Propositi podistici 2012 (poca roba)

Inizia un nuovo anno podistico. Di cui per ora non mi riesce afferrare il senso, nel senso che non mi riesce pormi degli obiettivi decenti. Sarà anche per questo maledetto problema al tallone: fosse una cosa seria e grave sarebbe meglio perché mi fermerei mi curerei e abbandonerei velleità agonistiche. Invece dà spesso tregua, permette di correre e anche di fare qualche garetta; salvo poi tornare a fare le bizze, non bizze serie ma quel latente senso di fastidio che ti impedisce di allenarti decentemente e costantemente. Per ora mi dedico a trattarlo con la terapia del calore, ben sapendo che probabilmente avrà bisogno di tempo ancora per calmarsi. Vabbè, tanto oramai sono abituato a convivere con doloretti ai tendini, non è poi un così grosso problema. Una abitudine presa sulla mailing lista DRS è quella di fare un bilancio dell’anno podistico trascorso e porsi gli obiettivi per quello nuovo. Un anno fa più o meno avevo l’intenzione di ritornare a correre su gare lunghette, rifare qualche bel trail Ventasso in primis, cercare di rifare degni risultati in gare brevi, abbandonate da troppo tempo. I primi obiettivi raggiunti senza problemi eccessivi, anche con sorpresa: dopo l’incidente al piede pensavo avrei sofferto sulla distanza, invece ho sofferto e soffro la velocità. Quindi ottimo il bellissimo Trail del Falterona, sulla nuova lunga distanza dei 28Km, e finalmente il ritorno al Ventasso, nella meravigliosa capitale del trail running Busana, finalmente in vetta alla croce del Monte omonimo, con tutto l’Appennino sotto di me. Nel frattempo, due simil-trail eccellenti nel paradiso attorno casa, il trofeo Scarabone di Vaglia e la Magnalonga del Mugello sui sentieri fino a Monte Senario. E il ritorno al Passatore, solo fino a Borgo SL per far compagnia al grande Sauro. Mancato l’obiettivo di rifare bene gare brevi: solo qualche prestazione appena decente (tipo Legri).

Quindi, scriviamo un paio di obiettivi raggiungibili per il 2012

–          Stavolta sì devo migliorare nelle gare brevi

–          Rifare almeno un paio di trail: mi piacerebbe fare Fontesanta e il Falterona a giugno, forse il Ventasso a luglio

–          Divertirmi

Nulla di eclatante, lo so. Intanto va in archivio già gennaio, con due garette brevi corse appena appena decentemente. Prima la classica invernale di Palastreto a Sesto F.no, che un tempo odiavo ma che da quando mi sono scoperto trailer ho cominciato a apprezzare alla grande, per i tanti saliscendi e il percorso tortuoso e vario></iframe>

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poi tutt’altro genere il Trofeo Martiri di Valibona – non posso che apprezzare una corsa che commemora i partigiani morti sulle mie adorate montagne fiorentine, tutta piana, veloce: andata anche meglio ,segno che a dispetto dei tanti Km di montagna resto e resterò un runner che dà il proprio meglio su pianura e asfalto

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Ora si va a sciare una settimana, a febbraio si ricomincia l’allenamento.

22/11/’63

E’ la data dell’omicidio di JFK. Dallas, Texas, ricordate la storia no?! Basta aver visto il bel film di Oliver Stone, che sposava la teoria del complotto. Ma è anche il titolo dell’ultimo romanzo di quel gran genio della scrittura adorato dalla mia generazione che risponde al nome di Stephen King, autore di quegli immortali capolavori come IT o L’ombra dello scorpione. King esce dal genere horror per buttarsi sul classico tema della fantascienza, il visto e rivisto viaggio nel tempo. Il protagonista sbuca dal ripostiglio di una tavola calda nel Maine del 1958 e, convinto dall’amico Al, si dedica alla missione di una vita: salvare la vita a JFK e sperando così di generare un mondo migliore. La cosa non sarà così facile però perchè scoprirà che il passato non ama essere modificato quando si ha la possibilità di cambiarlo.

