Pistoia-Abetone

Un mese per me podisticamente orrido, questo giugno. Prima freddo e pioggia sì da rendere impraticabili percorsi trail in montagna, poi caldo e sole allucinante. Prima lo stop post-Passatore, poi l’accorgersi di un concreto calo di forma sul versante "potenza aerobica". Saltata la Lavaredo Ultratrail avevo comunque bisogno di un ulteriore e severo stimolo di endurance e come avevo preventivato mi cimento nella Pistoia-Abetone, per la prima volta. Con molte remore, poca voglia e una certa diffidenza, sapendo che trattasi di corsa durissima e implacabile, come dicono molti "più dura del Passatore" (e io ne avevo fatto solo 2/3…)
Notte passata dormendo poco come spesso mi capita quando mi devo alzare presto. Arrivo a Pistoia alle 6.30, la città dorme, non c’è un’anima. Mollo l’auto e mi dirigo a piedi alla partenza, trascinando a fatica il mio borsone che comincio seriamente ad odiare dato che la mia schiena non sopporta i pesi e già mi aveva creato problemi. Promemoria: devo decidermi a passare a un borsone sportivo con le rotelle, ne esisteranno? Città deserta, Piazza Duomo colma di podisti. Veloce ritiro del pettorale e del pesante pacco gara, avevo ancora qualche perplessità su quale traguardo fare ma come fa un mio amico getto il borsone sul camioncino con destinazione Abetone, così non ho scuse devo arrivare in vetta sebbene abbia previsto di prendermela comoda. Partenza calma, il serpentone si getta nelle deserte strade pistoiesi e  procedo lentamente, non ho fretta e devo risparmiare energie, il portaborracce al solito mi dà fastidio ma tornerà comodo, è già un bel caldo e alle 7.30 siamo oltre i 25°. Dopo 5Km inizia la salita, per me nuova. Intendiamoci, da appassionato di montagna la conoscevo come le mie tasche ma solo dal lato automobilistico. Abbastanza per sapere comunque di dover prendermela comoda, il duro sarà alla fine. C’è una marea di gente anche se molti presumo si fermeranno entro San Marcello. Salgo risparmiando
energia, senza provare il minimo fiatone mentre intorno a me molti sbuffano. La prima salita è impegnativa e porta al Valico del Poggiolo, circa 750m, però è la prima e la si fa col fresco. I ristori sono però presi d’assalto, si suda già copiosamente. Valico al paese delle Piastre (sede del campionato italiano della bugia!) in 1h30′ circa, niente male ma manca ancora molto. Lungo falsopiano in discesa nella gelida valle del Reno, un tempo qui c’erano le ghiacciaie che ancora si vedono ma in corsa il sole è alto e picchia mentre la mia schiena è un pò indolenzita maledetto borsone del c@$!o. Pontepetri, si ricomincia a salire lungo l’antico tracciato della miniferrovia dell’appennino pistoiese ormai in disuso e diventata un tragitto pedonale. Si sfiorano i meravigliosi boschi dove adoro correre, davanti a noi la sterminata foresta del Teso, più in là ci sarebbe il Corno alle Scale…. ma basta sognare i boschi, oggi c’è l’asfalto e un sole cocente. Valico il passo dell’Oppio ( 860m.) chiacchiarando con un podista piemontese alla sua prima ultra che chiedeva lumi sul percorso e si inizia a scendere lentamente per Gavinana e S. Marcello, una picchiata micidiale intervallata da vari tratti di falsopiano. Chi si ferma a S. Marcello prova a sprintare (ma molti sono in crisi nera), io vado avanti smadonnando perchè il ristoro nel paese non è fruibile. Chiamo la mia compagna, sento la mancanza di un aiuto esterno che lei mi seppe dare alla Colla: molti hanno l’auto d’appoggio , amici e parenti che forniscono acqua e zuccheri, ed è un aiuto consistente. La  discesa continua vertiginosa e fa impazzire l’idea che tutto questo tratto a favore andrà risalito con gli interessi.
Arriviamo al paesino della Lima (470m.) nella gola dell’omonimo fiume, ristoro ed inizia il calvario. Allucinante, in questa vallata angusta stretta tra le più alte montagne dell’appennino toscoemiliano il caldo è soffocante, manca una qualsiasi bava di vento, è umido e il sole picchia micidiale e quindi anche se il primo tratto è un lunghissimo falsopiano tanti arrancano stremati, io per fortuna mi sono risparmiato in discesa ma si soffre, e manca ancora moltissimo, per di più i cartelli sono sistemati male (sfalsati di 1Km) e traggono in inganno, meglio quindi affidarsi alle paline dell’ANAS che so essere precise per sapere quanto manca, molti penso saranno tratti in inganno dai cartelli ufficiali. A Cutigliano finisce il falsopiano e iniziano i tornanti, le pendenze più dure. Provo a correre alcuni tratti ma la velocità è ridotta e le gambe diventano di fuoco in breve tempo, preferisco camminare di buon passo intorno ai 10’/Km. Il bosco ancora non si vede, i tornanti si susseguono e il tanto traffico di amici dei concorrenti o semplici gitanti è estremamente fastidioso, le moto ti sfiorano e occorre stare attenti. Mi getto spesso dell’acqua in testa, cadendomi sulle labbra mi accorgo che da tanto che sudo è salata e sembra  acqua di mare! Trangugio pastiglie di sali e arrivo a Piano Sinatico, quota 960m, mancano circa 8Km e le pendenze si fanno ancora più dure, per fortuna si trova sempre più ombra: le montagne mie amiche, Corno, Libro Aperto, Cima Tauffi, Spigolino, alla quota cui ci troviamo svettano meno chiaramente e sembrano vicine . I Km dal 41° al 45° sono i peggiori ma arrivati a quota 1200, località Cecchetto, si entra nella foresta e le pendenze si addolciscono un poco. E’ il momento che sapevo ed aspettavo, torno a correre nei frequenti falsopiani e il ritmo migliora decisamente. Si intravede il valico, nubi nere arrivano da nord e malediciamo il loro ritardo, 1 ora prima sarebbero state un dono divino. Al Boscolungo manca solo 1Km e lancio lo sprint finale (si fa  per dire), conosco ogni curva e so che manca poco, oltrepasso il piazzale della seggiovia, una robusta
accelerata mi porta all’arrivo nel paese. Arrivo stanco ma non provato, avevo intenzione di finire tranquillo e con margine ma realizzo che la corsa è davvero durissima, davvero la tanta salita finale segna i muscoli, implacabile con quelle pendenze e il gran caldo. Mi metto subito a mangiare della bruschetta, ho fame e questo è un buon segno, vuol dire che l’organismo non è poi così provato. Come ulteriore dimostrazione della legge di Murphy, appena arrivato inizia a piovere, solo ora maledizione.  Mi fiondo dalla doccia naturale nella doccia al chiuso trascinando il borsone, poi massaggio a schiena e gambe e un piatto abbondante di pasta ingoiato in tempi da guinness dei primati. Il crono dà un 6h04′ che è un risultato scarsino ma preventivato, casomai non pensavo di fare così tanta fatica per questo magro tempo, e la sensazione che anche impegnandomi, anche con un pò di assistenza al seguito, non avrei fatto chissà quanto meglio. Segno che la forma non è davvero granchè.
Ho finito così la mia seconda ultramaratona. Buffo che nell’anno in cui avevo puntato tutto sulle ultratrail abbia fatto le mie prime esperienze ultra-42Km su strada, sia pure in gare molto molto impegnative.  L’Abetone era uno dei miei sogni podistici, ci sono arrivato non dico un pò deluso dalla gara ma comunque senza l’entusiasmo irrefrenabile e l’adrenalina con cui feci i miei 2/3 di Passatore. Non perchè sia durissima quanto per il poco pubblico, per il caldo allucinante, per il troppo traffico motorizzato. Arrivare in vetta ripaga enormemente, certo, e la foresta abetonese è favolosa, ma mi resta una sensazione di non totale soddisfazione per l’evento.

