Come un cinghiale nel fango

Il dopo-TartufoTrail è stato segnato da questioni fisiche e mentali. Un riacutizzarsi del solito dolorino all’achilleo sinistro, un problemino al ginocchio, il consistente calo di motivazioni dovuto all’obiettivo raggiunto a prezzo di sacrifici, insomma è stato normale aver ripreso 2Kg di peso. Però la voglia di correre non è sparita: solo che l’ho dovuta centellinare…. ma mi è rimasto il pallino dell’ultratrail, il Tartufo mi ha fatto capire che probabilmente sono più adatto a gare del genere che a trail più brevi. E in più la LavaredoUltratrail non è così lontana. Quindi mi sono iscritto al Trail del Cinghiale che è pure vicino a casa. Solo che ci sono arrivato senza la minima preparazione mentale e fisica, quasi improvvisando. Come se cercassi un modo di mettermi in difficoltà.

Levataccia alla 4, partenza alle 7 quando albeggia e il paese risplende delle luminarie natalizie, si sale subito per 6Km fino ad affrontare la neve e un ventaccio teso, per fortuna non è freddo. Gara tutta di saliscendi sul versante romagnolo dell’Appennino, la recente nevicata aveva fatto cadere vari alberi, con alcuni tronchi che dovevamo superare scavalcando o strisciando sotto, e costringendo a un cambio di percorso che portava a ben 2 passaggi intermedi dal traguardo e a dover percorrere 3 anelli diversi. Il passaggio intermedio è naturalmente un grosso problema mentale per molti. A me invece non è dispiaciuto. Mi è piaciuto molto meno il fatto che dopo 20Km ero completamente svuotato, con gambe molli e senza fiato. Probabilmente non avevo digerito bene la colazione, ma mi è bastato mangiare dell’uvetta e bere della cola al vecchio borgo di Lozzole per ripartire. Il terzo anello , che poi è esattamente la seconda metà di gara, è quello che mi è  piaciuto di più, e finalmente ho visto Fontana Moneta, che è un piccolo rifugio con una chiesetta di un migliaio di anni fa nell’alta valle del Sintria, torrente stretto tra Senio e Lamone dove adoro sempre correre essendo una zona pochissima urbanizzata e veramente selvaggia. Abbiamo poi toccato un bel pezzo del sentiero 505 Colla-Faenza, e ricordavo un allenamento di quasi 10 anni fa fatto qui con alcuni romagnoli… sì, il trail per me è anche un amarcord, rivedere luoghi dopo anni e pensare “ehi ma qui ci ho corso già una volta”. Ben oltre il 50°Km comincia a far buio, quando manca ancora una salitona, alcuni saliscendi fangosissimi e una ripida discesa. Insomma, è la prima volta che mi tocca metter la frontale a gara in corso. Sento un po’ di stanchezza ma nella seconda parte avrò recuperato una decina di posizioni e questo è molto positivo.

Questo è il mio terzo ultratrail sopra i 50, oltre questa distanza diventa tutto più duro,  e mi piace , mi diverto a far fatica a sentire le gambe legnose quando c’è da spingere, il respiro affannoso in salita, l’agile saltellare dei piedi in discesa, il pianificare ogni dettaglio di sforzo alimentazione e idratazione prima e durante la corsa salvo poi lasciarsi andare alle sensazioni del corpo. Adoro enormente l’arrivo e il farsi la doccia raschiando via il fango e la terra di dosso, e il pasta party dopo. Sapete cosa mi piace di queste garette, e perchè le preferisco ai trail autogestiti? Mi piace il sorriso delle persone dello staff, quello di chi ti dà il pettorale e il pacco gara, quello di chi serve la pastasciutta al pranzo finale, quello di chi versa l’acqua nelle borracce ai ristori. Mi piace perchè in maggioranza sono persone legate a un territorio lontano dalle grandi città. Non ho niente contro le città, sono un fan della contemporaneità e della tecnologia. Forse proprio per questo sono affascinato dall’incontrare persone dei paesini dell’Appennino, e ritrovo sempre gli stessi sorrisi a Palazzuolo così come a Stia, Badia Prataglia, Serramazzoni, Busana: li percepisco diversi da quelli che potrei fare io che son di città, forse perchè in questi paesi l’evento è qualcosa di speciale e noi che corriamo anche nelle retrovie siamo protagonisti.

Ma ho divagato: pensate ad esser stati sulle gambe oltre 10 ore e dover affrontare una lunga discesa anche ripida su sentiero con foglie e fango, piove ed è buio pesto, si scivola che è una bellezza e non vedi il paese dove dovrai arrivare. Compare solo all’ultimo e allora spariscono i dolori. Finisher anche stavolta nonostante qualche difficoltà, e neanche stavolta tra gli ultimi. Ora sono alle prese con i dolori, ed anche con i pensieri “quando sarà il prossimo?” Le mie articolazioni vorrebbero un po’ di riposo ma la mia mente spera sia presto.

La traccia GPS

Una squadra fortissimi

Monte Morello è il terreno ideale per svolgere allenamenti impegnativi: difficile trovare un luogo così vicino a Firenze che sia così impervio da permettere di prepararsi al meglio per le gare più toste. Quando la mania del trail ha preso possesso di molti atleti della mia squadra è diventato la palestra di tutti. Non solo nostra, tanti altri conoscevano bene quella montagna che domina la piana fiorentina, biker trailer e camminatori. E finalmente qualcuno di questi ha tirato fuori questa gara, lo skytrail, ormai alla seconda edizione. Ovviamente, non ce la facciamo sfuggire. Anche se ormai conosciamo questi sentieri a menadito.
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Il gruppone del Ponte, oggi 1 novembre, è diviso in due. Da una parte quelli – reduci da gare dure, o in convalescenza per infortuni – ad aiutare lo staff della Mugello Outdoor. Dall’altra, quelli che corrono, non moltissimi, forse molti sono stanchi di una lunga e impegnativa stagione, ma tutti agguerriti.    Su tutti una giornata luminosissima, sole splendente e arietta frizzante al mattino, una luce incantevole e il cielo terso che in lontananza ci mostra le Apuane. Convenevoli prima della partenza, un lieve riscaldamento, le risate osservando quei due dei nostri che mettono sui polpacci i manicotti dell’ultratrail del mugello invece che i gambali compressivi. Si parte sempre col sorriso in faccia, poi però arriva il difficile. Anche per il nostro Lorenzo, tra i favoriti, che osserviamo scaldarsi con facilità e leggerezza.
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Un anno fa mi ero cimentato come scopa, e con poco allenamento feci pure tanta fatica. Oggi parto bello aggressivo, deciso a far bene sul mio terreno preferito. Facciamo una digressione tecnica: la gara la si può dividere in due parti, una prima metà con tanta discesa, direi facile nonostante i molti tratti in single track. Molto divertente, ad esempio la discesa sulla pista delle mountain bike. Anche un bel tratto di strada bianca, discese non tecnicamente difficili, anche perché con la siccità che c’è l’umidità è davvero pochissima.
Poi però inizia il difficile. La salita del versante nord della Terza Punta, col finale davvero massacrante e ripido. Qui i bastoncini portati dietro aiutano tanto, e supero tanta gente, fino alla vetta: si esce dal bosco e il sole ti acceca, ti godi il punto più alto della gara, ammiri per un attimo il panorama che già conosci a memoria ma che ogni volta ti fa battere il cuore da trailer, poi giù a rotta di collo per il Rompistinchi. Trovo i nostri fotografi Fabio e Daniele, che ci immortalano e faranno degli scatti stupendi. Mi avvisano che Lorenzo è in testa, ne ero certo e mi sale l’agonismo: stavolta il Rompistinchi non è umido e scivoloso come sempre e provo a forzare un poco. In fondo ecco il nostro fotografo ufficiale Umberto e il resto del team oggi in servizio, tutti impegnatissimi a rifocillare i trailer al ristoro della fonte del ciliegio. Un attimo di sosta per riempire la borraccia ed ecco la salita temibilissima della fonte del nocciolo, 1Km circa al 28% di pendenza, alcune rampe micidiali ed il difficile proprio in cima… e per fortuna poi si addolcisce per toccare seconda e poi la Prima Punta, dove una folla ci attende, tutti baciati dal sole. Discesona del Tedesco Morto, poi il tratto più agevole del Cippo dei Partigiani … comincio ad accusare la stanchezza, proprio quando comincia l’ultima salita, il Noncibuki al contrario, coi suoi tornanti e le rampe da scalare. Non finisce mai anche se solo 700metri, la vista delle antenne del Poggio al Giro sono un miraggio ma poi compaiono davvero. Manca c’è solo una velocissima discesa fino all’arrivo al Caravanserraglio, che supero in 4ore spaccate.
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In genere la gara è la gara, si corre, si ascolta il proprio corpo, si legge nella propria mente che stringe i denti e sopporta la fatica, si ammira il paesaggio, si gode della natura. Oggi è stata emozionante e la palestra Morello ha saputo sorprenderci con una giornata calda e assolatissima pure il 1° novembre. E poi tac! scatta il terzo tempo, e questo di oggi è stato di quelli davvero belli. Già un ristoro con la birra è da applaudire. Poi c’è Lorenzo che ha vinto, e giù festeggiamenti come piovesse. Vien chiamato sul podio e gli applausi fioccano perché è arrivato il gruppone che era al ristoro e a far foto e quindi la claque diviene rumorosissima, noi ci sappiamo sempre far riconoscere. Il pasta-party è di quelli luculliani, tra lasagne di ogni tipo in grossa quantità, uno spezzatino con patate veramente gustoso: il Ponte requisisce 4 tavoli e ci mettiamo a banchettare ridendo e scambiandoci battute e aneddoti. Scorre la birra, girano altri piatti, qualcuno tira fuori un piatto di tortelli mugellani: il lavoro dello staff del Caravanserraglio davvero mitico, un pasta-party così è indimenticabile. Non ci va di tornare a casa  e continuiamo con le chiacchiere, il sole bacia i belli e ci abbronziamo, tutto per far durare di più questa giornata passata con una squadra di fortissimi, agonisticamente e umanamente. Non vedo l’ora di poter ricorrere, su questa montagna o altrove, ovunque purché con la mia squadra, coi miei amici

