Perchè il trail running?

È stata una gran bella giornata all’Ultratrail del Mugello. Sesta edizione, sesta partecipazione, terza partecipazione alla 60. La gara di casa, il trail più bello e meglio organizzato di Toscana. Reduce da giorni di stanchezza e poca brillantezza (e qualche gozzoviglia di troppo dopo la Via degli Dei), pensavo di concludere sì ma con un tempo appena migliore del 10h50’ fatto 4 anni fa. Invece mi son meravigliato di riuscire a correre quasi ovunque, di avere sempre del margine… e come mi è accaduto rarissime volte, di essere sempre in spinta, sempre a tutta, mai in crisi, mai in difficoltà. Poi la compagnia del mio team, le risate in partenza assieme al solito timore reverenziale, la simpatia delle tante facce note, la compagnia nella seconda metà del baffo volante Simone con cui ci siamo fatti da lepre a vicenda. Tempo finale eccelso per le mie possibilità di 9h24, nonostante il freddo e il fango delle ultime 2h30’. Questo è tutto. Dopo la doccia, il pranzo, le chiacchiere, le risate, gli abbracci, alcuni tizi per un caso fortuito, mi hanno fatto un’intervista, per cosa non so, sul mio rapporto con la corsa. Un paio di domande le riporto qui, con le mie risposte. Non aggiungo altro al mio racconto della gara, penso di aver scritto abbastanza. Di getto, come avevo risposto a queste 2 domande

All’arrivo, pure in buone condizioni nonostante la grandine e il fango


Perché l’Ultratrail del Mugello?

A parte che è la gara di casa… Avete presente quelle certezze incrollabili tipo le tasse? L’ultratrail Mugello è una di quelle, organizzazione perfetta, attenzione a chi corre, massa di volontari sorridenti e accudenti, ristori forniti, percorso segnato meravigliosamente, percorso duro ma non durissimo, scorrevole ma non troppo, con salite discese, guadi, single track, mulattiere, prati, boschi. E soprattutto i colori: con qualsiasi meteo, col sole la pioggia o la nebbia, ti godi questa foresta lussureggiante, il contrasto tra le foglie marroni e rossicce a terra e il verde delle foglie appena spuntate, il verde chiaro di faggi e querce o quello scuro degli abeti. Poi stavolta pure il bianco della grandine, che volere di più? 100% trail, come dice il Sisti. Ti senti parte della natura, del creato, ok capita in tutti i trail, ma qui un po’ di più. Ogni volta ti sorprende, anche per chi come me l’ha sempre corso e in fondo su questi sentieri ci ho sempre corso. Ah, ovviamente tornerò, torneremo. È una grande festa, e non si può mancare. E non mancherò neppure i prossimi anni

E perché il trail running?

Perchè è appagante. Più della corsa su strada che è stressante e ripetitiva, e se lo dico io che l’ho fatta per tanti anni e la pratico tuttora…. Il trail invece è ancora più una continua scoperta, di te stesso e di nuovi luoghi, o riscoperta di quelli vecchi di cui scopri sempre lati nuovi. Il trail è emozione: timore, paura, gioia, esaltazione, pace, pienezza, sofferenza, dolore, pazienza, attesa, meraviglia, ansia. È esperienza dei sensi, esperienza mentale, conoscenza dei più profondi aspetti della tua psiche. Tutto è amplificato, e lo stesso percorso fatto camminando darebbe sensazioni diverse perché la fatica fa percepire ogni cosa in modo diverso e più potente: fame, sete, caldo, freddo, stanchezza, la vista, l’olfatto, l’udito, sono tutti amplificati, o se vogliamo su frequenze diverse, percepiamo in modo più profondo la bellezza e la forza della natura che ci circonda. È come soffrire per ore di sindrome di Stendhal dall’ambiente in cui si corre, ti senti percorso da vertigini, senti vibrazioni profonde del tuo io, un prolungato istante di comunione con il Creato. Sono emozioni indimenticabili, alla fine ti senti drogato, dipendente da esse, ancora più che nella corsa su strada. E quando la gara finisce, resta il ricordo, indelebile, magari sfumato, ma resta il ricordo dell’emozione provata. E vorresti riprovarla ancora, pure a costo di stanchezza e dolori. Sì, sembra proprio una droga. Sono felicemente drogato, tossicodipendente, di questa felicità epicurea che dona questo sereno appagamento.

