Considerazioni sul prossimo referendum costituzionale

Consiglio a tutti, se già non l’avete fatto, una lettura alla riforma: questo testo a fronte mi pare ottimo e rende l’idea di cosa c’è scritto adesso e di cosa ci potrebbe esser scritto dopo nel caso vincesse il sì http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf

Non importa come votiate o se siate indecisi, vi pregherei di darle un’occhiata. Qualunque esito ci sia, potrebbe cambiare l’assetto politico dei prossimi 5 10 o 20 anni. Trovo abbastanza odiose le tesi “voto sì/no perché lo dice quel politico o quell’associazione” “tu voti sì/no come vota anche questo o quell’altro” “macché referendum, bisognerebbe fare ben altro”: il dibattito, ai massimi livelli politici o sui social network, pare basato più sul tifo che altro. Con la differenza che i tifosi di calcio, nelle loro curve, son ben più critici ed obiettivi verso i propri beniamini.

Ah, voterò sì- e non per questioni di tifo politico come moltissimi, troppi, faranno, col sì e col no. Voterò sì perché davvero non vedo che opportunità in questa riforma, mentre invece vedo molti rischi nell’affossarla.

Se qualcuno non si stanca , vado ad esporre una logorroica considerazione personale favorevole (se poi vi fa stare meglio, datemi pure del PDiota e poi tornate a guardare gattini su facebook: a differenza di molti di voi il PD io non l’ho mai votato)

  1. Una breve analisi politica. Renzi, chi può negare che sia un fanfarone arrogante come pochi? Non sarebbe il primo e non sarà l’ultimo ad essere ucciso politicamente dalle manie di grandezza. Ha sicuramente grandi capacità retoriche, è un grande tattico ma manca completamente di visione strategica nel medio periodo. Obnubilato dal 40% alle europee, circondatosi di yes-man invece di consiglieri capaci,  in vista del referendum avrebbe dovuto fare poche cose, o semplicemente una: volare basso. Intuire che il proprio consenso non è garantito. E quindi avrebbe dovuto per prima cosa fregarsene del referendum sulle trivelle, argomento molto marginale tanto che il quorum non si sarebbe mai raggiunto: quell’invito a stare a casa è stato un errore gravissimo in quanto ha cementato l’alleanza contro di lui. Avesse semplicemente glissato, quel fronte non si sarebbe coeso così presto aggregando l’estrema destra e l’estrema sinistra, la Casta della Prima Repubblica (i De Mita, Pomicino ecc) e il Movimento 5 Stelle, Forza Italia e la sinistra del PD. Unito alla personalizzazione è stato un errore pacchiano, che dimostra che lui è lontanissimo dall’archetipo del politico democristiano silenzioso alla Moro o Andreotti, capace di agire nell’ombra: e più che a Berlusconi, potrebbe somigliare al Craxi premier di 30 anni fa, che però mi ricordo assai più astuto. Anche l’elezione di Mattarella con conseguente rottura con Berlusconi non è stata una gran mossa, col senno di poi. La recente manovra finanziaria smaccatamente elettorale è un segno evidente della difficoltà e della posta in gioco. Se al referendum perderà, per lui saranno tempi grami e ce ne vorrà per ricostruire il consenso: gli italiani non amano gli sconfitti. Nel suo partito le lacerazioni provocate non gli sarebbero perdonate facilmente, e in questi giorni si notano le fortissime tensioni, qualunque sia l’esito. Anche se credo che, per mancanza di altri leader in giro, nel giro di 2-3 anni possa tornare in auge. D’altronde è successo pure a Berlusconi e Prodi in anni recenti. Una speranza ce l’ha: l’ondata anti-casta monta ovunque, e ci sono poche cose anti-casta come fare a meno di 200 e rotti parlamentari.