Traccia gps

Vòlli, e fortissimamente vòlli

Insomma, è andata.
Ma la mia gara non è andata bene solo ieri, a Calestano al Tartufo Trail. Ieri è stata solo il culmine di un percorso, che mi ha portato a riscoprire la voglia non di correre ma di allenarmi, come non mi succedeva da diversi anni.
Un percorso breve, solo per rendere la sfida più difficile e sopra le righe. 5 mesi fa, accorgendomi di un sovrappeso non più sostenibile, riprendo a correre dopo 3 mesi in infortunio. E mi metto a dieta, ben stimolato dai miei colleghi. La scintilla è scoccata il 3 giugno, assistendo al mio team alle prese con un ultratrail neanche dei più duri, la Via degli Dei. Che passa a 1Km da casa mia, e lì andrai a trovarli, acciaccati, affamati, disidratati. Mi credete se vi dico che proprio assistendo alla loro devastazione fisica e morale scoccò dentro di me la scintilla del desiderio di provarci anche io?! Ok, siamo malati, si sa, ma dovreste sentire l’overdose di endorfine che ho assaggiato in questo tempo. Dicevo, ricomincio ad allenarmi, faccio vari trail in cui sperimento il fondo classifica, continuo a perdere peso rinunciando o limitando pizza gelato e birra. Ma avevo questa motivazione alta, finire il Tartufo Trail per poter prendere i punti necessari per poter partecipare alla Lavaredo Ultratrail col mio gruppone. E sapevo che con poco tempo per allenarmi il modo più efficiente per “velocizzarmi” era dimagrire. Ok, passano luglio e agosto, avverto segnali positivi ma non quanto speravo. Le prestazioni positive nella seconda metà di settembre dei trail delle 5 terre e del bucamante mi fanno ben sperare ma le incognite ci sono. Passo gli ultimi giorni fremendo per la voglia di mettermi alla prova. Dentro di me sentivo che ce l’avrei fatta.
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Alla partenza i miei compari di avventura, due puledri moooolto più veloci di me ma poco preparati, sono belli carichi ma io sono pronto al via con una lucidità e una aggressività come poche volte. L’obiettivo iniziale è passare i duri cancelli, per potere poi finire in tranquillità. Un giro anche duretto del paese e poi su per le prime colline, non molto alte ma con pendenze aggressive e tanto saliscendi. Conscio dei cancelli avevo studiato una tabella di marcia dopo aver studiato su Strava le tracce dell’anno scorso di altri concorrenti. Al 5° Km dopo la prima salita e discesa abbiamo già 5′ di vantaggio e quindi posso rilassarmi un pochino, tenendo un buon ritmo e godendomi le campagne. I miei compari mi seguono, fidandosi del mio ritmo. Altre salite e discese, un pezzo di strada, primo ristoro saltato a piè pari, single track e il dislivello si impenna e ben presto sfora i 1000m, mentre il vantaggio sulla tabella per rientrare nei cancelli aumenta a 15′. Salitona su una odiosa pietraia sul monte Sporno e poi via al primo cancello, superato in 3h15′ quindi con ben 25′ di vantaggio: le mie tabelle funzionano alle grande, ora basta mantenere il passo. Riparto me nei successivi kilomentri su falsopiano assolato soffro un poco la partenza veloce, approfittandone per mangiare. Altra salitona per il Montagnana, su pietra e poi su prato, fino a un ristoro dove carico di liquidi lo zaino, il sole picchia. Discesona, il vantaggio sul ritmo-cancello sale a 33′, sensazioni positive ma le salite non finiscono mai, alcuni tratti molto ripidi (intanto i compari mi seguono con facilità, un pò timorosi della lunga distanza e si informano spesso sulla tabella di marcia). Siamo vicini a Parma ma ci sono delle montagne belle alte, fitte di boscaglie con i primi segni dell’autunno, o ampie pinete, o verdissimi pratoni: territorio davvero aspro, ricorda un pò il Mugello o l’appennino pratese. Infinita discesa verso il guado del Baganza con le spettacolari rocce del Diavolo e qui avverto altri segni di fatica, la successiva salita fino alla Francigena è di nuovo su pietre e ripidissima, qui faccio fatica ma sui successivi saliscendi in uno spettacolare single track in una pineta mi riprendo, probabilmente correndo in discesa avevo consumato troppo glicogeno. I compari si attardano ai ristori e io proseguo tranquillo per farmi raggiungere, nuovo guado con la sorpresa del grande Filippo venuto a trovarmi, scambiamo poche parole ma mi dà tanta forza. Secondo cancello superato con ampio margine (8h47 contro le 9h30 richieste, mentre aspetto i miei compagni mi attardo a gettare le cartacce dei gel nella differenziata provocando l’applauso del pubblico). La salita prosegue e si va per i 60, sono pochi i punti in cui si può correre con facilità, ormai i muscoli sono devastati, e coach Luca che non ha mai corso più di una maratona in pianura si meraviglia di quanto possano far male, “eh sì, anche a noi fan male, a tutti, sono 9ore che siamo sulle gambe”.
Sono passate le 17, il sole si abbassa e i colori si fan più netti, le montagne sembrano dipinte in cartoline con colori fortemente contrastati e tante varietà di verde. Si vedono gli ultimi paesini che attraversemo e sembrano ancora lontani, e con tanta salita, ancora adesso che il dislivello è oltre i 3000metri. L’ultimo ristoro lo salto di nuovo, avendo ancora acqua a bordo. Proseguo con calma ma i miei compari si riposano di nuovo e stavolta non mi raggiungeranno, divoro le ultime barrette e inizia l’ultima salita, davvero tosta ma che affronto con forza e lucidità, superando vari concorrenti. Arrivo in cima, so che Luca e Claudio ce la faranno tranquillamente anche da soli come poi accadrà e decido di buttarmi a capofitto in una discesa veloce ma interamente su pietre infami. Tutta nel bosco, non finisce mai e il paese non si vede ma io continuo a perdifiato, decido di onorare la gara spingendo a tutta ora che le gambe stanno bene, voglio arrivare prima dell’oscurità senza dover tirar fuori la frontale. L’ultimo tratto è davvero tecnico ma mi sento brillante e trovo subito le traiettorie giuste senza correre rischi. Finalmente ecco il paese, il nostro camper e la rampa finale dell’arrivo che faccio veramente a tutta, una volata per me stesso, una volata per dare tutto, dopo aver fatto di tutto negli ultimi 5 mesi per arrivare qui, ad essere finisher di questa avventura, atto finale di un percorso ferocemente voluto, più che desiderato.

