Di 25 aprile, asce di guerra e corsa in montagna

Confinato a letto dalla febbre 1 settimana fa razzolando tra i libri ho ripescato il vecchio Asce di guerra, Wu Ming insieme al partigiano in Indocina Vitaliano Ravagli. Letto e riletto, stavolta sarà per la vicinanza di calendario mi sono soffermato di più sulle storie dei partigiani di casa nostra. Come l’io narrante del romanzo che scava nei ricordi dei vecchi partigiani dell’ANPI tra Bologna e Faenza, io ho rifatto un viaggio nei ricordi dei racconti, o dei luoghi visitati. Le storie della liberazione di Firenze, dei soldati neozelandesi che liberarono il mio paese natio (un paio ci sono tornati in visita anche quest’anno, e hanno riassaggiato quel nettare da loro non dimenticato che è il vinsanto). I ricordi di mio nonni che aveva già famiglia e non fece il partigiano, ma che non sopportava i tedeschi nè le camicie nere. Quelli ancora più vaghi dell’altro nonno, fatto prigioniero e fuggito da un treno, e credo nascostosi da un prete – poveraccio, con le bestemmie che mandava – nelle campagne emiliane prima di tornare a casa – ed era pure zoppo!  Sì, leggendo ricordavo le mie di storie apprese e mi immedesimavo col narratore pensando che ogni tanto un salto nella memoria, nel passato è d’obbligo. Anche solo per distinguersi dalla massa, che o non sa cosa sia stata una guerra civile oppure si crogiola nelle parole degli ipocriti politici attuali che mi dan l’idea di saperne ancor meno e di parlare solo per dire le parole che credono si vogliano sentire da loro. Leggevo e rileggevo le gesta eroiche di persone modeste che rendevano ancor più grande quel loro desiderio di libertà e uguaglianza, come i comandanti Teo e Bob. Poi arrivo ai racconti di e’ Fator , e leggo di luoghi recentemente conosciuti. Quel Molino Boldrino, Ca’ di Malanca, Crusazza, Monte Cece sono luoghi noti, neanche tanto distanti da qui. Più o meno la zona del trail del Poggiolo, in quella meravigliosa e selvaggia valle del Sintria, dove già con Jack avevo fatto un altro bellissimo allenamento trail. Incuriosito mi sono messo a cercare su Google Earth quei luoghi, la piccola casa contadina della Crusazza, la valle che scende verso Riolo o Castel Bolognese. Sì prima o poi ci devo tornare a rifare qualche bell’allenamento da quelle parti. E a ripensare alle gesta di quelle persone comune, o eroi che dir si voglia. In sostanza, la memoria è una gran ricchezza e ciò non deve esser dimenticato. Questo è il mio semplice e personalissimo omaggio al 25 aprile. Costretto in casa mi aggrappo quindi all’immaginazione, e nel mio piccolo quando sogno di correre libero e felice per monti e sentieri appenninici non riesco a fare a meno di esser grato a quegli eroi, che col loro sacrificio attraversavano quei luoghi non per divertimento ma solo sospinti dalla speranza e dal volere un futuro migliore, finalmente libero.

Duro stare fermi

Correre ha talmente tanti effetti benefici sul corpo e sulla mente che non poterlo fare è davvero brutto. Domenica scorsa febbre oltre i 38, poi tosse raffreddore raucedine: e ancora nessun segno di una fine. Intanto è saltata miseramente la 50 Km di Romagna, gara cui tenevo particolarmente e neanche tanto lontana da qui. La dipendenza che dà il correre è davvero paurosa. Mi consolo solo con il fatto che fino a domenica scorsa difficilmente riuscivo ad azzeccare due allenamenti di fila: ad esempio, venerdì scorso ottimi 11Km di fartlek lungo collinare (48′, grande media), sabato 2h40′ di lunghissima terminato molto stanco. Via, cercherò di interpretare questa sosta forzata come una rigenerazione fisica e mentale che ultimamente avevo notato segnali di stress indotti dalla corsa. Invece correre deve rimanere sempre un piacere. Sono qui sotto un plaid al calduccio, col vento che soffia forte fuori, a scrivere e sognare i prossimi allenamenti di maggio e giugno. Il tempo guarisce tutto, devo cercare di essere fiducioso.

