Il discorso di Napolitano del 31/12/2011: una mia personalissima traduzione di quel che è un vero e proprio manifesto politico

Qui trovate il testo integrale dell’ultimo discorso di Napolitano, quello consueto di San Silvestro

http://www.ilpost.it/2012/01/01/il-discorso-di-fine-anno-di-giorgio-napolitano/

Commento personalissimo: un manifesto di cosa dovrebbe fare un partito di centro-sinistra proiettato nel XXI secolo – che quelli che ci sono adesso mi paiono un tantino ancorati al millennio scorso. Piace anche a destra perchè l’Italia è fondamentalmente un paese cui non dispiace avere uno stato-guida che veda e provveda (l’antitesi dello stato debole liberale). Ovviamente è la mia “versione” dei pensieri del presidente, probabilmente esagerata e viziata dalle mie opinioni. Se non si fosse capito, considero Napolitano il miglior politico italiano del momento, di una bella spanna avanti a tutti, e non è un bel segnale per il paese il fatto che sia 87enne.

Vorrei sottolineare alcuni passaggi: li riporto in corsivo, il senso rimane quello anche se estrapolati dal resto del discorso – che è un generico invito all’ottimismo, alla rigenerazione e alla fiducia nell’Italia, nella consapevolezza che ci attendono tempi duri. Sotto riporto la mia traduzione, come dicevo probabilmente non neutrale (perché ovviamente sostanzialmente ne condivido il messaggio):

Dobbiamo comprendere tutti che per lungo tempo lo Stato, in tutte le sue espressioni, è cresciuto troppo e ha speso troppo, finendo per imporre tasse troppo pesanti ai contribuenti onesti e per porre una gravosa ipoteca sulle spalle delle generazioni successive .Nella seconda metà del Novecento, il benessere collettivo è giunto a livelli un tempo impensabili portando l’Italia nel gruppo delle nazioni più ricche. Ma a partire dagli anni Ottanta, la spesa pubblica è cresciuta in modo sempre più incontrollato, e ormai insostenibile.

Mia libera traduzione:

Gente, non c’è più trippa per gatti. Per decenni ci siamo illusi, noi di sinistra in primis, che i tempi magici del boom economico del dopoguerra resistessero e potessero garantire  un discreto benessere a tanti. Ora ci presentano il conto: dato che i soldi non si possono più stampare – e anche si potessero creare dal nulla sarebbe solo apparenza – c’è da stringere la cinghia. E tanto. Anche perché già ci sono troppe tasse, e sarebbe bene ridurle a chi le paga. Non ci sono alternative. Cioè, una ci sarebbe, sarebbe la bancarotta dell’Italia, e sarebbe molto peggio, specie per chi non è straricco.

E ancora

Ma più in generale occorre definire nuove forme di sicurezza sociale che sono state finora trascurate a favore di una copertura pensionistica più alta che in altri paesi o anche di provvidenze generatrici di sprechi. Bisogna dunque ripensare e rinnovare le politiche sociali e anche, muovendo dall’esigenza pressante di un elevamento della produttività, le politiche del lavoro :  per la fondamentale ragione che il mondo è cambiato, che l’epicentro della crescita economica – e anche di quella demografica – si è spostato lontano dall’Europa, e non solo il nostro paese, ma il nostro continente vedono ridursi il loro peso e i loro mezzi, e debbono rivedere il modo di concepire e distribuire il proprio benessere, e concentrare i loro sforzi nel guadagnare nuove posizioni e opportunità nella competizione globale. Senza mettere in causa la dimensione sociale del modello europeo, il rispetto della dignità e dei diritti del lavoro.