Brutte sensazioni

Tornato stasera a fare una gara notturna, non competitiva ma ugualmente abbastanza veloce. Partenza tranquilla poi ho provato ad accelerare ma proprio non ci siamo. Le 2 settimane di stop causa mal di schiena mi hanno segato le gambe, ho perso molta brillantezza e anche il recupero è veramente poco. Speriamo bene, almeno la resistenza sento che è rimasta. Accontentiamoci

Il mezzo piccioncin

Sabato sfiancante, per la prima volta in vita mia faccio da testimone di nozze, della mia "cognata" cioè sorella della mia compagna. Serta precedente divertentissima con gli amici degli sposi che li hanno salutati nel giardino di casa con vino, omaggi (uova e una gallina, sic!) e canti popolari maggiaioli (cioè che si cantavano la notte del 1° maggio) tra cui quello che è diventato il tormentone delle nozze ovvero "Che mangerà la sposa", testo in fondo al post.
Dicevo, nozze calde e molto divertenti, serata molto allegra e brilla, si sono divertiti pure ad annunciare le mie nozze ("nozze? sì vabbè mi sposerò ma mica tra poco" "non ci rompere i coglioni, te ti sposi e basta!") e la conseguente cessazione dell’attività podistica (secondo loro s’intende, io ho fatto i dovuti scongiuri. Mangiata galattica, libagioni abbondanti sule rive del lago , nottata agitata.

Per rilassarmi, 3 giorni sulle Dolomiti con un bel trekking mezzo corso e mezzo camminato sull’assolato sentiero Federico Augusto dal Passo Sella al Sasso Piatto e ritorno, e un altro piccolo il giorno seguente all’adorata Alpe di Siusi. Peccato che in auto si sia guastata l’aria condizionata AAARGH
E sui sentieri a cantare in onore degli sposi il solito refrain, canto popolare di tante zone dell’Italia centrale:


Che mangerà la sposa la prima sera?

Un mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa la seconda sera?
Due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa la terza sera?
Tre colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, la quarta sera?
4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, la quinta sera?
5 sfoglie di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, la sesta sera?
6 castrati scortichè, 5 sfoglie di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, la settima sera?
7 ugnel, 6 castrati scortichè, 5 sfoglie di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, l’ottava sera?
8 uccel, 7 ugnel, 6 castrati scortichè, 5 sfoglie di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, la nona sera?
9 galli cantator, 8 uccel, 7 ugnel, 6 castrati scortichè, 5 sfoglie di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, la diecesima sera?
10  vacche del  Casentino, 9 galli cantator, 8 uccel, 7 ugnel, 6 castrati scortichè, 5 sfoglie di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, l’undicesima sera?
11 botti di  buon vino  per lavarselo  il bocchino  , 10  vacche del  Casentino, 9 galli cantator, 8 uccel, 7 ugnel, 6 castrati scortichè, 5 sfoglie di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, la dodicesima sera?
12 forni di  buon pane per levargliela la fame,  11 botti di  buon vino  per lavarselo  il bocchino  , 10  vacche del  Casentino, 9 galli cantator, 8 uccel, 7 ugnel, 6 castrati scortichè, 5 sfoglie di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa, la tredicesima sera?
13  Kili di  ricotta per tappargliela la bocca, 12 forni di  buon pane per levargliela la fame,  11 botti di  buon vino  per lavarselo  il bocchino  , 10  vacche del  Casentino, 9 galli cantator, 8 uccel, 7 ugnel, 6 castrati scortichè, 5 sfoglie di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, due tortorin e mezzo piccioncin
Che mangerà la sposa la quattordicesima sera?
14  Kili di  confetti Dio  le faccia  cascà i  denti, 13  Kili di  ricotta per tappargliela la bocca, 12 forni di  buon pane per levargliela la fame,  11 botti di  buon vino  per lavarselo  il bocchino  , 10  vacche del  Casentino, 9  galli cantator, 8  uccel, 7  ugnel, 6  castrati scortichè,  5 sfoglie  di tagliatel, 4 anatre, 3 colombi e una gigiotta, 2 tortorin e TUTTO IL PICCIONCIN!

Intervista al finisher del Cro-Magnon

[Premessa: 1 anno e mezzo fa, voglioso di qualcosa di nuovo e indeciso tra trail e ultramaratona scelsi il primo. Tra i fattori determinanti nella scelta ci fu l’incontro telematico sul gruppo it.sport.atletica con Gualtiero "Krom" , esperto di ecomaratone e aspirante ultratrailer che mi dette i primi consigli, le prime dritte, soprattutto quell’incoraggiamento di cui generalmente ho bisogno quando mi butto in qualcosa. Da allora ne abbiamo fatta di strada entrambi, scambiandoci molte opinioni . Sabato Krom ha chiuso il suo obiettivo biennale, la mitica ultra Cro Magnon da Limone Piemonte a Cap d’Ail (insomma, Montecarlo). Sono così felice per lui che ho voluto chiedergli di tutto ma in modo curioso, in una intervista che abbiamo deciso di pubblicare sui nostri blog. Consideratela come una serie di domande che può fare chi ancora ha da affrontare il suo primo ultratrail, e che naturalmente di fronte all’ignoto prova quel misto di paura eccitazione e curiosità ]

Krom,  esperto tecnico della redazione di Spirito Trail, finalmente finisher del Cro-Magnon (beh, l’anno scorso sappiamo come andò). Quali sensazioni all’arrivo, e quali adesso, in due parole?

