L’inesorabilità della montagna

Si dice che la montagna, così come il mare, esigono rispetto, competenza, buon senso. Spesso non basta nemmeno questo. Da appassionato di sci ho sentito un pò di brividi nel leggere questi racconti, pubblicati qui e che riporto , per come sono magistralmente scritti. Per il senso della insignificanza dell’uomo di fronte alla natura
http://www.nazioneindiana.com/2008/11/09/il-giorno-della-valanga/
(riporto il racconto del sopravvissuto, al link quello del soccorritore)

Il giorno della valanga

Chi disse “preferisco aver fortuna che talento” percepì l’essenza della vita (Woody Allen – Match Point).

Quante volte un minuscolo evento casuale può cambiare il corso della nostra vita? Come la pallina da tennis che prende il nastro può ricadere indifferentemente al di qua o al di là della rete, determinando l’esito della partita, così un minuto, un centimetro, una parola, a volte sono la differenza tra riuscire o fallire,vincere o perdere, vivere o morire. Certo, il blocco di neve che si stacca proprio quel giorno, proprio in quel momento, proprio in quel punto, non lo posso considerare un evento fortunato. Sarebbe bastato un altro minuto, forse mezzo, e sarei stato oltre. Se solo non mi fossi attardato a sistemami la linguetta dello scarpone, o avessi adottato un’andatura un po’ meno turistica. E d’altro canto se sono qui a scrivere, anche se un po’ acciaccato, è solo per un insieme di circostanze talmente fortunate da far pendere il bilancio della giornata decisamente a mio favore. Innanzitutto il mio compagno più vicino, pochi metri avanti a me, per fortuna (sua e mia) viene coinvolto solo marginalmente ed ha, evidentemente, l’autosoccorso nel sangue. L’istante in cui mi sento toccare la gamba destra è per me il segno che la pallina da tennis è finita dall’altra parte. Prima non avrei scommesso un euro sulla mia sopravvivenza. E poi il fatto di essere l’unico travolto di un gruppo numeroso, esperto ed attrezzato che può dedicare, e le dedica, tutte le sue energie al mio disseppelimento. Fossimo finiti sotto in tanti, o fossimo stati in pochi, chi può dire come sarebbe andata. Forse anche la polizza sulla vita sottoscritta poche settimane prima. Avevo insistito perchè fosse rimossa una clausola relativa al caso di morte per congelamento. Metti che finisco sotto una valanga, avevo scherzato con l’assicuratore. Chissà che faccia avrebbe fatto!Ma bando alle ciance, non voglio dilungarmi sulla cronaca, tutto sommato scontata. L’evento valanga, pur con tutta la sua drammaticità, non è descrivibile a parole senza cadere nel banale. Vorrei solo mettere nero su bianco le risposte ad alcune domande che, per il semplice fatto che mi sono state rivolte da più persone, ritengo di possibile interesse comune.Se ho provato a scappare, per esempio. Certo, appena ho visto il distacco, che pure all’inizio sembrava cosa da poco, ho cominciato a risalire il versante opposto con tutta la lena possibile. Ma è questione di secondi, non è che di strada se ne può fare tanta. Magari in fase di discesa ci si può mettere a uovo e tentare una libera alla Hermann Mayer, ma in salita, con le pelli ai piedi, il raggio d’azione è veramente risibile.Se ho provato a nuotare, come suggeriscono di fare. No, non ci ho provato. O meglio, non sono neanche riuscito a pensare di ipotizzare di tentare di provarci. L’onda d’urto che precede la massa valanghiva non ha nulla a che vedere con il vento, neanche con la Bora a centodieci che pure ho provato a Trieste, anni fa, e che mi faceva barcollare, è vero, ma non mi sollevava mica da terra! Dopo lo schiaffo dello spostamento d’aria, con relativo atterraggio scomposto, è difficile fare qualunque cosa. E poi la valanga, la mia valanga almeno (di altre non ho esperienza), non ha niente a che vedere con l’acqua.
E’ come trovarsi all’interno di una gigantesca betoniera: lo stile libero riesce malissimo. La massa ti avvolge, ti impasta, ti disarticola. Già mantenere una congruenza morfologica è un’impresa impossibile, coordinare dei movimenti è pura teoria. Forse varrebbe la pena togliersi gli sci e rannicchiarsi per cercare di salvare gli arti, ma non è detto che così non si finisca più sotto. Comunque, pensare di riuscire a dominare in qualche modo la situazione è per lo meno illusorio.Se ho provato a crearmi uno spazio, una nicchia, una bolla d’aria per poter respirare. Sì, ci ho provato. No, non ci sono riuscito.
Per un attimo ho creduto di avercela fatta. Quando mi sono fermato ce l’avevo. Poi è arrivato il resto della neve con il suo dolce peso da ippopotamo. Non solo si è ripresa tutti gli spazi disponibili: si è anche piazzata sul mio sterno rendendomi la respirazione complicata a prescindere dall’aria disponibile. Se si ha cognizione del sopra e del sotto. No, per niente. Non avrei mai detto di essere praticamente a testa in giù. Dicono di usare la saliva per orizzontarsi, ma questo ha senso solo se hai a disposizione dello spazio per fare qualcosa. Quando sei imbalsamato in un pilone di cemento non è che ti serva molto sapere dove sta il sopra. Se c’è luce. Sì, almeno, giurerei di sì. Non che ci sia molto da vedere, ma la mia impressione è quella che i cristalli di neve davanti ai miei occhi fossero visibili.Se si sentono i suoni. Sì, benissimo anche. Anche da un metro e mezzo sotto sentivo tutto quello che si diceva fuori. Non viceversa, nel senso che fuori non sentivano niente di quello che urlavo io. Strano effetto monodirezionale della propagazione del suono.Se fa freddo. Probabilmente sì, ma almeno nei primi minuti è l’ultimo dei problemi. Poi sì, un freddo becco, ma per fortuna ero giá fuori.Se mi è passata davanti tutta la vita. No, francamente no. L’impressione è quella di non avere pensato quasi niente. Per un po’, forse un minuto, ho creduto di essere spacciato, ma non c’è stato molto oltre questa lungimirante osservazione. L’immagine confusa di mia moglie che spiega ai bambini il perchè e il per come il papà non tornerà più, con l’assurdo sollievo di non essere io a doverlo fare. Un inizio di rassegnazione forse. Poi il tocco magico sullo scarpone e la certezza immediata che ce l’avrei fatta. Da lì tutti gli sforzi si sono concentrati sullo stare calmo, sul respirare piano, sul consumare il meno possibile, sullo stare vivo. Per la proiezione completa della mia vita non c’è stato proprio tempo.Se, infine, tornerò in montagna dopo questa singolare esperienza. E’ la domanda più difficile. Sono talmente lontano dalle condizioni fisiche minime anche solo per salire sul monte San Primo che non provo nessuna pulsione, nè di ritorno nè di ritiro. Cosa mi verrà voglia di fare, quando potrò farlo, non riesco a immaginarlo. Mi si fa notare che si è trattato di un evento non provocato, del tutto casuale, una vera sfiga come si suol dire, e che non posso rimproverarmi nessuna negligenza, nessun azzardo. Cosa vera in gran parte. Certo, se avessi scelto di uscire dal traccione e di passare più sulla sinistra… beh, avrei vinto il premio Nobel della premonizione, ed è solo uno scrupolo di coscienza che, di fronte al danno, mi porta ad interrogarmi sulle scelte improbabili che avrebbero potuto evitarlo. Tuttavia, forse proprio questa valutazione di ineluttabilità mi disturba. Fosse successo mentre, come tante volte, mi assumevo un rischio più o meno calcolato, potrei sempre pensare che, con una condotta più prudente, sarei in grado di aumentare a mio piacere il livello di sicurezza. Se fai una cazzata, dice il saggio, puoi sempre riprometterti di non cascarci più. Invece mi trovo, come unica consolazione, quella di pensare che una sfiga del genere non può capitarmi due volte, cosa del tutto falsa, come il calcolo delle probabilità insegna.Questo per quanto riguarda i motivi per non tornarci. La paura. Poi ci sono i motivi per tornarci. Il divertimento. Fino ad oggi ho sempre vissuto la montagna con serietà ma anche con spensieratezza. Un grande, immane, incommensurabile divertimento. Riuscirei a divertirmi come prima sapendo che a casa c’è una famiglia che conta i minuti alla fatidica telefonata, ok, tutto bene, siamo alla macchina? Fino ad oggi la mia attività montanara è stata, per la mia famiglia, un mero problema di assenza. Ora potrebbe diventare un grosso motivo di stress. Insomma, dobbiamo guarire in quattro da questa faccenda.