2.       Cos’è che mi piace della riforma? Varie cose. Le dico perché anche per chi vota sì sono più i mugugni che altro.

a.       Apprezzo la eliminazione del bicameralismo paritario. Ricordo che in Europa non c’è quasi da nessuna parte (c’è solo in Romania, che comunque ha un semi-presidenzialismo. Gli USA poi, sappiamo che c’è il presidenzialismo, e poi non è proprio paritario). E una simil-camera delle regioni c’è in molti paesi. Una Camera unica invece non c’è da nessuna parte in pratica.

b.      A quelli che avrebbero voluto l’abolizione tout-court del Senato, dico che invece è meglio che ci sia. Perché contribuisce all’equilibrio dei poteri, e impedirebbe a una forte maggioranza di fare il bello e il cattivo tempo. Una delle critiche maggiori alla riforma è infatti il paventato rischio della dittatura della maggioranza.. Per come sarebbe eletto il Senato delle Regioni (in maniera proporzionale), invece, sarebbe molto difficile avere una maggioranza robusta in entrambe le camere: la riforma infatti prevede esplicitamente la ripartizione proporzionale dei seggi: praticamente impossibile che un PD o il centrodestra o il M5S possano avere la maggioranza assoluta e fare quel che vogliono. Tendenze autoritarie o distruttive sarebbero un minimo frenate. Le elezioni regionali sarebbero delle mini-elezioni politiche, in cui la maggioranza di governo, se non apprezzata, sarebbe a rischio anche localmente. Potrebbe e dovrebbe continuare a governare con poteri e responsabilità, ma senza poter stravolgere tutto.

c.       Apprezzo la eliminazione del Senato attuale: Senato, dal latino senex, vecchio. Eletti non giovani, obbligatoriamente over 40, e vecchi elettori, che devono avere minimo 25 anni. Questo è un arcaismo osceno, un orrore politico, uno sminuire l’istanza di innovazione dei giovani. In un paese sempre più vecchio e coi pochi giovani stretti tra la crisi e la mancanza di rappresentanza nelle istituzioni, mantenere un obsoleto simulacro della saggezza politica è assurdo e antistorico. Ok, sarebbe un motivo risibile per approvare questa riforma. Però al momento è così, e dopo non sarebbe più così. Aggiungo che proprio per questo motivo, il diverso corpo votante, è attualmente assai probabile che nelle 2 camere ci siano composizioni diverse, cosa che peggiora enormemente la governabilità e la formazione di maggioranze parlamentari solide.

d.      Apprezzo le nuove modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Per come è adesso, su 1000 aventi diritto all’elezione del Capo dello Stato, bastano 501 voti. Per il nostro ordinamento, in cui egli è e dovrebbe essere garante super partes e primo guardiano della Costituzione, è un po’ pochino. E infatti un Napolitano fu eletto con pochi voti, circa il 55%- Invece con la riforma le modalità cambiano, e dal settimo scrutinio servirà il 60% dei votanti. Dato che all’elezione del presidente della repubblica votano tutti, inclusi i senatori a vita, tale cifra sarà comunque molto alta, vicina a un 58-59% degli aventi diritto (ci potrebbero essere più astensioni e assenze, che però conterebbero in pratica come un sì: una opposizione veramente tale potrebbe bloccare ogni nomina non concordata). Ciò servirà a garantire un presidente più bipartisan, accettato da una maggior parte dello schieramento politico. Ok, questo non è garantito, gli insulti a Napolitano da parte di chi lo aveva riletto pochi mesi prima sono a ricordarcelo. Ma è comunque un miglioramento. E soprattutto una garanzia dell’esistenza di un contrappeso nelle istituzioni

e.      Mi piace la nuova disciplina dei referendum, che permette il calo del quorum a quelli con ampio numero di firme raccolte. Aspetto marginale, avrei preferito diversamente, ma mi pare un miglioramento. Allo stesso tempo, ritengo positivo l’ingresso in Costituzione delle proposte di legge di iniziativa popolare.