È sempre difficile descrivere le emozioni che si provano all’arrivo di una gara dura e lunga come
questa… Liberazione, felicità, ma anche un pizzico di delusione; prevale la gioia, comunque.
Adesso, anche dopo aver ricevuto i complimenti di tanti non-runner vedi la cosa un po’ diversa. Nel tuo
piccolo sai, ti rendi conto, di avere fatto un’impresa.

Cosa si prova la notte prima del via? Eri teso, agitato, adrenalinico, rilassato, tranquillo,
emozionato…

Sono contraddistinto da una forte emotività (che accetto perché da’ pepe e entusiasmo alla mia vita) e
perciò vivo sempre agitato le vigilie. Stavolta le incertezze sul meteo e sulla possibilità di farla
hanno aggiunto tensione. Mettici pure la notte passata in tenda sotto il frenetico martellare della
pioggia…

In una gara di 14 ore quale tattica mentale hai usato per non pensare alla distanza ancora da
percorrere? Ti sei posto traguardi intermedi, o ti sei estraniato completamente, o che altro?

Soprattutto su un percorso ignoto, come accade spesso del resto, mi pongo obiettivi intermedi legati ai
rifornimenti. È un gioco che fanno in tanti. E finchè sei lucido riesci bene a gestire.

La crisi in una gara ultra: più fisica o mentale?

Solo in seguito ai problemi allo stomaco ho attraversato una fase di crisi. Ma a  livello mentale è
durato veramente poco. Più che altro ero infastidito da questo inconveniente per le limitazioni alla mia
azione, verso l’obiettivo che mi ero posto di arrivare quanto prima. Mi sono seduto qualche volta, con
la speranza di chiudere gli occhi e svegliarmi a casa coccolato dai miei. Sono stati momenti di ricarica
mentale, una sveglia: "se non ti muovi non arrivi più"

Il momento più bello e quello più brutto in gara

Più bello in assoluto è stato dopo il rifornimento dell’Authion, ero felice quasi quanto all’arrivo.
Trovare tutta quella gente, il potersi cambiare, fermare, riposare… Poi ho telefonato a Barbara,
sentire la sua voce mi ha fatto cancellare la stanchezza.
Mentre il primo attacco di stomaco, qualche km dopo Sospel, è stato il momento più brutto: mancavano
30km all’arrivo e non capivo il perché potesse succedere. È il muro del 60°km, è più o meno in questo
frangente che ho sempre questa reazione. Sarà un mio limite organico? O è solo mentale, una convinzione?
Per risolvere il problema avrei dovuto fermarmi per una mezzora, bere lentamente e alimentarmi con
zuccheri semplici. Ho preferito continuare anche in condizioni critiche, rallentando il passo. Per
fortuna avevo briciole di liquirizia purissima che hanno coadiuvato e sostenuto la mia testa.

In una gara del genere l’agonismo rischia di essere controproducente, mi hai accennato al fatto che si corre solo contro di sè: ma come è stata l’interazione con gli altri trailer? Ti è capitato di
agganciarti ad altri nei momenti più duri, oppure hai dato una mano a qualcuno in difficoltà? E se ci si parla, cosa ci si dice?

Noi che veniammo dalla corsa su strada fatichiamo a capire questa cosa. Spesso vogliamo non essere
superati o raggiungere qualcuno avanti. È un errore bello e buono in cui cado spesso e che, sicuramente,
incide sul bilancio energetico. Nel trail la competizione, almeno al nostro livello, deve essere
inesistente. Spesso mi sono incollato a qualcuno per ritrovata spinta mentale e spesso ho corso perché
davanti a me qualcuno correva. I discorsi con i trailer sono spesso vari, anche se non mancano
considerazioni sui proprio limiti o impressioni sul percorso o sullo stato del proprio allenamento.

So che sei stato vicino al ritiro: qual è stata la molla mentale che ti ha fatto proseguire?

Come ho già detto, è stata la solida e ineccepibile convinzione del muoversi per arrivare, avendo un
problema non insormontabile pur serio. Mi sono ricordato alcune frasi di Trabucchi, in cui si afferma
che il rispondere positivamente ad una sensazione o situazione negativa danno un’indubbia forza mentale.
Se non altro in termini di esperienza. È la prima volta che in gara sono riuscito ad affrontarla al
meglio. In allenamento è tutto più facile.

Personalmente ritengo che il trail sia essenzialmente esplorazione ed osservazione, che non si possa prescindere dall’ambiente circostante: in un ultra così, c’è il tempo e la forza per ammirare la natura attorno a noi? Oppure la gara fa passare in secondo piano l’aspetto "esplorativo"?

Hai ragione da vendere. Purtroppo questo "catarro agonistico" non vuole sciogliersi. Tranne poche
occasioni, non ho potuto godere dei paesaggi o dei particolari. Mi hanno colpito i forti militari (sia
sul confine con l’italia sia all’approssimarsi al mare), un cannone abbandonato, la figura di montecarlo
dall’alto con i suoi giardini, le sue ville e palazzi… è un aspetto che passa in secondo piano e
vorrei che non lo fosse. Si dovrebbe togliere del tutto il cronometro, rilassarsi e percorrere lo stesso
tratto in più tappe, un raid senza assillo di classifiche. Io, il trail, vorrei interpretarlo così. È il
mio obiettivo futuro, organizzare trail per il gusto di percorrerli e stop.

Nei duri km finali, cosa si prova? Eccitazione, appagamento, rilassamento, o la pace dei sensi?

Eccitazione. Senti la calamita dell’arrivo che attiva il suo campo magnetico. Le energie mentali
raddoppiano e forse anche di più. Poi ti raffreddi un poco se scopri che le distanze non sono quelle
visive, che il percorso si allunga inerpicandosi in modo non lineare… però, la sicura è stata tolta,
ti getti a capofitto verso la fine, senza remore, senza pensare più a nulla.

All’arrivo spesso si dice "mai più". Più razionalmente, ora che hai conosciuto la durezza di un
ultra così duro, come cambia il tuo approccio a questo tipo di gare e distanze? Cosa cambierai
nell’atteggiamento mentale la prossima volta?

