Fanano, trail appenninico

Per arrivare a Fanano (MO) mi è toccato attraversare dal Mugello mezzo Appennino toscoemiliano, 2h di auto ma ne è valsa la pena. Partenza intorno alle 10.30, fa caldo ma la zona è molto ombreggiata e si sta bene. Foto di rito con gli amici di Spirito Trail e partenza, subito su sentiero. Ci muoviamo in un fitto bosco, faggi e lecci in prevalenza mi pare, si sale ma il percorso ci concede anche vari tratti in falsopiano su cui si può correre un pò.
Il guado di alcuni ruscelletti ci impone di mettere i piedi nell’acqua, già all’inizio. Costeggiamo alcune vecchie case in pietra, qualche antico villaggio di boscaioli quasi completamente distrutto, ne troveremo svariate lungo il percorso Ricominciamo a salire e una tosta erta ci porta al lago di Pratignano, ormai a 1300 metri di quota. Si tratta di un lago senza emissari, alimentato direttamente dalle precipitazioni atmosferiche. La vegetazione è estremamente varia: vasti prati d’alta quota, bosco, fiori, vegetazione lacustre. Ci sono vari escursionisti, la zona è molto bella e solitaria. In lontananza il picco del Corno alle Scale, da qui possiamo osservare quanto è ripido il suo versante orientale. Dietro, il massiccio del Cimone, ancora molto innevato in vetta. Davanti la nostra temibile meta, il Monte Spigolino, a oltre 1800 di quota.
Ricominciamo a correre su questo vasto pascolo, a un bel passo ma senza smettere di chiacchierare. L’adrenalina sta crescendo, l’istinto trailer ci fa andare in fibrillazione ogni volta che compiamo un elevato dislivello e ci accostiamo alle vette più alte.

Proseguiamo sulla dorsale montuosa che separa la valle di Ospitale da quella del Dardagna, il comprensorio del Cimone da quello del Corno. Il sentiero varia continuamente tra ripide ma brevi salitelle, discese scoscese a gradoni, falsopiano nel sottobosco. Gli alberi ogni tanto si diradano lasciando spazio a dei belvedere naturali, spettacolari alcuni direttamente sulla Madonna dell’Acero e sul Corno. Intorno a quota 1500 troviamo la neve, ormai il 10 di maggio. E’ anche profonda – siamo su un versante nord – e la percorro guidando il gruppo poggiando i piedi su delle orme lasciate da qualcuno. Finisce il bosco portando sulla cresta. Davanti a noi il temibile Spigolino, che dovremo affrontare salendo sulla sua cresta settentrionale, per fortuna libera dalla neve, però ugualmente impegnativa in quanto tutta in pietre e gradoni da salire con fatica.
Giubbetto antivento che Jack mi presta amorevolmente – avevo sottovalutato il meteo, tirano delle belle folate fresche  – e si attacca la salita, di buon passo. Le nostre condizioni sono ancora buone e giungiamo in vetta in breve tempo. Qui raffiche potenti ci fanno quasi sobbalzare e subito ci portiamo sul versante toscano per coprirci e non congelarci. L’atmosfera tra di noi è a mille, siamo tutti stracontenti, abbiamo già coperto un elevatissimo dislivello senza ammazzarci di fatica, siamo su una delle vette più alte dell’Appennino settentrionale, dinanzi a noi la grande valle della Lima, dietro le valli modenesi, a sinistra il lago Scaffaiolo, a destra il  Libro Aperto, con la mente ci vorremmo dirigere in ogni luogo del crinale per avere una visione nuova: questo è puro spirito trail, la voglia di scoprire esplorare nutrirsi di nuovi punti di osservazione, desiderio di spingersi sempre un pò più in là. Mentre Elisa da vera appassionata di montagna salta letteralmente dalla gioia e Micetto fa il Cristo in croce , ci rifocilliamo e poi ci buttiamo a capofitto nella ripida discesa che ci porta al Passo della Croce Arcana. E’ una discesa bellissima su questo prato a 1800 metri, un pò a gradini un pò liscio, correre sull’erba è meglio che correre sul sentiero, è più morbido e sicuro, ci fiondiamo giù con una ebbrezza che ci fa tornare bambini spensierati. Al passo breve sosta e poi via per la strada bianca che scende alla Capanna Tassoni, schivando le bianche macchie di neve: qui qualcuno fa il furbo e taglia i tornanti, dopo un pò si entra nel bosco e giungiamo al rifugio dopo ci attende una lunga sosta ristoratrice, e ne approfitto per godermi un’ottima ed energetica cocacola.
In 3 dobbiamo tornare a casa oggi, gli altri domani doppieranno ma decidono ugualmente di seguirci per fare un pò di kilometri. Con tanto di cartina scendiamo giù in un sottobosco fastidiosissimo, una spessa coltre di foglie secche copre pericolosi ciottoli che si muovono sotto i piedi, ancora non mi sono completamente ripreso della storta a una caviglia di una settimana fa. Giunti al paesino di Ospitale ci immettiamo nell’ultimo sentiero, la via Romea che ci riporterà a Ponti di Fanano. Si continua a scendere per la strada medievale, tutta dritta – allora non esistevano i tornanti – e con le pietre infisse nel terreno, che dànno un pò fastidio. All’altezza di una cascata del torrente Leo torniamo nel bosco fitto, cambia il fondo del sentiero ora prevalentemente in terra battuta. Siamo a quota 800, dobbiamo tornare a 500 ma si inizia una serie di falsopiani anche impegnativi, la quota non scende mai. Si attraversano alcuni borghi di case, per fortuna il sentiero è segnato e si vede bene. Ricompare un villaggio di case in pietra diroccate, lo superiamo accorgendoci che saliamo un pò troppo: all’ultimo villaggio abbiamo sbagliato strada, ce ne accorgiamo solo ora guardando la cartina, alcuni segni biancorossi circolari ci han tratto in inganno e ci siamo persi un tornante. Maledizione, tocca guadare un ruscello un pò più grosso e impetuoso degli altri, farci largo in mezzo al sottobosco ma per fortuna il GPS si dimostra qualcosa più di un giochino e ci mostra che siamo molto vicini al percorso fatto in salita all’andata. Riprendiamo coraggio e avendolo trovato ci sentiamo sicuri di poter tornare all’auto in breve tempo. In realtà ci sbagliamo ancora una volta, per fortuna azzecchiamo la strategia giusta – tornare indietro – e dopo l’ultima discesa tecnica eccoci alla base. Sono passate più di 5 ore, abbiamo fatto più di 28Km e 1800 metri di dislivello. E sento negli altri come in me stesso nessuna stanchezza, l’eccitazione della giornata trail ci potrebbe far correre ancora per ore su e giù per queste lussereggianti foreste.  Con una punta di invidia saluto i compagni trailer che domani correranno verso il Libro Aperto e si godranno un’altra magnifica giornata, ma è giusto accontentarsi di aver percorso un itinerario così spettacolare.

