Vigilia dell’ennesima maratona

Ho fatto due conti, domani sarà la mia decina maratona di Firenze, con un best time di 2h57’43" (che poteva essere migliore: venne dopo 10 giorni di stop per uno scontro contro una bici nelle famigerate Cascine) e un peggior tempo di 3h33’48, , che però fu anche la mia maratona più regolare in assoluto.
Sono passati 15 anni dal mio esordio sulla distanza, il 5 dicembre 1993. Credo di aver superato ormai le 25 maratone, incluse le eco- . Niente male, per chi allora vedeva i 42195 metri come qualcosa di irraggiungibile e straordinario. Sarà per questo che per domani non ho nè molta voglia, nè molta emozione. In più, dicono che diluvierà. Prenderò quello che viene, ma un 3h29′ mi riterrebbe soddisfatto.

Cerchiobottismo

Favoloso nel finale dei Vicerè televisivi: nel comizio conclusivo il protagonista infila una serie di "…ma anche…" che nemmeno il miglior Veltroni. Lo prendono in giro pure nelle fiction, non ci bastava la satira. Però rende l’idea di un paese andato avanti per secoli sempre con un colpo a destra e uno a manca, col bastone e la carota. Forse siamo noi italiani che siam fatti così, e vogliamo e possiamo essere governati solo in questa maniera.

Viva la neve!

Peccato ci sia giusto ora la maratona di Firenze sennò era d’obbligo un bel trail bianco, rigorosamente con ghette e copertissimi ché fa un freddo cane. Stamani panico per le strade del Mugello, la gente comune appena la natura alza un filino la voce va in grossa crisi. Ora però vado a montare le gomme invernali pure io.

PS
goduria fantastica vedere le webcam abetonesi per non parlare di quelle in Fassa tutte con un bel manto bianco da mostrare.

Il trail è differente

Vedo solo ora questo video di YouTube:

Chiunque abbia concluso una maratona avrà sorriso, chi non l’ha mai corsa avrà dei dubbi in più, i sedentari scuoteranno la testa in segno di disapprovazione. Però dico io, dopo un trail – diciamo una ecomaratona, o una skyrace – non ho mai visto nessuno ridursi così. Addirittura mi è capitato di fare una gara 2 giorni dopo una eco, con dolori zero e brillantezza massima. Ho persino il dubbio che anche una ultra su strada causerebbe meno dolori di una maratona. Gara che continuo a ritenere durissima, proprio perchè si corre al massimo senza soste o pause o momenti in cui riposarsi.
Insomma, passate al trail che dopo si soffre meno!

Cosa si vede?

Configurare un blog su Splinder è un casino: dato che emme mi dice che si vede all’inizio solo una immensa sezione bianca, proverò a riconfigurare i CSS che stanno alla base della pagina. Intanto, chi trova qualcosa di strano tipo questo vuoto in cima alla pagina faccia un fischio…. cioè lasci un commento
Ciao ciao

Impressioni dalla Scarpirampi

Domenica scorso in occasione della gara mio padre si è un pò sfogato facendo fotografie sia della competizione che dell’ambiente circostante. Della gara ho parlato ieri, inutile aggiungere altro. L’ambiente non sono solo boschi e fango. La partenza come ho detto era nella zona nord di Prato, dove finisce la pianura e inizia una stretta valle, dominata da un lato dalla ripida collina dove sorge il mausoleo di Malaparte, dall’altro dalla Calvana, massiccio montuoso che separa il pratese dalla zona fiorentina. La valle si incunea stretta verso l’Appennino, come mi ricordava tempo fa il babbo ci passavano pure etruschi e romani di qui per valicare i monti e andare in Emilia, infatti il valico sopra Vernio è il più basso dell’Appennino settentrionale. La stessa gara percorreva in alcuni punti tratti di una antica via probabilmente medievale, come tante ce ne sono nelle campagne toscane, in punti dove in genere ora ci sono boscaglie e sterpi. La valle del Bisenzio risentiva della principale attività economica del pratese, il maggiore distretto tessile italiano almeno prima della crisi della globalizzazione. E risalendo il Bisenzio in fondovalle ancora oggi si notano begli esempi di architettura industriale, vecchi edifici in muratore che anticamente ospitavano cartiere e industrie tessili. Oggi ovviamente tutti in disuso: e ricordano solo i tempi andati, simbolo di una economia che ora non c’è più. Punteggiano ancora il fondovalle, creando una contrapposizione tra essi e la ricca vegetazione boscosa della valle. Ecco un pò di foto, sportive e non.
 L’album fotografico intero lo si vede cliccando qui.