Razionalmente penso di interpretare una gara di questo tipo ad andatura più tranquilla, turistica, mi
prenderò la fotocamera, così avrò la scusa di andare più lento, eventualmente alla fine premerò il
pedale. Solo così penso di sopravvivere al meglio. Altrimenti, davvero, la distanza così elevata non fa
per me e punto. Un percorso di 30-40-50km con scoperte di luoghi e tracciati è divertimento al 100% ed è l’ideale, così vedo il mio futuro trail come ho già scritto.

Parliamo di cose più pratiche: con quale equipaggiamento sei partito, quali scorte alimentari, cosa c’era nello zaino, quali scarpe hai usato, quale abbigliamento?

Ho sfruttato al meglio la possibilità del ricambio all’Authion (a metà percorso) minimizzando il
bagaglio. alla partenza: abbigliamento leggero, ma coperto con fuseaux lunghi, maglia maniche lunghe
leggera e gilet antivento; al cambio ho potuto mettere maglia a maniche corte e pantaloncini visto
l’avvicinamento al mare. Ho esagerato con le scorte alimentari con cui avrei potuto risparmiare 3-400
grammi: i ristori disponevano di una grande varietà di cibi e sapendolo (ma non lo sapevo) avrei agito
di conseguenza. Se non è prevista totale autosufficienza alimentare uno zaino da 10 litri è ottimo,
pratico e leggero.

Hai usato i bastoni? Se sì, in quali tratti?

Certo. Bastoni indispensabili, in salita come aiuto alla spinta, in discesa come punti di equilibrio. Lo
stesso nei traversi fangosi, correndo sfrutti il perno del bastone spostando il baricentro del corpo
opportunamente. Utilissimi al Cro-, senza dubbio!

Salita, discesa, falsopiano: in quali tratti hai corso?

Salita corsa parzialmente solo all’inizio, discesa sempre, tranne quella, impervia e accidentate, dal
Baudoc, mentre sul falsopiano ho sempre cercato di correre. Ovviamente i ritmi sono andati in calando
con il progredire dei chilometri e del disturbo allo stomaco.

Raccontaci qualcosa di curioso che ti è capitato durante il Cro, hai qualche aneddoto?

Questo: montagna con prati, sentiero di traverso si sentono urla, tante urla. Mi sono detto: è il
ristoro prossimo (l’Authion). No, all’Authion mancava ancora molto, era un gregge immenso di pecore in
fondo ad una vallata che belava in mille tonalità diverse.
Oppure questo: mi supera una ragazza, in un momento che stavo andando forte, "questa è una top", ho
pensato. Dopo venti secondi, avrà avuto una decina di metri di vantaggio, si mette di lato, si
accovaccia e… attacco intestinale! Più vista! ūüėÄ
Oppure, ancora, questo: davanti a me vedo un gruppo di persone. Si è fatto male uno di loro. Gli altri
cercano di chiamare il soccorso, ma non prende il cell. Io mi fermo per sincerarmi che non serva una
mano. Dietro di me arriva un gruppo lanciato, alcuni di loro inveiscono perché occupiamo il sentiero…
ma andate a cag…! per la cronaca dopo due ore (due ore) ho sentito un elicottero… non vorrei essere
nei panni di chi ha VERI problemi fisici su queste distanze.

Domanda finale: sei soddisfatto di te stesso dopo questa gara, o hai dentro di te un qualche minimo rimpianto?

Sì sono soddisfatto. Il rimpianto non mi appartiene di solito, ma stavolta devo ammetterlo che l’ho
provato. Poi, però, mi ricredo, accettare i limiti propri fa parte delle regole del gioco. Altrimenti
non ci diverte più!

L’intervista telematica finisce, con Krom il confronto via mail continua, mi mostra mail di un suo amico finisher e molto competitivo e si ridiscute su come sia inutile e dannoso affrontare queste prove con troppo agonismo come fossimo ancora sulla strada, come sarebbe anzi opportuno fermarsi osservare e magari fotografare e filmare. In questi e in altri racconti colgo un comune denominatore, i trailer talvolta nei momenti di difficoltà o anche solo per un saluto contattano i propri cari, parlano, fanno sentire la propria voce ai bimbi, traggono forza da ciò. Condivido a pieno, e ribatto sul trail come amplificatore di emozioni e sentimenti. Trailer esploratori e osservatori, ma non con la testa fra le nuvole bensì con i piedi e il cuore ancorati ai propri cari.

Altro w.e. di salite, nebbia e freddo

Questa stagione suona proprio male per noi poveri trailer derelitti alle prese coi capricci di Giove Pluvio. Avevo in programma un bel w.e. di corsa lunga in alta montagna  ma è dura pensare di avventurarsi sulle vette appenniniche con la pioggia che viene giù. Per di più questo mal di schiena che ancora non se ne è andato. 
Sabato decido di smetterla col riposo e mi sparo 22Km collinari su strada in Mugello, tanto per stancarmi un pochino in vista della domenica. Ieri, come previsto, di nuovo clima autunnale. Me ne frego e vado all’Abetone, avevo voglia di fare salita dura e tosta. Mi incammino per le piste da sci, la salita è subito tosta. Anche in basso soffia vento forte, la temperatura sta sui 9°. Non pensavo la salita fosse così ripida, è difficile pure marciare velocemente. Intorno a me saltellano leprotti e cerbiatti. Si odono dei fischi, ed ecco comparire numerosi branchi di marmotte che mi guardano incuriosite, almeno quelle non troppo spaventate che si rintanano. Continuo a salire, oltrepasso vari nevai che ancora resistono imperterriti. Arrivo in vetta, rifugio del Gomito chiusissimo ma la tettoia della cabinovia mi dà riparo dal vento che spira impetuoso. Sono costretto a coprirmi pesante, guanti compresi, niente cappello che volerebbe via in un istante. Proseguo sul crinale scendendo in mezzo ai prati fino al Pulicchio, risalgo in vetta e mi fermo per mangiare e bere in abbondanza. Riscendo con calma a valle, lo zaino grande mi dà fastidio alla schiena, ho dei dubbi nell’usarlo in futuro però cavolo ci puoi portare una casa dietro. Una volta in paese torno su di nuovo risalendo da un’altra pista , osservo con disgusto i rifiuti dei miei pseudo-colleghi sciatori.  In vetta mia attende ormai un freddo bestiale, la nebbia è fittissima per fortuna conosco la zona come le mie tasche. In discesa ho la brillante idea di mettere lo zaino davanti, così la schiena si scarica molto e riesco a correre molto meglio nella ripida discesa boscosa. Alla fine faccio 19Km e 1500m di dislivello circa in 4 ore, proprio un passo di lumaca specie in discesa ma con un carico sulle spalle di un 3Kg mi accontento, visto che ho finito fresco … pure troppo, spero quest’estate si decida a comparire.

