Finisce gennaio

A dicembre la forma era zero, solo voglia di ricominciare. E’ passato un mese, ma posso dire di aver ricominciato. Nonostante il lavoro mi prenda come poche altre volte, e sarà così fino a luglio, sfruttando una palestra vicino all’azienda sono riuscito a riprogrammare il mio piano di allenamento includendo molte sedute nelle ore centrali. Utilissime anche se brevi, al massimo 45′ ma io avevo un disperato bisogno di aumentare la mia velocità o potenza aerobica che dir si voglia. E devo dire che ci sto riuscendo: lo vedo dalla piccole cose, ad esempio da come vado meno lento del solito nei kilometri di riscaldamento, nei tratti di recupero, e anche da come sono veloce nelle ripetute. Insomma, in un mese sto riprendendo, a dispetto di 1-2K in più rispetto agli ultimi anni. Ottimo, direi: certo è una premessa, il lavoro duro sarà nei prossimi mesi. Intanto ora mi riposo, e mi attende una settimana bianca da urlo con il record di neve da 2-3 decenni: domani sarò a Pozza di Fassa, all’insegna di una settimana tutta sport freddo neve e montagna. Poi, si ricomincia.

Quando avrà finito, preghiamolo di venire in Italia

In vari post nei mesi passati ho scritto delle elezioni americane e della vittoria di Obama. Come anche i sassi sanno ormai, l’altro giorno ha giurato e ha fatto il suo discorso presidenziale. Direi quindi che è il momento di fare delle valutazioni anche su questo discorso. O quantomeno , sui tratti più interessanti. Discorso sicuramente retorico, un pò pomposo: nulla di strano , sei diventato presidente degli USA, l’uomo più potente del mondo, hai davanti 2 milioni di persone (ma la questura di Roma diceva solo 100.000, nota ironica): ovvio che vuoi colpire il cuore degli astanti, più che la mente. Discorso infarcito di citazioni bibliche e invocazioni divine: ovvio, sui dollari hanno scritto "In god we trust" non a caso. A questo proposito, è interessante questo articolo sulla presenza della religione in politica in USA e in Europa.Ora il neopresidente verrà messo alla prova, e si vedrà. Qualche piccola traccia però l’ha lasciata in questo discorso, abbastanza per fare delle valutazioni.
In primis, il riferimento alla politica della speranza invece che della paura. E’ un punto fondamentale: pensiamo a cosa erano gli USA e il mondo tra 2001 e 2004, e cosa sono oggi. La paura, tanta che c’è stata allora, non è servita a niente. Se non a generare un clima più teso tra i vari stati e popoli. E’ la sconfessione di anni di politica americana nel mondo. Ma andiamo oltre: aggiungiamoci la considerazione riguardo l’Islam, e le varie religioni presenti negli USA (notare che ha citato prima i musulmani e poi gli ebrei: le parole sono importanti disse qualcosa). Obama tende la mano a un’altra religione, un’altra civiltà, un altro modo di pensare, che è ed è stato al centro delle crisi politiche e militari recenti. Non che ne avesse bisogno, il multiculturalismo è presente persino nel suo nome, ma è andato oltre: dice chiaramente al mondo islamico che non è tempo di liti e guerre, ma di accordi e percorsi comuni.Non è mica da poco come passo in avanti, verso la pace intendo (speriamo). E anche come dichiarazione di intenti. Sembra assurdo ma solo la sua presenza nella stanza ovale ha provocato messaggi distensivi da parte della (inguaiatissima) Russia, entusiasmo e fiducia nel mondo islamico, la cessazione dell’attacco a Gaza da parte di Israele (a proposito, in questo blog alcune validissime riflessioni), e nuove speranze di disgelo tra USA e Iran.   Sul piano economico c’è poco da dire: c’è grossa crisi, specie negli USA, e la sua sembra più una respirazione artificiale su un malato senza speranze di ripresa (almeno nel breve e medio periodo). Su questo e su altri punti le aspettative verso il nuovo presidente USA sono a livello altissimo: per lui è paradossalmente un dramma: adesso gode di un consenso smisurato ma quando ci saranno momenti meno felici si misureranno i risultati sulle basi delle attese.
Quanto al resto, Obama resta un americano a dispetto del nome: le distanze tra Italia e Europa e USA sono enormi, e sicuramente non ci saranno cambi drastici di politica sia estera che interna sul piano dei diritti civili. Ma i tempi sono così bui che ci potremmo accontentare. Anche perchè in un colpo il suddetto ha inferto un durissimo colpo ai movimenti neo-con, teo-con di oltreoceano, per cui se e quando riuscirà a dare il via libera all’uso delle cellule staminali nella ricerca si potrà dire di aver visto un netto cambio di direzione: che avrà effetti a valanga anche in altri paesi, incluso (spero) nel nostro bigottissimo stato italiano.

