Sci e turismo in montagna: tra realismo e sostenibilità

L’altro giorno al Cimone , godendomi una neve dalla qualità alpina e una stazione sciistica molto migliorata, riflettevo sulla sostenibilità del rapporto sci-montagna . Da appassionato di sci alpino sono ovviamente contento e soddisfatto di piste allargate, piste nuove con relativo taglio dei boschi (oddio, i faggi mi stanno così antipatici …), nuovi impianti di risalita. Da amante della montagna in generale no. La questione è dibattuta: si veda ad esempio l’articolo di oggi di Paolo Rumiz su Repubblica. A leggere di speculazioni edilizie, impianti costruiti in località assurde, cattedrali nel deserto destinate ad una eternità di vuoto, mi prende proprio male. Come anche , durante i miei percorsi trail, trovarmi di fronte a piloni in cemento o sferraglianti funivi, non mi fa molto piacere. Tempo fa leggevo che anche dalle mie parti, sul Monte Secchieta nella Foresta di Vallombrosa famosa per l’omonima Abbazia, pensavano di costruire uno skilift e vari rifugi usati negli anni ’60-’70. Orribile al solo pensarci, non solo per la bellezza della foresta ma anche perchè a quote così basse l’innevamento è sempre minimo, se non assolutamente inesistente. Come si legge chiaramente nell’articolo di Rumiz, già sono in perdita le società di funivie più rinomate come quelle del Dolomiti Superski che già si giovano degli impianti più moderni e delle piste e delle località tra le più belle del pianeta: figuriamoci una misera stazioncina sperduta. In generale come spesso mi accade, resto in contraddizione, amo la montagna ma anche uno sport che non la rispetta totalmente (anche per colpa dei maleducati imbecilli che sporcano). Ma è davvero così , cioè che lo sci alpino fa male ai monti?
Il mio giudizio è: non lo so. Credo che come sempre l’integralismo siasbagliato, da una parte e dall’altra, quindi che abbiano piena dignità sia le ragioni degli sciatori alpini e anche di chi investe in quella disciplina, sia in chi sostiene una sacralità della montagna. Ai sostenitori degli impianti di risalita, direi di riflettere bene su quali ferite si infliggono ai monti, ai boschi. Che un certo modello di turismo, all’insegna della frenesia tipica dello sciatore, non può essere sostenibile nel lungo periodo, specie se non è in attivo e se è troppo legato al clima atmosferico, di questi tempi bizzoso. Che più sostenibile sarebbe un turismo più simile a quello estivo, fatto di gite escursioni, sci di fondo, pattinaggio, paesaggi. 
A chi  osteggia lo sci alpino… beh il discorso si fa più complesso. Occorre chiedersi: cosa sarebbe la montagna senza turisti? Specie quelli danarosi che praticano lo sci alpino? Pensiamo a cos’era prima: villaggi sperduti, pochi abitanti che facevano i boscaioli o i pastori, difficilmente gli agricoltori: espressioni di culture ataviche, ma anche nessuna apertura alla modernità, poche speranze in un futuro migliore e non a caso molti emigravano per fare gli operai o le servette in fondovalle. A questo proposito, potrei citare il bellissimo Museo Ladino di Fassa, a Vigo: sono conservati filmati di documentari RAI dove si mostrava la valle anche solo com’era 30 anni fa. Un luogo affascinante e di grande cultura, ma povero, dove si pativa la fame. Questo per le Alpi: per gli Appennini, penso a un film poco conosciuto di Pupi Avati , la Via degli Angeli, dove descrive favolosamente la misera vita delle genti delle valli del Reno e del Panaro di quei tempi, facilmente attratti dal miraggio di una festa in balera che li potesse per un attimo distrarre da una vita di stenti. Da quel punto di vista, è ovvio che la ricchezza degli ultimi anni ha solo parzialmente redento secoli di sofferenze delle genti dei monti.
Mi pare di aver descritto bene la complessità della situazione: da parte mia rimango nel dubbio, mi sento in colpa nello sciare e risalire con le funivie invece che a piedi, ma urlo di gioia mentro stringo una curva con i miei sci ai piedi. Urlo di gioia anche altre volte, come quando quest’estate a risalire a piedi le piste dell’Abetone in una giornata deserta contemplavo la bellezza della natura: basta che l’uomo sparisca per un pò che  si riappropria dei suoi beni, cosicchè le piste da discesa, d’inverno così caotiche, a giugno sono esclusivo patrimonio di colonie di marmotte e famiglie di cervi. Come ricordarci che possiamo ferire la natura quanto vogliamo, ma Lei è sempre la più forte.

Un pensiero su “Sci e turismo in montagna: tra realismo e sostenibilità”

  1. bei post… letti di un fiato 🙂 dovrò ben ricomnciare anche io a scrivere qualcosa di serio.
    buon anno gert e che sia pieno di soddisfazioni (ultra)podistiche e non

    krom

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