Meravigliosa, come meraviglioso è correre, e respirare a pieni polmoni l’ebbrezza che lo sport e la natura possono dare.  10h e 57′, molto meglio del tempo massimo, a metà classifica. Impensabile, fino a poco tempo fa

Traccia GPS Suunto

Sette bambini

Tra i miei vicini di casa, nel piccolo paesino di campagna dove abito, ci sono 4 coppie giovani. In tutto hanno 7 figli.
I 7 bimbi si chiamano Alessio, Gaia, Luca, Cesare, nomi così. La mattina prendono il pulmino che li porta a scuola nel capoluogo, nel pomeriggio giocano nei giardini davanti e godono del piacere che può dare crescere nella natura. I genitori spesso li richiamano all’ordine gridando a squarciagola i loro nomi.
I 7 bimbi sono indistinguibili, parlano e vestono allo stesso modo, sono piccoli ma si intuisce l’accento fiorentino.
Eppure solo uno è italiano.
Non sono un fan dello Ius Soli, come è qualcuno nella sinistra radicale, in questo e solo in questo adoratori del diavolo USA. Ma ancor meno sono un fan dello Ius Sanguinis, che distingue tra chi cittadini di serie A e di serie B, con l’unica differenza posta su chi fossero gli antenati.
Che senso ha? Come potrebbe essere il pro-pro-nipote di un emigrato in Argentina essere più italiano di uno che ha fatto le scuole in Italia, uno i cui genitori pagano le tasse e uno su cui lo stato ha investito in termini di salute e cultura? La differenza mi sembra enorme, ed anormale.

I 7 bimbi figli dei miei vicini sono indiscutibilmente italiani, anche se dubito siano tutti cattolici. Eppure per la carta di identità non lo sono.
C’è chi va dicendo che questa legge sulla cittadinanza è una minaccia alla sicurezza. Cioè, vorreste dirmi che quei 7 bimbi saranno in futuro un problema se gli diamo la cittadinanza italiana? E che se non gliela diamo invece non saranno un problema? E’ evidente ci sia un problema di logica. O forse, di carenza di facoltà intellettive.

Diciamo la verità, fuor dai denti. Che questo paese è ancora quello del 1939. Quello che anche se non inneggiò alle leggi razziale , in realtà lasciò correre, tanto non lo riguardava, quindi chissenefrega. E’ sempre lo stesso paese la cui cultura è stata forgiata dal ventennio, la cultura che divide le persone in popoli, che ai popoli associa un colore della pelle, vari luoghi comuni e una e una sola religione. E’ il paese di quelli che a Balotelli gridavano “Non esistono negri italiani”. Che quest’ultima frase la pensano davvero, e che se anche riconoscono al calciatore e a quelli come lui un diritto di cittadinanza, credono comunque che sia una cittadinanza di serie B, ottenuta per un colpo di fortuna invece che per il merito dei propri avi.

Non che adori la legge che stanno discutendo: lo Ius Soli (che non è assoluto ma molto temperato) non è detto sia correttissimo, nel caso il bambino si trasferisca altrove. Lo Ius Culturae invece è innovativo e azzeccato: cresci e studi qui? Finisci le elementari? E’ ovvio, deve essere ovvio che tu saresti italiano. Anzi, agli stranieri che chiedono la cittadinanza italiana personalmente richiederei non solo la residenza ma anche un minimo di cultura italiana (linguistica e storica) – ma credo che i sostenitori del terzomondismo senza se e senza ma si arrabbierebbero.

Il succo è che i contrari alla legge mischiano il substrato culturale in cui sono cresciuti loro o i lori genitori – che lo straniero è nemico, fino a prova contraria, soprattutto se la pelle è scura ( strano che nessuno sia razzista coi norvegesi ) – alla incapacità di accettare che il mondo è cambiato e non servirà innalzare muri terrestri o valli marini a bloccare un progressivo inevitabile mescolamento di caratteri genetici, culture, colori, lingue. Fenomeno che va governato e controllato, ma a cui opporsi non ha alcun senso, nè possibilità alcuna di successo.

Comunque vada, i figli dei miei vicini prima o poi saranno italiani, anche di diritto, oltre che de facto: perchè SONO italiani, si sentono italiani, anche perchè i loro genitori stranieri parlano loro solo e soltanto in italiano. Quindi, perchè ostacolare l’inevitabile? Solo per rassicurare le proprie paure?

Citazioni
– la legge in discussione
– una riflessione di Michele Ainis 

10 anni fa, la mia prima gara Trail

Questo blog iniziò verso la fine del 2006. Avevo appena concluso la mia ennesima Firenze Marathon  e scoprii che i miei orizzonti podistici dovevano essere ampliati. Invogliato da un amico di internet, Gualtiero “Krom”, cominciai a pensare al trail running, di cui qualcuno cominciava a parlare. Non c’erano tabelle, nè esperti che dessero consigli, c’era da farsi una completa esperienza partendo da zero. Non c’erano compagni di allenamento, credo che a Firenze fossimo in 4 o 5 a praticarlo. I primi allenamenti furono nei boschi scandiccesi, poi un giorno decisi di affrontare la mia palestra preferita, Monte Morello: salito da Sesto arrivai in vetta, ci girai attorno più volte, poi tornai giù, un allenamento che poi ripeterò più volte da solo e con altri. La mancanza di esperienza la scontai subito, le Salomon prese si rivelarono troppo strette.
Dovevo provare una gara, ma col piccolo problema che non c’erano gare di trail in Toscana. A maggio, esattamente 10 anni fa, ci provai spostandomi in Abruzzo, alla prima gara trail italiana, l’ecomaratona dei Marsi. Quanto dovevo imparare!! Partii come se dovessi fare una maratona, corsi tutta la salita di metà gara. Ma arrivato al 25° avevo finito le riserve, non serviva bere litri di Cola (cominciai lì ad esserne dipendente, in gara). Finii stravolto, dicendo – come si legge nel post di allora – basta così, ma dicendo subito dopo “ANCORAAA”. Mi rifeci subito con una gara che mi è rimasta nel cuore e che ho fatto tante volte, l’ecomaratona del Ventasso e poi la mia prima skyrace

10 anni dopo il trail è cambiatissimo. Acciaccato da 30 anni di corsa  ora mi arrangio ma il movimento è vastissimo. I trail sono ovunque, si accavallano nel calendario. Da unico matto della squadra, ora sono il più sobrio di tutti in un gruppo di ganzissimi grulli più malati di questo sport più di quanto lo sia mai stato, ora impegnati per organizzare una gara su quelle colline dove tutti abbiamo cominciato ad assaporare sentieri e boschi.

 

 