Pasquetta pratese, su strada

Andando a Prato per correre la mezza classica di Pasquetta mi sentivo molto strano: faccio ormai così poche gare corte su strada che non sapevo bene come comportarmi. La pattuglia dei pacemaker era al completo quindi nessun obbligo, nessuna motivazione particolare. Ben 3 mesi che non correvo su
asfalto una gara tirata, e l’ultima mezza risale a ben 12 mesi fa. Quando l’ho realizzato, ripensavo ai tempi in cui la distanza classica dell’amatore era la mia preferita, della quale mi consideravo grande interprete e in cui ho tirato fuori ottime prestazioni. Ero solito, una dozzina d’anni fa, farne anche 3 o 4 di fila domenica dopo domenica, in piano o su collina. Ne uscivo segnato ma mi davano soddisfazione. Ora invece niente. Soffiava un pò di vento, a Pasquetta: un classico per la gara pratese, di cui non ricordo mai una edizione senza brezza alcuna a discendere dall’Appennino.

Prato è sempre una bella città: un bel centro storico col magnifico Duomo e il superbo castello imperiale. Il ponte sul fiume, la bella ciclabile e davanti le colline che salgono verso la dorsale appenninica. Forse pure
città in crisi, ma vedo sempre nuove opere pubbliche, piste ciclabili, sottopassi, e il trasporto pubblico pare efficiente. Certo fa un pò sensazione attraversare le zona cinese, con le insegne in mandarino e
ideogrammi incomprensibili e i cinesi che osservano la gara come pratesi qualsiasi.

Faccio un lungo riscaldamento, rivedo i compagni di squadra stradisti che raramente ormai incontro: racconto le mie gare trail mentre attendiamo la partenza. Il minuto di silenzio per le vittime del terremoto è toccante: l’emozione è palpabile, raramente percepisco questa partecipazione durante quei lunghi secondi di mutismo.

Poi è gara. Nulla da segnalare, se non che il non avere gare di ritmo elevato e distanza considerevole nelle gambe si fa sentire. Ritmo sui 4’25" fisso, qualche folata di vento o qualche curva di troppo mi fa perdere un pò di ritmo ma tenendo duro reggo fino in fondo accelerando nel finale per l’1h34′ netto: pulsazioni molto basse, anche nel finale non avvicino mai la soglia. Speravo meglio, 1 anno fa feci questo tempo da pacemaker : ma poi penso che da quel momento la forma calò, e quest’anno sono ancor più proiettato verso la lunghissima distanza. Devo solo stare attento a rifinire per bene la preparazione e cercare di ritrovare un pò di brillantezza.

Noto però che alla fine sono stanco, le gambe zoppicano un pò, i muscoli sono paurosamente induriti. Per fortuna tendini e articolazioni OK. Realizzo che oramai sono un ultramaratoneta, la gara corta ed intensa la
sopporto difficilmente sia sul piano mentale quando c’è da soffrire sia sul piano fisico. Come è possibile che percepisca come meno impegnativo corrrere 40 e passa Km magari off road e con dislivello? Eppure è così, mi stupii dopo le mie prime ecomaratone ma lo sono anche adesso.

Lasciti euganei

La Traversata dei Colli Euganei mi lascia grande gioia. Per il piazzamento nei primi 50 e il risultato  cronometrico, per la compagnia dei vari spiriti trail, per la bellezza dei luoghi. Ho una vera predilezione per quelle colline che mi ricordano un poco i colli toscani, verdi, coltivati oppure boscosi, colmi di sentieri impegnativi. Forse non così fangosi: non ho memoria di una gara così lunga e così fangosa, dove era difficile correre con leggerezza. I piedi sono quelli che ne sono usciti peggio: oramai ho realizzato che le mie ottime Asics Torana non le reggo, e oltre le 3-4 ore mi producono vesciche e ferite sui talloni. Peccato. Certo queste gare impegnative hanno i loro lasciti: la brillantezza non è al top, alcuni giorni la fiacchezza è compagna. Però ho sempre negli occhi quelle colline svettanti sopra la pianura, e mi rivedo corrervi. E sospiro. Proprio vero che correre dà dipendenza