3.       Per onestà, devo anche ammettere le cose che mi piacciono meno:

a.        in particolare, il nuovo rapporto tra Stato e Regioni. Non che l’attuale mi piaccia. Da federalista convinto devo ammettere che il trasferimento di competenze alle Regioni non ha funzionato. Temo che la questione federalista in questo paese ormai sia morta e sepolta, specie per la fallimentare esperienza governativa della Lega. Potrebbe esser meglio, a questo punto, tornare all’accentramento almeno delle funzioni di interesse strategico nazionale. Il dubbio è che i conflitti tra stato e regioni possano rimanere

b.      Non mi convince a pieno l’elezione indiretta dei senatori, da parte dei consigli regionali. Non certo per l’assurda protesta del fronte del No, dato che l’elezione indiretta esiste in molti paesi, tra cui la Francia (senza contare gli USA, dove venivano addirittura nominati dai governatori). Non mi convince perché l’indicazione dei cittadini sarebbe stata più trasparente, e perché tale strumento avrebbe potuto dare maggior forza alla legge costituzionale. L’unica legge elettorale attualmente in discussione andrebbe però in questa direzione.

4.       Inutile girarci intorno: la presenza di una legge elettorale fortemente maggioritaria è un elemento di forte difficoltà per l’affermazione del sì al referendum. Le leggi elettorali si cambiano, storicamente nessun paese ha una Costituzione dove c’è scritta la legge elettorale (tranne quella di Weimar, sappiamo come finì). Quindi, anche se non è materia di voto, la legge elettorale diventa, anche giustamente, materia di discussione. Personalmente, preferirei il modello anglosassone o francese di elezione dei deputati, a singolo o doppio turno, su ogni collegio, con primarie ma senza preferenze, e senza proporzionalità. In mancanza di questo, l’Italicum non mi dispiace, specialmente il premio per il ballottaggio. Perché:

  1. Assomiglia molto alla legge elettorale dei sindaci. Tale legge esiste da più di 20 anni e bisogna ammettere che ha funzionato. Prima i sindaci e le maggioranze cambiavano di continuo nei comuni, l’azione amministrativa era meno incisiva in quanto necessitava di più mediazione. L’Italicum ci assomiglia. Ed è ridicola l’accusa che potrebbe diventare maggioranza un partito piccolo: sarebbe comunque votato dal 50% e più degli elettori al secondo turno. Sarebbe quindi la scelta della maggioranza ai fini di dare un mandato per governare. La maggioranza che garantirebbe sarebbe comunque minima, non tale da portarla a decidere in modo oppressivo e dirompente.
  2. C’è chi dice che l’Italicum sia incostituzionale. Uno degli aspetti positivi della riforma costituzionale è la possibilità di far giudicare la legge elettorale preventivamente alla Consulta. Ciò avrebbe permesso, in passato, di cassare subito l’orrendo Porcellum. Ciò permetterebbe di cassare dall’Italicum le cose incostituzionali. In generale quindi questo è un altro aspetto positivo della riforma, permette di mettere un freno a una maggioranza che si confezionasse una legge su misura.
  3.  Ritorno sulla tesi che Italicum + Riforma darebbe troppo potere al premier. Per me non lo è, resterebbero vari contrappesi e il Parlamento resterebbe sovrano. Ma anche fosse, lo riterrei positivo. La Riforma in realtà non aumenta i poteri del premier. Ma una legge fortemente maggioritaria, qualunque essa sia, sì. Come dicevo in precedenza, esisterebbe comunque un insieme di poteri che sarebbero comunque un giusto e necessario freno a un possibile premier troppo arrogante (tipo Renzi, o se preferite Berlusconi o Grillo): un presidente della repubblica un po’ più super partes, un senato delle regioni che potrebbe comunque limitare alcune iniziative, una Corte Costituzionale che potrebbe decidere di cassare una legge elettorale, la possibilità di organizzare referendum con un quorum decisamente più basso. E se un giorno tornassimo al proporzionale, più o meno corretto, allora sarebbe decisamente meglio con una sola camera, no?! La seconda sarebbe un di più, completamente inutile.
  4. In questi giorni i fautori del NO parlano non solo di proporzionale, ma anche di eventuali nuove idee di riforma. Premesso che come si è visto anche solo arrivare a una riforma votata in 2 stagioni diverse è complicato e quindi chi dice “facciamo subito altre riforme” fa promesse che non può mantenere, le idee che propongono portano a assetti istituzionali ancora meno equilibrati di questa riforma qui: ad esempio il centrodestra torna alla carica sul semipresidenzialismo e un premier eletto con ancora meno parlamentari, e in più anche il vincolo di mandato (che in tutto il mondo esiste solo a Cuba e in Portogallo), e poi dicono che questa riforma che stiamo per votare “darebbe troppo potere a una persona sola”…. Avere la faccia come il deretano, insomma.

