Recensione de “Inchiesta sul lavoro” di Pietro Ichino e riflessioni sul lavoro in Italia nel 2012

Ho letto l’ultimo libro di Pietro Ichino alcuni mesi fa appena uscito, ancora non si parlava così tanto di articolo 18 come adesso. Ma già ci si immaginava dove si andava a parare, Monti era appena arrivato a Palazzo Chigi. Il libro di Ichino è molto interessante sotto vari punti di vista. Si svolge nella forma di un interrogatorio-inchiesta di un personaggio immaginario cui l’autore risponde compiutamente per l’intera durata del libro. Dicevo, interessante per vari aspetti.

Il primo aspetto interessante del libro è ovviamente la proposta del senatore del PD: un cambiamento radicale delle regole sul lavoro dipendente basata non solo su una maggiore facilità di licenziamento ma anche e soprattutto sulla flexsecurity, un modello di collocamento dei disoccupati in stile Danimarca. Il modello di politica del lavoro danese è ampiamente illustrato, coi suoi centri che riescono a ricollocare chi ha perso il lavoro con grande efficienza e in poco tempo spesso anche grazie a molti corsi di formazione, e il relativo modello di sussidi di disoccupazione pagato in ampia parte dalle imprese. L’articolo 18 viene così a mancare potendo garantire una buona probabilità di ritrovare un posto. Tutto molto affascinante, beninteso. Non mi convincono un paio di punti della proposta ichiniana: in primis il costo non indifferente di avviamento della riforma con l’istituzione o il miglioramento inevitabile dei centri per l’impiego. E poi il fatto che in un modello del genere i costi per i sussidi di disoccupazione sono in parte pagati sia dallo Stato sia dalle imprese. Per i costi a carico statale, c’è il problema che non sarebbero pochi, specie eliminando la cassa integrazione ordinaria e/o straordinaria: e che sarebbero probabilmente troppi in questo momento storico . Per quelli a carico delle imprese, mi aspetto che se Monti&Fornero sposassero l’ipotesi di Ichino le imprese protesterebbero per gli eccessivi costi dei licenziamenti (come se non fosse un costo adesso per le imprese non licenziare chi vorrebbero). Le argomentazioni di Ichino sono comunque stringenti, si è fatto i suoi conti e probabilmente potrebbe essere una idea praticabile per l’Italia nel lungo periodo.

Il secondo punto di grande interesse riguarda l’analisi della situazione italiana, le caratteristiche interne del mondo del lavoro e il suo rapporto col resto del pianeta. Ichino, ex sindacalista CGIL, è convinto che i sindacati oramai rappresentino non tutti i lavoratori ma solo una piccola parte di essi – di noi, anzi. Quindi che le attuali polemiche sull’art. 18 siano , oltreché simboliche, anche fuori contesto e fuori realtà storica. E che in realtà pongono un argomento tabù che in realtà è solo una piccola parte della questione. Qualche numero lo fornisce lo stesso Ichino ed è verificabile: in Italia sono molte molte di più le piccolissime imprese – spesso individuali – che le medie e grandi aziende, e sono tanti i dipendenti che non godono del diritto al reintegro per licenziamento per giusta causa. Dati più ampi si trovano anche sul sito Istat e rendono bene l’idea nel confronto con altre realtà europee (chissà come mai in Italia non c’è abitudine al benchmarking e quindi al confronto col resto del mondo: paura del paragone?). Infine, c’è chi ipotizza che in realtà i maggiori costi dell’articolo 18 siano altrimenti ammortizzati dalle imprese, ad esempio ricorrendo ad altre forme contrattuali – partite iva, consulenti body rental – che garantiscano una certa flessibilità: e ciò sarebbe indirettamente dimostrato da questi grafici, che non mostrano un drastico calo nel numero di imprese appena sopra i 15 dipendenti. In sintesi, in Italia ampia parte dei lavoratori dipendenti del settore privato non è coperta dall’articolo 18 (quindi che razza di questione di civiltà è se tanti dipendenti non ne usufruiscono?), se poi contiamo anche i finti dipendenti – interinali, co.co.pro. e finte partite iva oltre agli immancabili stagisti – notiamo che i sindacati sono una lobby potente ma che non rappresenta tutto il mondo di chi lavora. Ichino ipotizza che i sindacati, e tutto il mondo delle relazioni industriali tra imprese e RSU, sia ancorato a dinamiche degli anni 70, come se esistessero ancora le grandi fabbriche manifatturiere in stile fordista . Onestamente di quelle fabbriche non ce ne sono più, e nemmeno ce ne saranno nel lungo periodo – potrebbero tornare solo nel caso di grandi sconvolgimenti che rendessero il costo del lavoro in Italia paragonabile con quello dell’Est Europa almeno. Qui mi viene solo da condividere il pensiero dell’autore, le relazioni industriali sono demodè , e intanto il mondo là fuori cambia, e i concorrenti dell’operaio FIAT non sono i giovani del suo paese ma gli aspiranti operai serbi o rumeni o turchi.