Recensione de “La scuola cattolica”, di Edoardo Albinati

Non so cosa m’abbia incuriosito di questo romanzo, che credo sia il primo vincitore di un premio italiano che abbia mai letto. Forse è stata qualche recensione ben scritta, di cui tra le tante segnalo quella di Francesco Piccolo  e quella di Christian Raimo 
Uno ti può dire: ma perché ti chiedi cosa t’abbia spinto a leggere questo libro? Ma perché sono quasi 1300 pagine, scritte fitte e con la praticamente assenza totale di dialoghi. Leggerlo è un investimento, un’impresa prolungata, una ultramaratona della lettura.
Ma ne vale la pena? Ormai l’ho finito da oltre un mese, e ancora non lo so. Lascia l’amaro in bocca per tante cose: in primis, per il suo enorme limite. Il suo limite è , evidentemente, la lunghezza. Ci sono romanzi di oltre 1000 pagine che non sono ridondanti – cambiando genere, l’enorme in tutti i sensi It di King. Ci sono romanzi di 100 pagine completamente inutili – per me, il sopravvalutato Siddharta. Questo di Albinati è composito: ci sono decine e decine di pagine consecutive che acchiappano da morire nonostante lo stile un po’ pomposo, altre che ti verrebbe voglia di lanciare quel kilo di carta contro il muro per l’inutilità delle frasi che leggi.
Un eccesso di lunghezza perché a fronte delle – si dice – 2500 pagine che era in origine, l’editor ne abbia tagliate la metà circa, mentre invece dovevano realisticamente finire ad essere non più di 600. Cosa di cui è conscio lo scrittore stesso, che invita i lettori a saltare avanti se non interessa un certo argomento. Ma il postmoderno non è più così moderno, e ti viene da chiederti : perché ho dovuto pagare anche per queste pagine? Come dicevo, i dialoghi sono quasi a zero, tutto il romanzo è invece una lunghissima collezione di pensieri, un flusso di coscienza in bello stile e con una buona grammatica. In certi momenti, una auto-psicoanalisi dell’autore. Come se invece di andare da un terapeuta, avesse ingaggiato la propria coscienza, e i lettori, per comprendere il suo turbamento e dare un senso alla storia della sua vita ricostruendo vicende di 40 e 50 anni fa.
Si capisce quindi perché sono così indispettito: interessante la tua introspezione , caro Albinati, però potevi farla pure più breve: quelle pagine in più non hanno aggiunto nulla al lettore, anzi lo hanno sfinito. Uno scrittore di classe non dice in 100 parole quello che si può far capire con 10, e non indulge nella ricerca dello stile letterario autocompiacendosi.
Ok, ora l’ho massacrato come meritava. In quelle 600 pagine che sarebbero dovute rimanere dopo il taglio, cosa c’è di buono? Tantissimo, tantissimo. Quelle pagine che parlano di maschilismo e femminismo, dell’ideologia dello stupro, della violenza e della sopraffazione come naturale canone del maschio. O quelle ancora che descrivono la borghesia di quel periodo, nell’atto di conservare il più possibile il proprio status. Soprattutto, quelle che ti precipitano negli anni 70, più o meno quando nacqui io, ti scaraventano in mezzo alla cultura di quegli anni stretta tra la fine del dopoguerra e la finta rivoluzione del ’68. Questo romanzo me li ha fatti vivere, assaggiare: però devo dire che non è rimasto questo gran sapore. Non è forse un caso che nel nostro paese si faccia l’agiografia del boom economico fino al ’65 massimo, e quello che c’è dopo viene scacciato, o analizzato per coglierne i lati oscuri. La cosa più bella del romanzo è per me questo elogio del femminismo. Noi nati dal ’70 in poi, cresciuti nell’Italia laica e contemporanea, non ce ne siamo accorti, ma io tendo a concordare con Albinati che il femminismo è stata la vera grande ideologia rivoluzionaria del ‘900, quella che ha dato alle donne il voto, il potere, la libertà, la coscienza di sé e delle proprie possibilità; le altre ideologie hanno perso – anarchia, comunismo, nazifascismo, forse anche il capitalismo e pure la globalizzazione non sta tanto bene. L’unica ideologia che ha vinto e che si è imposta, a cui qualcuno resiste – vedi alla voce “femminicidio” o “integralismo islamico e non solo” – ma che oramai ha cambiato la cultura e il politicamente corretto. Albinati racconta l’impatto del femminismo e della rivoluzione sessuale e di come traumatizzò la società italiana e soprattutto la sua società borghese e i relativi rampolli, i giovani maschi-borghesi alle prese con donne meno accondiscendenti. Il filo conduttore che a partire dai valori del ceto medio del Quartiere Trieste fa scontrare i giovani cresciuti in scuole maschili di matrice cattolica con , per la prima volta nella storia, la conquistata libertà femminile, è sicuramente la cosa più apprezzabile di questo romanzo-saggio. Albinati sembra pensare che quasi sarebbe potuto finirci lui lì in quella villa sul Circeo a commettere quell’atroce delitto, e se non lui almeno tantissimi altri giovani di buona famiglia della capitale, o dell’Italia intera. Una dichiarazione formale di scuse verso il genere femminile: scusate, donne, sono uomo e in quanto tale potenzialmente portatore dell’istinto alla violenza e alla sopraffazione del vostro corpo.
Per questo prima ho parlato di auto-analisi, di auto-introspezione psicologica: il protagonista assoluto è il pensiero e la storia dello stesso autore in questa autobiografia del proprio Ego. Come in ogni psicoanalisi che si rispetti, alla fine l’autore sembra accettare la propria esistenza e il proprio posto nel mondo, accetta il lascito culturale degli anni della sua giovinezza, accetta la propria esistenza e opta per osservare con disincanto la complicata e variegata realtà odierna e quello che oggi è diventato il suo quartiere.

Considerazioni sul prossimo referendum costituzionale

Consiglio a tutti, se già non l’avete fatto, una lettura alla riforma: questo testo a fronte mi pare ottimo e rende l’idea di cosa c’è scritto adesso e di cosa ci potrebbe esser scritto dopo nel caso vincesse il sì http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf

Non importa come votiate o se siate indecisi, vi pregherei di darle un’occhiata. Qualunque esito ci sia, potrebbe cambiare l’assetto politico dei prossimi 5 10 o 20 anni. Trovo abbastanza odiose le tesi “voto sì/no perché lo dice quel politico o quell’associazione” “tu voti sì/no come vota anche questo o quell’altro” “macché referendum, bisognerebbe fare ben altro”: il dibattito, ai massimi livelli politici o sui social network, pare basato più sul tifo che altro. Con la differenza che i tifosi di calcio, nelle loro curve, son ben più critici ed obiettivi verso i propri beniamini.

Ah, voterò sì- e non per questioni di tifo politico come moltissimi, troppi, faranno, col sì e col no. Voterò sì perché davvero non vedo che opportunità in questa riforma, mentre invece vedo molti rischi nell’affossarla.

Se qualcuno non si stanca , vado ad esporre una logorroica considerazione personale favorevole (se poi vi fa stare meglio, datemi pure del PDiota e poi tornate a guardare gattini su facebook: a differenza di molti di voi il PD io non l’ho mai votato)

  1. Una breve analisi politica. Renzi, chi può negare che sia un fanfarone arrogante come pochi? Non sarebbe il primo e non sarà l’ultimo ad essere ucciso politicamente dalle manie di grandezza. Ha sicuramente grandi capacità retoriche, è un grande tattico ma manca completamente di visione strategica nel medio periodo. Obnubilato dal 40% alle europee, circondatosi di yes-man invece di consiglieri capaci,  in vista del referendum avrebbe dovuto fare poche cose, o semplicemente una: volare basso. Intuire che il proprio consenso non è garantito. E quindi avrebbe dovuto per prima cosa fregarsene del referendum sulle trivelle, argomento molto marginale tanto che il quorum non si sarebbe mai raggiunto: quell’invito a stare a casa è stato un errore gravissimo in quanto ha cementato l’alleanza contro di lui. Avesse semplicemente glissato, quel fronte non si sarebbe coeso così presto aggregando l’estrema destra e l’estrema sinistra, la Casta della Prima Repubblica (i De Mita, Pomicino ecc) e il Movimento 5 Stelle, Forza Italia e la sinistra del PD. Unito alla personalizzazione è stato un errore pacchiano, che dimostra che lui è lontanissimo dall’archetipo del politico democristiano silenzioso alla Moro o Andreotti, capace di agire nell’ombra: e più che a Berlusconi, potrebbe somigliare al Craxi premier di 30 anni fa, che però mi ricordo assai più astuto. Anche l’elezione di Mattarella con conseguente rottura con Berlusconi non è stata una gran mossa, col senno di poi. La recente manovra finanziaria smaccatamente elettorale è un segno evidente della difficoltà e della posta in gioco. Se al referendum perderà, per lui saranno tempi grami e ce ne vorrà per ricostruire il consenso: gli italiani non amano gli sconfitti. Nel suo partito le lacerazioni provocate non gli sarebbero perdonate facilmente, e in questi giorni si notano le fortissime tensioni, qualunque sia l’esito. Anche se credo che, per mancanza di altri leader in giro, nel giro di 2-3 anni possa tornare in auge. D’altronde è successo pure a Berlusconi e Prodi in anni recenti. Una speranza ce l’ha: l’ondata anti-casta monta ovunque, e ci sono poche cose anti-casta come fare a meno di 200 e rotti parlamentari.

2.       Cos’è che mi piace della riforma? Varie cose. Le dico perché anche per chi vota sì sono più i mugugni che altro.

a.       Apprezzo la eliminazione del bicameralismo paritario. Ricordo che in Europa non c’è quasi da nessuna parte (c’è solo in Romania, che comunque ha un semi-presidenzialismo. Gli USA poi, sappiamo che c’è il presidenzialismo, e poi non è proprio paritario). E una simil-camera delle regioni c’è in molti paesi. Una Camera unica invece non c’è da nessuna parte in pratica.

b.      A quelli che avrebbero voluto l’abolizione tout-court del Senato, dico che invece è meglio che ci sia. Perché contribuisce all’equilibrio dei poteri, e impedirebbe a una forte maggioranza di fare il bello e il cattivo tempo. Una delle critiche maggiori alla riforma è infatti il paventato rischio della dittatura della maggioranza.. Per come sarebbe eletto il Senato delle Regioni (in maniera proporzionale), invece, sarebbe molto difficile avere una maggioranza robusta in entrambe le camere: la riforma infatti prevede esplicitamente la ripartizione proporzionale dei seggi: praticamente impossibile che un PD o il centrodestra o il M5S possano avere la maggioranza assoluta e fare quel che vogliono. Tendenze autoritarie o distruttive sarebbero un minimo frenate. Le elezioni regionali sarebbero delle mini-elezioni politiche, in cui la maggioranza di governo, se non apprezzata, sarebbe a rischio anche localmente. Potrebbe e dovrebbe continuare a governare con poteri e responsabilità, ma senza poter stravolgere tutto.

