Totti – Lentula – Torri

Carenza di gare estive, eppure avevo voglia di ricominciare. Sul calendario trovo la gara in oggetto. Abbastanza nota, una gara agostana ma che sapevo essere molto competitiva. Bene, cerchiamo di capire dove si trova questo Torri. Diamine, una delle più anguste e irraggiungibili vallate dell’Appennino Toscoemiliano, tra Pistoia e Porretta eppure i tempi stimati da mister Google per arrivarci paiono assurdi, così come le strade per arrivarci, le capre saprebbero trovare tratturi più agevoli. Trattasi della valle della Limentrella Orientale, che poi finisce nel Lago di Suviana e quindi nel Reno. Per arrivarci in modo più agevole scendo verso l’autostrada e la pianura e risalgo da Pistoia, una bella salitona deserta da cui si domina la piana pratese. Ad un tratto, puff! finisce il panorama e ci si trova in una valletta angusta, boscosissima. I toponimi parlano da soli della piovosità della zona: Fossato, L’Acqua, Acquerino. Avevo notato la valle durante il Da Piazza a Piazza, boscosissima. Il paese di Torri lo si raggiunge dopo una lunga salita, ovviamente è in vetta a una collina che domina la valle. Sapevo che non sarebbe stato semplice. La gente di qui parla un toscano strano, si sente l’influenza emiliana e d’altronde al dialetto della zona anche Guccini, che abita a pochissimi Km da Torri, ci ha dedicato un libro e ci ha scritto il romanzo Croniche Epafaniche.

Adoro la discesa, ma odio partire in discesa. Mi piace alla fine della corsa, all’inizio mi stanco troppo. Molta gente al via venuti da ogni parte, dal senese al modenese. Partenza a tutta, discesa asfaltata al 6% di pendenza, quasi continua. Pulsazioni alle stelle, sudore copioso nonostante l’altitudine – oltre 900mt al massimo – In fondo alla discesa, in fondo alla valle, il caldo si fa più intenso, mi superano in diversi, rallento. Per fortuna comincia subito la salita. Niente asfalto, una strada bianca abbastanza rovinata, bisogna guardare dove si mettono i piedi. Ripida, questa. Molti camminano, io prendo il mio passo regolare, mi rilasso all’inizio e poi ne supero diversi. La parte finale è la più tosta e ripida, molti arrancano, io accelero. Arrivo nel bel paesino arroccato sotto la chiesa che domina la valle appoggiata su uno sperone di roccia. Mi dicono che sono 40°, ultimo dei premiati. Piccola soddisfazione, addirittura mi chiamano sul palco con tanto di miss che mi porge un pacco di generi alimentare, addirittura bacio e foto di rito.

Mah, si vede che la gara qua è l’evento dell’anno. In effetti fino a qualche decennio fa qui al massimo  ci facevano il carbone e in effetti dall’altra parte della valle c’è il sentiero dei carbonai. Il ritorno a casa è avventuroso. Tornare nella piana fiorentina equivale ad affrontare il caldo torrido, preferisco godermi a finestrino aperto le stradine da capre e valico 3 valli trasversalmente. Poche auto su questi monti, anche i gitanti le evitano, almeno i pochi non intenti a cercare fresco o more o mirtilli. Si scende, si risale fino al tabernacolo di Gavigno dove c’era il mitico ristoro della schiacciata del DPAP. Poi discesa, salita, discesa, una strada che molti avrebbero timore di farla col Discovery, io con la mia Corsa d’antiquariato vado tranquillo facendo slalom tra buche e pietroni. Ce ne vorrebbero altre di gare così, tanto per far conoscere meglio luoghi sconosciuti e irraggiungibili. Gareggiare per me ha sempre voluto dire soprattutto questo, conoscere nuove zone, nuovi paesaggi, nuove terre; non importa se lontane o vicine a casa, basta ampliare la conoscenza del territorio, di strade e boschi, di persone e luoghi.

Val di Fassa mon amour

Rieccomi a scrivere dopo le vacanze e tanto lavoro per sistemare la casa, attivare le utenze, sistemare libri, comprare elettrodomestici.