Vertigine di verde e grigio

Dati gli acciacchi alla schiena, pensavo di non correre nemmeno, neanche di venire. Poi in questi giorni sono migliorato, complici le punture e qualche intervento fisioterapico. Ho deciso di andare al Corno, dove c’era l’ecomaratona "vola nel verde", almeno per salutare qualcuno e farmi un giro trekking. Sto bene però, la schiena non soffre e il bacino è un pò meno storto. Tempo grigissimo, umido, nebbia, non ci godiamo il panorama alla partenza. Peccato, la zona è magnifica. Si parte, subito una bella impennata verso il lago Scaffaiolo, parto coi bastoni che mi aiuteranno molto a sostenere il peso e a scaricare la colonna vertebrale. In alto, vento che soffia contrario, da una direzione nord-orientale. Fa freddo, mi metto la giacca a vento invernale pagata $cifrone comprata appositamente per i trail, ci sta proprio bene nello zaino nuovo. Percorso in cresta, poi picchiata verso il monte Gennaio per una discesa molto difficile e tecnica che ben conosco avendola già fatta varie volte. Al passo del Cancellino mi accorgo che è facile sbagliare, e qualcuno lo farà, purtroppo si rivelerà l’unico punto in cui le segnalazioni non erano univoche e sarebbe stato necessario piazzare qualcuno (che poi faceva un freddo boia, è un punto molto esposto). Si prosegue girando attorno al monte Gennaio attraverso prati verdissimi, la stagione molto umida ha rinverdito ogni cosa. Al passo della Nevaia, nomen omen , comincia la discesa che ci porterà verso il giro di boa. Ogni tanto, nei punti di discesa leggera o falsopiano mi provo a corricchiare non avverto problemi e decido di proseguire. Inizia un lunghissimo tratto in un fitto bosco di faggi pini e castagni, i ristori sono frequenti e validi e non ho bisogno di estrarre niente dal mio zainone, c’è molto personale a controllare il percorso comunque tracciato benissimo a parte quel punto che dicevo. Inizia a piovere, e a rinfrescare, viene giù fitta, la giacca aiuta. Al 18° vedo quelli che tornano indietro, è il punto peggio qui perchè ancora dobbiamo girare, non è neanche una bella zona tutto sommato, sarà il grigiore , io comunque preferisco i tratti in alta quota. Giro di boa e ritorno, viene giù a catinelle, mi attardo ai ristori a chiacchierare con i gentilissimi addetti, un sorriso non manca mai e contraccambio con piacere. Il ritorno è tosto, ci sono tantissimi falsopiani da risalire, avevo sottovalutato questa gara che invece si rivela bella tosta e la pioggia poi ha reso il percorso difficile in molti punti. Peraltro, eravamo così pochi che corro/marcio quasi sempre da solo: poco male, mi adatto mentalmente a questa situazione difficile. Al 31° Km, la mazzata: mi dicono che in alto c’è bufera di vento pioggia e grandine, anzi neve, gara sospesa ci ritroviamo a un rifugio e poi ci riportano all’arrivo. Devo però farmi 4Km a piedi per arrivare al rifugio. Mi chiedo come mai non mi abbiano raccattato all’ultimo ristoro, che avevano le auto. Mah! Continuo a salire affranto e senza più nessuno stimolo, sento anche qualche dolorino alla schiena, vedo uno più stanco di me che raggiungo, mi viene da pensare che al rifugio saremo a 1500 di quota in una zona dimenticata da Dio e dalle strade. Mi avvicino, e temo che sarò a casa a notte inoltrata. Al 35° si arriva in un gruppettino. Ci dicono che le condizioni sono migliorate, chi vuole può ripartire, sennò c’è l’alternativa rifugio e cammino (e attesa dico io, saranno 50Km di strada di montagna per tornare alla base). Uno decide di proseguire e decido di accompagnarlo, anche perchè è un pò anzianotto. Proseguiamo in alta quota , le nubi talvolta si diradano mostrando sopra di noi la vetta erbosa del monte Gennaio, e sotto di noi gli abissi verdi delle vallate che vanno in picchiata e si rischiano le vertigini ammirando la rupe sotto di noi, mentre il grigio della nebbia va e viene. Il panorama è reso difficile dal maltempo ma si intravede la bellezza di queste aspre montagne. Al Cancellino il vento spazza e inizia la salitona finale. Si intravede qualcuno del soccorso alpino in cerca dei superstiti, a me non sembra che si corrano rischi però a quanto pare erano visibilmente preoccupati. In vetta discesina e al rifugio the caldo in quantità, ci offrono pure delle coperte: ok che ci saranno 7-8° e c’è vento, ma insomma siam gente di montagna, e poi io avevo pure i guanti. Discesona finale di nuovo nella nebbia, completamente da solo, corricchio senza problemi. Passo il traguardo, all’arrivo poca gente, qualche protesta per la gestione della gara: effettivamente la sospensione pare poco credibile, non si sa quali potevano essere queste tremende situazioni atmosferiche (gira voce sia stata fermata dal medico di gara), e comunque la zona è talmente impervia da rendere difficile il recupero dei concorrenti fermati, probabilmente se ne doveva tener di conto al momento della definizione del percorso. Già, ma chi pensava a questo giugno che sembra novembre?
Torno a casa, bagnato come un pulcino, fango fin nei denti. Consapevole che è stato un buon allenamento, specie mentale dato che ho corso sempre da solo, con lo spauracchio della schiena , e con la mazzata della sospensione che ha tolto ogni voglia di faticare.

Recensione: Gomorra , il film

Non ho letto il libro e ne ho sentiti di parere discorsi (grossa importanza simbolica ma pochino sul valore letterario), lo leggerò prima o poi. Il film mi ha colpito come un maglio. Comodo comodo in poltrona menrte sgranocchiavo popcorn, ecco che si comincia con un bel dialogo in dialetto stretto, per fortuna ci sono i sottotitoli che sono quasi sempre indispensabili. Ci sono varie storie tutte ambientate nello stesso luogo, tutte potenzialmente intersecate o intersecabili. Si mostrano vari concetti: la lealtà, il tradimento, l’ambizione, la violenza, il potere, il denara.. Più che altro, si mostra un mondo. Anzi, no, si mostra una nazione, un popolo, uno Stato. Che vive e prospera, che ha le sue leggi, i suoi valori, la sua polizia, la sua giustizia, la sua economia, il suo modello educativo, la sua politica, la sua questione immigrazione, la sua questione ambientale, la sua previdenza e la sua assistenza.  Uno  stato completamente diverso dal nostro, uno stato che non è assolutamente anarchia, anzi è fortemente regolato e autoregolante su scala rigidamente gerarchica, un modello di efficiente organizzazione dell’amministrazione. Uno stato completamente avulso dal nostro modo di pensare cosa sia  uno stato, eppur è reale, esiste è concreto e prospera. A questo punto ripensi ai sottotitoli, che non fanno altro che sottolineare la diversità di quello stato dal nostro. Poi capti delle parole in italiano e ti accorgi che ti eri dimenticato che quello stato camorristico , magistralmente rappresentato in questo film, non solo esiste ma è vicino, opera non distante da noi, fa affari probabilmente anche nella nostra regione. Quello strano diversissimo stato è qui, e il grande valore di questo film è proprio nella sua capacità di toglierci le fette di prosciutto davanti agli occhi.

