Il lago, la notte

Per chi corre da tanto tempo come me è fondamentale trovare nuovi stimoli. Questa estate decisi così di cercare qualcosa di motivante per l’autunno. Avevo sentito tanto parlare di questo UTLO, non propriamente dietro l’angolo, però cominciò a stuzzicare i miei appetiti. Durante l’estate l’idea rimase lì pendente, gli allenamenti andavano benino, così mi decisi. Un acciacco a fine settembre ha rischiato di mettere tutto a rischio ma poi è fortunatamente rientrato, e così il giorno venne.
Correre alla fine è conoscere, esplorare, assaporare luoghi. Non essendo mai stato nel Piemonte orientale, né sul lago Maggiore, tantomeno sul lago d’Orta, ne ho approfittato per un po’ di turismo. Lasciando da parte il Maggiore, che è stra-noto, il lago d’Orta mi ha incantato, così come il paesino omonimo, una vera chicca poco
conosciuta, e così pure la stupenda microscopica isola di San Giulio. Attorno montagne non altissime ma abbastanza ripide da generare timore per la gara della sera, specie se associata al cielo plumbeo e alle previsioni nefaste Non ho familiarità coi laghi. Bilancino, dietro casa, oltre che recentissimo ed artificiale pare proprio messo lì nel mezzo a una campagna che non è fatta per accoglierlo, ci penserà madre natura nei prossimi secoli. Il lago d’Orta non ha la vastità dei noti laghi alpini ma è comunque grande. Camminando sulle sponde prima del via ammiravo la calma delle acque, la tranquillità dei
luoghi autunnali, il riflesso delle montagne sulla superficie. Il senso di calma e la dimensione del silenzio domina un ambiente del genere, ed è profondamente diverso dall’essere in riva al mare, o in vetta al monte, o davanti a un ermo colle della campagna toscana. Ambienti diversi, emozioni profondamente differenti, ma che tutte si riconducono alla comunione con la natura.
La sera dalla riva mi sarei avviato verso le vette del Mottarone e delle altre cime. Ero veramente curioso di percepire, assaporare il contrasto.
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Il via alle 23, temendo il colpo di sonno come a Lugano a giugno mi sono riempito tutto il giorno di caffè. Comincia a piovigginare proprio nei minuti prima, gocce rade ma che si intensificheranno nel giro di pochi minuti. Primi 2Km dove mi superano in tantissimi, corrono come pazzi, ma dove credono di andare? Un tappo e
dopo la coda inizia la prima arrampicata, il Mottarone. Comincia subito tosta, gradoni, già un po’ di fango, pendenze e tornanti in quantità. Ed è subito tanto tanto dislivello, osservi i paesini in basso e le luci allontanarsi sempre più, segno che si sta salendo duro. In vetta comincia il vento e la nebbia fitta, c’è quasi da perdersi ma il mio intuito fa sì che sarò seguito da un nutrito gruppo. Non sarà per niente una giornata facile, lo si capisce subito. Nonostante la notte e il clima ci sono molti tifosi con urla e campanacci, mi copro subito con la giacca impermeabile e inizio con molta calma la discesa. Qui mi superano in tanti: in salita non sono andato piano e devo gestire le forze, in più si vede pochissimo e trovo inutile forzare su un terreno abbastanza accidentato, in certi punti pieno di sassi e buche. La nebbia impedisce pure di vedere bene ma tanto non c’è fretta. Risalita e poi discesa ripida e sassosa verso il primo passaggio a Omegna. Notte fonda, buio pesto, si vedono le luci del paese (poche… paese post industriale poco illuminato), e accanto alle luci un vasto e frastagliato buio, il lago, che pare un buco nero che attrae i corridori in discesa, rallentandone le scalate. Dopo Omegna inizia quella che sarà la salita più lunga con vari tratti di discesa. Lo stradello verso Quarna di Sopra si rivelerà davvero tosto, ripida e piena di tornanti, ma stranamente mi sento bene e cerco di spingere, stando coi miei pari livello e seminando molti altri concorrenti. Ogni tanto qualche cavallo di razza ci sorpassa, i vari del gruppo di testa della 140, li invidio tanto, specie per la leggerezza. Salite e discese si susseguono fino all’attacco del temuto Mazzoccone. Ancora molto buio, sempre più pioggia, si vede veramente poco nel bosco. E’ un peccato, mi sarebbe piaciuto ammirare questo verde selvaggio con la luce del giorno e per passare il tempo cerco di immaginare come sia, di riconoscere gli alberi, faggi, castagni, abeti. Il Mazzoccone picchia sodo e tanti cominciano a accusare, io invece mi accorgo di salire bene e con grande lucidità, pure nella successiva discesina per il ristoro di Camasca dove tanti si rifugiano infreddoliti – io che invece sto benissimo riparto quasi subito per Monte Croce, vetta della gara. Si salta il tratto con le pendenze più toste nella zona di Fornero, la cosa mi solleva molto ma dato come mi trovavo in salita