Non voglio rivelare la trama, ma solo spiegare perchè questo è un grande romanzo. Inferiore ai capolavori di King citati, ma in cima alla sua produzione.
– il primo aspetto interessante è un aspetto letterario/filosofico: quando si parla di viaggi del tempo il tema classico è quello dei paradossi: ma non qui. Qui invece l’aspetto che domina la trama è la tendenza della Storia a ripetersi ogni volta che il protagonista ha l’opportunità di ripartire da zero nel 1958 e rifare tutto da copo. Chiunque o qualunque cosa le governi, un Dio o il caso, le cose tendono ad andare come sono già andate. Non sono blindate e immodificabili ma resistono e vogliono ripetersi. Qui c’è già una originalità, perchè King non si immagina un universo con un Destino annesso, un fato già scritto inmodificabile, nè un universo completamente determinato e anch’esso immutabile: ma un universo che tende a scegliere la soluzione migliore per se stesso, come se quanto già scritto nel libro della vita di tutti noi non fosse altro che la soluzione più logica ed economica. E nonostante questo un universo ove il libero arbitrio conta, conta tanto e dove ad ogni azione corrisponde una serie di conseguenze più o meno importanti. Un universo che ci responsabilizza, che tende a far pesare molto la conseguenza delle proprie azioni.
– poi c’è l’aspetto sociologico. King racconta magistralmente l’America del Dopoguerra, una America con tante contraddizioni, con tanti aspetti di inciviltà che ai nostri occhi – quelli del professore protagonista – sembrano assurdi , come il razzismo o la non emancipazione femminile. Ma anche un’America felix, ricca con la prospettiva di esserlo ancora di più negli anni a venire. Una America con grandi speranze per il futuro per tutti i suoi figli. Trapela a mio avviso un pò di nostalgia dell’autore per quel mondo, dove tutto probabilmente era meno complicato, i ruoli erano netti e senza sfumature di grigio – erano i tempi della cortina di ferro –  e chiunque poteva davvero sperare che le cose sarebbero andate sempre meglio nel prossimo futuro.
– infine l’aspetto politico: il traduttore – Wu Ming 1 – ne sottolinea lo spessore, ed in effetti è il romanzo in cui King tende maggiormente ad affrontare aspetti politici. Interessante principalmente l’individuare nell’omicidio di JFK una cesura netta della storia politica degli USA, come un prima e dopo JFK, il momento in cui l’America ha perso l’innocenza – e tutto solo per il gesto di un folle, King sposa la teoria di Oswald killer solitario – e per cui tutto dopo si trasforma in una astiosa lotta tra contendenti, tra parti in causa, in cui si perde la visione del bene comune e si resta ancorati al proprio cortile, alla propria realtà individuale  (non a caso fu JFK a dire “pensate a cosa potete fare voi per la nazione”) . In questo  il protagonista è il politico per eccellenza , che prova con un semplice gesto non a salvare la vita di un uomo ma a salvare l’anima di un paese intero.

Ci sono altri aspetti letterari molto piacevoli nel romanzo. L’estremamente avvincente tentativo finale di salvare JFK bloccando Oswald – un crescendo potentissimo, estremamente cinematografico, non vedo l’ora di vederlo sul grande schermo, sì si mormora che faranno un film con la regia di Demme –  e poi la storia d’amore tra Jake e Sadie. L’amore, che è spesso molto ben descritto da King  ma  non un aspetto fondamentale dei suoi libri (moltissimo di più lo è l’amicizia), qui ha un ruolo notevole per l’evoluzione della trama. E raggiunge un climax nel commovente ultimo capitolo.
Infine, un piccolo cameo che sarà adorato da tutti i fan di King: il ritorno a Derry, quella di IT, quella CON IT, descritta altrettanto bene che in IT stesso, e l’incontro con Bev e Richie bambini, quei personaggi amati alla follia da noi kinghiani. Un pò ruffiano in questo il nostro Stephen, ma lo perdoniamo volentieri per quelle meraviglioso pagine in cui il protagonista tenta per la prima volta di cambiare il passato sulla propria pelle, con una suspence notevolissima. Un King decisamente in forma, quindi. Per i suoi fan un romanzo assolutamente imperdibile.