Il viaggio

Vari anni fa, scoprii che giusto dietro casapassavo un itinerario antico meta di camminatori, la Via (o Sentiero) degli Dei. (clicca qui per scaricare il libro di WM2)
Ovviamente non mi passò mai per il cervello di farla a tappe: perchè a dispetto della mia passione di montagne boschi e sentieri, io non amo camminare, amando alla follia invece correre (anche se in un ultra ovviamente si camminano tanti km). Però la cosa mi incuriosiva, lessi della strada romana Flaminia Militare… e sì, sicuramente qualche volta pensai “chissà come sarebbe una gara trail da Bologna fino a Firenze”, perchè in fondo noi trailer abbiamo questo viziaccio di vedere sentieri e gare (o trail autogestiti) e allenamenti per ogni bosco montagna o sentiero del creato. In fin dei conti, sarà più di 10 anni che teorizzo un Passatore Trail da Firenze a Faenza, chissà che prima o poi non arrivi pure quello.
Dicevo della Via degli Dei: 10 anni fa di viandanti non si trovavano, e dire che mi ci alleno sempre su quel percorso, verso il Castello del Trebbio o Monte Senario o la Fortezza di San Piero a Sieve. Con gli anni però se ne sono visti sempre di più, i sentieri sono sempre più puliti e dalla primavera all’autunno le stradine dietro casa si riempiono di camminatori ardimentosi che valicano l’Appennino.
3 anni fa arrivò il trail, in una calda giornata di inizio giugno: come ebbi occasione di scrivere, assistere i miei amici quel giorno mi provocò una scossa che mi portò poi a fare il mio prima ultra oltre i 100Km (vedi il post qui sotto)
Ed avendo la via degli dei sotto casa, farla di corsa era nel mio destino. E così è stato.