Partenza

Bisenzio a Prato, riflessi sull’acqua

Bisenzio a Prato

Chiesa di Montecuccoli

Architettura a Vernio

All’arrivo

Panorama a Vernio

Scarpirampi! Finalmente

Ci sono gare che sogni di correre da tempo, qualcosa te lo impedisce per anni fino alla volta in cui ce la fai, hai l’occasione: finalmente mi sono tolto un sassolino e ho partecipato alla Scarpirampi. Gara anomala e unica, la si corre a coppie in cui si parte assieme e con una mountain bike a disposizione: alle coppie la scelta se alternarsi o limitarsi alla proprio disciplina, cosa che fa la maggioranza. Enrico ed Alessandro, compagni d’allenamento dei miei migliori anni podistici , usavano correrla assieme, alternandosi alla guida della bici e mi raccontavano spesso della preparazione, delle salite micidiali, del terreno infido, del ritmo infernale da tenersi per quasi 30Km, di un sano agonismo che la animava, e non può essere altrimenti visto che c’è un susseguirsi di sorpassi continui tra podisti e ciclisti. Il problema per molti è trovare il compagno e stavolta grazie a una generosa botta di culo riesco a conoscere un altro Alessandro, ciclista sestese con cui ci siamo annusati e conosciuti lo scorso 1° novembre , abbastanza per scoprirci atleticamente compatibili e una condivisa passione per lo sport nella natura. Ed eccomi così a sabato sera, con quella positiva ansia pre-gara, quell’eccitazione che regala un sorrisetto un pò ebete sulla faccia,  quella pignoleria nel preparare la borsa e gli indumenti da indossare.
La giornata, dopo le piogge e il vento degli ultimi giorni, è limpidissima: una enorme luna mi saluta augurandomi buona fortuna uscendo dal portone di casa: in auto, da lontano gli Appennini si stagliano all’orizzonte maestosi. Periferia nord di Prato, dove la pianura finisce e inizia la stretta valle del fiume Bisenzio. Numerosi ciclisti già in sella, tanta eccitazione in giro: noi podisti e i biker sembriamo guardarci incuriositi, sbircio le robuste bici che ci accompagneranno in questa tranquilla gita domenicale per i boschi della valle e su verso i 1200 metri di dislivello positivo,
per fortuna il tempo ci dà una mano dopo i diluvi settimanali, peccato per il vento che raffresca molto e mi costringe a usare i guanti. Si parte per una stradina stretta, l’asfalto lascia subito lo spazio a una carrareccia molto rovinata dove i biker soffrono da morire. Tocca fare lo slalom tra le bici ferme, qualcuno fora sui sassi taglienti, uno smadonna a bordo strada per aver rotto la catena, quasi tutti sono costretti a spingere il mezzo… io intanto salgo su in tranquillità, ho paura di seminare il mio compagno: altri se ne fregano e sembrano partire troppo forte. A 300 metri di quota prima discesa, molto tecnica e sassosa fino al guado del Rio Buti – luogo magnifico e buio-  altra salitella e inizia il tratto più rognoso per chi corre: i 6Km di falsopiano , di cui 2 su asfalto, dove le bici ci seminano. Procedo con tranquillità aspettando il mio compagno d’avventura, non posso rischiare di arrivare in anticipo al primo controllo dove dobbiamo transitare assieme – già, c’è anche questa difficoltà che impone una tattica accorta. Proprio a 200 metri dal controllo Alessandro mi raggiunge, attardato dalle code in salita, meno male temevo avesse forato, mi porge da bere e riparto stavolta a tutta per non costringerlo a una lunga attesa al controllo n.2. Ora spingo forte (si fa per dire) cercando comunque di conservare energie per il resto della gara: vedo diversi podisti davanti, li uso come lepri e ne raggiungo diversi, tutto sommato ero partito davvero con calma. Nella foga riesco comunque a guardarmi attorno: alla mia destra nell’ombra, ripida svettante e boscosa, la Calvana, alla sinistra al sole il Monte Javello, la valle del Bisenzio punteggiata di case nel verde-marrone dei boschi autunnali, sterminate distese alberate che salgono su verso il crinale appenninico. Finalmente sono qui, a correre questa gara e mi voglio godere ogni cosa, ogni panorama, ogni stilla di fatica: il tempo passa veloce e non guardo mai il cronometro. Continuo i sorpassi fino al 9° Km dove inizia la salita più tosta: passiamo il controllo e via verso l’alto! Ora è il mio compagno biker in seria difficoltà, siamo in un gruppone coi ciclisti che arrancano, ruote che slittano e catene che scattano, i podisti che camminano o corricchiano quasi riposandosi. Sassi, ancora sassi grossi ed acuminati sulla carrareccia che sale, cacciatori e motociclisti che ci accompagnano. Sulle ripide pietre le ruote scivolano e costringono a mettere i piedi a terra: raggiungo il mio compagno , lo sento col fiatone e stanco