forse per me è quasi peggio. Ormai si è fatto giorno, avevo sottovalutato che trovandosi così a nord l’alba sarebbe giunta in grande ritardo. Questo è stato il tratto più gelido, tra l’immancabile pioggia, un po’ di freddo e di vento. Ma mi sento bene, e dopo la gara vedrò che tra il Mazzoccone fin dopo il Monte Croce avrò fatto un gran tempo. Sosta ridotta pure all’Alpe Sacchi, sfruttando i miei immancabili gel. Salitella e lunga picchiata verso la base di Arola dove tutti si cambiano da capo a piedi ma io sento freddo, decido di mangiare qualcosa e ripartire subito per non congelare. Sarà una buona strategia… tranne qualche dolorino ai piedi che mi porta a Boleto, Km 63 circa, a cambiare le calze… ovviamente sempre quelle con le dita che stanno facendo il loro lavoro, grazie a Fabio e Simone che me le han straconsigliate. Dalla Madonna del Sasso si dovrebbe ammirare il lago e l’isola di San Giulio ma si vede solo un mare grigio davanti, e una lunga discesa fino a Pella dove compare la distesa d’acqua solo dal lungolago… e l’isola qui davanti, immersa nelle nebbie più che nel lago. intanto la pioggia continua e si risale, un tratto bello tosto e poi tanti saliscendi. Forse qua accuso un pochetto ma ho timore del finale e della lunga salita per l’Alpe Berru quindi ne approfitto per risparmiarmi. L’avevo detto che stava continuando a piovere? E che non ha mai smesso? Ecco, sempre più fitto. Discesa umidissima per Oira, dove avevo affittato una bella casetta in riva al lago… e si risale, alè. Ormai ero oltre il Km 80, non mancava molto, solo l’ultima temibile salita che era stata modificata per il meteo, mi avevano avvisato che sarebbe stata dura, chissà la variante come sarà. Da Cesara comincia subito ripida ma poi si ammorbidisce e va in discesa … ohi ohi, è un pessimo segnale quando si perde quota, e infatti… tah dah, ecco qua il punto più ripido dell’intero percorso. Visto poi il segmento su Strava, si chiama La Muntaà, 800metri al 31% di pendenza *media* nel folto del bosco, peraltro assai scivolosi. Stringo i denti, ho la cattiveria negli occhi e infatti supero diversi, le gambe in salita spingono alla grande e il fiato tiene – Strava dirà chè avrò tenuto una VAM di oltre 600m/h, niente male dopo 85Km.
Ma mica è finita! Mi illudevo io, prima un altro po’ di salita fino all’Alpe Berru, poi mi immaginavo una discesa…
macchè, un delirio di infiniti tratti di falsopiani a salire o scendere, per 3-4Km, al freddo essendo tornati a quota mille ed essendo vicino il tramonto. Ma quando comincia la discesa? Mi dico in continuazione che non potrà durare per sempre questo tratto pianeggiante. Eccola finalmente, il lago mi chiama e mi butto… una discesa davvero interminabile, umidissima coi rospi che sguazzano nelle pozze e scappano lentamente quando avvertono le vibrazioni dei passi. Non finisce mai, piove sempre e comincia il crepuscolo. Anche arrivati al paese dei gatti di cui non ricordo il nome mica è finita sebbene sia accanto Omegna: tocca un budello fangoso nell’oscurità – ripresa la frontale, intanto, un intero giorno è passato, è tornata la notte e sono ancora in mezzo al bosco interamente fradicio, infreddolito. E’ dura, ma non mi lamento, sarà esperienza per la volta successiva, e per quella dopo ancora. Finalmente, l’agognato lago e la periferia di Omegna. Restano solo i 2Km finali in piano lungo il lago, che tanti a questo punto avranno maledetto perché non finisce mai e, pare di girarlo interamente. Quando si ode lo speaker è sempre buon segno, una regola valida quasi sempre, e infatti… peccato il mio stile di corsa sia compromesso e arrivo un po’ claudicante, con mia moglie che mi fa una foto mentre pare mi dica “era l’ora”, e mi prendo l’ennesima medaglia da finisher.
Doccia, cena a base di pizza col ristoratore che mi fa i complimenti sempre graditissimi, nuova doccia, letto, sonno, poi il giorno dopo ancora turismo sul lago Maggiore. È stato un gran bel fine settimana. Ho vissuto una grandissima gara, ben organizzata, con uno staff incredibile e numerosissimo, volontari ovunque e tanto tifo. Ho conosciuto luoghi meravigliosi, e ho avuto la fortuna di poter visitare un lago poco noto ma davvero incantevole prima di gareggiarci attorno, per fortuna nascosto com’era dalle nuvole. Come dire, il Piemonte orientale non è solo lago Maggiore, c’è altro dietro quei monti. Ma forse è qualcosa che si può dire di ogni parte d’Italia, almeno è così per quella che conosco. E dico grazie al trail, che mi permette di conoscere, visitare, immergermi in luoghi poco frequentati, e di vedere anche quelli noti con gli occhi velati di fatica ma sempre prontissimi a meravigliarsi di fretta alla bellezza della natura.

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