Amici Miei, Firenze, vita, gioco, morte

E’ uno dei film preferiti di molti, "Amici miei": non avendo voglia e tempo di scrivere pubblico qui interessanti pezzi di commenti apparsi su un gruppo di discussione fiorentino. Per dire che il cinema non è solo schermo e popcorn

è un insieme di emozioni, come dopo una notte di bagordi non resta solo la stanchezza e il mal di testa, resta anche il pensiero di una giornata per cui è valso la pena vivere.

il succo del film sta tutto nella battuta del Perozzi, riferito al figlio: "non ho mai capito se son più bischero io che prendo la vita come un gioco, se è lui che la prende come una condanna ai lavori forzati , o se lo siamo
tutti e due"

Avevo tredici anni quando l’ho visto la prima volta, ed era la Firenze che avevo sotto gli occhi in quel preciso momento. Naturalmente, da tredicenne, non potevo "elaborare" la visione del film come la posso elaborare oggi da quarantaseienne; ci feci la congrua dose di risate, ma un senso di tristezza mi prese anche allora. Istintiva, probabilmente. Dell’oggi non parlo volutamente, anche perché la mia età si sta pericolosamente avvicinando a quella dei protagonisti del film (che sono peraltro quasi tutti morti: Tognazzi, Noiret, Celi, Montagnani, Paolo Stoppa l’usuraio…). Così come non voglio parlare della Firenze "di oggi" contrapposta a quella "di ieri", e quale delle due sia "migliore" o "peggiore". Il tempo se ne va e non lo si riagguanta. "Amici miei" è la storia disperata di un patetico, eroico, carognesco tentativo di riagguantarlo. E’ un film che, in puro stile toscano, ha una protagonista che c’è ma non si vede, sorella Morte; e i mortali provano a farsene beffe, pur sapendo benissimo come andrà a finire. Sembra che, nel progetto originale di Pietro Germi, dovesse essere ambientato a Bologna e che solo per improvvisi problemi l’ambientazione fosse stata spostata a Firenze. Mai improvvisi problemi furono più provvidenziali. Quando si parla della cosiddetta "toscanità", si scorda generalmente una sua componente essenziale, dal punto di vista storico: il rapporto con la morte, che dà al toscano quel suo background cupo e infernale che è lecito forse far risalire addirittura agli Etruschi. Il resto, le battute, la voglia di scherzare eccetera, è il belletto che lo ricopre.  "Amici miei" ha saputo incredibilmente bene tirare via quel belletto e riportare il toscano alla sua nudità.