tirando su il suo gioiellino. Colpito dal senso di comunione nella fatica che prende chi corre in compagnia: una bici in due pesa la metà e quindi agguanto il sellino e spingiamo il mezzo , che a farlo in due il peso si sente per metà. Finisce il bosco e arriviamo ai pratoni che caratterizzano il crinale. Passiamo assieme il controllo n.3, la salita continua per un sentierino sassoso, stavolta abbandono Alessandro che tanto mi raggiungerà e inizio a fare il mio dovere: ora tocca al podista farsi valere. Arrivo tranquillo all’Aia Padre, vetta della gara coi suoi 800 metri, inizia il crinale per lo più erboso, tutti saliscendi continui, falsopiani fangosi,discesine brevi ma difficili dove prendo l’abbrivio e sorpasso altri concorrenti. Nei momenti di calma mi godo la pace del luogo, la bellezza dei panorami col Mugello e il lago di Bilancino alla destra che si vede brillare in mezzo ai rami dei pini. Il percorso prosegue ,sempre tosto con queste brevi salitelle che tolgono il fiato, fino  all’ingresso in un bosco di castagni dove inizia la discesa per il borgo di Monte Cuccoli, ripida e interamente coperta da subdole foglie. Altro controllo, molte bici sono ferme al centro assistenza, noi proseguiamo verso una nuova salita.  
Passato il 20° Km la fatica inizia a farsi sentire, ma il peggio deve ancora arrivare: il sentiero di crinale si fa più stretto e soprattutto è tutto una immensa pozzanghera! Una quantità di fango mai vista prima, nemmeno nei peggiori trail invernali, l’acqua gelida come il marmo nasconde una profondità da fossa delle Marianne, le scarpe si trasformano in un due scuri pesanti blocchi di fango. La cosa peggiore è il dover saltare da una pozza all’altra, calibrare ogni salto per non finire sul fango più scivoloso, zompare sugli argini ai lati e chinarsi nel sottobosco unico modo per valicare dei veri e propri laghetti. I ciclisti sono maschere di fango, e anche io ne sono ricoperto fino ai capelli. Mi sento tanto un cinghiale che razzola nel fango, come loro non provo tanta simpatia per i cacciatori che affollano questi sentieri: in questo luogo selvaggio, lontano da strade case e motori, dove anche una semplice pozza di fango ti può mettere in difficoltà, io mi sento così tanto a mio agio, nel mio elemento naturale. E’ il momento più duro, i salti ripetuti sono una tortura per i muscoli già stanchi, e arriva anche l’ultima salita per l’ultimo controllo, molto ripida , ovvio.
Mancano 3 Km, sono a 600 metri di altezza e in basso lontana si vede San Quirico di Vernio. C’è ancora un ultimo sforzo da fare. Ultimo punzone sul pettorale e giù, Alessandro mi porge l’acqua e mi saluta , mi aspetterà all’ultimo Km. Il sentiero svolta a sinistra, abbandona quello di crinale e si lancia in una discesa di pietre nascoste da 10 centimetri buoni di fogliame marcio, su cui i miei zatteroni di fango scivolano via e mi esibisco in scivolate degne di un equilibrista. Per fortuna è tutto ben segnalato, brevi tratti di falsopiano erboso in cui provo a lanciarmi, poi un ultimo pezzo tecnicissimo: non un sentiero ma un budello, il letto di un ruscello, pietroni scivolosi levigati dall’acqua alternati a terra foglie e fango, rimanere in piedi è esercizio sopraffino e frenare sarebbe pure peggio: è il mio ambiente trail preferito, la discesa più difficile, servono concentrazione agilità e lucidità.
Dura poco, peccato, ecco l’ultimo Km e l’asfalto per fortuna sempre ripido e tortuoso che le mie gambe non reggono più e i polmoni sono messi pure peggio. Vengo sorpassato, ma sono solo ciclisti in avanscoperta che non possono tagliare il traguardo , io invece sì che posso, trovo Alessandro e passo l’arrivo con un sorriso misto a una smorfia. Mio padre mi fa una foto ma non riesco a guardare l’obiettivo, il poco fiato serve tutto per tossire e stendermi al suolo – mi capita rare volte, solo nelle gare in cui do tutto e non mi rimane nulla.  Il tempo finale di 3h02′ non mi pare male per le mie attuali condizioni. Steso sul lastricato del centro di Vernio mi godo il sole ammirando i boschi che circondano questa stretta vallata, meno fresco del solito per le consuete chiacchiere post-corsa. I ciclisti tendono a fare i complimenti ai podisti  perchè in effetti siam quelli che fan più fatica, infilano i piedi nell’acqua fangosa e ghiacciata, devono mantenere lucidità per gestire lo sforzo e affrontare il fango e le discese, ma mi sento di fare i complimenti a tutti perchè finire questa gara in buone condizioni non è da poco e anche chi usa la bici deve comunque saper gestire le proprie forze, saper soffrire in salita e saperla condurre lungo i sentieri e le discese.