 

I peli sulla lingua

In questi periodi in cui le voci fuori dal coro sono sempre più rare, pubblico qui un intervento del direttore del Vernacoliere Mario Cardinali (chi non sa cosa sia il Vernacoliere ‘azzi suoi, non sa cosa si perde) sul tema di cui tutti parlano adesso. Non che lo condivida al 100% ma l’omologazione del pensiero e la globalizzazione delle opinioni mi terrorizzano molto di più del pakistano che gioca a cricket in un parco.

Le radici dell’insofferenza e dell’intolleranza vengono certo da lontano. Ma anche da un passato assai più vicino.
Mi ricordo negli anni ’70 – tanto per restare al nostro piccolo mondo provinciale, alla nostra piccola Livorno che si vantava un tempo d’esser nata da un convivente crogiolo d’etnie diverse, comunità diversa anche per questo dalle storiche identità toscane – un gruppo di persone inferocite per la strada contro due zingarelle sorprese ad aggirarsi fra alcune modeste palazzine d’Antignano, dove c’era già stato qualche furto. Se non urlavo io dal terrazzo contro chi gli stava già mettendo le mani addosso e gridava “zingari maledetti andreste ammazzati tutti”, non ci sarebbe stato tempo d’aspettar la polizia.
E mi ricordo poi – una ventina d’anni fa, quando ancora gl’immigrati a Livorno non eran così tanti – una vecchia popolana nella centralissima Via Grande, rivolta a me che passavo, dopo uno sguardo d’evidente diffidenza a un indiano col turbante che transitava anche lui di lì: «Ma l’ha visto?! Io ni darei fòo, a questi musi neri!» Aggiungendo, a me che le chiedevo risentito se le avessero fatto qualcosa: «No, ma dé, io ‘un li posso soffrì!»
A Livorno, mica nella padania della Lega. Che non c’era ancora ma poi si è ben nutrita per il suo successo elettorale anche di questo piccolo passato, di tanti piccoli passati vissuti un po’ dovunque nel paese tutto, fino a ingigantirli oggi in una generale psicosi di quotidiano allarme fra la gente, tutta pronta a sentirselo cantare come il pericolo più immediato e grosso, questo sbandierato dilagare di furti e di scippi e di rapine e di prostituzione riconducibili all’immigrazione, accompagnati talvolta da omicidi atroci.
Nel paese dove le mafie camorre e ‘ndranghete e corone unite hanno ammazzato e ammazzano diecine di migliaia di persone da una vita e da una vita trafficano in colossali intrecci di politica e d’affari. E da una vita non ci si allarma per quest’immensa criminalità che s’è impadronita anche militarmente di regioni intere, già dominate amministrativamente, come invece ci s’allerta oggi contro l’immigrato in generale e contro il rom in particolare (lo zingaro che già il nazismo metteva nei forni crematori) e perfino contro il lavavetri e contro il mendicante, che loro non delinquono ma stanno fra i piedi tutti i giorni.
E magari sarà anche per questo, per la paura di poterselo ritrovare ogni giorno per strada o all’uscio il microcriminale o il poveraccio, per il doverlo vedere accampato sotto i ponti o in altri miserabili tuguri assieme a tanti clandestini che non ce la fanno a pagarsi un affitto con la miseria che gli danno a lavorare in nero, e tutta quella miserabilità disturba e offende le coscienze nostre, sarà anche per questo che tanta gente oggi plaude alla destra di governo che appronta leggi ed emana decreti “decisivi” contro i diversi di pelle e di cultura. Oltre che di possibilità di vita.
E plaude con un odio di fondo così chiaro, questa gente, esplicita la sua soddisfazione con un’insoffernza di così grottesca esibizione (“la festa è finita” di Gasparri, per esempio), si autocelebra con la xenofobia così trionfante di gente come Calderoli e Borghezio e Gentilini e di tant’altri tipici esponenti della Lega, che non c’è da stupirsi troppo se a Verona per esempio hanno potuto e possono continuare a celebrarsi pubbliche esibizioni di svastiche e d’altri simboli nazisti, fino all’assassinio di quel giovane ammazzato da alcuni naziskin che tuttavia i conniventi anche istituzionali voglion far passare per bulli o per normali delinquenti come altri.
Né ci può meravigliare più di tanto se fra quanti a Ponticelli hanno assaltato e bruciato un campo di nomadi c’è stato anche chi ha urlato che la camorra invece è sana, la camorra aiuta a far vivere la gente.
Ché ci si è messa anche la camorra a dar manforte al potere ufficiale, nel generale bisogno di pulizia che ormai pervade ogni italica coscienza. Di gente alla quale, se poi sostieni magari l’illogicità di tanto odio per i poveracci in un paese di morti di fame certificati da redditi sotto la soglia di sopravvivenza – e sono redditi in gran parte di agiatissime persone che ben esibiscono lusso di case e d’auto e di viaggi – ti guarda come a dire “non siamo mica scemi”.