Il discorso di Napolitano del 31/12/2011: una mia personalissima traduzione di quel che è un vero e proprio manifesto politico

Qui trovate il testo integrale dell’ultimo discorso di Napolitano, quello consueto di San Silvestro

http://www.ilpost.it/2012/01/01/il-discorso-di-fine-anno-di-giorgio-napolitano/

Commento personalissimo: un manifesto di cosa dovrebbe fare un partito di centro-sinistra proiettato nel XXI secolo – che quelli che ci sono adesso mi paiono un tantino ancorati al millennio scorso. Piace anche a destra perchè l’Italia è fondamentalmente un paese cui non dispiace avere uno stato-guida che veda e provveda (l’antitesi dello stato debole liberale). Ovviamente è la mia “versione” dei pensieri del presidente, probabilmente esagerata e viziata dalle mie opinioni. Se non si fosse capito, considero Napolitano il miglior politico italiano del momento, di una bella spanna avanti a tutti, e non è un bel segnale per il paese il fatto che sia 87enne.

Vorrei sottolineare alcuni passaggi: li riporto in corsivo, il senso rimane quello anche se estrapolati dal resto del discorso – che è un generico invito all’ottimismo, alla rigenerazione e alla fiducia nell’Italia, nella consapevolezza che ci attendono tempi duri. Sotto riporto la mia traduzione, come dicevo probabilmente non neutrale (perché ovviamente sostanzialmente ne condivido il messaggio):

Dobbiamo comprendere tutti che per lungo tempo lo Stato, in tutte le sue espressioni, è cresciuto troppo e ha speso troppo, finendo per imporre tasse troppo pesanti ai contribuenti onesti e per porre una gravosa ipoteca sulle spalle delle generazioni successive .Nella seconda metà del Novecento, il benessere collettivo è giunto a livelli un tempo impensabili portando l’Italia nel gruppo delle nazioni più ricche. Ma a partire dagli anni Ottanta, la spesa pubblica è cresciuta in modo sempre più incontrollato, e ormai insostenibile.

Mia libera traduzione:

Gente, non c’è più trippa per gatti. Per decenni ci siamo illusi, noi di sinistra in primis, che i tempi magici del boom economico del dopoguerra resistessero e potessero garantire  un discreto benessere a tanti. Ora ci presentano il conto: dato che i soldi non si possono più stampare – e anche si potessero creare dal nulla sarebbe solo apparenza – c’è da stringere la cinghia. E tanto. Anche perché già ci sono troppe tasse, e sarebbe bene ridurle a chi le paga. Non ci sono alternative. Cioè, una ci sarebbe, sarebbe la bancarotta dell’Italia, e sarebbe molto peggio, specie per chi non è straricco.

E ancora

Ma più in generale occorre definire nuove forme di sicurezza sociale che sono state finora trascurate a favore di una copertura pensionistica più alta che in altri paesi o anche di provvidenze generatrici di sprechi. Bisogna dunque ripensare e rinnovare le politiche sociali e anche, muovendo dall’esigenza pressante di un elevamento della produttività, le politiche del lavoro :  per la fondamentale ragione che il mondo è cambiato, che l’epicentro della crescita economica – e anche di quella demografica – si è spostato lontano dall’Europa, e non solo il nostro paese, ma il nostro continente vedono ridursi il loro peso e i loro mezzi, e debbono rivedere il modo di concepire e distribuire il proprio benessere, e concentrare i loro sforzi nel guadagnare nuove posizioni e opportunità nella competizione globale. Senza mettere in causa la dimensione sociale del modello europeo, il rispetto della dignità e dei diritti del lavoro.

Traduzione:

Quindi obiettivo di uno stato attento alla solidarietà ma proiettato verso un nebuloso inevitabile  futuro nella realtà globale non può essere che quello di continuare a garantire un minimo decente di prestazioni sociali nella tradizione del welfare europeo , e questo lo si può fare solo smettendo di scialacquare soldi nelle pensioni (meno male che la Fornero ha fatto una bella riforma in questo senso) e in forme di assistenza non dovuta che non ci possiamo permettere più, anche perchè spesso è solo finalizzata a clientelismo politico. Specie per i giovani, che altrimenti non troveranno mai un piffero di lavoro decente con un contratto diverso da un finto contratto a progetto o una finta partita IVA. Ah, deve aumentare la produttività, i sindacati se lo mettano bene in testa. E anche chi lavora, che deve sgobbare magari non di più ma meglio e non fare il fancazzista. E soprattutto gli imprenditori, che senza investimenti e idee acute e innovative per aumentare la produttività del lavoro sono destinati al fallimento.