Foto album
http://picasaweb.google.it/l.magazzini/TACapannaTassoniFanano

Altimetria

9 settimane di fatiche

Sto guardando il diario degli allenamenti delle ultime 9 settimane. Dalla maratona di Ferrara ad oggi ho corso
– 8 volte tra le 2h30′ e le 7h (endurance lunga e lunghissima , ritmi e dislivelli variabili)
– 10 volte tra l’1h10′ e le 2h30 (distanze medie a ritmi più o meno veloci e/o variati, percorsi per lo più collinare)
– 9 allenamenti di qualità <= 1h (prevalentemente fartlek collinare e ripetute in salita)
– 8 allenamenti orientati al miglioramento della forza specifica o del’elasticità (circuit training su prati, sedute con pesi leggeri, stretching), gambe o anche per i gruppi muscolari di torace addome e braccia

Non male, vero?!! In queste 9 settimane quindi sono arrivato a oltre 620Km di corsa, maturando peraltro dislivelli notevoli. Una media quasi 10Km/giorno, senza tener di conto dei molti lavori a carattere muscolare-forza-elasticità
Dopo Ferrara, che non avevo preparato ma verso la quale ero arrivato con molti lavori medio-lunghi e pochissima qualità (direi molta potenza lipidica quindi), ho quindi sviluppato maggiormente l’orientamento alla lunghissima durata. Sono arrivato quindi quasi a riconvertirmi come atleta, non più runner di gran ritmo e distanze medio-lunghe ma atleta di durata.
La riconversione è quasi più psicologica che organica, sono arrivato  a un punto per cui anche un allenamento di 4-5 ore (sia pure con molti tratti in marcia, ma anche con elevato dislivello e su terreno naturale con tutte le difficoltà connesse) non mi fa effetto, anzi sono arrivato a gestire pure le crisi durante la prova, e può capitare (Traversata dei Colli Euganei, trail di sabato scorso)  di essere più fresco e brillante alla fine che in molti tratti durante. Mi sento di dire che prove che fino a pochi mesi mi parevano irraggiungibili (esempio: il Passatore) adesso non mi spaventerebbero per niente. Non è per me un segnale da poco, ritengo che la mia mente conscia ed inconscia conosca così bene il mio corpo da saper sempre interpretare le sue capacità.
Resta un ultimo e decisivo sforzo nei prossimi mesi: mantenere l’abitudine alla lunghissima durata con alcune prove di endurance toste, come le Prealpi Trevigiane o l’Ecomaratona del Corno alle Scale. Badando di stimolare allo stesso tempo sia potenza aerobica che resistenza alla potenza, qualità che al momento mi sento di aver depresso. Per niente facile, ma c’è anche da dire che il grosso ormai è fatto