(nota: scritto in puro dialetto fiorentino)
oh, tanti bei discorsi sulla toscanità, sulla filosofia, sulla patina del tempo e altre allegre amenita’… o gente, e ll’e’ un filme! e per sua natura chi lo vede ci si rispecchia! Se uno gl’abita in un angusto
monolocale verso Novoli e lavora come precario a un colsenter allora guardera’ la parte dove si vede la casa del Mascetti con un occhio differente e dentro di se dirà: guarda questi coglioni che con dieci minuti di film hanno reso appieno l’angoscia del cassintegrato che unn’arriva a fine mese, ecc ecc… quando in realta’ e’ lui che ci vede la poesia o la crudezza; la mamma belloccia ma appassita che si ritrova la figliola non proprio avvenente avra’ un fremito quando sentira’ la vocina nasale che recita "sparecchiavo" e in cuor suo pensera’ che forse una sorte simile tocchera’ anche alla sua piccina, brutta asserpentata. I filmi si guardano ma spesso son loro che vedan noi (Si, ma solo quelli fatti bene come Amici Miei, gli altri film sono orbi , ndr ). Su di me Amici Miei suscita altre sensazioni, mi fa pensare ai miei genitori, a mio padre che quande ci fu l’alluvione abitava a Settignano e prese la sua moto rossa (che io m’immagino tale e quale alla mitica moto del Che, la Poderosa, anche se poi la faceva piu’ fumo che chilometri) per andare a vedere icche gl’era successo e mi raccontava poi che c’erano i divani che galleggiavan dove prima c’erano le strade…alla mi mamma che da piccina la viveva in due stanze in affitto… non una casa di due vani ma proprio due stanze, una in un posto e l’altra distante qualche piano di scale, senz’altro avanzate alle famiglie che avevano gli appartamenti "completi"… per me Amici Miei e’ sentir chiacchierare la mi’ zia Maddalena Nardi che la stava di casa in via del Castellaccio e l’aveva il marito "tramviere" che raccontava i nomi delle strade piu’ strani, per me poi che unn’ero nemmen di Firenze, e per me Via Calimaruzza la c’ha immancabile il sapore delle caramelle Rossana, che la zia si portava dietro SEMPRE. Per me Amici Miei ha lo stesso odore di Firenze di mattina, quando la prima settimana dei settembre o l’ultima di agosto di pigliava il treno la mattina presto presto e si veniva a Firenze a far le compere per la scuola, scorta di quaderni a quadretti perche’ le righe prima bisognava sentire la maestra quale la voleva, e buttar via quattrini per un quadrerno colle righe sbagliate proprio non si poteva, ecco… lo stesso odore di Firenze di mattina appena scesa dal treno e immersa fin’all’orecchi nell’avventura di comprar le gomme da cancellare all’Upimme… vedere quel filme mi riporta in testa i soliti odori, i soliti colori, la solita gente e a seconda dello stato d’animo di quando io lo guardo ci vedo cose differenti, qualche volta spensieratamente noto le meravigliose battute, qualche volta vedo la sedia a rotelle e la tristezza neglio occhi di Tognazzi, qualche volta rido come una pazza quande pintano la torre di Pisa… dipende! Mica e’ possibile guardare un film o leggere un libro sempre nel solito modo, cambiamo noi da una volta all’altra, cambia il film che "abbassa il volume" nelle parti che non si mettono in rilievo di volta in volta, come se seguisse una sua logica, il portare avanti o meno un’idea in quel momento preciso.
firmato: Cristina, ma soprattutto antani

Primo lunghissimo dell’anno

Sveglia tardi, colazione frugale, tempo grigio nebbioso e piovigginoso. Mi vesto da corsa, e parto. Verso nord. Obiettivo, il Passo della Colla. Ho voglia di rifare quella strada che percorsi durante lo scorso Passatore, un lunghissimo soft nelle campagne non mi piacerebbe e non mi motiverebbe. Pioviggina, fa caldo, umido come un bagno turco. Ronta, qui ci sarà il ristoro il prossimo 30 maggio. Vado avanti e i falsopiani tipici mugellani si trasformano in una salita media, continua, in mezzo al bosco, a montagne minacciose come le nuvole. Razzuolo, mancano 4,5Km al Passo, la salita diventa di botto meno dolce e più cattiva, sempre continua, senza tregua. Inizia a comparire la neve lungo strada, soffia un vento cattivo e rumoroso. Fonte dell’Alpe, mi disseto in vista della vetta distante ormai solo 1Km. Ora corro con la neve ai lati, è freddo ma non lo sento. Ecco il Passo, raggiunto dopo 17Km scarsi in 1h51′, niente male, pensavo di dover camminare e invece ho sempre corso in una buona spinta.
Discesa, devo spingere per non sentire freddo. Nuova sosta ad abbeverarmi e giù. Ehi, un podista! Un altro bischero come me, con lo zaino per di più. Istintivamente sorridiamo all’unisono e ci salutiamo, chissà chi è, da dove viene dove va e cosa prepara. In discesa vado senza problemi, ma giunto a Ronta alcune salitine mi mandano in difficoltà, forse sono a secco di zuccheri o più probabilmente la discesa mi ha un pò spezzato le gambe. Continuo imperterrito, fino a concludere in 3h17, quasi 34 Km con 850 metri di dislivello. Stanco, ma soddisfatto. Per un mesetto niente lunghi.