E poi

È comprensibile che anche in Italia si manifesti oggi insoddisfazione per il quadro che presenta l’Europa unita. Ma ciò non deve mai tradursi in sfiducia verso l’integrazione europea. Quel che abbiamo costruito, insieme, tenacemente, è stato decisivo per garantirci sempre di più pace e unità nel nostro continente, progresso in ogni campo, crescente benessere sociale, salvaguardia e affermazione nel mondo dei nostri comuni interessi e valori europei. E oggi, ben più di cinquant’anni fa, solo uniti potremo ancora progredire e contare come europei in un quadro mondiale radicalmente cambiato. All’Italia tocca perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una più conseguente integrazione europea, e non indietro verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali

Traduzione:

Lo so che qualcuno vorrebbe fare a meno dell’Unione Europea, dell’Euro e della Germania. Ma che cavolo conterebbe un’Italia (o una Padania, capito Bossi?!?) arroccata e isolata dal resto del continente, con nuove dogane alle frontiere, in un mondo globale che si muove alla velocità della luce? Saremmo sovrani sì, ma della nostra povertà. E soprattutto ricordatevi che la UE è nata per toglierci di torno le tante guerre che ci sono state nei secoli qua più che in ogni altro continente: se cade la UE, la pace non è più garantita.

Infine

Solo così ci porteremo, nei prossimi anni, all’altezza di quei problemi di fondo che sono ardui e complessi e vanno al di là di pur scottanti emergenze. Avvertiamo quotidianamente i limiti della nostra realtà sociale, confrontandoci con la condizione di quanti vivono in gravi ristrettezze, con le ansie e le incertezze dei giovani nella difficile ricerca di una prospettiva di lavoro. E insieme avvertiamo i limiti del nostro vivere civile, confrontandoci con (omissis)….  una crescente presenza di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare.

Traduzione:

Credevamo come popolo di essere ricchi e invece avevamo fatto tanti debiti. Ci stiamo mangiando i patrimoni di famiglia per ripagarli, ciò ci deprime non poco e distrugge fiducia ottimismo e innovazione. Possiamo risolvere ‘sta cosa aiutandoci con forze fresche, dinamiche, cui non si debbono pagare pensioni e vitalizi e che invece possano contribuire alla ricchezza economica complessiva del paese: gli immigrati, gente che si ingegna per scappare dai loro paesi ha sicuramente più grinta e fantasia di noi. Tanto sono troppi e non li potremmo cacciare tutti, è una battaglia persa in partenza per chiara disparità di forze in gioco. Allora accogliamoli, integriamoli – quelli che lo vogliono fare- diamo la cittadinanza ai loro figli che nascono e crescono qua: facciamoli diventare Italiani, loro e soprattutto i loro figli saranno Italiani migliori di tanti di noi, produrranno consumeranno pagheranno le tasse e i contributi necessari per pagarvi la pensione.

Una postilla ce l’aggiungo io: presidente, forse questo lo poteva dire ché c’avrebbe fatto bella figura, se occorre ritrovare la fiducia nella politica, almeno un briciolo, servirebbe che questi sacrifici cominciasse proprio la politica a farli. Insomma, la credibilità conta tanto quando si chiede a tutti di diventare più poveri. Il politico che grida “Lavoratori… Prrr!!” non è né credibile né autorevole, non solo per chiedere sacrifici ma soprattutto per essere qualcuno come uno cui affidare il futuro di un paese.

 

1817

1817 sono i Kilometri che ho corso complessivamente nel 2011. Non male, considerando che 1 anno fa ero ancora convalescente per la frattura al piede destro e che adesso da un mese e mezzo non riesco a levarmi di torno doloretti vari al tallone sinistro. Oltre un mese di agosto molto caldo che obtorto collo mi ha imposto una riduzione di allenamenti, e cali di motivazioni qua e là nel corso dell’anno. Positivo quindi l’essere riuscito a correre abbastanza a lungo . Negativo il fatto che la forma è rimasta bassina tutto l’anno. E che per il 2012 ancora non sia riuscito a trovare uno o più obiettivo realistici e stimolanti. Vivrò, anzi correrò, alla giornata.