Colli Euganei

Che piacere immenso è correre la Traversata dei Colli Euganei! Lo è presentarsi di primo mattino in questo minuscolo paesino del padovano, immerso nelle colline, luogo di una tranquillità e serenità disarmante. Partenza alle 8 in punto, noto una gran folla che si accalca subito nel primo tratto off road già colmo di fango: un timido antipasto di quanto ci aspetterà. Prime salite morbide, poi sempre più toste. Atmosfera rilassata e scherzosa tra i partecipanti. Parto insieme col mio mentore trail Gualtiero Krom che pietosamente mi aspetta. Prima vetta e subito la grande discesa ripidissima con le corde, mi rammarico di non avere dietro guantini di pelle per aggrapparmi con maggior forza. Però che divertente che è, nonostante il fango renda ancor più difficile la situazione. Specie in certe salitelle ripide dove servirebbero dei ramponi, eppure molti si ostinano a correre con scarpe da strada, li riconosciamo perchè scivolano all’indietro. Dopo la salita successiva, discesa in mezzo a un bosco colmo di odori di aglio selvatico, ortica ed erba cipollina: uno dei miei tratti preferiti, questo bosco fitto e un sentierino che scende come un toboga tra curve e controcurve. Notiamo che la primavera è davvero in ritardo, quest’anno, la natura si sta risvegliando a pieno solo in questi giorni: l’anno scorso i boschi sembravano davvero più verdi e in fiore. La campagna però è magnifica, dall’alto guardiamo in direzione del mare, la nebbia mattutina sta salendo e il cielo si fa più terso. E’ bello correre in mezzo a vigne, poderi, tra queste vecchie cascine, qualcuna che resta tale abitata da operosi contadini, qualcuna che cedendosi alla modernità è divenuta un agriturismo con incantevole colpo d’occhio. Un terzo di gara, si prosegue su una strada bianca prima della villa di Beatrice d’Este preludio a una discesa breve ma molto tecnica e difficile per il fango, e i successivi falsopiani fangosi al limite dell’impraticabilità, davvero faticosissimi. Mi erano sembrati molto fangosi un anno fa ma stavolta è pure peggio: le scarpe si trasformano in macigni di un paio di Kili l’una, i polpacci sono gelati dall’acqua delle pozzanghere, e manca ancora metà gara. La salita alla parte occidentale del Monte Venda è tosta ma per fortuna concede del respiro in molti tratti più facili. I ristori da rari diventano fitti e mi ingozzo delle bevande colorate e zuccherine che offrono. Al 24° accuso la fatica, la prima parte tirata dalla mia lepre si fa sentire e lo lascio andar via , osservandone la leggerezza in salita: decido di rimanere aggrappato a un gruppetto più alla mia portata, mentre le gambe sembrano sempre più dei tronchi di legno anche una volta giunti alla vetta della seconda salita. Ma il mio animo da discesista si ritempra subito nel rivedere l’adorata discesa dal Venda: un budello di sentiero sconnesso, un ruscello oggi, fango e acqua a non finire. E come un bambino che gioca mi getto a capofitto recuperando diverse posizioni nei confronti dei più timorosi. Fino a un nuovo tratto tranquillo al Passo del Vento, posto in effetti ventilato pure un anno fa, tanti falsopiani che sono la quiete prima della tempesta: discesa a capofitto nella gola di Zovon sotto Teolo ed eccola, la temutissima salita della Madonna, già oltre il 30°Km e con il fiato azzerato. Nervi saldi, ci vogliono: servirebbero tante energie che non ci sono per cui si cammina e basta sperando di reggere. Dopo alcuni tratti mossi si fa sul serio. Ahimè, la quota che leggo sul GPS sale troppo troppo lentamente: 150, 200, 230, 250…. dobbiamo salire a 550 e ti prende lo sconforto. Ma mi accorgo che il momento più duro è passato, l’essere costretto a camminare mi ha permesso il recupero, e quelli intorno a me sembrano ancor più stanchi, recupero posizioni nonostante la partenza veloce: e siamo già molto alti, osservo da lontano i campanili dei paesini nella vasta pianura, sono lontani, a picco sotto di noi. Passata la chiesetta di Sant’Antonio inizia l’ultimo tratto ripido, a gradoni, senza fine. Fino alla cima, ultimo foro di controllo al cartellino per poi lasciare il lavoro alla forza di gravità. Niente deconcentrazione, a sorpresa per chi crede di aver finito c’è l’ultima ascesa al Monte Grande, molto più breve e fattibile. Le antenne della vetta si fanno più vicine e con un virtuale grido di giubilo inizio la picchiata vertiginosa verso Villa di Teolo. Bosco di alberelli fitti, sentiero single-track ripidissimo, gradoni e sassi affioranti, cambi di direzione continui: servono gambe salde, le mie lo sono e supero tanti sofferenti per i crampi con una smorfia sul viso, affranti di stanchezza che mi sento quasi in colpa, mi assicuro che non abbiano noie e proseguo una vertiginosa fuga verso il traguardo. L’ultimo Km asfaltato è quasi una coltellata ai quadricipiti da tanto che è ripido, preferivo il sentiero, ma arrivo senza problemi prendendomi gli applausi degli spettatori. 5 ore nette, proprio niente male, direi una ottima prestazione per me che non ho corso molto trail ultimamente.
Eh, ma mica è finita qui. Il trail è differente: non si termina con la gara, ma dopo la doccia c’è il pranzo al sole, la bevuta di birra e le chiacchiere mentre prendiamo la tintarella. Se c’è una cosa che adoro della TCE è proprio questo suo minimalismo, il riuscire a fare una manifestazione così bella, difficile, emozionante, impegnativa in un borgo minuscolo, nel locale circolo piccolissimo col campo di basket davanti usato come traguardo, in una campagna vicina alla grande città eppure così solitaria, un verde angolo di paradiso. E’ una sintesi di come si può fare qualcosa di grande e bello anche con pochi mezzi, e offrire qualcosa che sembra poco, che sa di antico, ma che è genuino e  di gran valore. Rifocillarsi con uova sode, minestrone, salame e chinotto, sembra di riscoprire sapori di tempi andati: niente manie di grandezza bensì una sana umiltà che come spesso accade permette di raggiungere importanti traguardi. Grazie amici organizzatori della TCE, vi porto nel mio cuore per avermi fatto conoscere i vostri colli e per come dimostrate di saper amare la vostra terra.

Traccia GPS
http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=167629

C’è grossa crisi

Come i due gatti che leggono questo blog sapranno, sarò a breve proprietario immobiliare di un nuovissimo nonchè ristrettissimo microquadrilocale ubicato nel mezzo dei boschi tra Firenze e l’Appennino, sia pure a portata della strada statale che un tempo collegava nord e sud. Impegnato come sono a cercare arredamenti sono capitato in quel di Quarrata: ridente cittadina nella piana fiorentina nei pressi di Pistoia, nota per essere una specie di capitale toscana dell’arredamento, recatomi in passato lì solo per una bella gara collinare, in una di quella vinsi pure uno sgabello (sic!) di buon legno. Insomma, sapevo che lì potevo trovare decine e decine di negozi ansiosi solo di potermi offrire e vendere armadi letti e comò. In effetti il paese è caratterizzato da questa lunga strada dritta che dall’autostrada porta in centro, ricolmo a destra e sinistra di negozi di mobili. Parcheggio e mi incammino. E presto noto che una buona metà dei negozi, molti dei quali di vaste dimensioni, erano chiusi. E quelli che erano aperti avevano un bel tono dimesso, molto triste direi. E la gente in giro era molto molto poca: clienti pochi ed anzianotti. Un pò intristito, quasi come l’ambiente circostante, ho cambiato zona. Qualche giorno dopo invece faccio un salto all’Ikea fiorentina. OK, la qualità del mobilio è quella che è ma anche i prezzi sono molto bassi. Ma soprattutto, è un luogo affollato, divertente, pieno di giovani, bambini, dove la gente è interessata incuriosita e sorride. Traduzione: il modello quarratino dell’industria del mobile è destinato a fallire miseramente.
Da cui mi sono nati come spesso mi accade molti pensieri. Non sull’arredamento, che poco me ne intendo. Ma sulle capacità imprenditoriali dell’industrialotto italiano medio. Sul modello economico di tanti nostri paesi italiani, fondati su un business molto specifico – arredamento, tessile, calzatura, motori, acciaio ecc. Tanti di questi , in grossa crisi. Mi son ricordato quindi di prima che ci fosse l’Ikea a Firenze, che i mobilieri locali e in particolar modo di Quarrata si lamentavano che "sarebbe andato in difficoltà un distretto industriale", bla bla bla, "molti posti di lavoro in pericolo" yadda yadda yadda "
verrebbe attaccata la cultura toscana del mobile" ecc ecc. Come dire, fateci continuare a vendere a prezzi carissimi i nostri vecchissimi mobili che sennò ci tocca tenerceli in magazzino, vogliamo continuare ad avere il monopolio. Beh, ci provarono, d’altronde è solo l’ennesima dimostrazione della totale assenza in questo paese della cultura liberale, della cultura della concorrenza , dei diritti dei consumatori: e di come la cultura imprenditoriale sia deficitaria, chè quelli pensano che fare impresa sia solo pagare 2 euro gli operai e vendere magari in nero subito e il più possibile fregando magari i fornitori.
Tanto per metterci il carico, leggevo l’altro giorno della protesta a Prato: città enorme, la seconda della Toscana, fino a un quarto di secolo fa eternamente venduta all’industria tessile con quei macchinari infernali che funzionavano anche di notte (come in questo bel film di Nuti), adesso è in crisi nera, tra i cinesi che offrono lo stesso prodotto a un decimo del costo e la direi nessuna capacità di rinnovamento di tanta imprenditoria di queste parti che preferisce investire nella Porsche che nell’innovazione. Parafrasando un post del mio amico Riccardo , queste realtà nel loro attuale stato sarebbe bene che chiudessero , o meglio ancora facessero pulizia del vecchio imprenditorame e decidessero davvero di lavorare seriamente, che lo saprebbero fare ancor bene se solo gli tornasse la voglia.