Bilancio corsaiolo del 2008

Finalmente riesco a scrivere qualcosa. Siamo a inizio anno nuovo, e nel pensare a piani ed obiettivi per l’anno che è cominciato è naturale pensare a quel che è stato fatto nel 2008. Scrivevo recentemente sulla mailing list DRS che il mio obiettivo 2008 era concludere un ultratrail. In realtà non mi è riuscito nenche partire, sebbene fossi pure allenato. L’obbiettivo è stato comunque mancato, sostituito parzialmente dall’essere stato finalmente finisher di due ultramaratone (su strada): intermedio dei 65Km al Passatore, e arrivo finale in vetta alla Pistoia-Abetone. In entrambi i casi, afflitto da mal di schiena.  Che dire? Mi accontento, l’arrivo a Marradi ormai a notte, circondato dal buio, dalle frontali degli altri, dalla quiete delle montagne, mi ha fatto esultare ed emozionare come poche volte in vita mia. L’arrivo a Pistoia, in quella che era una delle mie corse-mito , mi ha invece deluso. Troppo caldo, troppo traffico, troppo dura. Era una gara ripiego e non mi ha convinto, sebbene pensi che prima o poi la rifarò con una preparazione più mirata. Non erano tra gli obiettivi ma in questo 2008 ho avuto comunque delle enormi soddisfazioni inaspettate, e per questo ancor più gustose:
– la Traversata dei Colli Euganei, ecomaratona ante litteram , gara favolosa e durissima, affascinante nella sua semplicità
– il ritorno sul Ventasso, con tanta esperienza in più. Si conferma la gara meglio organizzata che abbia mai visto
– la Dolomiti Skyrace, gara che fino a pochi anni fa ritenevo irraggiungibile e per veri superman. Indimenticabile, per la durezza e il fascino del percorso, in quello che per me è un vero luogo dell’anima
– finalmente, la Scarpirampi. Gara durissima per un podista che deve star dietro a un bikers, in luoghi selvaggi ma dietro casa
– non sono gare, ma i Trail Autogestiti del Brasimone, di Capanna Tassoni e delle 5 terre sono stati momenti di corsa, montagna e compagnia notevolissime, sperando di poterle ripetere

La principale nota negativa del 2008 è stato il brusco calo di condizione avvenuto da giugno in poi. Che ancora mi so spiegare male, dovuto un pò ai molti allenamenti o gare di endurance (che pure non mi avevano rallentato fino a maggio), un pò al mal di schiena che mi ha proibito allenamenti seri per oltre 2 mesi. A ciò è seguito anche un calo di motivazioni, concluso solo a dicembre quando si comincia a pensare all’anno nuovo. Questo calo sia di prestazioni che di motivazioni mi fa comunque istintivamente propendere per un giudizio non positivo per il 2008. Che resta però l’anno del mio record personale di Km percorsi in un anno: 2819, oltre il precedente (del 2007) di 2690. Da una parte tale volume si spiega con l’approccio all’ultramaratona, dall’altro è significativo che sia totalmente scorrelato sul lato prestativo , cioè dalla potenza aerobica: come è significativo che ai tempi dei miei record sui 21 e 42Km, oltre 12 anni, ero al massimo sui 2000Km/anno. Significa che devo ricominciare a fare sedute di qualità, senza di quelle è difficile se non impossibile migliorare nella corsa lunga. anzi, ho già ricominciato e il winter trail della scorsa settimana ha già dato un ottimo feedback, la strada per migliorare è quella giusta.