Strascichi

Fermo da sabato scorso, ancora. Il mal di schiena che sentii alla partenza, acutizzarsi di un processo di indolenzimento in corso da qualche giorno ma che non mi impedì di portare a termine la prova, mi ha fatto penare non poco. Per fortuna ora va molto molto meglio. Domattina farò un pò di trekking. Poi vediamo, ma che nervoso però. A saperlo arrivavo fino a Faenza

Considerazioni sull’allenamento per l’ultra e il trail

E così ho fatto la mia prima ultramaratona. In gara si sa si possono pensare alle cose più svariate. Io,  aparte maledire schiena e ginocchio destro e a concentrarmi sul paesino successivo, facevo alcuni considerazioni tecniche sulle caratteristiche principali che servono per fare questo genere di gare. Ho letto ed apprezzato il lavoro di Speciani sull’argomento però testare con le proprie mani cosa vuol dire correre una ultra è altra cosa. Va da sè che il termine di paragone principale che ho è il trail. Che però presenta caratteristiche diverse. In ogni caso sono considerazioni personali , molto da verificare, ma non credo di esserci andato tanto lontano.  in sintesi:

– potenza lipidica. nelle ultra si sa che è fondamentale poter correre in condizioni di scarsa disponibilità di scorte di glicogeno. ovviamente confermo questo punto. nel trail è altresì importante ma in quest’ultimo ci sono situazioni dove per la difficoltà altimetrica o per le caratteristiche del fondo perde di significato: dove è difficile nel trail si viaggia a carboidrati e poco altro. si può quindi dire che nel trail serve di più la capacità di recupero, nell’ultra la regolarità del ritmo e la economicità/efficienza di corsa. come dire, nel trail si procede a picchi di richieste energetiche intervallati da pause, nella ultra su strada la richiesta è costante

– richiesta organica: nel trail proprio per il discorso "picchi" diventa essenziale sia la gestione alimentare (senza carbo in salita non vai manco a spinta) che comunque è tale pure nell’ultra perchè in genere si corre di più, sia la gestione della crisi (in una discesa trail ti puoi anche risparmiare e riposare). in generale nel trail può anche capitare di dover avvicinare la soglia anaerobica e quindi anche di dover essere in grado di riassorbire velocemente il lattato. ciò implica quindi allenamenti differenti, generalmente con minori stimoli per l’ultra

– questioni alimentari: fondamentali in entrambe le discipline. la bevanda zuccherina si conferma l’alimento principe , da assumere in grandi quantità. talvolta può capitare di sgranocchiare cose dolci , l’importante è che siano digeribile. un pò di esperienza in allenamenti lunghi è importante farla per capire cosa riusciamo a ingurgitare

– tecniche di allenamento: ovviamente diverse data la natura del fondo e la generica differenza di dislivello che c’è. per me in comune non devono neanche avere la durata degli allenamenti e tantomeno la distanza. il motivo è semplice: lo stress osteo-articolare e muscolare indotto da una corsa di 5 ore è ben diversa se fatta su strada o su trail. nel primo caso lascia segni inequivocabili e il rischio di starsene fermi a riposo vari giorni, nel secondo sono talmente ridotti i problemi a giuntere e muscoli da potersi permettere anche di ricominciare quasi subito. quindi la volta che preparerò il passatore come si deve mi concentrerò sì su allenamenti tosti su strada ma non su distanze esagerate. lasciandomi i lunghissimi da farsi in ambiente naturali, su sentiero o strade bianche
un altro aspetto da tenere in considerazione: in una ultra è fondamentale essere abituati a correre in condizioni difficili di grande stanchezza e scarsa efficacia muscolare, e anche questo aspetto deve essere assolutamente allenato (idem nel trail ovviamente, dove anche in condizioni difficili può capitare di dover fare salti, scalini ecc) . c’è da dire che per l’ultra va ricercata la grande economicità e fludità di corsa e quindi occorre evitare lavori mirati alla ricerca di maggiore forza ed elasticità. nel trail occorre invece trovare una buona quadratura tra le 2 cose dato che sono necessari entrambi

– aspetti mentali. qui forse non c’è tanta differenza. gli aspetti fondamentali restano i soliti: capacità di affrontare e gestire crisi e momenti di difficoltà, tecniche per la suddivisione della gara in tappe successive e traguardi intermedi che diventano di volta in volta l’unico obiettivo, capacità di estraniarsi dalla gara e dalle sensazioni di fatica e dolore per rifugiarsi in un mondo interiore , anche per raggiungere una buona facilità  ed economia di corsa 

 

