi avrà visto qualche film avrà notato l’incupirsi delle atmosfere col passare degli anni. Tento qui però una lettura un po’ più “seria” della saga, in occasione dell’uscita italiana dell’ultimo episodio (già letto e riletto da mesi…) . Una specie di analisi critica, in occasione dell’uscita – stanotte – dell’ultimo romanzo della vicenda

   1. HP è una saga per ragazzi. L’adolescente, il ragazzo che va alle medie, si appassionerà alla storia del coetaneo che va a scuola, affronta le prime vicende sentimentali della propria vita, tocca mettersi alla prova senza contare sull’aiuto poi di molti… se non degli amici più fidati. In ogni caso, lo stile narrativo abbastanza “facile” e certi toni nel raccontare vicende, dimostrano la destinazione a un pubblico giovane, se non imberbe

   2. HP è una saga che piace agli adulti. Piace agli adulti perché in quella possono ricordarsi con un pizzico di nostalgia della propria di adolescenza, come può loro accadere anche leggendo altri autori (per citare 2 che amo e che cito spesso, S. King e J. Lansdale). Piace perché comunque i romanzi sono maturi, non da sottovalutare dal punto di vista narrativo e letterario, non un genere quindi di serie B ma romanzi veri e propri. La saga è nel suo insieme principalmente un romanzo di formazione, con un protagonista che da bambino ingenuo e triste diventa un giovane ben più maturo di tanti adulti, cui tocca affrontare esperienze terribili e la possibilità stessa di morire in battaglia. Il romanzo di formazione è un classico in letteratura, e HP lo rappresenta dato che la vicenda stessa si sbroglia solo ed esclusivamente grazie alle conoscenze, alle abilità, all’esperienza che il protagonista matura e con l’aiuto di amici fidati (essi stessi che basano il loro destino sulla propria intelligenza e capacità di decisione) e con l’aiuto di maestri esperti, capaci di infondergli saggezza e conoscenza

   3. HP è una saga attuale. HP tratta comunque, in maniera quasi inconscia (e quindi magari neutra, non visibile a chiara vista per i lettori più giovani) di certi temi del nostro tempo. L’istruzione, la società, il razzismo, la discriminazione, i problemi dell’adolescenza. L’ascesa del nemico Voldemort può essere letta benissimo come metafora della crescita di una dittatura di stampo razzista (se non nazista…), sollecitata magari da ampi strati della società che temono/discriminano/odiano/sospettano il diverso, il non-puro. L’ascesa finale del nemico è esemplare in questo, non avvenendo tramite una battaglia visibile ma nell’ombra, con gradualità, in modo tale da finire accettata anche dalla massa (in Italia diremmo la “maggioranza silenziosa”) che finisce per accontentarsi anche di una società a sfondo razzista, in nome del “vivi e lascia vivere”, di una presunta sicurezza e di presunti “valori” (purezza del sangue… bah)

   4. HP non è una storia “facile”.Tralasciando una lettura “politica” o “sociale” della saga di HP, che non è certamente il tratto peculiare del racconto che rimane un romanzo per pubblico giovane, c’è da dire che il succo  rimane comunque una vicenda dove brillano temi generalmente accattivanti se scritti bene. Il mistero, la magia, situazioni thrilling, amici e nemici. JKR fonde tutto ottenendo un intreccio che alla fine risulta estremamente complesso, nient’affatto banale, ma che alla fine – col lettore disperato perché non sa a 200 pagine dalla fine come tutto sarà risolto, e spiegato – tout se tiens, nulla sfugge e tutto e spiegato e risolto. La magia essenzialmente: io non sono un appassionato di fantasy quindi non so far paragoni con altre storie di magia, ma il mondo magico è mostrato dalla saga in una maniera estremamente precisa ed avvincente. Non credo sia facile immaginare un mondo non esclusivamente magico ma in cui magia e realtà non magico convivano, in cui una società che basa la sua esistenza sulla magia convive con il reale dei nostri giorni senza magia, anzi in cui la società magica ha la principale preoccupazione di restare nascosta, di non mostrarsi a chi mago non è. Infine, dove è la stessa contrapposizione tra mondo magico e mondo non magico a basare la lotta tra le 2 fazioni in gioco (una, razzista, che vuole il dominio dei maghi sugli esseri umani, l’altra, diciamo così “democratica” che invece vuole l’uguaglianza in nome di una appartenza comunque ad un’unica razza “umana”)