Ormai sono 20 anni che corro: trovare una gara nuova, capace di regalare sensazioni ed emozioni diverse, è sempre più difficile. Quell’esplorare il mondo del podismo, conoscere e partecipare a nuove competizioni, fare nuove esperienze, è un desiderio di molti appassionati. E’ esplorazione appunto di nuovi luoghi, osservare nuovi panorami, guardare il mondo da nuovi punti di vista: ed è soprattutto esplorazione di se stessi, curiosità di provare sempre nuove sensazioni , emozioni, aspirare a conoscere nuove e diverse esperienze di fatica.  Questa gara, impegnativa come un trail di cui ha piena dignità, ne regala in abbondanza. Sia per il correre in compagnia sia per la bellezza selvaggia dei boschi che attraversa. E una volta finita lascia quel senso di nostalgia, hai faticato ma anche gioito e già ti manca: e dopo aver sognato di concludere la Scarpirampi per anni, ora penso al prossimo anno, alla prossima occasione di un viaggio nella natura e in me stesso. Per intanto ringrazio il mio compagno di avventura Alessandro, che non sa il valore del regalo che mi ha fatto, sperando chissà in una prossima volta da Prato fino a Vernio.

Traccia GPS
http://www.giscover.com/tours/tour/display/4433

Tre Ville

Erano anni che non correvo il trofeo 3 ville. Infatti cade sistematicamente il giorno della maratona di Livorno che spesso correvo. Quest’anno no, mi ero un pò stufato di Livorno e quindi ho approfittato di questa gara. Anni fa si inerpicava per i colli fiorentini, quelli più aspri verso nord-ovest. Ora invece presenta due giri quasi uguali. Ma l’attrattiva principale della gara è il poter correre nei due parchi delle ville medicee di Castello e della Petraia. La prima è attualmente sede dell’Accademia della Crusca, la secondo è una maestosa villa che domina la piana nord di Firenze. Entrambe sono dotate di ampio parco, suddiviso in una parte rinascimentale e una boscosa (la terza villa, la barocca Corsini, ha solo un parco rinascimentale e non viene toccata all’interno). Partenza dalla sede dell’atletica Castello, si corre il viottolone di Castello , giro del quartiere e via dentro il parco. Salita ripida, poi passaggio in quello della Petraia e durissimo tratto "trail" ripido e umido, si scivola. Discesa dentro il parco, di nuovo nelle stradine del quartiere di Quarto e poi inizia il secondo giro.
Bello, era una giornata fresca e soleggiata, tanti concorrenti, docce calde, percorso notevolissimo. Ultimamente avevo poca voglia di correre, credo colpa dell’ora solare e del buio fitto che trovo la sera; invece oggi mi è tornata tutta insieme. Mi è tornata voglia di trail , di ultramaratone, ma anche di gare corte come questa dove si dà tutto. In realtà non ho dato tutto e ho chiuso in progressione ma con margine, e direi anche in una posizione migliore di quanto gli ultimi pessimi allenamenti veloci potevano far presagire.
Domenica Scarpirampi, il finale con la bici a farmi da lepre in discesa saràì durissimo : prevedo di finire felicemente stramazzante al suolo.