PS
non ho scritto gli obiettivi del 2009, ma credo si possano dedurre. Oltre a ripetere l’obiettivo 2008, anche Faenza credo possa essere alla mia portata. Dipenderà anche da questioni personali, entro l’estate finalmente dovrei installarmi nella nuova casa

Winter Trail, in Romagna

La prima gara dell’anno nuovo: sarebbe difficile immaginare un esordio così bello e indimenticabile. Così ricco di fascino. Che la giornata sarebbe stata da ricordare l’ho capito quando all’alba, valicato il passo appenninico, ho visto le montagne romagnole interamente ammantate di bianco: gli alberi, in alto, con i rami interamente coperti da neve e ghiaccio, una galaverna visibile fin da lontano. Il sospetto è diventato certezza non appena giunto nella valle del Sintria, un piccolo torrente che nasce tra Marradi e Palazzuolo che poi scende verso la piana, a metà tra Senio e Lamone: interamente bianca, neanche fossimo sulle Alpi, eppure il mare non è poi così lontano. Con paesaggi del genere, il resto vien da sè. Conoscevo già alcuni di questi luoghi, bei sentieri un tempo percorsi dai partigiani in mezzo a colline aspre: ma questo Winter Trail del Poggiolo è andato oltre ogni mia aspettativa su tutti i punti di vista. Siamo in pochi, ma buoni oserei dire. Il freddo è intenso, decisamente sottozero e chi avrà osservato la partenza non avrà fatto a meno di sghignazzare un pò nel vedere quel centinaia di trailer intabarrati intenti a saltellare per scaldarsi in attesa del via. La partenza per fortuna non è molto impegnativa, su una strada bianca nel senso che era interamente ricoperta di neve e ghiaccio, con una salita non molto cattiva che permetteva di correre e scaldarsi per bene. Giunti nel borgo di Fornazzano comincia il divertimento, con un sentierino bello ripido, affascinante nell’attraversamento di un ripido prato interamente bianco, con una soffice coltre di neve farinosa a ricoprirlo tutto. In vetta inizio una serie di impegnativi saliscendi in cresta (lungo quello che sarebbe il sentiero CAI 505 che dalla Colla di Casaglia porta sino a Faenza), resi ancor più tosti da qualche tratto ghiacciato, dai tanti salti o cambi di direzione necessari: ovviamente, tutto ricoperto di neve. Superata Cà Malanca inizia il tratto più favorevole, però la discesa nella neve non è così facile se molto ripida, richiede agilità e un pizzico di coraggio specie nei frequenti tratti molto molto ripidi. Si giunge così a metà gara, attraversamento del fondo valle, breve ristoro con tè caldo e inizia una nuova salita. Che, direi, si mostra cattiva, impegnativa, ripida fin dall’inizio, correre diventa molto difficile, solo per i più forti. Nella seconda metà si risale il pendio occidentale della vallata, quello più baciato dal sole e infatti c’è meno neve, il sole fa timidi tentativi di scaldarci. E’ una salita lunghissima, per fortuna intervallata da brevi discesine che permettono un poco di recupero. Nuovo ristoro prima dell’attacco dell’ultima salitella, quella che porta al Monte Cece, di cui costeggiamo la vetta immersi nel bosco. Discesa finale, la stanchezza comincia a farsi sentire e nessuno ha più quella brillantezza che servirebbe per affrontare un budello che pare una pista di bob, tra neve ghiaccio e lastroni di pietra, comunque bellissimo e divertente. Chi ha la forza per alzare la testa può vedere chiaramente l’arrivo, le forze tornano e si affrontano più volentieri gli ultimi stradini, affondando i piedi nella neve per gli ultimi passi. Al traguardo i pochi trailer sono generalmente tutti estasiati dalla gara, già bella ma resa ancor più incredibile dalle particolari condizioni ambientali: non uno che si lamenti del freddo o della neve o del dislivello che rende il percorso comunque impegnativo o dei piedi gelati, tutti con la medesima sensazione di aver corso una gara fuori dal comune. E di aver aggiunto qualcosa di importante alla propria esperienza sportiva.