c.       Apprezzo la eliminazione del Senato attuale: Senato, dal latino senex, vecchio. Eletti non giovani, obbligatoriamente over 40, e vecchi elettori, che devono avere minimo 25 anni. Questo è un arcaismo osceno, un orrore politico, uno sminuire l’istanza di innovazione dei giovani. In un paese sempre più vecchio e coi pochi giovani stretti tra la crisi e la mancanza di rappresentanza nelle istituzioni, mantenere un obsoleto simulacro della saggezza politica è assurdo e antistorico. Ok, sarebbe un motivo risibile per approvare questa riforma. Però al momento è così, e dopo non sarebbe più così. Aggiungo che proprio per questo motivo, il diverso corpo votante, è attualmente assai probabile che nelle 2 camere ci siano composizioni diverse, cosa che peggiora enormemente la governabilità e la formazione di maggioranze parlamentari solide.

d.      Apprezzo le nuove modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Per come è adesso, su 1000 aventi diritto all’elezione del Capo dello Stato, bastano 501 voti. Per il nostro ordinamento, in cui egli è e dovrebbe essere garante super partes e primo guardiano della Costituzione, è un po’ pochino. E infatti un Napolitano fu eletto con pochi voti, circa il 55%- Invece con la riforma le modalità cambiano, e dal settimo scrutinio servirà il 60% dei votanti. Dato che all’elezione del presidente della repubblica votano tutti, inclusi i senatori a vita, tale cifra sarà comunque molto alta, vicina a un 58-59% degli aventi diritto (ci potrebbero essere più astensioni e assenze, che però conterebbero in pratica come un sì: una opposizione veramente tale potrebbe bloccare ogni nomina non concordata). Ciò servirà a garantire un presidente più bipartisan, accettato da una maggior parte dello schieramento politico. Ok, questo non è garantito, gli insulti a Napolitano da parte di chi lo aveva riletto pochi mesi prima sono a ricordarcelo. Ma è comunque un miglioramento. E soprattutto una garanzia dell’esistenza di un contrappeso nelle istituzioni

e.      Mi piace la nuova disciplina dei referendum, che permette il calo del quorum a quelli con ampio numero di firme raccolte. Aspetto marginale, avrei preferito diversamente, ma mi pare un miglioramento. Allo stesso tempo, ritengo positivo l’ingresso in Costituzione delle proposte di legge di iniziativa popolare.

3.       Per onestà, devo anche ammettere le cose che mi piacciono meno:

a.        in particolare, il nuovo rapporto tra Stato e Regioni. Non che l’attuale mi piaccia. Da federalista convinto devo ammettere che il trasferimento di competenze alle Regioni non ha funzionato. Temo che la questione federalista in questo paese ormai sia morta e sepolta, specie per la fallimentare esperienza governativa della Lega. Potrebbe esser meglio, a questo punto, tornare all’accentramento almeno delle funzioni di interesse strategico nazionale. Il dubbio è che i conflitti tra stato e regioni possano rimanere

b.      Non mi convince a pieno l’elezione indiretta dei senatori, da parte dei consigli regionali. Non certo per l’assurda protesta del fronte del No, dato che l’elezione indiretta esiste in molti paesi, tra cui la Francia (senza contare gli USA, dove venivano addirittura nominati dai governatori). Non mi convince perché l’indicazione dei cittadini sarebbe stata più trasparente, e perché tale strumento avrebbe potuto dare maggior forza alla legge costituzionale. L’unica legge elettorale attualmente in discussione andrebbe però in questa direzione.

4.       Inutile girarci intorno: la presenza di una legge elettorale fortemente maggioritaria è un elemento di forte difficoltà per l’affermazione del sì al referendum. Le leggi elettorali si cambiano, storicamente nessun paese ha una Costituzione dove c’è scritta la legge elettorale (tranne quella di Weimar, sappiamo come finì). Quindi, anche se non è materia di voto, la legge elettorale diventa, anche giustamente, materia di discussione. Personalmente, preferirei il modello anglosassone o francese di elezione dei deputati, a singolo o doppio turno, su ogni collegio, con primarie ma senza preferenze, e senza proporzionalità. In mancanza di questo, l’Italicum non mi dispiace, specialmente il premio per il ballottaggio. Perché:

  1. Assomiglia molto alla legge elettorale dei sindaci. Tale legge esiste da più di 20 anni e bisogna ammettere che ha funzionato. Prima i sindaci e le maggioranze cambiavano di continuo nei comuni, l’azione amministrativa era meno incisiva in quanto necessitava di più mediazione. L’Italicum ci assomiglia. Ed è ridicola l’accusa che potrebbe diventare maggioranza un partito piccolo: sarebbe comunque votato dal 50% e più degli elettori al secondo turno. Sarebbe quindi la scelta della maggioranza ai fini di dare un mandato per governare. La maggioranza che garantirebbe sarebbe comunque minima, non tale da portarla a decidere in modo oppressivo e dirompente.
  2. C’è chi dice che l’Italicum sia incostituzionale. Uno degli aspetti positivi della riforma costituzionale è la possibilità di far giudicare la legge elettorale preventivamente alla Consulta. Ciò avrebbe permesso, in passato, di cassare subito l’orrendo Porcellum. Ciò permetterebbe di cassare dall’Italicum le cose incostituzionali. In generale quindi questo è un altro aspetto positivo della riforma, permette di mettere un freno a una maggioranza che si confezionasse una legge su misura.
  3.  Ritorno sulla tesi che Italicum + Riforma darebbe troppo potere al premier. Per me non lo è, resterebbero vari contrappesi e il Parlamento resterebbe sovrano. Ma anche fosse, lo riterrei positivo. La Riforma in realtà non aumenta i poteri del premier. Ma una legge fortemente maggioritaria, qualunque essa sia, sì. Come dicevo in precedenza, esisterebbe comunque un insieme di poteri che sarebbero comunque un giusto e necessario freno a un possibile premier troppo arrogante (tipo Renzi, o se preferite Berlusconi o Grillo): un presidente della repubblica un po’ più super partes, un senato delle regioni che potrebbe comunque limitare alcune iniziative, una Corte Costituzionale che potrebbe decidere di cassare una legge elettorale, la possibilità di organizzare referendum con un quorum decisamente più basso. E se un giorno tornassimo al proporzionale, più o meno corretto, allora sarebbe decisamente meglio con una sola camera, no?! La seconda sarebbe un di più, completamente inutile.
  4. In questi giorni i fautori del NO parlano non solo di proporzionale, ma anche di eventuali nuove idee di riforma. Premesso che come si è visto anche solo arrivare a una riforma votata in 2 stagioni diverse è complicato e quindi chi dice “facciamo subito altre riforme” fa promesse che non può mantenere, le idee che propongono portano a assetti istituzionali ancora meno equilibrati di questa riforma qui: ad esempio il centrodestra torna alla carica sul semipresidenzialismo e un premier eletto con ancora meno parlamentari, e in più anche il vincolo di mandato (che in tutto il mondo esiste solo a Cuba e in Portogallo), e poi dicono che questa riforma che stiamo per votare “darebbe troppo potere a una persona sola”…. Avere la faccia come il deretano, insomma.

5.        Se vincesse il Sì, quale sarebbe lo scenario peggiore? Direi quello di avere un premier che comanda un po’ troppo. Farebbe così male al nostro paese, un po’ di vera leadership politica? E un po’ di sana alternanza? Ricordiamo che resteremmo comunque molto molto lontani da paesi indubitabilmente democratici come ad esempio il Regno Unito dove il potere del governo è enorme e ci sono pochissimi contrappesi. E’ vero, potrebbe diventare premier anche qualcuno che non ci piace affatto e che non vorremmo mai divenisse tale. Ma l’alternativa qual è? L’inciucio, la grande coalizione permanente? La riesumazione del pentapartito? Ritengo sia giusto che chi vince le elezioni abbia onori e oneri di governo. Che non abbia più l’alibi de “non mi hanno lasciato governare” oppure de “abbiamo la maggioranza in una camera ma nell’altra siamo sul filo e quindi non possiamo fare ciò che vorremmo”. E’ vero, ciò potrebbe aumentare i dissidi in questo paese, la diversità di vedute, lo scontro politico e sociale, la demagogia e il populismo. Ma sono cose che ci sono ovunque, anche negli stati a grande tradizione democratica. Non dovremmo averne paura. Non è maturo averne paura. Non è produttivo averne paura. L’alternativa sarebbe avere governi che amministrano alla giornata e senza una visione di lungo periodo.