Indovina chi viene a cena

E così come immaginabile ha vinto Obama, come tutto il mondo sa dopo la valanga mediatica che si è scatenata (oddio, i sondaggi avevano sancito unanimi la vittoria da tempo e chi non era convinto poteva scommettere su McCain: così perdente che era quotato ben 11 volte la posta giocata!)
Tanto è stato scritto sulla vittoria di Obama. Il momento è stato indubbiamente una di quelle cesure nette che la Storia, in genere un divenire continuato, ogni tanto presenta. Tanto importante che contrariamente al mio essere animale diurno ho atteso oltre le 4 per andare a letto, a gustarmi non certo le pallosissime trasmissioni italiane bensì la CNN live via web, oltre a tutti i siti di informazione. L’electoral speech di Obama l’ ho letto il giorno dopo , e lo considero veramente notevole sia pure intriso di quella retorica che un discorso di tal portata mediatica deve comunque avere (lo potete scaricare qui se sapete un pò l’inglese, si capisce benino , il testo in italiano o in inglese si trova facilmente ). Qualche altra considerazione :
– la portata storica dell’evento è stata ben descritta da molti osservatori. Le statistiche degli exit poll hanno dimostrato che Obama ha vinto in tutti i gruppi (tranne i maschi  wasp), come dire che l’insieme delle minoranze è maggioranza. Qualcuno ha scritto che non è solo una vittoria della minoranza dei discendenti degli schiavi  – anche perchè la cultura e la formazione di Obama è "bianca" come "bianco" era il protagonista del film citato nel titolo del post- , quanto una vittoria del melting pot, del multiculturalismo e della società multietnica , un destino inesorabile per tutti i paesi occidentali.
– oltre a ciò, cioè l’essere andati oltre la propria storia, gli americani hanno mostrato una propensione al rischio alla modernità e all’innovazione che gli altri popoli non hanno. Nel loro patrimonio di contraddizioni hanno conservato una democrazia imperfetta ma sempre più moderna di altre. Tocqueville  l’aveva descritta quasi 2 secoli fa quando era forse l’unica al mondo, ma da allora è rimasta sempre la più avanzata per molti aspetti (raccapricciante su altri , non a caso fin dall’inizio nacque con la questione schiavitù, come per sua natura riesca ad entrare in contraddizione). In quale altro paese al mondo il figlio di uno studente immigrato può essere cittadino ("in italia Obama attenderebbe ancora la cittadinanza" ha detto la scrittrice Toni Morrison), accedere alla migliore università legale del paese pur da piccolo borghese e laurearsi cum laude, e poi fare in un lampo carriera politica e divenire l’uomo più potente del pianeta? la mia risposta è: in nessun luogo. E nemmeno in Europa al momento avrebbe chance di divenire primo ministro il figlio di uno dei molti immigrati. La differenza sostanziale – che l’America è per definizione terra di immigrati – è chiara. Ma non solo questo, il sogno americano di diventare qualcuno pur partendo dal basso ha un fondamento reale fondato sulla meritocrazia che impera in tutti i campi dal lavoro alla scuola alla politica.
