Le 100 del 2021, parte 2: Cinghiale

Cosa direste se vi chiedessero di partire per una gara di 103Km e 5700metri di dislivello alle 22 di una sera autunnale, con la prospettiva di passare subito 9 ore di buio, e poi altre ancora per giungere al traguardo la notte successiva? Sì, me lo chiedo, o almeno me lo son chiesto per tanto tempo nella prima notte, che stavolta ho sofferto davvero tanto seppure non fosse la prima volta. Eppure era partito gasatissimo, Palazzuolo che ritengo il più bel paese del Mugello era tutto agghindato per tanti runner da tutta Italia vogliosi di ripartire, una partenza coinvolgente con AC/DC a palla, droni per aria, tifosi in massa fumogeni e luminarie … ma mi ero scontrato subito con valli oscure e disabitate, casolari diroccati, sentieri umidi e poco agibili, ripide salite che ammiravi dal basso vedendo la processione di lampade frontali dei concorrenti davanti e in alto sopra di te in cima a pettate ripide. Io che adoro il trail running perchè è esplorazione e contemplazione della natura e dei luoghi potevo ammirare solo il profilo cupo dei monti e ore di fatica davanti, ed ora la posso dire che a me correre di notte non piace poi molto. Con questi pensieri poco incoraggianti ho passato le prime 5-6 ore di questa gara bella tosta che avevo un pochino sottovalutato sotto il profilo del dislivello, mentre sapevo benissimo che sarebbe stata una battaglia contro il buio e contro il cervello che agognava la luce. C’era solo la Luna piena nella notta serena a consolarmi, così splendente da farmi spengere spesso la frontale per godermi il buio immerso nel bosco o col chiarore tanto forte da illuminare quasi a giorno una ripida salita di pietra serena. Sembra un racconto dall’abisso ma sapevo che dovevo stringere i denti, mentre il corso della Luna si spostava e il percorso avanzava fino al Rifugio dei Diacci, luoghi già noti da altri trail adorati. La salita al Carzolano, vetta della gara, prometteva la fine della notte e in effetti andando piano fin lì mi son potuto godere le prime luci dell’aurora in lontananza sull’Adriatico – e mi son detto, aver goduto di una giornata così serena nonostante il periodo autunnale è stata una tale fortuna che non andava sprecata e solo per questa visione del giorno che nasceva era valsa la pena tutta la fatica fatta e quella che sarebbe venuta; era sempre più bello veder la luce aumentare scendendo nella valle del Lamone che illuminava le distese di boschi arancio e giallo di una luce sempre più vivida, e infine i raggi solari infrangersi di rosso acceso sulle rupi e sul borgo di Lozzole, finalmente un posto noto dove iniziava la mia rimonta. Ritornando a Palazzuolo per l’intermedio di metà gara superando di poco il cancello orario ritrovavo sempre più grinta, cominciando a lanciare messaggi vocali su whatsapp e proclamando a me stesso che la seconda parte del percorso a me ben nota l’avrei divorata. Ma non facevo abbastanza i conti sull’avere già 60Km sulle zampe, cosa che non pagavo poi molto nella lunga salita per il passo della Faggiola quanto poi in piano e in discesa. Intanto il sole era alto e il caldo assai intenso, borracce sempre colme da succhiare, così da capire che il finale dopo il secondo passaggio da Palazzuolo al 74°Km non sarebbe stato affatto banale. Non so quale sia il segreto per concludere queste gare, sicuramente è indispensabile essere motivati e testardi ma il pensiero di fermarmi mi ha colto spesso, credo colga tutti, in fondo mi ero già goduto l’alba, mentre i tramonti sono tristi. Riaccendere la luce e il buio che ti raccoglie con ancora salite da fare e discese su cui essere attenti e circospetti ti fa sperare solo che finisca presto. Località che si accavallavano cercando nella mia testa obiettivi intermedi da raggiungere prima del traguardo, nomi esotici di zone sperdute praticate quasi solo dalla fauna selvatica e da ultratrailer grulli: Susinana, Monte Toncone, Gruffieto, Monte Gamberaldi, Fontana Moneta. La cava di Monte Carnevale la ricordavo e mi diceva che l’ultima salita era terminata, solo l’infernale infinita discesa finale facendo slalom tra le mucche e poi tra sassi e fango. Le luci di Palazzuolo dopo altre 3ore e mezzo di buio erano estremamente accoglienti, ridavano forza a gambe dure come marmo ma solo per lo sprint finale: dopo la medaglia e le foto sotto l’arrivo è stata più dura arrivare al deposito borse e al pasta party perchè tutto a un tratto ho sentito il freddo addosso dei gelidi 3°, e dopo 22h40′ di gara e i dolori ad ogni passo si son fatti più intensi. Ho finito anche questa e son contento, ma nonostante il risultato che mi par buono – in fondo ho recuperato 40 posizione nella seconda parte , non male – tutte quei Km al buio son stati veramente impegnativi. In fondo non son mai stato un animale notturno, e preferisco la luce da sempre. Prossimi trail: rigorosamente di giorno! Anche se so che prima o poi il richiamo del buio tornerà, in fondo è il richiamo della sfida che ci attira.

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