Storie di strade

Sul blog del mio amico Riccardo leggo un post bellissimo
[nota:  Riccardo è un filologo-poliglotta-traduttore,di lui la rete è colma di racconti,della sua amata Isola d’Elba fino a episodi calcistici, da ricordi di manifestazioni politiche fino a racconti vari di qualunque tipo come si possono leggere sui suoi blog]

Parla delle mie campagne. Oddio, ora mi sono trasferito in Mugello, ma la mia giovinezza è rimasta a  Scandicci. Periferia metropolitana, Firenze e le zone industriali sono ad un passo ma a pochi metri dal casello autostradale di FI-Scandicci si esce dal dedalo di fabbriche e si entra in un labirinto di piccole strade di campagna pianeggianti. Ricordiamoci cos’è Firenze: antica città, sorta dove la valle dell’Arno si apriva in una pianura non molto fertile anzi persino paludosa (e non a caso ci stava un lago, tante decine di migliaia di anni fa: lo testimoniano i tanti fossili di ossa di balena che si trovano).
L’uomo ci aveva provato ad urbanizzare la piana: ma tenendosi sempre alla larga, costruendo i paesi a ridosse delle fertili colline. Solo pochi insediamenti erano rimasti in piano, ed osservando cartine topografiche militari si notava che le case potevano sorgere solo dove c’era un lievissimo rilievo, impercettibile all’uomo e non alla legge della gravità. Così, passando nei dintorni di Firenze dove oggi c’è l’Autostrada del Sole, si notano queste stradine ora asfaltate tutte ricavate molto al di sopra del terreno, rialzate sopra fossi e torrentelli, mentre i campi e gli orti se ne stavano in basso, future vittime di ogni minima alluvione, tanto che anche le località sono ispirate all’acqua (Stagnacci, Borgo ai Fossi, via di Porto, via della Nave della Badia). Ricordo con amore quelle strade: percorse in lungo e in largo da ragazzino in bici , con un innato senso di esplorazione già allora, curioso com’era di guardare sempre oltre. Poi, percorse in ogni senso di corsa, preparando maratone divorando kilometri su kilometri in pianura, e dove se non lì chè il traffico è sempre scarso. Ai fiorentini queste zone non piaccioni: cattivi odori, sole a picco d’estate e nebbia fitta d’inverno. Ma a me han sempre affascinato, e non solo a me se qualcuno ci costruì chiese paesi e abbazie tanto per far dispetto alla malaria. Scopro quindi che sono adorate anche dal mio amico blogger, soprendendomi che non sapesse che vi era pure la maestosa Badia di settimo e la tomba di Dino Campana (mugellano come io son’ora, tanto per dire che c’è sempre chi va e chi viene).
Finisco quindi questo elogio dell’antica civiltà contadina toscana: cultura praticamente estinta, distrutta dall’urbanizzazione e dall’industrializzazione del dopoguerra meravigliosamente raccontata dal Benigni capace tuttavia di colonizzare anche pianure mefitiche e, con l’ingegno dell’uomo , riuscire a costruirvi mirabili opere d’arte. A me e al mio amico Riccardo non resta che ricordare che di Toscana non esistono solo musei palazzi colline e vigneti, ma anche una cultura e una storia misconosciuta.

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