5.        Se vincesse il Sì, quale sarebbe lo scenario peggiore? Direi quello di avere un premier che comanda un po’ troppo. Farebbe così male al nostro paese, un po’ di vera leadership politica? E un po’ di sana alternanza? Ricordiamo che resteremmo comunque molto molto lontani da paesi indubitabilmente democratici come ad esempio il Regno Unito dove il potere del governo è enorme e ci sono pochissimi contrappesi. E’ vero, potrebbe diventare premier anche qualcuno che non ci piace affatto e che non vorremmo mai divenisse tale. Ma l’alternativa qual è? L’inciucio, la grande coalizione permanente? La riesumazione del pentapartito? Ritengo sia giusto che chi vince le elezioni abbia onori e oneri di governo. Che non abbia più l’alibi de “non mi hanno lasciato governare” oppure de “abbiamo la maggioranza in una camera ma nell’altra siamo sul filo e quindi non possiamo fare ciò che vorremmo”. E’ vero, ciò potrebbe aumentare i dissidi in questo paese, la diversità di vedute, lo scontro politico e sociale, la demagogia e il populismo. Ma sono cose che ci sono ovunque, anche negli stati a grande tradizione democratica. Non dovremmo averne paura. Non è maturo averne paura. Non è produttivo averne paura. L’alternativa sarebbe avere governi che amministrano alla giornata e senza una visione di lungo periodo.

6.       Se vincesse il No, quale sarebbe lo scenario peggiore? Già adesso saltano su i fautori di legge elettorali proporzionali. Inoltre una vittoria del No porterebbe instabilità, crisi finanziaria, maggiore spesa per interessi (avete un mutuo a tasso variabile? Ahia). Uno scenario che costringerebbe a varare manovre economiche lacrime e sangue. E poi leggi elettorali tali da NON avere un vincente certo ed acclarato. Vedo già, nel futuro, governi come il fu pentapartito democristiano, altro che Grandi Coalizioni come quelle tedesche. Reggendosi su molteplici stampelle, obbligati ad aumentare la spesa pubblica per soddisfare questo e quello. E conseguentemente, ad aumentare ancora le tasse. Ad un certo punto arriverebbero i disastri dei conti pubblici, il commissariamento internazionale, nuovi governi dei tecnici, nuove finanziarie lacrime e sangue. Poi nuove elezioni, maggioranze simili, stessi modi di governare. Rimandare i problemi all’infinito, caricare ancora più di debiti i nostri nipoti e pronipoti. Ed anche non venisse il proporzionale puro, ci sarebbero comunque leggi e situazioni, come quelle degli ultimi 20 anni, in cui sarebbe molto facile non avere maggioranza e dover stringere accordi con questo o con quello, soprattutto con micropartiti portatori di interessi locali e contingenti senza alcuna visione futura. E’ davvero questo quello che vogliamo?

 L’Italia, lo dicono tutti gli indicatori macroeconomici, è in declino, iniziato da oltre 40 anni e accelerato dopo il 2008, e non ci sono segni di rinascita. Serve un cambiamento di rotta. Odio la demagogia ed è giusto che non si cambi tanto per fare, ed è ovvio che questa riforma da sola non cambierà niente. Ma potrebbe essere la premessa necessaria, una conditio sine qua non, affinché una inversione di rotta ci possa essere. Non è certo un’ultima speranza, figuriamoci, in fondo l’Italia dà il meglio solo quando è messa male. Ma le cartucce rimaste a questo paese sono molto molto poche. Cercherei quindi di creare le premesse per non sprecarle.

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