Traduzione:

Quindi obiettivo di uno stato attento alla solidarietà ma proiettato verso un nebuloso inevitabile  futuro nella realtà globale non può essere che quello di continuare a garantire un minimo decente di prestazioni sociali nella tradizione del welfare europeo , e questo lo si può fare solo smettendo di scialacquare soldi nelle pensioni (meno male che la Fornero ha fatto una bella riforma in questo senso) e in forme di assistenza non dovuta che non ci possiamo permettere più, anche perchè spesso è solo finalizzata a clientelismo politico. Specie per i giovani, che altrimenti non troveranno mai un piffero di lavoro decente con un contratto diverso da un finto contratto a progetto o una finta partita IVA. Ah, deve aumentare la produttività, i sindacati se lo mettano bene in testa. E anche chi lavora, che deve sgobbare magari non di più ma meglio e non fare il fancazzista. E soprattutto gli imprenditori, che senza investimenti e idee acute e innovative per aumentare la produttività del lavoro sono destinati al fallimento.

E poi

È comprensibile che anche in Italia si manifesti oggi insoddisfazione per il quadro che presenta l’Europa unita. Ma ciò non deve mai tradursi in sfiducia verso l’integrazione europea. Quel che abbiamo costruito, insieme, tenacemente, è stato decisivo per garantirci sempre di più pace e unità nel nostro continente, progresso in ogni campo, crescente benessere sociale, salvaguardia e affermazione nel mondo dei nostri comuni interessi e valori europei. E oggi, ben più di cinquant’anni fa, solo uniti potremo ancora progredire e contare come europei in un quadro mondiale radicalmente cambiato. All’Italia tocca perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una più conseguente integrazione europea, e non indietro verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali

Traduzione:

Lo so che qualcuno vorrebbe fare a meno dell’Unione Europea, dell’Euro e della Germania. Ma che cavolo conterebbe un’Italia (o una Padania, capito Bossi?!?) arroccata e isolata dal resto del continente, con nuove dogane alle frontiere, in un mondo globale che si muove alla velocità della luce? Saremmo sovrani sì, ma della nostra povertà. E soprattutto ricordatevi che la UE è nata per toglierci di torno le tante guerre che ci sono state nei secoli qua più che in ogni altro continente: se cade la UE, la pace non è più garantita.

Infine

Solo così ci porteremo, nei prossimi anni, all’altezza di quei problemi di fondo che sono ardui e complessi e vanno al di là di pur scottanti emergenze. Avvertiamo quotidianamente i limiti della nostra realtà sociale, confrontandoci con la condizione di quanti vivono in gravi ristrettezze, con le ansie e le incertezze dei giovani nella difficile ricerca di una prospettiva di lavoro. E insieme avvertiamo i limiti del nostro vivere civile, confrontandoci con (omissis)….  una crescente presenza di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare.

Traduzione:

Credevamo come popolo di essere ricchi e invece avevamo fatto tanti debiti. Ci stiamo mangiando i patrimoni di famiglia per ripagarli, ciò ci deprime non poco e distrugge fiducia ottimismo e innovazione. Possiamo risolvere ‘sta cosa aiutandoci con forze fresche, dinamiche, cui non si debbono pagare pensioni e vitalizi e che invece possano contribuire alla ricchezza economica complessiva del paese: gli immigrati, gente che si ingegna per scappare dai loro paesi ha sicuramente più grinta e fantasia di noi. Tanto sono troppi e non li potremmo cacciare tutti, è una battaglia persa in partenza per chiara disparità di forze in gioco. Allora accogliamoli, integriamoli – quelli che lo vogliono fare- diamo la cittadinanza ai loro figli che nascono e crescono qua: facciamoli diventare Italiani, loro e soprattutto i loro figli saranno Italiani migliori di tanti di noi, produrranno consumeranno pagheranno le tasse e i contributi necessari per pagarvi la pensione.

Una postilla ce l’aggiungo io: presidente, forse questo lo poteva dire ché c’avrebbe fatto bella figura, se occorre ritrovare la fiducia nella politica, almeno un briciolo, servirebbe che questi sacrifici cominciasse proprio la politica a farli. Insomma, la credibilità conta tanto quando si chiede a tutti di diventare più poveri. Il politico che grida “Lavoratori… Prrr!!” non è né credibile né autorevole, non solo per chiedere sacrifici ma soprattutto per essere qualcuno come uno cui affidare il futuro di un paese.

 

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