Per quanto mi riguarda: mi sono divertito un casino, correre nella neve mi sembra così naturale e istintivo da non avere nessun problema. Anzi, credo che l’apprezzare molto il manto bianco mi abbia avvantaggiato specie in discesa dove non si vedeva l’appoggio ma occorre fidarsi della candida coltre che tutto ricopriva. Alla fine ho finito i 20,5Km in 2h33, e il tempo ci sta tutto con la neve che comunque rallentava e con i 1000 metri di dislivello, le tante salite, le discese nient’affatto scorrevoli. E’ così iniziato alla grande quest’anno podistico 2009, sperando sia foriero di grandi soddisfazioni.

Traccia ed altimetria
http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=100705

Alcune foto del trailer MiticoJane
http://picasaweb.google.it/miticojane/TrailPoggiolo2009#

“Resisto dunque sono”, di Pietro Trabucchi

Avrei voluto scrivere la recensione di questo libro al termine della mia prima esperienza da ultra trailer. Dato che dovrò rimandare l’appuntamento, la faccio adesso. Naturalmente, esprimo l’opinione sul testo nell’ottica da "runner" ma credo che il testo potrà essere apprezzato da chiunque abbia svolto attività fisica dura , dall’alpinista al ciclista all’appassionato di trekking. 
Da "runner" comincio subito con un esempio: molti anni fa quando correvo le ripetute lunghe spesso capitava di farle in ventose e uggiose giornate autunnali, con una brezza tesa e continua tale da falsare tutti i tempi. La cosa mi deprimeva alquanto , i tempi non corrispondevano più, se una situazione del genere mi fosse capitata in gara avrei rischiato il crollo: magari correvo da pochi anni, ero giovane ed inesperto. E’ che pur sapendo che il vento mi rallentava avevo l’impressione di allenarmi meno del dovuto, mi sentivo frustrato.  Poi un giorno fu la luce , e capii. Realizzai tutto ad un tratto che quella situazione di vento in allenamento mi faceva sì rallentare ma creava una difficoltà ulteriore all’allenamento, difficoltà che esigeva sia una maggiore forza fisica sia maggiori capacità mentali di resistenza, concentrazione e  di ascolto del proprio corpo. In pratica, l’allenamento pur più lento e meno confrontabile con altri diveniva molto più efficace proprio a causa dello stimolo maggiore, dell’ulteriore stress apportato dal vento. Non solo, abituati a gestire crisi problemi e difficoltà in allenamento, se queste si fossero manifestate in gara le avrei sapute gestire con maggiore facilità. E infine, nel caso la difficoltà venisse da caratteristiche ambientali (percorso impegnativo, pioggia, vento, freddo, caldo ecc) valide per tutti, avrei percepito che io sarei stato in grado di gestirle ed affrontarle meglio degli altri: in pratica , la difficoltà mi avrebbe avvantaggiato e quindi addirittura me la sarei augurata. Questo esempio può far intuire dove parte il testo di Trabucchi, da considerazioni "sportive" ma muovendosi in ogni ambito della vita . Lo si può riassumere in una frase stupenda che si trova all’inizio, "ogni impedimento è giovamento". Ogni difficoltà, ogni ostacolo, non è altro uno stimolo per migliorarci e abituarsi ad affrontare stress e problemi di ordine sempre superiore.
Trabucchi esplora quindi il mondo dello stress nella vita di tutti i giorni anche se spesso nell’ottica dello sportivo. Non è questa la sede per riassumere molte cose scritte nel libro, vari aspetti sono comunque estremamente rimarchevoli, pur se in fondo quasi logiche e quasi banali : ad esempio le varie considerazioni sulla percezione degli eventi e il filtro cognitivo  (il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?), lo stress come condizione naturale dell’uomo che grazie ad esso si fortifica (in guerra il numero di suicidi crolla vertiginosamente) ecc. ecc. 
Gli esempi scelti da Trabucchi per spiegarci i vari aspetti sono notevoli, i personaggi azzeccati con le loro storie fatte di ostinazione determinazione e positività (le storie di Olmo, Brunod, Galanzino e Di Centa le mie preferite). Le considerazioni finali sono azzeccate: in una società moderna troppo spesso basata sull’effimero, sull’assenza di problemi, sulla facilità di vivere, sul bisogno di avere un corpo che non invii messaggi,  l’uomo rischia di perdersi. Tanto che i vari esempi che ho citato spesso sono considerati dei matti, dei pazzi che si lanciano in imprese avventurose ai limiti dell’impossibile. Dimenticandosi che l’uomo , la nostra specie, è stata capace di colonizzare l’intero pianeta partendo da una piccola vallata africana, di plasmarlo a suo piacimento, di inventare innumerovoli linguaggi di comunicazione, di aver crato scienza e tecnologie. E’ nella natura dell’uomo l’affrontare l’ignoto, superare difficoltà ed ostacoli, guardare sempre avanti e mai indietro, progredire per dirlo in una parola sola. Grazie ai propri errori e alla capacità della propria mente di gestire crisi e insuccessi. Vivere nella bambagia non è il destino della razza umana, non siamo nati per quello ma per andare oltre.