Salendo verso San Luca a Bologna, mancano ancora 120Km alla fine
Preparazione molto buona ma non ottimale: un paio di settimane saltate per acciacchi vari, ancora un paio di Kg di sovrappeso, è mancato qualcosina, col senno di poi direi una grossa corsa di un 14-15 ore. Ma ho sopperito con la meticolosità e la determinazione di come mi sono presentato al via, segno di predisposizione mentale alla fatica. Quello che avevo previsto poco era stato il meteo: e la pioggia ci ha accolto sul parco della montagnola, ma diciamolo, lungo i portici meravigliosi che attraversano il centro e salgono a San Luca , ha inciso ben poco. Diverso quando siamo arrivati lungo il Reno, attorno al 10°Km: pozze e fango a dismisura, dopo alcune cadute di faccia nella melma ho stabilito di guadare ogni singola pozzanghera, e fanculo se mi si gelavano i piedi. Poi la prima vera salita , Monte Adone i cui tratti ripidi e fangosissimi su cui non si stava in piedi mi hanno massacrato assieme al freddo e al vento.. ma come me pure molti altri. Altre cadute nei saliscendi successivi, poi la pioggia cala e quasi all’alba inizia la salita per Monzuno, il fango era diminuito e mi son sentito improvvisamente in palla.
Niente sole, continuavano la nebbia il freddo e il vento: la giacca indossata a Sasso Marconi non l’avrei tolta più fino all’arrivo. Peccato non aver potuto godere del paesaggio fino alla Madonna dei Fornelli, 51° Km dove son passato in 9H e spiccioli, direi anche un discreto tempo, mi dicevano essere attorno alla 100esima posizione. Ero ansioso del tratto successivo dove sarei passato sull’antica strada militare romana, e finalmente ho visto quelle antiche pietre levigate dai passi di tanti viandanti di 2mila anni fa: sarò banale, ma cose del genere mi emozionano (la storia del ritrovamento è nel libro di WM2). La Futa, poi sono sceso gagliardamente alla base vita di Monte di Fò, e dopo aver divorato velocemente i miei panini al latte era cominciata l’ascesa verso Monte Gazzaro: l’umore era a mille, sentivo di andare forte, ma l’impressione non sarebbe durata a lungo. Dopo l’Osteria Bruciata la lunga discesa mi avrebbe stroncato i polpacci e i piedi oltre le mie velleità di terminare in 24 ore, tempo raggiungibile senza i problemi che poi avrei trovato. Il resto è il lento attraversamento del Mugello, sempre alle prese coi dolori: e per fortuna ha fatto capolino il sole, e sono state le uniche 5 ore luminose di tutto il percorso in cui abbiamo goduto del panorama. Ironia della sorte, la vista più bella l’ho beccata proprio dietro casa mia, tra Trebbio e Buonsollazzo. Giocare in casa mi attirava le domande di altri compagni di salita, che mi chiedevano quando sarebbe finita la lunga ascesa verso Monte Senario. In effetti non arrivava mai… il buio sarebbe arrivato subito dopo, e un gran freddo. Seguirono lunghe ore di oscurità e solitudine, non avrei visto nessuno poi tra Monte Senario e Poggio Pratone. E la solitudine mette la mente a dura prova, ai dolori muscolari si erano uniti anche lancinanti dolori ai tendini del piede – achilleo, peronieri, estensori, tibiali… tutto! – e infine le temute vesciche. Alla fine la mia testa, che si era divertita un sacco passati i primi Km di fango, avrebbe pronunciato più che altro la parola “agonia” , oppure “calvario”. Non fatica, anzi, son stato bene nel finale, avevo fiato e forza da vendere, ma realmente i miei piedi non volevano più saperne di toccare il suolo,  e correvo solo per abbreviare quella sofferenza. Come accade per ogni esperienza dolorosa, ho praticamente scordato i Km finali, ricordo solo l’agognata immagine dell’arrivo , gli scalini finali del teatro romano e la Valeria che mi mette al collo l’ambita medaglia da finisher, mentre io pronunciavo le immancabili parole “mai più queste distanze”. Stracolmo di fango incrostato agognavo solo una doccia e il letto, incapace pure di mangiare.
L’esperienza di questo viaggio non mi ha entusiasmato come pensavo, ho sofferto veramente troppo ai piedi.
Però anche se non mi ha entusiasmato ha lasciato il segno. Come sempr.
Però ho corso in luoghi di cui avevo letto e di cui avevo sentito dire, in altri dove non avevo mai corso, ricorderò la breve salita di San Luca il nebbioso Monte Adone, le vibrazioni delle pale eoliche sul Poggio Galletto, il silenzio della foresta di Pian della Balestra, il vento sul Gazzaro e a Monte Senario, la solitudine più completa di Poggio Pratone.
Però ho corso in luoghi selvaggi, antropizzati in molti punti ma molto spesso completamente lontani dalla civiltà, dove pensi solo “se mi capita un problea chi mi potrà soccorrere”: a pochi passi dai paesi delle nostre campagne e montagne vivono foreste pullulanti di vita, rigogliose.
Però è stato un gran viaggio, da una città all’altra, attraverso le colline e le montagne, e soprattutto dentro di me, dentro la mia capacità di stringere i denti, dentro la mia determinazione verso la meta.
Però  sbircio Strava, vedo quella mia traccia che parte da una città e arriva in un’altra a 125Km di distanza, oltre una catena montuosa, e rivaluto quelle ore di sofferenza, sicuro che mi abbiano insegnato tanto di me stesso e che un giorno le ricorderò con orgoglio, come ricorderò il piacere masochistico del correre nel fango nel gelo e nel buio delle montagne che vedo ogni giorno.
Sofferente come poche volte nella vita ma felice e soddisfatto