6.       Se vincesse il No, quale sarebbe lo scenario peggiore? Già adesso saltano su i fautori di legge elettorali proporzionali. Inoltre una vittoria del No porterebbe instabilità, crisi finanziaria, maggiore spesa per interessi (avete un mutuo a tasso variabile? Ahia). Uno scenario che costringerebbe a varare manovre economiche lacrime e sangue. E poi leggi elettorali tali da NON avere un vincente certo ed acclarato. Vedo già, nel futuro, governi come il fu pentapartito democristiano, altro che Grandi Coalizioni come quelle tedesche. Reggendosi su molteplici stampelle, obbligati ad aumentare la spesa pubblica per soddisfare questo e quello. E conseguentemente, ad aumentare ancora le tasse. Ad un certo punto arriverebbero i disastri dei conti pubblici, il commissariamento internazionale, nuovi governi dei tecnici, nuove finanziarie lacrime e sangue. Poi nuove elezioni, maggioranze simili, stessi modi di governare. Rimandare i problemi all’infinito, caricare ancora più di debiti i nostri nipoti e pronipoti. Ed anche non venisse il proporzionale puro, ci sarebbero comunque leggi e situazioni, come quelle degli ultimi 20 anni, in cui sarebbe molto facile non avere maggioranza e dover stringere accordi con questo o con quello, soprattutto con micropartiti portatori di interessi locali e contingenti senza alcuna visione futura. E’ davvero questo quello che vogliamo?

 L’Italia, lo dicono tutti gli indicatori macroeconomici, è in declino, iniziato da oltre 40 anni e accelerato dopo il 2008, e non ci sono segni di rinascita. Serve un cambiamento di rotta. Odio la demagogia ed è giusto che non si cambi tanto per fare, ed è ovvio che questa riforma da sola non cambierà niente. Ma potrebbe essere la premessa necessaria, una conditio sine qua non, affinché una inversione di rotta ci possa essere. Non è certo un’ultima speranza, figuriamoci, in fondo l’Italia dà il meglio solo quando è messa male. Ma le cartucce rimaste a questo paese sono molto molto poche. Cercherei quindi di creare le premesse per non sprecarle.

Qualche considerazione su Rio2016

E anche questi Giochi Olimpici sono finiti. Rio non è stata come Londra, perché naturalmente il Brasile sconta più problemi dell’Inghilterra, ed è stato pure meno affascinante. Ma forse meglio del previsto, meglio dei disastri organizzativi che si paventavano. A parte la nota piscina verde, la cosa più brutta è stata il vedere gli spalti semivuoti, con poche eccezioni. Prezzi troppo alti? Probabile.

Faccio alcune considerazioni qua e là, su vari aspetti

  1. Abbiamo visto pochi campioni nuovi, molti campioni “vecchi”. Phelps e Bolt oramai ci hanno abituato e le loro imprese sembrano normali, ma resteranno tra i più grandi campioni della storia, autori di imprese memorabili. La Ledecky c’era già ma si è confermata alla stragrande, una futura Phelps. La novità principale è stata la ginnasta Simone Biles, veramente mirabile anche se non infallibile come si è visto alla trave. I campioni “nuovi” non sono stati molti, o non molto “noti”. Era tutto abbastanza previsto. Tra questi, da segnalare con 3 ori la grande Katinka Hosszu, che ha fatto un terzo del medagliere magiaro. Ma non è un’atleta giovane. Non abbiamo quindi visto dei campionissimi pigliatutto in vista di Tokyo.
  2. i Giochi hanno mostrato una situazione sportiva mondiale in buona salute, con l’eccezione dei casi doping che al momento riguardano più il passato che il presente. Ma faticheremo a liberarcene. Gli sport principali sono stati il solito grande spettacolo, in primis atletica nuoto e ginnastica. Ma anche gli sport di squadra, inclusi quelli a noi poco noti come hockey (dove gli europei ora soppiantano indo-pakistani) e pallamano (clamorosa la vittoria danese). Con la sola nota esclusione del calcio maschile, che ha sempre meno senso come si nota dalle numerose defezioni. Ha convinto il bel rugby a 7, non hanno convinto le assenze nel golf maschile che forse avrà bisogno di un paio di edizioni di assestamento. Le discipline che convincono meno restano, come da sempre accade, quelle dove la componente dei giudici sembra preponderante (nuoto sincronizzato, ginnastica ritmica) e suscettibile di decisioni politiche (marcia, boxe). Sarebbe opportuno rivalutare la presenza di tali discipline ai giochi a discapito di altre meno manovrabili come karate o squash
  3. la copertura mediatica è stata buona: stranamente la Rai, coi suoi limiti e la sua impronta molto da vecchio secolo, ha fatto meglio del previsto con 3 canali dedicati e soprattutto il sito completo di tutte le dirette e soprattutto un meraviglioso on demand che permette di rivedere tutto. alcuni limiti di commentatori e cronisti ci sono, altre imprecisioni e talvolta poca professionalità e tanto troppo tifo. ma onestamente sono stati fatti enormi passi avanti da Pechino, l’ultima edizione in cui Rai aveva l’esclusiva
  4. un’occhiata al medagliere per nazioni. hanno preso medaglie 87 paesi, più che a Londrà. alcune piacevoli novità nel medagliere come Fiji e Kosovo. In testa gli USA, che si confermano fortissimi in ogni disciplina. una vera nazione votata all’Olimpiade, nonostante manchino completamente gli aiuti di stato. la vera sorpresa è stata la Gran Bretagna: per la prima volta un paese ha preso più medaglie nell’edizione successiva a quella in cui ha ospitato i Giochi, e già 4 anni fa ci stupirono assai. il loro modello di sussidi allo sport finanziati da lotterie si è confermato valido nel raccogliere soldi e validissimo nel gestirli. sia di lezione a tutti. la grossa delusione nel medagliere è stata la Cina, che è quasi sparita ad esempio nella ginnastica. Forse politicamente pensano più ad altri sport, tipo il calcio. Male la Russia, penalizzata dall’assenza dell’atletica ma abulica pure in altre discipline come il nuoto. Forse l’esclusione dell’atletica è stata un pò forte, e la sanzione sarebbe più giusto rimandarla ai giochi invernali, d’altronde è a Sochi che hanno fatto le peggiori cose: auspico quindi che siano esclusi da Pyeongchang 2018. Buone altre nazioni come Giappone e Francia, benino Corea e Australia in calo rispetto a Londra. Non ci sono state grosse sorprese, tranne forse l’Ungheria (che ha beneficiato della Hosszu). sono state fatte numerose analisi sul rapporto tra medaglie e popolazione e PIL dei vari paesi. Io ne ho fatta una medaglie per reddito medio a parità di costo della vita: si vede come paesi poveri come Etiopia Kenya ma anche Cina e Russia rendono moltissimo e conquistano tante medaglie. Altre ricche come Singapore o i paesi arabi invece rendono pochissimo. A sorpresa, anche USA UK Germania e Francia rendono molto per il reddito procapite che hanno. Vanno molto male invece paesi ricchi ed organizzati come quelli scandinavi
  5. veniamo alla situazione italiana. L’Italia riesce a migliorare Londra, con molti argenti. Si conferma nelle prime nazioni del medagliere, qualunque metrica si utilizzi (ori o numero di medaglie). Questo è un dato positivo per il nostro paese, dove si sa che lo sport che non è il calcio non è molto ben apprezzato nè praticato. Buoni anche i dati rispetto a PIL reddito e popolazione. Il dato migliore l’ho letto sulla Gazzetta dello Sport : a differenza di Pechino e Londra, in cui l’età media dei medagliati era sui 30 anni, stavolta si è posta sui 25. Il dato migliore da Los Angeles. Possiamo vedere Tokyo con occhi più ottimisti. Va alla stragrande il Tiro, bene la Scherma, benino le cose in vasca coi migliori (una lode a Tania nostra che abbandona col massimo risultato in carriera, 2 medaglie sudatissime). Si rivede la pista, novità graditissime nel judo, andate bene pure le squadre anche se non come la Serbia.
    i punti deboli: 1. il movimento del nuoto, ci sono stati molti fallimenti tra i vari atleti (e non parlo della Pellegrini, che al massimo poteva arrivare a un bronzo ). sicuramente c’è molto da rivedere nella programmazione 2. alcuni sport vanno male e non mostrano poi molto: boxe, canoa, lotta (nonostante l’acquisito Chamizo), vela. Sono discipline che regalano un sacco di medaglie eppure anche le stesse presenze sono molto molto basse. Non dico di puntare a pareggiare il Regno Unito ma qui potrebbero esserci molti più italiani. Oltre ai campioni, pare mancare il movimento. Anche nel ciclismo su pista potremmo far meglio. 3. il vero bubbone del nostro sport: l’atletica leggera. Prima edizione senza medaglie da 60 anni. Non mancano i campioni, manca il movimento, le prospettive, l’organizzazione. E non si notano miglioramenti. Alcuni forti atleti come Tamberi che potrebbero salvare la baracca non bastano: se poi mancano…. Tutto da sbagliare, tutto da rifare. Ma non è la prima volta che si dice
  6. qualche omaggio ai nostri campioni: Campriani con due ori e una grande umiltà è sicuramente un grande del nostro sport attuale, ma la medaglia più pesante è stata probabilmente quella di Paltrinieri, un campione ancora giovane che potrà confermarsi se saprà reggere la pressione: cosa che ha già affrontato benissimo stavolta. La rivalità -amicizia con Detti lo potrà aiutare. Tra gli altri medagliati, menzioni speciali per i ragazzi della beachvolley, quelli della pallavolo in sala con la nuova icona popolare Zaytsev, la suddetta Cagnotto, il judoka Basile e Viviani autore di una grandissima prova contro avversari enormi come Cavendish