Post Scriptum:
scrissi questa recensione circa 6 mesi fa, il libro del Trab era fisso sul mio comodino nei primi 6 mesi del 2008, quelli che avrebbero dovuto portarmi ai miei primi ultratrail. Per una dimenticanza non l’avevo mai pubblicata sul blog: lo faccio adesso. Adesso che ho avuto il piacere di conoscere Trabucchi al trail delle 5 terre lo scorso 20 dicembre, e di aver potuto con lui scambiare impressioni sui personaggi che ha descritto nella sua opera. Rileggo la recensione che scrissi e la trovo azzeccata, e mi fa piacere che certe cose siano state scritte da una persona così cortese e disponibile, uno psicologo dello sport impegnato ai massimi livelli e un trailer finisher tra l’altro della durissima Petite Trotte à Leon (su "Correre" di novembre c’è un suo resoconto della gara e delle implicazioni mentali su una gara in team) che quindi affronta dal vivo la durezza dello sport.

Sci e turismo in montagna: tra realismo e sostenibilità

L’altro giorno al Cimone , godendomi una neve dalla qualità alpina e una stazione sciistica molto migliorata, riflettevo sulla sostenibilità del rapporto sci-montagna . Da appassionato di sci alpino sono ovviamente contento e soddisfatto di piste allargate, piste nuove con relativo taglio dei boschi (oddio, i faggi mi stanno così antipatici …), nuovi impianti di risalita. Da amante della montagna in generale no. La questione è dibattuta: si veda ad esempio l’articolo di oggi di Paolo Rumiz su Repubblica. A leggere di speculazioni edilizie, impianti costruiti in località assurde, cattedrali nel deserto destinate ad una eternità di vuoto, mi prende proprio male. Come anche , durante i miei percorsi trail, trovarmi di fronte a piloni in cemento o sferraglianti funivi, non mi fa molto piacere. Tempo fa leggevo che anche dalle mie parti, sul Monte Secchieta nella Foresta di Vallombrosa famosa per l’omonima Abbazia, pensavano di costruire uno skilift e vari rifugi usati negli anni ’60-’70. Orribile al solo pensarci, non solo per la bellezza della foresta ma anche perchè a quote così basse l’innevamento è sempre minimo, se non assolutamente inesistente. Come si legge chiaramente nell’articolo di Rumiz, già sono in perdita le società di funivie più rinomate come quelle del Dolomiti Superski che già si giovano degli impianti più moderni e delle piste e delle località tra le più belle del pianeta: figuriamoci una misera stazioncina sperduta. In generale come spesso mi accade, resto in contraddizione, amo la montagna ma anche uno sport che non la rispetta totalmente (anche per colpa dei maleducati imbecilli che sporcano). Ma è davvero così , cioè che lo sci alpino fa male ai monti?