La mia notte del Passatore

E nel giorno dei miei primi 20 anni di corsa, mi sono cimentato con la mia prima ultramaratona. Saltato un trail di 60 la settimana prima mi sono deciso ad affrontare questa prova alla 100Km del Passatore, fra l’altro come allenamento per altri futuri impegnativi appuntamenti. Per qualche giorno ho giocherellato con l’idea di puntare all’obiettivo grosso di Faenza ma poi ricordandomi che ho solo una preparazione trail ho deciso più ragionevolmente di accontentarmi di un traguardo intermedio. I giorni della vigilia passano con una strana sensazione, il mio cervello è ormai drogato di trail e so bene che correre sull’asfalto mi creerà non pochi problemi anche a livello mentale.
Per giunta, la mattina della gara ho un matrimonio di due cari amici, e la cerimonia si chiude a sole 2 ore dal via. Di corsa in centro di Firenze a ritirare il pettorale, ma sbaglio piazza per cui devo farmi 2Km con lo zaino strapesante in spalla, e fare tutto di corsa. Avverto qualche dolorino alla schiena, mi cambio deposito il borsone sul pullman che lo porterà sul percorso e mi dirigo al via. Altro nervosismo perchè il gps tra gli alti palazzi fiorentini non prende e quindi parto senza riferimenti sul ritmo. Ma quel che è peggio sono i primi passi di corsa, la schiena è bloccata e i glutei urlano di già, ma sono appena partito! Mi sento a rischio ma ormai sono in ballo e mi metto a correre molto lentamente con grande tranquillità. Le piogge degli ultimi giorni han portato molta umidità e per la legge di Murphy è anche uscito il sole. Recupero qualche posizione in salita, saluto vari amici runners fiorentini e inizio la calda impennata per Fiesole. Contrariamente alle mie intenzioni non cammino bensì corro lentamente ma in maniera accettabile, intanto la schiena non dà grossi problemi. Inizia il lungo tratto di falsopiano verso la prima asperità, Vetta le Croci. Ho un ritmo regolare e tranquillo e mi permetto di godermi il panorama, in lontananza il mio adorato monte su cui faccio le sedute trail. Le campagne sono verdissime e vive, per l’acqua piovuta e il sole che illumina a festa questo ultimo giorno di maggio. La Vetta le Croci è uno stadio naturale del podismo, saluto vari amici che sono ad ammirare il passaggio e proseguo verso la discesa che punta il Mugello. L’aria si fa più fresca e la schiena non dà eccessivi problemi, solo un fastidio continuato anche se temo futuri irridimenti ai glutei. Arrivo a Borgo San Lorenzo, saluti e sosta in bagno e si riparte per l’avventura, anche qui grandissimo e caloroso pubblico. Inizia quello che mi rendo conto è il vero Passatore , gli anni passati mi ero fermato dopo un terzo della distanza ma la vera gara inizia ora, la salita verso il valico appenninico sotto un gran sole che illumina le bellissime campagne, le conosco come le mie tasche ma il loro fulgore riesce ancora a sorprendermi, mentre al nostro fianco passa il trenino per Faenza che certo sarebbe comodo prendere. Comincio a sentire i primi acciacchi a parte un pò di comprensibile stanchezza: sapevo che il ritorno all’asfalto avrebbe potuto essere deleterio per le mie articolazioni ed infatti comparire un malevolo dolorino a un ginocchio che compare ogni volta che riprendo a correre dopo un tratto di marcia. La salita è leggera ma occorre risparmiarsi e pertanto è normale camminare ogni tanto. Supero il paesino di Ronta dopo oltre 4 ore ed alla Madonna dei 3 fiumi si esce dalle campagne e si entra nella zona più boscosa, nelle aspre vallate appenniniche. E la salita si fa più dura e camminano quasi tutti. Nella gola scavata da un torrente di montagna supero il cartello che indica la maratona, sono passate 4h37′ e sono a 500metri slm. Da qui inizia l’ignoto, ho corso anche per durate più prolungate ma qui sul duro asfalto è altra storia. Il ginocchio in salita, dove occorre spingere e sfruttare ogni tendine per fare forza, fa un pò male ed è un peccato perchè mi sento bene per il resto. Per fortuna ora fa fresco e mi godo questa magnifica foresta, questi maestosi alberi che ci sovrastano. La pendenza cresce costantemente ed il peggio deve arrivare: ma mentalmente reggo bene nonostante non sia un momento facile, ed ecco a un tratto sento un rombo giungere da dietro: eccola, l’Official Car che come programmato giunge nel punto dove il gioco si fa duro, nel borgo di Razzuolo,  dove la salita tocca il suo tratto peggiore ma rinfrancato dall’ammiraglia che da quel punto in poi mi assisterà me ne frego e corro anche nei punti più duri, approfittando dei momenti di riposo per addentare mele secche e ingurgitare litri di cocacola. Siamo vicini alla vetta, la strada esce dalle gole e si vede in lontananza il Mugello, sopra di noi un cielo sereno illuminato dal luminoso tramonto. Ultimo Km di salita in scioltezza accompagnato dall’amico Jack di supporto ad altri. 48° Km, passo della Colla, valico appenninico, 940 m slm. Finisce la salita, tutti si cambiano mangiano riposano ma io mi fiondo in discesa pregando affichè la schiena non faccia i capricci. Mi avevan detto che la discesa è peggio della salita, effettivamente si va veloce ma la fatica è tanta e comincia a dolere ogni cosa, piedi unghie muscoli. Le gambe non sono più reattive e la salitina nel paesino di Casaglia mi manda in crisi, subito passata per fortuna. Tutti si cambiano ma io non sento freddo e continuo con la canotta traforata e i pantoloncini. La discesa si fa più tosta ma per me è una benedizione ed infilzo una serie di vari Km molto veloci volando da un tornante ad un altro. Il cielo intanto si è scurito , i boschi si sono ingrigiti, i contrasti si fanno attenuati: cala l’oscurità, inizia la lunga notte del Passatore immersi nella solitudine appenninica e nel frinire dei grilli. 55°Km, ormai è buio e i concorrenti ora ricercano anche la visibilità. Un osservatore esterno vedrebbe così dall’alto una interminabile processione di puntini luminosi in movimento in mezzo ai boschi della zona. Come lucciole in un prato, come quelle tante che vediamo dalla strada.La mia corsa prosegue, supero il 55° Km e riesco a correre sempre e di buona lena. Temevo dolori muscolari lancinanti come nel finale di una maratona e invece le grane peggiori le ho a livello articolare, un altro paio di unghie sono andate e dolgono, i piedi li sento irrimediabilmente gonfi. Immerso nella notte del Passatore entro in una mia dimensione zen cercando di non pensare alla difficoltà ma proseguendo concentrandomi sulla luce della mia lampada frontale davanti a me che illumina gli altri che supero con facilità, il più è fatto e passato Crespino inizia l’ultimo tratto, meno in discesa e forse più impegnativo. Intuisco che i concorrenti intorno a me continueranno fino a Faenza e ciò mi rinfranca, io mi posso permettere di spingere di più. 60° Km, ai ristori ne approfitto riposarmi e camminare qualche passo mentre bevo sali the e cola. Osservo e tocco con mano quello che mi avevan detto essere la lunga notte del Passatore, un’occasione di festa per queste zone lontane dalla frenesia della pianura, la lunga notte si esprime in questi bambini che continuano a darmi il cinque che ricambio con gioia, gente sconosciuta che fin da Fiesole ci ha incitati dal primo all’ultimo e che ho sempre ricambiato con un segno della mano o un sorriso. Qui in questa notte senza luna ai ristori accendono falò, gruppi di ragazzi cantano e suonano chitarre , si cuociono cibi, c’è un gesto di coraggio e di ammirazione per tutti. La mia astrazione continua, la strategia mentale di suddividere la prova in tappe successive e pensare solo al prossimo paese che avrei incontrato ha funzionato facilmente, riesco a non sentire fatica, sento che mancano pochissimi Km e lascio la libertà all’Official Car che mi aspetterà al traguardo. Macino km e avversari, termino l’ultima discesina osservando da lontano le luci di Marradi. Ormai ci sono e riesco anche a fare una volatina. A Marradi c’è festa, il paese in piazza a festeggiarci, termino fresco e sento che c’erano anche le energie e soprattutto la forza mentale per continuare. Ma è bene essere parchi e moderati, non serve fare il passo più lungo della gamba: la schiena da fermo duole da matti e mi accontento di quello che ho fatto, la mia prima ultramaratona di 65Km in 7h19’conclusa con sensazioni eccelse e con la sicurezza di aver dimostrato a me stesso di poter gestire anche queste distanze, queste situazioni, anche questo tipo di gare con tutte le difficoltà che comportano.
Finita la gara avverto in un istante tutto il freddo dell’umida notte appenninica. Il tepore dell’auto mi riscalda mentre torno verso casa, rifacendo a ritroso il percorso. Osservo la processione dei concorrenti e delle loro frontali, provando una immensa solidarietà ed ammirazione per questi coraggiosi, capaci di sfidare la lunga notte e la durezza della montagna e della distanza. Miei compagni di Passatore, sicuramente il prossimo anno o quello dopo ancora sarò con voi, a tenervi compagnia lungo tutta la valle, verso il comune traguardo che ci attenderà e che attraverseremo colmi di faticosa gioia.