– l’impatto mediatico della vicenda è incredibile. I TG sembrano in preda ad una esaltazione senza precedenti, Obama sembra un messia che viene e promette miracoli. Io invece temo proprio il fatto che difficilmente potrà mantenere non le promesse quanto le aspettative dei tantissimi. E ho dei dubbi sulla consistenza politica : si vedrà. Intanto a suo favore depongono sia la carriera scolastica e politica, sia la cultura e la lucidità che fa trasparire. E soprattutto quelle capacità oratorie, quel carisma e quella leadership che non avevo mai osservato prima in un politico. In chi può riguardare le immagini di Grant Park durante il discorso da presidente eletto, potrà notare come la gente pendesse letteralmente dalle sue labbra, come l’entusiasmo e la devozione che scatenava siano senza limiti, come la gente urlasse all’unisono quel "yes we can" così come a messa si dice un amen. Neanche una star del rock o un campione dello sport, veramente incredibile. Credo che specialmente qui in Italia Obama sia sopravvalutato, e a quanto si legge molte idee che forse metterà in pratica sono cose già viste.
– non sfugge comunque il fatto che la sua vittoria sia un simbolo. Di democrazia, libertà, opportunità, Senza contare il fattore storico e razziale si intende. Ma c’è altro, non solo il cambiamento implicito nel colore della sua pelle. A chi dubita della portata dell’evento, o anche solo pensa che i terroristi da ora sono più forti, basta evidenziare queste parole di Obama: "the true strength of our nation comes not from the might of our arms or the scale of our wealth, but from the enduring power of our ideals: democracy, liberty, opportunity, and unyielding hope". Non è solo retorica, c’è un messaggio dietro, non interno ma esterno all’America
– a noi italiani invece questa elezione riserva una mazzata gigantesca. La distanza tra la classe politica nostrana e quella americana pare ora siderale. Sia per la giovinezza del vincitore, sia per le parole veramente patriottiche e leali dello sconfitto (potremmo chiedergli se si accontenta di governare l’Italia, ma non credo sia masochista), sia per questa passione positiva che abbiamo visto tra la folla di Chicago, ben diversa dalle manifestazioni lamentose e colme di invettive che ci sono da noi fisse. In capo all’aver realizzato la pochezza dei nostri politici, è arrivata la gaffe che tutti conosciamo. Ormai ci siamo così abituati a cose del genere che poco ci facciamo caso: io infatti faccio caso sia al caso esagerato di una parte, sia soprattutto alla difesa d’ufficio veramente indifendibile degli yes-man del cavaliere, servi sciocchi per cui il loro capo è intoccabile e guai a chi protesta. E dietro il difendere quella battuta non c’è solo servilismo e partigianeria: c’è quell’inconscio razzismo, quella insita diffidenza verso il diverso da cui difficilmente ancora ci libereremo per un paio di generazioni ancora
– un ultimo appunto: Obama ha usato potentemente il web, non solo per raccogliere fondi ma, da vero profeta del web 2.0, per organizzare e mettere in contatto i diversi gruppi di sostenitori staff e volontari. Non solo, ha usato il web sia per veicolare sapientemente il messaggio sia per consolidare la propria immagine anche con immagini familiari . In questo ha apportato una ulteriore innovazione, anche perchè è stato il primo presidente a citare internet nel suo discorso, ed è da segnalare la definizione che ne ha dato, "a world was connected by our own science and imagination" – creatività, immaginazione, fantasia, comunicazione, collaborazione. Internet è soprattutto ciò, ed è veramente moltissimo.