In conclusione, l’epilogo.
Come recitano i sacri testi, la probabilità di sopravvivere sotto una valanga è più del novanta per cento nei primi cinque minuti. Mai tempo fu calcolato con più giudizio. Quando vedo un guanto che spazzola gli ultimi strati di neve davanti alla mia faccia sono passati esattamenti cinque minuti, e la mia impressione è che non avrei retto il sesto. Forse solo una sensazione, nessuno potrà mai dirlo. L’immensa goduria di respirare è solo parzialmente mitigata da un dito che mi viene prontamente infilato in bocca alla ricerca di corpi estranei, come da procedura. Pare che la mia prima richiesta sia stata quella di levarsi dai testicoli, non in senso figurato ma strettamente fisico. D’altro canto non dev’essere facile capire come sono posizionato, mezzo Heather Parisi e mezzo Misery Non Deve Morire. A partire dalle angolazioni improbabili degli arti inferiori i miei testicoli potrebbero trovarsi dovunque, dunque è ragionevole che qualcuno, nell’ansia totalmente condivisibile di salvarmi la pellaccia, ci si sia piazzato sopra. Vedo facce di compagni che credevo molto più indietro. Avranno preso uno skilift, viceversa non mi spiego come possano essere già qui. Il resto è un walzer di scavi archeologici, teli termici, elicotteristi acrobatici, medici sans frontier, barelle, ambulanze, freddo, felicità, dolore fisico come non mai. Mi concentro sulla linda stanza d’ospedale dove, prima o poi, dovrei approdare per un meritato riposo sotto cospicua dose di antidolorifici. Un miraggio per il quale ci vogliono circa quattro ore, in gran parte spese per tirarmi su la temperatura da trentuno ai trentasei e mezzo regolamentari. Quando alla fine mi sparano nel calcagno il ferro per la trazione mi avvisano che mi farà un po’ male, ma a me sembra poco più di una puntura di insetto. Ormai ho la soglia del dolore tra Rambo e l’Uomo Chiamato Cavallo. Finalmente, verso le quattro, il sogno si avvera: sono in una linda stanza di ospedale con una pera di allucinogeni da 500cc appesa alla gruccia della flebo e non sento alcun dolore. E’ il 25 Aprile, giorno della Liberazione. Da quest`anno, per me, non solo dai Nazisti. (Roberto Cotti –Rolly)

Un pensiero su “L’inesorabilità della montagna”

  1. Fa riflettere, fa molto riflettere!

    Io sono nata e vivo in montagna, i nostri nonni e genitori ci hanno sempre insegnato.. “La montagna non perdona nemmeno i grandi esperti alpinisti”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *