Acquisto&vacanze

Finalmente ho comprato casa. Fatto il rogito stasera, sborsata $cifrona grazie a Babbo&Mamma SRL non andrò ad ingrassare i forzieri delle banche. Ci abito già da 10 giorni, un gran piacere davvero. Ora c’è il divertimento di arredarla: cucina e camera già ci sono e sono uno splendore. Domani parto per le Dolomiti, al ritorno procederò all’acquisto dei mobili per libreria, sala. Sono contento. E ora buone vacanze a me e a tutti!

Notturna di Poggio Valicaia (Scandicci, FI)

Poggio Valicaia, una vetta delle molte che circondano a sud-ovest la piana di Firenze, insieme a un gruppo di colline che separa le valli della Greve e della Pesa. Un parco in cima a questa vetta, molto frequentato d’estate perché ventilato e ombreggiato. Tutt’intorno, boschi di lecci , quercioli, pini. Sentieri Numerosissimi, in pietra o in terra battuta. Ci ho corso innumerevoli volte, anche quando non ero un trailer ma già correvo su questi sentieri. Giovedì scorso, ultima atto della stagione primavera-estate: una gara notturna cui non avevo mai partecipato prima. Partenza sul largo sentiero in terra battuta dietro al parco, avevo voglia di tirare prima delle vacanze e son partito allegro, poi tratto su strada bianca prima di un nuovo sentiero. Chiacchiere in corsa sulla recente skyrace per poi entrare in uno stretto sentierino, a me sconosciuto che ho fatto quindi con piacere. Saliscendi massacranti, rallento e mi stacco. Nel finale si entra nel sentiero single-track dietro il colle della Poggiona, tuttoi n falsopiano stringo i denti e ce la metto tutta. Alla fine 38.20 per fare poco più di 8Km, non malaccio. Ma ormai la forma se ne sta andando. E quindi meglio lasciarla andare del tutto, ritornerò a correre dopo le vacanze.  Di quella gara mi resta quindi un bellissimo ritorno su questi colli, pieni di sentieri meravigliosi. Niente pacco gara ma cena di gruppo con tutti gli amici podisti al tramonto, in mezzo al bosco. Pasta porchetta e fagioli per tutti, risate, racconti sulle ultime gare, atmosfera di festa per questo saluto prima delle vacanze. Ho sempre adorato le notturne tra maggio e luglio, questa è l’ultima – le prossime a fine agosto e settembre saranno al buio  e non mi piacciono – e sento un poco di malinconia: queste garette fanno incontrare spesso gli amici, si corre semrpe ad alto ritmo e al massimo del divertimento, senza pensieri. Ma ci sarà tempo per trovare nuovi obiettivi, questo mi piace della corsa, che trovi sempre qualcosa di nuovo.

La forma della paura, di Giancarlo De Cataldo e Mimmo Rafele

De Cataldo torna in pista dopo il bello ma non eccellente  "nelle mani giuste", con un’opera scritta a 4 mani con Mimmo Rafele. Un noir all’italiana, filone ampiamente sfruttato nell’ultimo decennio ma che regala ancora perle notevoli. A me è piaciuto molto. Probabilmente perché parla del mondo di oggi, un romanzo davvero estremamente contemporaneo che a parte un antefatto nella Kraijna serbo-croata di un quindicennio fa si sporca ampiamente le mani con una storia realistica dell’oggi. Temi affrontati: lo scontro di civiltà, forze dell’ordine deviate, le diverse forme delle Stato. Sempre uno scontro tra buoni e cattivi, ma in questo non c’è niente di male. Ed è molto bella la descrizione di queste frange estreme che si muovono ai margini della polizia ma ben dentro una certa politica, teorizzando lo scontro delle civiltà e seminando il terrore fingendo di combatterlo. Notevolissimo quindi, perché sono temi a me cari e che ho discusso e su cui rifletto spesso. Colpisce quindi principalmente il valore attuale del romanzo e come sia assolutamente tutto realistico, se non addirittura possibile.

Ritorno a Fornovolasco

Clima stupendo, cielo terso e splendente, colori che abbagliano, ieri mattina a Fornovolasco. 2 anni dopo torno in questa fresca gola, completamente immersa nel verde. In questo minuscolo paesino di vecchie case in pietra, arroccato in fondo alla valle dove le pareti boscose, praticamente verticali, iniziano a salire minacciose verso le vette delle Panie. Davanti, sopra di noi, MOLTO sopra di noi, l’arco del Monte Forato. Ancora più in alto, sulla destra, la vetta della Pania della Croce. Se c’è una gara dove si possono definire i concorrenti come dei pazzi, è questa. Molta meno gente degli anni passati, direi meno della metà: inutile dirlo ma la disgrazia di 1 anno fa la abbiamo tutti in mente. Questo ha reso tutti consapevoli che la montagna non va mai sottovalutata, e che l’attenzione e la prudenza devono essere il filo conduttore di tutta la gara: da parte mia, fiero sostenitore della tesi "meglio aver paura che buscarne", ho corso con il caschetto protettivo presente nel pacco gara, ed eravamo in diversi. In partenza salita nei boschi, verdissimi come mai. 500 metri di dislivello si fanno in un attimo a gambe fresche, il peggio è che si continua a salire lungo la cresta che conduce alla Pania. Il passaggio dal Monte Forato è spettacolare, veramente unico, solo passare di qui merita la partecipazione, una folla incredibile di grandi e bambini ad applaudire. Salite e discese, rigorosamente in single track o su pesanti lastroni di roccia, si susseguono ininterrottamente. Dopo oltre 1 ora inizia il tratto a mio avviso più pericoloso, il lungo sentiero sul versante versiliese della Pania, una sequenza di saliscendi su tratti attrezzati , spesso con pochissimo spazio ove passare. Massima concentrazione. Occhi fissi a terra a guardare dove si mettono i piedi. Sosta al rifugio del Freo, poi si attacca la salita. Sono oltre 1h30′ di gara, e inizia la terribile ascesa, un versante ripidissimo verso il cielo, 2700 metri di sentiero e 650 metri di dislivello con una pendenza media del 25%. Terrificante, la mente nasconde a se stessa la prova che si sta per affrontare. Impossibile correre anche un solo metro, non c’è tregua anzi più si sale più diventa ripida. Le bandiere che indicano la fine della salita sembrano alte e irraggiungibili. Sole a picco, ma fa fresco e ci si mette pure l’elicottero che riprende la prima donna che è subito dietro a me, saluto le telecamere con un sorriso corrucciato dal vento gelido delle pale dell’aeromobile. Passaggio in vetta, una gran folla anche qui, discesa di passo in quella pietraia terrificante del Vallone dell’Inferno: per fortuna dopo poco si può ricominciare a correre: un grazie alle mie scarpe Lasportiva Skyrace, veramente eccellenti per il compromesso leggerezza-grip-stabilità.  Ho corso con il partner virtuale sul Garmin, la traccia del sottoscritto di 2 anni fa, che mi ha staccato sulla salita della Pania di un par di minuti: ma in discesa piano piano mi avvicino, il camoscio che è in me vola in questi tornantini nel bosco. Sull’asfalto volo e raggiungo il me stesso di 2 anni fa, oltre a seminare la prima donna, e affronto l’ultima discesa finale tutta nel bosco su un sentiero veloce ma per niente agevole, salitona finale e picchiata finale, arrivo a godermi cocomero e birra. Stravolto, la gara è veramente tostissima,senza tregua Sinceramente non la ricordavo così dura, ancor più dura e tecnicamente difficile della Dolomiti Skyrace che negli ultimi 4-5 Km non chiede molto se non buttarsi giù in discesa. Bellissima, ma assolutamente non per tutti: essere in pochi è sicuramente meglio, dà più sicurezza, più tranquillità per i moltissimi volontari a fare assistenza. Il caschetto forse è una prudenza eccessiva ma sono solo 200 grammi e il fastidio maggiore che dà è per l’eccessiva sudorazione. In sintesi giornata indimenticabile a sancire la fine della prima parte della mia stagione. Ora riposo e ferie, poi ad agosto andrò a ricominciare.

Ventasso, e tre!

E sono tre, le volte che arrivo a Busana per cimentarmi con questa montagna favolosa. Il Ventasso, intrico di boschi rovi sterpi sassi, pareti a picco sopra paesini abbarbicati sul niente. Credo non ci sia una gara che riesca a farmi sbocciare un sorriso come questa. Perchè alla fine correre è quasi solo un contorno: non si ama il Ventasso solo per questi 42Km e 2000 metri di dislivello, ma soprattutto per quello che c’è dietro. Dietro, c’è la passione della gente di Busana e degli altri comuni della zona. Passione è riduttivo, ma potrei passare ore a cercare su un vocabolario e non riuscirei a trovare una parola capace di sintetizzare tutto quello che c’è dietro la parola passione: c’è la cortesia, la disponibilità, la simpatia, l’allegria, l’empatia, l’amicizia, la gentilezza. La dignità, la fierezza, l’amore. L’amore per la propria terra, per la propria montagna, per tutti coloro che la amano. Il paradiso del trail, un’organizzazione talmente eccellente da poter solo ringraziare chi, organizzando l’ecomaratona, ci ha permesso di conoscere questi monti.  Serve proprio dire altro? Potrei aggiungere che a tutti i ristori ci è stata riservata una frase di incoraggiamento, che anche la polizia municipale a controllare gli incroci ha applaudito, che il tifo della gente sul percorso era al livello di tante maratone cittadine da 5000 e più partecipanti , che gli applausi sono fioccati e più sembri sofferente più quelli aumentano d’intensità.

La mia gara passa in subordine: giunto a Busana stravolto per carenza di sonno e iperattività da lavoro, mi sono sì stupito di una insolita brillantezza di gambe nella prima metà, con un tratto Busana-Cervarezza-Nismozza fatto alla grande e una salita accorta ma comunque lesta: salvo realizzare in zona Pratizzano che non ne avevo più, precipitando in una grossa crisi che mi ha rallentato tantissimo. Solo dal 30° in poi piano piano ho iniziato a riprendermi, in quel tratto estremamente difficoltoso tra Montemiscoso e il campeggio, dove tanti hanno sofferto ben più di me. Alla fine ne avevo ancora e tutto sommato ciò mi rinfranca. Mai quanto il post-gara, quel pranzo servito dai volontari, discussioni con i compagni amici trailer, terzo tempo con bevute di birra e risate. Sì, tutto sommato la gara è quasi una scusa, per poter conoscere il mondo e per apprezzare la compagnia di persone con la nostra stessa passione.

“Sotto un cielo cremisi” , di J. R. Lansdale

Il Far West esiste ancora, ne è cantore magistrale Joe R. Lansdale, si trova nel Texas orientale: popolato da personaggi inconsueti in mondo quasi privo di legge, dove ci sono i buoni duri e maneschi ma col cuore d’oro e i cattivi, spesso stupidi, sempre armati e male intenzionati. Hap Collins e Leonard Pine non sono certo Gary Cooper o John Wayne ma si danno da fare per il nostro piacere di lettori, che nelle loro storie ritroviamo avventure che sembrano quelle di indiani contro cow boy della nostra infanzia. Questo nuovo capitolo delle storie della più bizzarra coppia di maldestri avventurieri che si possa trovare torna ad essere di notevole livello, quasi a quello del Mambo o dell’inarrivabile Mucho Mojo. I nostri sembrano invecchiati, un poco meno svegli e sicuri di sè, un pò più cinici e freddi. Sempre bravissimi a cacciarsi nei guai, i nostri "Gemelli Disastro", un vero fiuto innato per i casini. Hap & Leo sembrano avere più voglia di casa, di  tranquillità con i partner e di serate a bere Dr. Pepper (che cavolo sarà?) mangiando biscotti alla vaniglia, ma quando si mettono a menare le mani paiono ancora più spietati e per difendersi non esitano a regalare un colpo di grazia, l’istinto della vendetta è sempre più presente. Stavolta i combinaguai per fare il solito favore finiscono per pestare i piedi alla mafia del sud e loro malgrado iniziano una lotta senza esclusione di colpi contro spietati killer; a completare il casino c’è pure l’FBI.
Rispetto agli altri romanzi questo mi è sembrato ben più decadente: personaggi sempre più disillusi, città sempre più solitarie e tristi, mancano solo i cespugli sospinti dal vento e una porta del saloon che sbatte. Un contesto crepuscolare, quello di un’America negli ultimi giorni dell’impero; o forse è solo il nostro Texas orientale caro ai fan di Lansdale sempre più isolato dal resto del mondo, sempre più a sè, avulsa dalla realtà moderna.   Non cambia invece la prosa di Lansdale, sempre fluida e scorrevole, con un ritmo cangiante che lascia sempre un pò di respiro prima di ogni scena di azione, geniale nelle descrizioni meticolose di concitate scene di violenza, quasi sempre in discorso indiretto, così cinematografiche che ancora una volta mi chiedo come mai nessuno ne abbia tratto un film. Personaggi all’altezza, dai protagonisti fino alle loro spalle in grande spolvero (specie Brett), e qualche new entry di grande spessore (il capitolo in cui Tonto descrive la propria vita per me è il migliore del romanzo). Intreccio complesso, ad esser pignoli non convincente al 100% in qualche dettaglio ma ugualmente molto molto godibile. Calde atmosfere cremisi, come il titolo azzeccatissimo dell’edizione italiana del romanzo, sicuramente molto più convincente dell’originale Vanilla Ride, personaggio secondario ma che meriterebbe maggiore approfondimento: magari nel prossimo capitolo delle storie dei due nostri matti avventurieri?

Da Pistoia a San Marcello


Un anno dopo essere arrivato al Passo dell’Abetone, ho deciso di riprovarci a metà. Nessuna voglia di pensare ad arrivare fino alla vetta, troppo lunga calda faticosa e dura: per quest’anno ho già dato. Affrontare anche solo 30Km non mi pareva un impegno da poco dopo il Passatore e la Eco dei Laghi.  Partenza molto presto per contrastare il caldo, alle 7,30 dalla bella piazza del Duomo. Bellissima la sfilata di tanti concorrenti per le vie di una Pistoia ancora  addormentata. Quest’anno fa molto fresco per la stagione, condizioni ottime per una gara generalmente bollente seppur in montagna. 5Km di lievissima ascesa su falsopiano, dove conviene andar tranquilli. Poi dopo un ponte si attacca la tremenda salita delle Piastre, lunga 8,5Km, durissima nei primi 3 Km dove penso sia sul 9% di pendenza media. Con i compagni di squadra tengo un buon ritmo, la brillantezza non c’è per niente dopo la gara tirata della sera precedente . Tanta gente in salita è una gara sempre affollatissima, molti li supero e non vado poi così malaccio. Arrivo al passo delle Piastre e ci buttiamo nel lungo falsopiano a favore della fredda valle del Reno, attraverso le antiche ghiacciaie. A Campotizzoro si torna a salire, si passa in mezzo alle antiche fabbriche metallurgiche e meccaniche vecchie di 100 anni, residuo delle utopie industriali e solidaristiche dell’Ottocento, ben strane a trovarsi qui in mezzo alla aspra montagna pistoiese: eppure ci sono, qualcosina funziona ancora – credo però non sopravviverà all’attuale crisi – ci sono ancora i resti dei bunker antiaereo dell’ultima guerra. Si percorre una lieve salita un tempo occupata da un trenino che dalla valle del Reno saliva alle fabbriche poi al passo dell’Oppio e scendeva a San Marcello. Si attraversa Maresca, ridente paesino ai piedi delle montagne che salgono al Corno alle Scale, davanti a noi la splendida vastissima Foresta del Teso. Salita ripida al passo dell’Oppio, poi discesa fino al bellissimo borgo medievale di Gavinana (quello del difensore della Repubblica fiorentina Ferrucci che dopo una battaglia disse a Maramaldo "vile tu uccidi un uomo morto"). Qui c’è il 25° Km, per noi manca pochissimo, per chi fa la gara lunga siamo solo a metà distanza e metà dislivello. In discesa sono un pò bloccato ma l’ultimo Km in piano verso San Marcello mi dà nuova grinta e finisco in ottime condizioni in 2h53′. C’è una bellissima atmosfera al traguardo, molti spettatori plaudenti, un bel sole che bacia le montagne boscosissime, tanti incitamenti per chi prosegue per i 50Km. Ampio ristoro, docce, risate, sole, cielo terso e chiacchiericci. Molto bello qui, sarebbe un’ottima località di partenza per gare di montagna. Guardo i partecipanti alla distanza lunga, li ammiro molto. Già questi 30Km sono duri ma assolutamente alla portata di chi ha il passo regolare e una appena discreta preparazione alla distanza. Ma i 50Km, sono tutt’altra cosa. Mi tornano alla mente i ricordi di un anno fa, la picchiata nella valle della Lima, il caldo e l’umidità terrificante in fondo valle, la salitona finale, senza respiro, sotto un sole africano, estenuante, che dà tregua solo quando sei già arrivato e sfinito. Sì, proprio tutt’altra gara e infatti molti la giudicano più impegnativa e massacrante del Passatore. Un giorno la rifarò, magari più motivato di un anno fa.

Scandicci by night

In tre giorni consecutivi, 3 gare notturne nel mio paese natale. La prima non l’ho corsa, ma la ricordo perchè si tratta di un circuito 3x3Km collinare molto impegnativo sul percorso appunto di 3Km dove ho iniziato a muovere i miei primi passi di corsa tanti anni fa
Venerdì scorso invece nei pressi della Villa Di Castelpulci, già citata in questo blog per essere stato il manicomio dove visse e morì il poeta Dino Campana: l’antica villa è stata recentemente restaurata, non si sa cosa ci finirà dentro, le istituzioni politiche discutono da anni. Una garetta notturna molto carina, anche molto dura con le ripide discesa e salita della Valimorta. Una specie di riscaldamento per me.
Sabato invece una garetta che amo moltissimo sulle colline della Val Di Pesa. Gara molto difficile, con partenza in salita, ampio tratto su sentiero, discesa asfaltata e poi di nuovo su un sentiero estremamente tecnico e ripido, salita finale durissima la prima parte asfaltata con un ultima rampa ripidissima in mezzo ai campi. Quasi una metà trail, insomma, e neanche facile. Partenza veloce, troppo veloce, le pulsazioni schizzano subito alle stelle, mi sopravvaluto. Poi si tratta solo di stringere i denti nella salita e, ahimè anche nella picchiata in discesa, un budello terrificante in mezzo ai boschi di pini ed a cespugli di ginestre, vista verdi colline toscane impossibili da ammirare perchè conviene guardare per bene dove si mettono i piedi. Salitona finale allucinante da veri sadici, stringo ancor di più i denti e arrivo bello stanco, un ottimo 21° posto con il mio miglior tempo di sempre qui. La cosa che più mi piace di questa garetta, assieme al percorso tosto e boscoso, è la doccia: artigianale, in un prato, con i tubi montati su dei cipressi , ci si cambia e ci si asciuga sull’erba al calar della sera, ammirando i dolci profili del Chianti, in attesa di una mangiata di fiori di zucca.