Nascita di un campionissimo

Solo 2 volte durante queste Olimpiadi mi sono alzato di notte per ammirare qualcosa: prima la Pellegrini reduce da una disfatta sui 400, e fu oro. Venerdì scorso metto la sveglia alle 4,30, c’è la 50Km di marcia. Mi sono sbilanciato prima dei Giochi, avevo dato Alex Schwazer come la medaglia d’oro più probabile dell’intera spedizione azzurra. Poteva essere una gufata pazzesca. Non lo è stata.
Scoprii Schwazer come tutti nel 2005, ai Mondiali di Atletica: un giovane ragazzo di 20 anni appena che eccelle nella gara più lunga, 50 Km di marcia, e conquista il bronzo. Cominciai a seguirlo sui giornali, su internet, come ogni appassionato di sport segue i propri campioniù: ci si informa di prestazioni, risultati, forma. L’estate scorsa ero in vacanza a Vipiteno. In auto salivo spesso al Passo Giovo, e passavo quindi per quello che è il suo paesino, Calice: un minuscolo gruppetto di case in alta quota, in mezzo a boschi e pascoli. Sapevo che era di quel paesino, e invidiavo la sua fortuna di nascere in un luogo tanto meraviglioso e colmo di pace. In una terra dove l’Atletica è disciplina seria e praticata, e infatti sempre di lì è la Silvia Weissteiner. Ai mondiali di un anno fa purtroppo Alex paga l’inesperienza tattica, conquista il bronzo ma invece di essere contento è rammaricato per non aver valutato correttamente le proprie forze. Ma, da grande campione in nuce qual è, dice che nessun allenamento gli può insegnare quello che ha compreso quel giorno, cosa che ripeterà anche dopo Pechino sostenendo che senza errori non si impara mai. Quel giorno, Alex inizia la sua gara per la medaglia d’oro. Che, come giustamente ripete a poco pratici giornalisti, la si conquista in allenamento e non solo il giorno in cui la si assegna. Dicevo che avevo pronosticato la sua sicura vittoria. Ma lo sport è tragico e impietoso, la sera prima leggo queste bellissime toccanti  parole di Alessio, un appassionato di Atletica come me:

A Cles, paesino della val di Non, in trentino, fa già fresco di sera, il 21  agosto. Me ne dimentico sempre, e anche stasera, salito lassù col mio gruppetto di  ragazzi per il tradizionale meeting che la locale società organizza sempre  dopo ferragosto, ad un certo punto mi sono dovuto far imprestare una giacca della tuta da un altro allenatore, che come me dava indicazioni sulla  rincorsa del lungo, forniva passaggi ai mezzofondisti, caricava le quattrocentiste sempre tese prima del loro "giro della morte". Sul logo della giacca la scritta SC Meran. Lui, l’allenatore, è Hans Ladurner. A 70 anni suonati, è da una vita il guru della marcia a Merano. Lui, previdente, era in giacca a vento, e mi ha prestato la sua divisa sociale. Eppure… Eppure non era Hans Ladurner quello che ho visto stasera a Cles. O almeno  non era quello che conosco da 25 anni. Questa sera Hans Ladurner era un fragile, piccolo allenatore che sta per  vivere il suo personale redde rationem. Hans stasera era un emozionatissimo signore che sta per passare le 4 ore più  lunghe della sua vita. Perché Alex Schwazer è una creatura di Hans Ladurner,  e quella sua creatura stanotte insegue Il Sogno. Lo conosco, Hans Ladurner: stanotte passerà 4 ore a marciare in casa sua, a  bestemmiare e bere vino davanti alla televisione, cercando di infondere, a  chilometri di distanza, qualche stilla di energia nel suo pupillo. Ho invidiato Hans stasera. Ho invidiato la sua professionalità nel seguire  tutti i suoi atleti, anche i bambini della categoria esordienti, con una  parola, con un "Hopp, lauf, lauf, lauf!". Ho invidiato il suo sogno, lo ammetto senza pudore. Chissà se un giorno un atleta che ha cominciato nella mia piccola SAF Bolzano inseguirà anche lui Il Sogno… Ci siamo salutati guardandoci, senza dire niente. Ho sentito il suo cuore che già batteva a mille. Se sarà, 30 secondi dopo l’arrivo so che riceverò un sms. Forza Alex. Marcia e insegui il tuo sogno. E se possibile, coronalo per il piccolo, vecchio, mitico Hans.

Venerdì notte quindi mi alzo trepidante: accendo la TV, Alex è in testa. Il resto è storia. Meno storia, e meno scontato, è il dopo la gara. Quel pianto, quell’emozione, il ricordo del nonno, l’assoluta mancanza di banalità, l’orgoglio, il senso del sacrificio. Il ribadire di essere pulito, il lavoro duro come unico mezzo per raggiungere il successo. Anche nella Videochat della Gazzetta risulta simpatico, vitale, mai scontato, come quando ammette di preferire Baldini a un Bolt o a un Phelps, il Baldini sconfitto del 2008 non quello vincente: perchè per lui come per tutti i veri sportivi non conta vincere, ma conta solo dare il massimo e anche di più. Dopodichè, si può solo essere orgogliosi e soddisfatti di se stessi.

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