Qui sotto i miei personalissimi premi

1) BEST OLYMPIC EVENT:
i 400 piani maschili di atletica, per l’elevatissimo livello di tutti i finalisti e il grande risultato di Van Niekerk in ottava corsia
2) BEST ITALIAN EVENT:
i 1500 stile di nuoto, gara evento. più dello skeet donne, il nuoto conta di più
3) TOP OF THE FLOP (WORLD):
avrei tanti nomi: il calcio donne brasiliane, Djokovic + Serena Williams (ma il tennis non mi intriga ai giochi), le sorelle Campbell nel nuoto che comunque qualche medagliuccia l’han presa…. i pessimi cinesi della ginnastica. Ne dico un altro, un atleta che ammiro meno di zero e che si è rivelato un vero flop: Gatlin
4) TOP OF THE FLOP (ITALY):
qualche nome lo avrei… gli sport in cui siamo rimasti a secco (vela, boxe), le ragazze del Italvolley (che però hanno affrontato un girone tremendo)… allora dico: la nostra FIDAL , con l’atletica per la prima volta senza medaglie dopo 60 anni e 15 olimpiadi
5) MAN (OR WOMAN) OF THE GAMES (WORLD):
Bolt. 9 oro, terza tripletta in 8 anni. mostruoso. la sua forza è tale che tendiamo a sminuire la sua forza
però dico anche una donna, e dico la Simone Biles
6) MAN (OR WOMAN) OF THE GAMES (ITALY)
Campriani
faccio anche un podio e ci metto Paltrinieri e Viviani
peccato per la pallavolo, avrei dato la palma a loro in caso di vittoria
7) PREMIO DELLA CRITICA
faccio fatica, menziono un pò di nomi a caso
– Van Niekerk nei 400 in una prestazione indimenticabile
– il concorso individuale della Biles
– i 3 argenti ex aequo nei 100delfino
– l’arrivo mozzafiato di Maya Dirado nei 200 dorso
– la prestazione di una normalità disarmante di Katie Ledecky, che vale la Biles
– i 10mila alla follia della Ayana

Un perfetto week-end di trail running

Scrivo non proprio a caldo ma ancora ebbro di quanto vissuto questo fine settimana. Raramente una gara mi aveva lasciato così tante emozioni, una intensità di vita così forte. Avevo decisamente sottovalutato quanto mi avrebbe coinvolto. Meglio così, mi son fatto travolgere volentieri dall’entusiasmo inatteso di questo weekend. Eppure son 28 anni che corro e ho tatuate dentro di me tante di quelle date, tante di quelle gare e persino allenamenti che non è facile fare un’esperienza che mi doni uno tsunami di sensazioni. Poi questa prova a Cortina nacque per caso in uno dei tanti momenti di pausa agonistica della mia vita di runner, in uno di quei momenti in cui non ho per niente voglia di prendere impegni con me stesso, di soffrire. Nacque con Isacco che su Whatsapp mi disse “ehi Leo, per farti tornare un po’ di voglia, ci sarebbe questa cosa qui… noi proviamo a vincere il sorteggio per essere ammessi”. Ma sì, mi dissi, tanto quando mai vinco qualcosa …. Invece vinsi il privilegio di iscrivermi, non mi rendevo conto di quanto fossi stato fortunato. Ma in fondo era dalla prima edizione che volevo cimentarmi in questa gara e ora che è diventata il principale trail italiano è stato giusto e bello affrontarla. Ok, mi dissi, sono in ballo ma mica posso sfigurare. Un minimo ho dovuto allenarmi coniugando scarsità di tempo e soprattutto propensione agli infortuni ogni volta che supero i 10Km. Inverno e primavera provando ad allungare le distanze, a buttar giù un paio di kili (una decina sarebbe stato meglio, lo so, non infierite), a fare varie gare come allenamenti, finendo spesso in fondo classifica. Cortina si avvicinava e pian piano la tensione cresceva: per l’evento, per questa piccola impresa di gruppo. La prospettiva per Giulia Simone Alessandro e Fabio di correre 120 km sulle Dolomiti aveva generato empatia, solidarietà, ammirazione per il loro coraggio. Non potendo correre tale distanza, noi 5 impegnati sul corto (!) di 47Km vivevamo comunque la loro tensione, la fatica dei loro duri allenamenti. Tutto ciò ha portato ad un’alchimia speciale: è stata un ingrediente importante per affrontare questa prova.

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“La voglio estrema!!!” (Simone in uno slancio di entusiasmo a 2 ore dal via, un attimo prima di un nubifragio)

Gli ultratrailer son partiti 2 giorni in anticipo per acclimatarsi e prepararsi con calma all’Impresa. La vigilia della gara faccio l’ingresso nella nostra base del fine settimana, un appartamentino stile anni ’50 in una casetta di legno a San Vito di Cadore e sento l’eccitazione nell’aria. Gli ultratrailer non lo ammetteranno ma nonostante le risate in quella casa si poteva percepire la trepidazione di chi osa: non paura e nemmeno ansia ma quel mix di eccitazione, di concentrazione, di lucida ebbrezza di chi sta per affrontare una grande Prova, di chi sa che in ogni caso portare a casa la preda non sarà facile e ci sarà da soffrire e stringere i denti e tirare fuori le unghie e usarle contro quella parte di te che dirà “ma chi te lo fa fare?” : e solo questa tensione può garantire il risultato. Dicevo, un pranzo pantagruelico con ampio carico di carboidrati, una voracità da veri podisti che cercano di riempirsi di glicogeno come un cammello di acqua prima della traversata del Sahara. Per noi poveri umani impegnati con la 47Km la tensione è molto minore – tranne il Mela, ovviamente, che è all’esordio in una gara oltre i 30km!!!- però complici le vibrazioni degli ultra anche noi entriamo progressivamente in fibrillazione. Ritiro pettorale con controllo minuzioso e capillare del materiale obbligatorio – sui 47 però ero uno dei pochi col pantalone lungo, e dalla dimensione dello zaino dubito che gli altri ce lo avessero. Certosina preparazione dello zaino che è paurosamente pesante, stracolmo di vesti, liquidi e gel zuccherini. Un bel problema, ma in una gara in semiautosufficienza è giusto così, fa parte del gioco. È il 24 sera e a 4 ore dal via gli ultratrailer fanno l’ultimo pasto, procedono alla vestizione, li accompagniamo a Cortina sotto un pauroso nubifragio. Alle 23 è la partenza, appena finito di piovere. E nel mezzo a una folla festante e plaudente si incamminano nella notte con le loro frontali accese, verso l’oscurità delle vette dolomitiche. In trepidazione per loro, consci che ora tocca a noi, non è facile dormire pur sapendo che 47Km non sono chissà quale impresa, in fondo non ci abbiamo riversato le stesse quantità di energie mentali. Ma una gara è sempre una gara, tanto più in alta montagna. Si affronta l’ignoto. Si affrontano le montagne e il cielo

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“C’è sempre un <chi lo sa?>” (un Isacco per nulla spavaldo dopo 100m dalla partenza)

