L’agave di pietra

Chi mi conosce saprà della mia passione smodata per la lettura. Il fatto è che ce l’ho sempre avuta: la casa dove sono cresciuto era piccola e camera mia coincideva con il salotto e con la biblioteca di mio padre, per cui fin da piccino ero abituato al risveglio a vedermi davanti quella gran mole di libri, i più per me completamente sconosciuti e complicati. Sarà stato quindi questo il motivo della passione per tutto quello che si può leggere, oltre ad un padre che mi esortava alla lettura e mi insegnava la curiosità: ma non è questa la storia che volevo raccontare. È invece la storia di un piccolo foglietto di carta.

Quando iniziai a leggere cominciai ovviamente a sfogliare quei libri polverosi: in genere cercavo di tenermi lontano da quelli più tosti (e lì vi assicuro che c’era e c’è tuttora roba bella pesa: teatro, saggi storici, saggi politici, poesie, ecc.). Un giorno che non mi ricordo cosa sfogliavo (probabilmente un romanzo, di Thomas Mann credo) cadde dal libro un foglietto che mio padre aveva usato come segnalibro: lui infatti usava e usa di tutto come segnalibro, dai biglietti dell’autobus alle cartoline ai promemoria del dentista, mentre io invece sono un sostenitore del classico orecchio da fare alla pagina. Ovviamente lo raccolsi: si trattava di una pagina di bloc notes a quadretti, ripiegata e ingiallita, che riportava una strofa di una poesia che lessi affascinato. Il babbo, a mia domanda, rispose che qualche amico gliel’aveva dato e riportava una vecchia poesia di Pablo Neruda che a lui piaceva molto e che pure io adorai da subito, la prima poesia tra tante che abbia amato. E più di tutto mi rimase impressa questa immagine che si ritrovava nel primo verso: un’agave di pietra.  Sapete, una di quelle cose lette che non ti scordi e non c’è verso, ti rimangono fisse nella mente. Il foglietto tornò alla sua funzione di segnalibro: ogni tanto negli anni rispuntava fuori nei libri che via via leggevo e che forse mio padre aveva letto da poco. E ogni volta non riuscivo a trattenermi e dovevo leggere quei versi. ogni volta con maggior piacere. Finchè un giorno, non mi ricordo nemmeno più quando ma penso un 15 anni fa, mi accorsi che era molto tempo che non trovavo quel fogliettino: forse perso in mezzo alle carte, forse dimenticato in un romanzo non più aperto, forse finito in un libro prestato e mai restituito. Non so se in seguito a quella volta lo ritrovai, sicuramente adesso non lo vedo più da molto tempo. Però mi venne allora la curiosità di ricercare quella poesia per rileggerla e sapere se dopo quella vi erano altre strofe. Mi capitò così di sfogliare le antologie di Neruda in qualche libreria, senza risultati. Una volta  mi fu regalato un po’ per caso un libro con le poesie del poeta cileno: ne lessi e apprezzai molte, ma assieme all’ode a Lorca e quella al carciofo quella sull’agave di pietra mancava. E poi ci fu l’avvento di Internet: e mi capitò così di ricercare quella poesia in rete, digitando alcuni parole che mi ricordavo in sequenza su un motore di ricerca: infruttuosamente, devo dire. Mi pare addirittura di aver chiesto informazioni su un newsgroup di letteratura spagnola. Tante cose, si sa, le seppelliamo nella mente e tornano a galla quando meno te lo aspetti: si tratta in genere di quei piccolissimi dettagli di cui è fatta la vita di ognuno, piccoli pezzi di reale di cui non sempre ci accorgiamo. E qualche giorno fa, senza nessun motivo, mi ricordai di quel foglietto di carta: chissà cosa è che me l’ha fatto tornare in mente. E così rifeci dopo almeno un 3 o 4 anni quella ricerca su Google. Meraviglia! Erano comparsi dei link, stavolta! E parlavano proprio di quella poesia!!! Uno era una pagina di un blog dove si leggeva quella stessa strofa iniziale su una foto che ritraeva un muro di una casa al parco della Tinaia, il vecchio manicomio di San Salvi in Firenze.Un altro era molto più esplicativo e riportava tutta la poesia, specificando che era inedita (per questo nessuno la conosceva e non era riportata sui libri, e ancora non so se il testo originale fosse in italiano oppure in spagnolo) e che è stata letta in Palazzo Vecchio durante le celebrazioni per il centenario della nascita di Neruda: la poesia raccontava semplicemente l’incontro tra Neruda e il vecchio sindaco fiorentino Mario Fabiani avvenuto nel gennaio del 1951 quando Neruda appunto viveva in Italia (lo stesso periodo in cui era ambientato il film "Il Postino", per intendersi). Lessi così per la prima volta quella poesia interamente: apprezzandola per l’ennesima volta e sapendo che ora non l’avrei più persa, che grazie a Internet l’avevo ritrovata e che Internet la conserverà per me e per tutti negli anni a venire. E qui la riporto: dedicata a Firenze e ai fiorentini.

La città

E quando in Palazzo Vecchio, bello come un’agave di pietra, salii i gradini

consunti, attraversai le antiche stanze, e uscì a ricevermi un operaio,

capo della città, del vecchio fiume, delle case tagliate come in pietra di

luna, io non me ne sorpresi: la maestà del popolo governava.

E guardai dietro la sua bocca i fili abbaglianti della tappezzeria, la

pittura che da queste strade contorte venne a mostrare il fior della

bellezza a tutte le strade del mondo.

La cascata infinita che il magro poeta di Firenze lasciò in perpetua caduta

senza che possa morire,

perchè di rosso fuoco e acqua verde son fatte le sue sillabe.

Tutto dietro la sua testa operaia io indovinai.

Però non era, dietro di lui, l’aureola del passato il suo splendore: era la

semplicità del presente.

Come un uomo, dal telaio all’aratro, dalla fabbrica oscura, salì i gradini

col suo popolo e nel Vecchio Palazzo, senza seta e senza spada, il popolo,

lo stesso che attraversò con me il freddo delle cordigliere andine era lì.

D’un tratto, dietro la sua testa, vidi la neve, i grandi alberi che sull’altura

si unirono e qui, di nuovo sulla terra, mi riceveva con un

sorriso e mi dava la mano, la stessa che mi mostrò il cammino laggiù

lontano nelle ferruginose cordigliere ostili che io vinsi.

E qui non era la pietra convertita in miracolo, convertita alla luce

generatrice, né il benefico azzurro della pittura, né tutte le voci del

fiume quelli che mi diedero la cittadinanza della vecchia città di pietra
e

argento, ma un operaio, un uomo, come tutti gli uomini.

Per questo credo ogni notte del giorno, e quando ho sete credo nell’acqua,

perchè credo nell’uomo.

Credo che stiamo salendo l’ultimo gradino.

Da lì vedremo la verità ripartita, la semplicità instaurata sulla terra,

il pane e il vino per tutti.

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