Casa Bianca

La corsa alla Casa Bianca sta terminando, è allo sprint finale. Tra poco sapremo, anche se i sondaggi non lasciano tanto spazio a risultati dalla parte di McCain.  Però il fatto che sia candidato un senatore di colore sta facendo sorgere dubbi in molti persino su valanghe di sondaggi favorevoli. Vedremo, certo che se Obama non vincerà ci potrebbe essere persino il rischio di sommosse popolari nei ghetti neri (comunque cito Severgnini: finchè non lo vedo non ci credo). C’è da considerare il fattore razziale: in un senso – più o meno latente razzismo – o nell’altro – politically correctness, razzismo alla rovescia. C’è chi dice che sia il colore stesso della pelle di Obama a garantire il famoso Change, non i suoi discorsi. E ci sta sia vero. Comunque i sondaggi parlano chiaro: se confrontiamo lo stato dei sondaggi all’antivigilia di 4 anni fa con i dati di  ieri si nota che più di tanto i numeri non possono cambiare.
In ogni caso, facevo ultimamente riflessioni su come il voto americano viene percepito oltreoceano. Se persino l’Economist ha fatto un sondaggio a livello mondiale su chi preferirebbero tra i due candidati, allora vuol dire che l’esito di queste elezioni riguarda davvero un pò tutto il mondo.  E non è scontato che in fondo le cose cambiano poco tra un candidato e l’altro. Perchè certe scelte influenzano il destino di molti.  Su moltissime scelte ad esempio un Al Gore eventualmente eletto 8 anni fa al posto di Bush avrebbe preso le stesse decisioni dell’altro (penso ad esempio alla guerra in Afghanistan). Ma su alcune – significative – tipo la guerra in Iraq o certe scelte ambientali – è lecito immaginarsi che sarebbero state opposte. E sono scelte che coinvolgono anche noi non americani. Non a caso quindi queste elezioni sono molto seguite sui nostri telegiornali: onestamente, in maniera molto approssimativa visto che vengono citati solo pochissimi dei tanti poll su base nazionale che vengono fatti. E praticamente mai i vari poll più importanti che sono quelli a livello di singolo stato dell’unione. Questo a ribadire come l’informazione televisiva di massa (tipo TG serali di praticamente tutti i canali) sia ormai solo una blanda ed offuscata rappresentazione della realtà (figuriamoci della verità).

P.S.
Qualcuno si potrebbe chiedere come mai mi interesso tanto delle elezioni americane. Beh, in primis sono affascinato da certi meccanismi della politica, di quanto sia correlata con la demografia (non che mi piaccia). Poi , ho grande stima per gli USA, per come concepiscono il liberismo – un mercato libero guidato da poche regole ma univoche, non quel caos all’italiana che c’è qua – , per come esaltano sempre sopra tutto la meritocrazia. E in ogni caso… C’è chi dice che il nostro stesso posto di lavoro, nella globalizzazione odierna, non dipenda più da quanto si decide all’ultimo piano del nostro ufficio, o in un palazzo di Roma, ma magari in una sala riunioni di Shangai o New Delhi. O in uno Studio Ovale a  1600 Pennsylvania Avenue Washington DC.