Fassa, dicevo, un grande amore.
Non come la mia compagna che per vivere qui pianterebbe tutto e si ritirerebbe ad allevare mucche, ma tutto sommato anche io ogni volta che vado nella valle ci lascio il cuore. Starei ore seduto ai tavolini di una gelateria di Vigo ad ammirare Cima Dodici e il bosco che scende verso Soraga, magari nel tardo pomeriggio quando le ombre si allungano, i colori si intensificano e il contrasto aumenta. Dato che la noia non fa mai capolino mi trovo sempre a fare cose nuove.
Questa estate il top è stato il primo giorno con una lunga escursione: partenza dal Gardeccia, salita al Passo Principe e poi al Passo Antermoia: discesa all’omonimo lago in un paesaggio spettrale in mezzo ai ghiaioni in un luogo dove d’inverno ci sono una o due decine di metri di neve, siamo ad oltre 2500 metri. Anche d’estate fa freddo, specie se come a noi capita una bella grandinata. Discesa poi versola bella e soleggiata Val Duron fino a Campitello. Escursione lunga ma bellissima.
Non è mancato un giro classico, quello del Sassolungo: discesa frenetica dal Demetz verso il Vicenza, panorama fantastico sia del ghiaiosissimo vallone che dell’Alpe di Siusi. Rientro dalla Città dei Sassi.
Un evento quest’anno imperdibile è stata la Festa Ta Mont (tra i monti). Organizzata meravigliosamente, due giorni passati nella Valle San Niccolò, in mezzo ai prati ed alle malghe. Tra un’escursione alle Cascate e ricche mangiate di kaiserschmarren e bevute di radler nei vari punti ristoro, degna di nota è stata la visita al Villaggio Medievale ottimamente ricostruito: e ottimo è stato il momento teatrale, con la recitazione delle leggende di Fanes: specie lo spettacolo delle 21 di domenica 2 agosto è stato emozionante, con le montagne illuminate dai fari e la storia di Lidsanel nei prati della Malga Crocifisso.

In vacanza trovo un volantino all’ufficio turistico. Anter le lum, in ladino "in mezzo alle luci". Gra notturna del campionato della val di Fassa. Che sarà mai? Chiedo , sento che è una gara in mezzo al paese, al tramonto. Mi decido e ci vado, timoroso che sia affollata di campioni e disertata dalle schiappe come me. Prima però ci sono le gare dei ragazzini, di tutte le categorie. Niente male, alcuni sono forti. Poi partiamo noi grandi. Via lungo il Rio San Niccolò, poi fino al campeggio Vidor, salita lenta e traditrice perchè inesorabile. Poi i prati del Ciancoal, il lungoAvisio e il ritorno da Pera. Corsa a tutta per non sfigurare e in effetti non sono andato malissimo. Il momento più bello alla partenza, in faccia alle mie adorate vette Cima Undici e Cima Dodici. Al tramonto, col grigio che vira verso il rosso, fantastiche. Anche gareggiare qui è bello.

Rimane l’istinto del runner, anzi del trailer/skyrunner: esploro diversi sentieri, in basso purtroppo. Ma una cosa che vorrò fare prima o poi è salire dai Bagni di Pozza fino in vetta alla Cima Dodici, scendendo poi dalla Val Monzoni. Itinerario non lunghissimo ma durissimo. L’istinto rimane, sì, e ogni volto che visito un setniero nuovo non ometto mai di pensare a come sarebbe correndolo.
Tornato una volta ancora al Rifugio Boè in cima all’altipiano del Sella, non mi riesce frenarmi e decido di rifare il primo pezzo di discesa della Dolomiti Skyrace. Quindi decido di partire verso quella parete verticale davanti a noi, la Forcella dei Camosci e su fino al Piz Boè, Capanna Fassa. 3152metri. Stavolta mi posso godere il paesaggio, veramente incredibile da così in alto. Civetta, Pelmo, Tofane, Porta Vescovo sembra giù bassa bassa offuscata nel vedere dalla maestosità della Marmolada, unica vetta più alta di qui. Sua Maestà il Sassolungo domina ad oriente.
Discesa: assassina, ripidissima, importantissimo reggersi e fare attenzione. In totale, 2Km uno a salire e uno a scendere, D+ e D+ di 300 metri, ben 35 minuti in tutto! Per soli 2Km.