L’analisi dei vari tipi di rapporti contrattuali dei lavoratori è una parte molto interessante e oserei dire drammatica e disarmante nella sua esposizione : ma onestamente chi la può contestare? Anche io ci sono passato: appena laureato – in Ingegneria, tempi della new economy e boom dell’informatica, non era difficile trovare un impiego – trovai lavoro in un mese, ma con un contratto co.co.co. Poi ebbi altre offerte, contratto interinale e contratto con finta partita IVA, che scelsi e feci bene perchè imparai quanto lo Stato prenda in tasse a chi fa impresa da sè – impresa per modo di dire, visto che avevo un unico committente. Io poi trovai diverse offerte con contratto formazione lavoro ed eccomi qua, ma capisco benissimo una realtà di oggi in cui in una crisi economica non si trova un lavoro stabile che possa permettere di guardare con fiducia al futuro meno ravvicinato. Personalmente credo che su questo punto si possa fare molto in Italia: potrebbe essere persino una buona forma di do ut des abolire l’articolo 18 abolendo nel contempo queste forme contrattuali. Il problema, infatti, come si mostra qui è che ci sono tante troppe persone over 30 e anche over 40 e 50 che non hanno lavori contrattualmente garantiti.

Al che mi viene di pormi la seguente domanda: se io, 40enne, domani perdessi il lavoro, preferirei una situazione come adesso coi contratti molto ingessati e che non favoriscono l’ingresso o mi converrebbe una situazione in cui al prezzo di minori garanzie per il futuro mi permettesse di trovare lavoro con minori difficoltà? Non ho risposte, ma la questione me la pongo: e se la dovrebbero porre quei tanti 50enni e 60enni che dopo la riforma delle pensioni non possono smettere di lavorare ma che rischiano di perdere il lavoro, o l’hanno già perso, o che hanno un lavoro sicuro e garantito ma figli precari che non trovano uno straccio d’occupazione, magari con una laurea prestigiosa in tasca (ok, poi ci sono sicuramente altri problemi in questo paese). Non sarebbe forse meglio togliere l’articolo 18, allora? E se si ha paura che troppi imprenditori se ne approfittino, abolirlo solo per coloro che adesso non ne usufruiscono – precari, co.co.pro ecc?  D’altronde un articolo del genere che impone l’obbligo al reintegro è una peculiarità tutta italiana che forse non è più sostenibile in un mondo globale. Ma temo pure che se fosse abolito tout court per tutti troppi imprenditori italiani con pochi scrupoli ne approfitterebbero: ecco perchè anche ipotesi come questa che garantirebbero ai licenziati comunque un indennizzo economico certo sarebbero auspicabili solo con indennizzi elevati. E comunque che non è affatto detto che questa riforma migliorerebbe poi così tanto le cose, con gli imprenditori e la destra a chiedere di più, più flessibilità, meno rispetto et cetera. Insomma, la situazione è davvero di grande complessità , e grande delicatezza visto che potrebbe essere determinante nella vita di tante persone.

E’ inoltre interessante la parte sul settore pubblico: ampia zona dell’economia italiana, in cui i licenziamenti anche per cose gravi sono rarissimi, ma che soffre di ben altri problemi: inefficienze, sprechi, mancanza di meritrocrazia eccetera. Forse la meno originale, visto che dell’argomento sono tanti che ne scrivono.

Infine , è interessante e significativa la questione che ha dato spunto al libro: Ichino racconta come nel 2007 lui aveva elaborato le sue proposte che erano a pieno titolo nelle ideedi governo del PD nel momento della candidatura a premier di Veltroni nel 2008. E che poi tutto ad un tratto il PD ha cambiato idea ed è tornato ad essere filo-CGIL, e che adesso la proposta Ichino sia in minoranza nel PD, appoggiata solo dai veltroniani e dalle frange meno vicine all’ala sinistra. Ivan Scalfarotto nel suo blog espone bene la questione ed accusa l’ala sinistra del partito di aver lasciato isolato un autorevole esponente. Io vado avanti e pongo la questione di questa divisione nel PD sul lavoro nel contesto attuale del governo Monti – in fondo giusto ieri Bersani diceva che potrebbero pure di no alla riforma del lavoro. La situazione politica in Italia è estremamente fluida e dinamica. Nulla vieta di ipotizzare che se la proposta che farà il duo Monti&Fornero non piacesse ai sindacati e all’ala sinistra del PD, quest’ultimo si spezzerebbe in due in sede di votazione del votazione, e questo potrebbe portare poi ad una ulteriore “fluidificazione” delle situazione. E che potrebbe mettere a repentaglio l’unità stessa del PD. Facendo avverare la profezia di quegli opinionisti che dicevano che la fine della carriera politica di Berlusconi – non certa ma ora probabile- avrebbe distrutto non solo il PDL ma anche il suo principale avversario.

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