   5. HP resta comunque una storia fantasy sulla magia. L’aspetto magico è veramente totalizzante: non so quanti romanzi fantasy riescano a descrivere così bene le magie, gli incantesimi e le pozioni, a basare le loro storie sull’essenza stessa della magia. La saga basa molti punti della vicenda sul concetto stesso di magia, e sull’esplorazione quindi di questa branca della conoscenza. Con i protagonisti che si interrogano sulla portata degli incantesimi, sull’importanza delle bacchette, sull’effetto più profondo di certe azioni individuali (proteggere un figlio, morire per qualcun altro, fare scelte, combattere qualcuno) che comportano poi risvolti pienamente magici, rivelandosi ancora più importanti di quanto già lo siano. In pratica, viene fatta una sorta di analisi filosofica, se non scientifica, del fenomeno magico

   6. HP parla di valori. A questo proposito, il messaggio della responsabilità nel libro è notevole, pare quasi anacronistico nel nostro tempo. JKR, ex insegnante, non rinuncia così a un messaggio pedagogico, tanto per ribadire il carattere adolescenziale dell’opera. Più sottile casomai il fatto che è lo stesso prendere decisioni ed assumersi responsabilità che comporta ricadute sul piano magico, come detto in precedenza. Di nuovo salta fuori quindi il concetto di romanzo di formazione.

   7. HP non è banale, e non è banalmente buono. L’happy end non c’è, indipendentemente dal termine della saga(ormai peraltro di dominio pubblico grazie ai pessimi media italici ). Target di pubblico giovane, principalmente s’è detto (anche se sospetto che JKR col tempo, vedendo che il pubblico era molto eterogeneo ed anche adulto, abbia modificato un po’ lo stile e reso l’opera via via meno soft). Ma il concetto di morte è praticamente una costante nell’opera, fin dal primo libro. Diventando nei romanzi successivi una costante. Muoiono personaggi anche importanti, ed il concetto stesso di morte è oggetto di discussione, da chi la teme fino a chi la accetta serenamente. Non è il caso di riportare spoiler sull’esito finale, però non credo sia così comune che in un romanzo per adolescenti si parli così tanto del concetto stesso di morte. è dovuto sicuramente alla storia personale dell’autrice, detto ciò resta tale apparente contraddizione. Apparente, appunto: nonostante un’aura di morte che lo circonda da sempre, Harry se la cava da solo imparando dai propri errori ma anche da buon ad
olescente affidandosi all’istinto… e alla fortuna che come si sa aiuta gli audaci.

8.    HP è inglese. Nel senso che la storia è profondamente figlia di quella terra, e non per niente gli accenni al resto dell’Europa o del mondo sono rari. Son libri quindi che consiglierei a tutti: partendo dal primo ovviamente. Purtroppo, c’è da dire che la traduzione all’italiana è veramente troppo all’acqua di rose. L’editore, preoccupato di poter piacere al pubblico giovane, semplifica tutto, traduce nomi di persone quasi a caso facendo perdere il piacere dei dettagli linguistici, minimizza addirittura i conflitti in nome della razza facendo perdere al lettore italiano anche la portata e l’importanza di tale suddivisione profonda nel mondo magico (parlo della mancata traduzione del termine “mudblood”). Insomma, provateci a leggerlo in lingua originale, si farà un po’ di fatica all’inizio ma sarà meglio apprezzato 

 

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