Il mio giudizio è: non lo so. Credo che come sempre l’integralismo siasbagliato, da una parte e dall’altra, quindi che abbiano piena dignità sia le ragioni degli sciatori alpini e anche di chi investe in quella disciplina, sia in chi sostiene una sacralità della montagna. Ai sostenitori degli impianti di risalita, direi di riflettere bene su quali ferite si infliggono ai monti, ai boschi. Che un certo modello di turismo, all’insegna della frenesia tipica dello sciatore, non può essere sostenibile nel lungo periodo, specie se non è in attivo e se è troppo legato al clima atmosferico, di questi tempi bizzoso. Che più sostenibile sarebbe un turismo più simile a quello estivo, fatto di gite escursioni, sci di fondo, pattinaggio, paesaggi. 
A chi  osteggia lo sci alpino… beh il discorso si fa più complesso. Occorre chiedersi: cosa sarebbe la montagna senza turisti? Specie quelli danarosi che praticano lo sci alpino? Pensiamo a cos’era prima: villaggi sperduti, pochi abitanti che facevano i boscaioli o i pastori, difficilmente gli agricoltori: espressioni di culture ataviche, ma anche nessuna apertura alla modernità, poche speranze in un futuro migliore e non a caso molti emigravano per fare gli operai o le servette in fondovalle. A questo proposito, potrei citare il bellissimo Museo Ladino di Fassa, a Vigo: sono conservati filmati di documentari RAI dove si mostrava la valle anche solo com’era 30 anni fa. Un luogo affascinante e di grande cultura, ma povero, dove si pativa la fame. Questo per le Alpi: per gli Appennini, penso a un film poco conosciuto di Pupi Avati , la Via degli Angeli, dove descrive favolosamente la misera vita delle genti delle valli del Reno e del Panaro di quei tempi, facilmente attratti dal miraggio di una festa in balera che li potesse per un attimo distrarre da una vita di stenti. Da quel punto di vista, è ovvio che la ricchezza degli ultimi anni ha solo parzialmente redento secoli di sofferenze delle genti dei monti.
Mi pare di aver descritto bene la complessità della situazione: da parte mia rimango nel dubbio, mi sento in colpa nello sciare e risalire con le funivie invece che a piedi, ma urlo di gioia mentro stringo una curva con i miei sci ai piedi. Urlo di gioia anche altre volte, come quando quest’estate a risalire a piedi le piste dell’Abetone in una giornata deserta contemplavo la bellezza della natura: basta che l’uomo sparisca per un pò che  si riappropria dei suoi beni, cosicchè le piste da discesa, d’inverno così caotiche, a giugno sono esclusivo patrimonio di colonie di marmotte e famiglie di cervi. Come ricordarci che possiamo ferire la natura quanto vogliamo, ma Lei è sempre la più forte.

Chi corre a Capodanno…

… corre tutto l’anno, ovvio! Faccio gli auguri ai miei 4 lettori, sperando che abbiano passato un bel San Silvestro (da parte mia, colossale magnata di spaghetti alla Gricia in mezzo alle nevi appenniniche dalle parti della Raticosa, freddo bestia e raffreddore). Nel pomeriggio del Capodanno è smesso di piovere, d’un tratto tutto sereno e via a correre! Calato il freddo però, alla fine ero ghiacciato come un baccalà. Seduta intensa e prolungata allo stesso tempo, 17Km con infilate dentro variazioni di 3′ veloce 2′ lenti, 1′ veloce + 1′ lento, finale con allunghi di 30" massimali recuperando il solito minuto. Primi 1h20′ di un anno speriamo proficuo.