Primo novembre

Dopo giorni di pioggia intensa di fine ottobre, è iniziato novembre. Il mese che . da meteoropatico quale sono, meno mi piace , ma che esorcizzo correndo in genere molto, anche al buio (però certi allenamenti serali con pioggia e buio pesto farebbero passare la voglia a molti…). La mattina regala un cielo parzialmente sereno, caldo umido , solo qualche nube. In auto mi dirigo con calma – dopo una colazione troppo leggera – all’Ulivo Rosso, ristorante che se ne sta proprio all’attacco delle salite più dure verso Monte Morello. Arrivato in anticipo, faccio 10′ di riscaldamento poi incontro il mio compagno di mattinata: Alessandro, con la sua mountain bike. Ancora non siamo riusciti a scoprire quale catena di amicizie-colleghi di lavoro sia riuscita a farci conoscere, ma ora siamo qui per provarsi in corsa a coppie come sarà nella gara tra 15 giorni. Subito si abbandona l’asfalto e andiamo verso le cave della TAV. Al primo bivio imbocchiamo una strada forestale che sale su bella pendente. Come previsto Alessandro rallenta e sale molto lentamente, lo aspetto e cammino a buon passo. Si sale molto su un terreno per lo più di foglie e ghiaia, agevole comunque. Pur in salita riusciamo a chiacchierare agevolmente, abbastanza per capire che siamo entrambi molto sportivi, appassionati di montagna, adoratori della fatica dura e delle difficoltà. Intorno ai 400 ritrovo un sentiero a me già molto noto, un paio di tornanti molto duri e poi spiana. E’ veramente molto molto umido , la vegetazione è bagnatissima, per fortuna direi dopo mesi di siccità.

Arriviamo alla Fonte dei Seppi, per me il tratto più facile – quello dopo potevo camminare e risparmiarmi – è finito , ora c’è il lungo falsopiano che porta alla Selletta e qui la bici è molto avvantaggiata. Ok, sta a me e tiro fuori tutto. C’è un gran silenzio, rotto solo dal nostro ansimare, quando non riusciamo a sfogare la nostra logorrea. Il sentiero finale che porta alla Selletta è ripido e roccioso, le rocce bagnate e saliamo con tranquillità, il mio compagno anche con la bici in spalla. In vetta alla Prima Punta troviamo altri escursionisti con cui ci fermiamo a chiacchierare delle strade che abbiamo fatto e che prenderemo: vista notevole, cielo un pò più coperto, ma fascinoso. La discesa diretta sarebbe improponibile senza una bici da downhill quindi il mio collega mi fa conoscere la bella discesa verso Poggio Trini. Slalom continuo tra i piccoli lecci, continue frenate della bici sul fango e il fitto fogliame, non pensavo comunque che mi potesse seminare, sono a tutta e mi lancio e mi semina. Finisco anche a terra , mi rialzo e riparto. Poggio Trini è un bel pratone, il sentiero diventa meno ripido ma sempre molto tecnico: salti, roccette, buche, erba, foglie, radici. Ritorniamo alla fonte dei Seppi dove mi fermo a bere, sono un lago di sudore e ho fame. E dobbiamo ancora scendere molto. Alla Torre di Baracca prendiamo un sentiero a me ignoto, verso il Piazzale Leonardo. Infatti sale leggermente, una serie di favolosi falsopiani in un sottobosco. Nel bosco di sempreverdi sotto il Piazzale inizia la discesona, molto tecnica nella prima parte su sentiero stretto, poi più ampia e veloce. Si finisce dopo non so quanto in una valle rocciosa , il torrente Zambra a secco mostra il suo alveo roccioso. Dopo una serie di salitine rieccomi all’auto. Un ottimo allenamento davvero, il mio compagno non mi ha atteso più di tanto e mi fa pure i complimenti che contraccambio per la notevole velocità che aveva in discesa.