Riflessioni sulla tragedia in Apuane e il rispetto della montagna

La sera dopo la Skyrace delle Dolomiti stavo guardando la TV in albergo e sono venuto a scoprire della tragedia accaduta alla Skyrace delel Apuane, svoltasi lo stesso giorno.  La notizia mi ha shockato ,  l’aver corso proprio 1 anno fa quella gara e pensare che su quel medesimo percorso una persona aveva perso la vita mi ha fatto riflettere molto. Sui giornali poche notizie, così quando sono tornato dalle ferie ho girovagato in rete per trovare info di prima mano, sapendo che molti avrebbero fatto quella gara. Giro così molto specie sui forum Spirito Trail ed Adrenaline Channel… leggo molte cose, da  considerazioni sulla estrema pericolosità di certe gare a dubbi su quanto i concorrenti erano stati informati di cosa sarebbero andati ad affrontare, da perplessità sulla presenza di postazioni di soccorso a valutazioni sulla responsabilità degli organizzatori, fino a considerazionidel genere "non si può morire mentre ci si sta divertendo" (perchè, mentre si sta lavorando o guidando un’auto, sarebbe più logico ed accettabile?) Penso sia complicato affrontare l’argomento con serenità e pacatezza, però qualche valutazione mi sento di farla
i. una gara che si chiama Skyrace, in cui alla partenza si avvisa che non saranno rose e fiori, che ci sono sentieri attrezzati con corde fisse ecc, non è per tutti! Ciò magari è opportuno che sia ricordato su volantini e all’atto dell’iscrizione (perchè gli ignoranti ci sono) ma "skyrace" è diverso da "mezza maratona". Si potrebbe dire che gli organizzatori in generale non dovrebbero andare a caccia di  partecipanti in gare come queste cercando di non attrarre il podista "classico" da strada.
ii. per quello che vidi l’anno scorso, la gara delle Apuane pare ben organizzata, con i punti difficili e potenzialmente pericolosi ben evidenziati e i soccorsi facilmente allertabili.. Certo che sulle Dolomiti
è tutta un’altra cosa ma non c’è tutta questa differenza. Casomai, c’è da dire che sono gare in cui l’imprevisto è sempre in agguato magari sotto la forma di tempo inclemente, vento nebbia temporali ecc. Ecco, fare una skyrace sotto la pioggia non credo proprio sia il massimo… e il rischio di scivolare sulle pietre penso sia non trascurabile, specie per gli inesperti. Però questo può valere anche per tutte le corse in natura, anche in certi trail ci sono dei punti magari non proprio sicurissimi, in cui se cadi (e si sa che può capitare facilmente) un minimo di rischio c’è sempre
iii. da quel che ho letto, il povero Bordignoni che è deceduto è incappato in un incidente banalissimo per cui ha battuto la testa dopo esser caduto e poi è scivolato in un pendio ripido sulla stradina sul versante sud della Pania, e neanche in un punto con le corde. E questo nonostante sembra che addirittura avesse provato il percorso una settimana prima, da quanto ci tenesse. Una banale caso di fatalità, che potrebbe praticamente accadere a chiunque in un ambiente montano. In questi giorni di vacanza in montagna compravo il Corriere e nell’edizione locale non passava giorno in cui non si parlasse di qualcuno del luogo morto in montagna magari mentre era a cercare i funghi, tutti ovviamente "pratici del luogo e dell’ambiente". La società moderna non riesce semplicemente a concepire il concetto di fatalità proprio in quanto imprevedibile e difficilmente contrastabile. Il destino invece, da che mondo è mondo, è imprevedibile e purtroppo sovente beffardo e troppo spesso tutte le precauzioni del caso divengono inutili
iv. trovo ridicole alcune considerazioni sull’assurdità di quanto successo. l’incidente in un ambiente montano può sempre accadere, a chiunque, questo magari tendiamo a dimenticarlo, specie noi runners immagino, possiamo (anzi, dobbiamo!) prendere tutte le precauzioni del caso per limitare la probabilità di un evento
v. infine, chi va in montagna dovrebbe imparare prima a conoscerla, ad apprezzarla, a rispettarla. Non è un ambiente facile e banale, tutt’altro. Per questo dico che le skyrace ed anche i trail non sono per tutti. Sono in primis di chi ama quell’ambiente, quel genere di gare, quel modo di correre, e lo accetta. E accetta la montagna, e la rispetta, non solo evitando di gettare i rifiuti ma anche e soprattutto  premunendosi contro tutto ciò che può accadere, che sia evento atmosferico o incidente o crisi di fame o approvvigionamento di liquidim, e riesce capire quando è il momento di correre e quando invece meglio camminare per evitare rischi inutili.
Ciò non vale solo per chi corre in montagna. E’ di alcuni giorni fa la notizia di un altro grande incidente sul K2, dove erano saliti molti sprovvisti dell’adeguata esperienza/acclimatamento. La montagna non perdona, se non la rispetti lei non rispetterà te.
C’è da dire però che la montagna, degna di massimo rispetto e a cui occorre approcciarsi con grande umiltà, ripaga con grandi emozioni. Tanto da essere per certuni uno scopo di vita, per altri solo una grande passione. Ecco perchè mi fanno ridere certe considerazioni di certuni che dicono " ma cosa
ci vanno a fare in montagna?!?" che sia per correre o per scalare un 8000, purtroppo parlare di ciò che non si conosce è una pratica estremamente diffusa.
Nella vacanza dolomitica appena effettuata ho visita to molti rifugi nella zona tra Sella e Sasslong, in molti c’erano foto con dedica del da poco scomparso Karl Unterkircher, disperso sul Nanga Parbat: in alcuni rifugi i gestori avevano acceso un piccolo cero accanto alla foto e tutti i clienti vi rivolgevano uno sguardo. Non credo si possa definire "assurda"  quella morte. Era una persona conscia dei rischi che andava ad affrontare, era nel suo ambiente naturale seppure in condizioni difficili, la montagna era la sua vita seppur pericolosa. Rileggo anche stasera le parole di Unterkircher e mi commuovo anche io
Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c’è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio e se ci chiama dobbiamo andare. Sono cosciente che l’opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: “Cosa sono andati a cercare là? Ma chi glielo ha fatto fare? Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama!”

Quando i media si inventano la notizia

Leggetevi il diario di Nones e Kehrer di ritorno dal Nanga Parbat.
Commovente la scoperta della morte del loro compagno più esperto, del loro leader. Commoventi i loro ricordi, le loro riflessioni.
Incredibile il loro racconto quando dice che non avevano chiesto aiuto, che anche i famosi viveri e gas per sciogliere la neve li hanno abbandonati perchè non ne avevano bisogno.
Comincia qui il nostro calvario mediatico. Non avevamo capito il casino che era scoppiato in Italia. L’avessimo saputo non avremmo telefonato da lassù. (Walter e Simon)
In pratica, i media hanno gonfiato la notizia della tragica fine di un alpinista facendola divenire una tragedia del soccorso di 2 sventurati che invece avevano ancora energie e lucidità per farcela da soli.
Ma farsi i cazzi propri, eh?!?
Ma si sa, la montagna assassina fa sempre notizia.