Georgia tra Russia ed America

Ci ricordiamo tutti che ad agosto ci fu la brevissima guerra tra Russia e Georgia. Una cosa di pochi giorni, entrata nelle TV degli italiani di straforo, compressa com’era tra le vacanze ferragostane e le appena inaugurate e festeggiate Olimpiadi. Una guerra breve ma che come tutte le guerre hanno lasciato dietro morti, disperazioni, distruzioni e nuovi scenari politici ed economici. La Georgia è un piccolo stato montuoso ma anche bagnato dal Mar Nero sembra lontana anni luce da noi ma è molto molto più vicina di quanto non creda. Perchè è in un luogo strategicamente importante, dove per millenni sono passati popoli e conquistatori ma dove adesso transita il prezioso – per noi Europei – gas proveniente dall’Oriente. E perchè questa guerra disegna ed apre scenari inquietanti per il futuro. Perchè dimostra che il pacioso orso russo si è risvegliato dal letargo post-sovietico, che vuole ancora continuare a giocare la carta dell’imperialismo russo. Si è accorto che i suoi antichi stati amici e vassalli come appunto la Georgia o l’Ucraina o le repubbliche baltiche flirtano oppure si amano alla follia con l’antico rivale americano. Il quale è a sua volta entrato a gamba tesa in una questione apparentemente lontana da casa propria (dove, si vede in questi giorni, avrebbe cose un pochino più grosse cui pensare) ma che lo riguarda da vicino in quanto mette in gioco alleanze amicizie nel grande gioco a scacchi planetario. Ecco quindi i timori di Polonia e paesi baltici per le voglie espansionistiche russe, le tentazioni ucraine sull’aderire o meno alla Nato a dispetto di Putin e dei filo-russi che stanno ancora lì (come disse qualcuno, l’Ucraina è più russa della Russia: ma sarà ancora vero?), nel mezzo la solita imbelle Unione Europea che non sa cosa fare tutta divisa al suo interno, e il solito Berlusconi che solidarizza con l’amico-viveur padrone di tutte le Russie.
Nulla di nuovo sotto il sole, insomma: un’altra immensa partita a Risiko, complicata dai sempre più aggrovigliati rapporti politici mondiali tra le vecchie e nuove superpotenze. Nel mio piccolo ignorante modo di vivere la tendenza è quella di un mondo sempre più incasinato, con la Russia forse più vicina all’Europa specie per le note questioni del gas e dall’altra parte sempre migliori rapporti tra USA e Cina.
Tornando alla guerra in Georgia, per capirla un pochino meglio consiglio di leggere il bellissimo reportage giornalistico di Jonathan Littel pubblicato domenica scorsa su Repubblica: qui si può scaricare il PDF , chi è bravo col francese lo legge qui .  Littel fa del vero giornalismo, senza prendere posizioni preconcette – a differenza di un altro reportage letto ad agosto, di Bernard Henry Levi , ben più partigiano – mostra le crudezze delle guerra, parla coi politici con la gente comune e coi soldati, evidenzia sia la prepotenza dei carri armati russi sia la folle ebbrezza dei georgiani convinti di stroncare i resistenti (comico che in rete si trovino commenti che invece parlino dell’articolo come estremamente di parte, e per giunta filoamericano: d’altronde Littell, autore del romanzo Le Benevole, è uno che si trascina dietro luoghi comuni discussioni accese e dispute varie, come è logico che sia per uno capace di dipingere con maestria la banalità del Nazismo).
Insomma la pace nel Caucaso è lungi dal tornarvi: nuove Cecenie e Nagorno-Karabah potranno sempre esservi. Ancor peggiore è la situazione con la Russia, e a questo proposito consiglio il bel numero speciale di Limes sull’argomento. L’editoriale è uno splendido riassunto della situazione , gli articoli e le cartine geografiche sono , oltre che un ottimo esempio di giornalismo politico, anche una favolosa rappresentazione delle forze e degli umori in campo.

Aggiornamento: molto interessante anche l’articolo ad ampio raggio di Sergio Romano di oggi sul Corriere: l’ex ambasciatore sembra abbandonare il suo classico aplomb e attacca duramente gli ultimi anni della politica americana (oddio, come sparare sulla croce rossa in questi momenti)

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