La luce dell’alba mi coglie alle 5 e mi scaraventa giù dal letto. Nella casetta di legno apro le finestre e mi godo l’aria frizzante e la vista del Pelmo che sovrasta la vallata, ricordandoci la maestosità della Montagna. La colazione ci regala le stesse vibrazioni di eccitazione che avevano colto i nostri compagni il giorno precedente, in più abbiamo i loro tempi intermedi e leggiamo colti di ammirazione tempi colossali in un contesto di grandissimi atleti: hanno osato ma hanno ancora tanti Km davanti. Da quel momento cessiamo di pensare a loro, dobbiamo concentrarci su di noi. Cortina è luminosissima, affollata di runners colorati. La tensione sale, le rituali foto o le chiacchiere goliardiche la stemperano ben poco. La musica di Morricone sparata dallo speaker fa il resto, il cuore pompa più adrenalina che sangue, il conto alla rovescia è una endovenosa di caffeina. C’è il via e Isacco Alberto Franco e il Mela scappano. Ora ci sarà solo da correre nelle magnifiche Dolomiti d’Ampezzo. Perché il trail è esplorazione, è essenzialmente esplorazione: dei luoghi, e della propria mente. Soprattutto di quest’ultima . Sarà la crema solare di cui sono cosparso, o il caldo, o l’umidità, o il poco allenamento ma dopo 3Km sono già un lago di sudore e già devo iniziare a intaccare le preziose riserve di liquidi. Una prima salitella di riscaldamento, un breve discesa, comunque in 8Km siamo già nel nostro elemento naturale: la montagna, la salita, il bosco, la roccia, il sentiero, il guado, il fango. Dopo una dozzina di Km entriamo nella Val Travenanzes. Stretta tra le Tofane, i Fanes e il Lagazuoi, una vallata deserta e molto poco accessibile, umida di acque e ombra, ampie cascate che scorrono giù dal cielo o da chissà quale lembo di neve. Attorno a noi vette luccicanti al sole, sotto di noi il greto del torrente che guado volentieri ritemprandomi col gelo dell’acqua mentre altri cercano di evitare di bagnarsi le zampe. La salita al Col de Bos non è facile ma essendo al 20°Km la posso affrontare bene tanto che ammiro più le vette delle Tofane che l’asperità del sentiero. Che belle queste Dolomiti, da Fassano ad honorem le avevo sempre sottovalutate, lo confesso. Belle ed assolate affrontando la discesa per il Col Gallina. Primo ristoro al 24°Km, i trailer si avventano come locuste verso i liquidi e i cibi. Io forse ho caricato un pelo di troppo lo zaino ma riempio una borraccia e mi avvio lemme lemme verso la Cima Coppi della prova, il temutissimo Averau. Già qui mi distraggo meno, la vista delle 5 Torri e delle altre montagne è meravigliosa ma la pendenza è crudele. Il mio (sovra)peso mi induce a rallentare e salire del mio bradipesco ritmo, sorpassato da vari ultratrailer che già han fatto 100Km, quelli più forti che volano da una pietra all’altra. La vista dell’Averau rinfranca gli occhi, ammirare il crinale che separa la conca Ampezzana dall’Agordino li riempie della meraviglia che coglie l’uomo al cospetto della grandezza della Natura. Davanti a me nelle nebbie si scorge pure la maestosa Regina Marmolada. Ora però c’è il Giau, e un lungo e frastagliato sentiero di crinale che auspicavo fosse meno ostico. Arrivare al passo non è facile e spreco energie preziose.

Penso ai miei amici, spero che gli vada tutto bene. Il Mela avrà sofferto la distanza per lui ignota? Isacco avrà recuperato dalla Extreme? E Alberto così poco preparato per questa prova? Franco non ha problemi, mi dico, ma gli ultratrailer che sono già oltre i 100? Gli dico forza ragazzi, so che soffriranno sull’Averau ma faccio il tifo. Simone e Fabio andranno alla grande, ne sono sicuro, ma Alessandro che aveva un po’ di febbre? E Giulia, la nostra Wonder Woman… mi giro ogni tanto e mi aspetto di essere raggiunto eppure non la vedo, possibile che lei così infrangibile abbia sofferto?

Il cartello dice che mancano 16Km ma so che non saranno banali. Proseguiamo verso una muraglia di roccia che non lascia presagire niente di buono, la cartina stampata sul pettorale annuncia una breve ma ripida salita, e mi trovo a maledire una discesa e una perdita di dislivello che so che dovrò ripagare con gli interessi. Non sono stanco, o meglio non lo sono più degli altri attorno a me, che neanche si accorgono dei fischi delle numerose marmotte sui prati attorno, infastidite da questa folla sudata nel loro regno. Dietro una curva appare, la salita più dura e inattesa, la Forcella Giau. Una processione di lenti podisti che arrancano al sole verso una vetta appena visibile- e son soli 200m di dislivello ma in meno di 800m, tanto per dare un po’ di numeri. Un calvario maledettamente ripido nel mezzo delle rocce. Qui ho avuto l’unico momento di difficoltà, la mia avversione alle pendenze in salita ha colpito solo adesso, ma per fortuna non è stata una crisi, c’era solo stanchezza che mi imponeva di procedere molto lentamente. In vetta c’era il premio meritato. Prati a perdita d’occhio, rocce rosse di dolomite, laghetti, un sole splendente che regalava colori abbacinanti amplificati dal netto contrasto con la tetra grandezza del Civetta e del Pelmo in lontananza. Sentiero più agevole, la mia GoPro spara video in continuazione e riprendo umore chiacchierando con gli altri, che mi paiono più stanchi di me. Una piccola forcella ci fa svoltare verso sinistra, verso la valle: la Croda da Lago ci osserva mentre le sfiliamo accanto, in fondo c’è il laghetto dove riposano le ceneri di Buzzati e l’ultimo ristoro. Mi getto in questo toboga con le residue energie per gli ultimi 10Km, più impegnativi del previsto con una discesa molto tecnica e ripida con tante radici e qui rimpiango di non avere i bastoncini che mi avrebbero dato più sicurezza. Per fortuna non sono stanchissimo e riesco a saltare abbastanza bene evitando sassi e radici degli abeti. La quota persa stavolta mi rinfranca, la vista delle prime case della periferia di Cortina ancora di più, un cartello con la scritta “ultimo Km” mi genera un guizzo di forza che mi butta il cuore verso l’arrivo. Il corso finale è una passerella dove ricevo applausi come fossi un campione, mi eccitano così tanto da gettarmi nella più inutile volata della mia vita sportiva, così da onorare fino in fondo questa magnifica gara, una volata forsennata tanto da farmi accasciare su una sedia al traguardo, come se ci fosse stato chissà cosa in palio. Volevo finire entro le 10h, avendo conosciuto prima le difficoltà mi sarei accontentato pure di un poco oltre, invece il cronometro fermo sulle 9h20 e una classifica nei primi 900 mi fanno essere nel mio piccolo davvero soddisfatto.

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“Corribile… una sega!!!” (Fabio all’arrivo, che si aspettava un percorso più agevole)

I ragazzi impegnati nei 47Km sono tutti arrivati: chi da tanto tempo, col Mela alla miglior gara della sua ancor breve carriera, chi da meno ma tutti bravi contenti e soddisfatti. Il classico rituale post gara – doccia, pasta party, chiacchiere e soprattutto birra – è infranto dall’attesa dei nostri ultratrailer, di cui studiamo avidamente i passaggi intermedi su TDS, ne immaginiamo la spossatezza, ne fantastichiamo la grinta, ne temiamo le avversità sul percorso. Alla spicciolata, ma arriveranno nel corso della serata. Giulia mai doma, grintosa come sempre per arrivare dopo 20 ore, stanca e tremante come non l’abbiamo mai vista. Fabio e Simone ritrovatisi insieme nel finale come insieme si sono preparati da mesi, arrivano sorridenti, bravissimi a mascherare gli inevitabili dolori e il freddo patito. Alessandro ci ha fatto temere ma ha superato la crisi pur sapendo di dover poi affrontare la notte il gelo e la pioggia in alta quota, si è saputo riprendere come solo i grintosi possono fare. Noi ad attenderne notizie, a trepidare in attesa del loro avvistamento, tifavamo come gli ultras allo stadio che incitano i propri beniamini, i propri eroi. Ora che è finita, come i tifosi di una squadra vittoriosa gioiamo per i successi di altri che in fondo sentiamo anche nostri, solo perché ci sentiamo parte di un unico grande gruppo.

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“Cercare la felicità non è solo vivere il momento, ma è avere progetti, pensieri, valori e seguirli” (Kilian Jornet i Burgada)

Cala la notte su Cortina, il temporale è finito e lascia lo spazio alle stelle che guardo dalle finestre di casa provando a immaginare il Pelmo laddove non se ne vedono. Penso a chi ancora sarà sul percorso, agli ultimissimi che dovranno affrontare la seconda notte insonne, la Forcella Giau e poi la ripida discesa nel buio fitto e mi sento vicino a questi perfetti sconosciuti che mai vedrò, con una forza d’animo che ammiro incondizionatamente. Crollo stremato sul materasso, nel dormiveglia percepisco l’arrivo di Alessandro cui non avevo assistito e mi tranquillizzo, ero sicuro avrebbe superato la sua crisi.

La missione è compiuta: 9 finisher su 9, tutti contenti, tutti vittoriosi. Ripenso a quando cominciai a fare trail e tutti mi davano del grullo mentre invece fui solo uno dei primi malati di questa disciplina. La passione con cui i miei compagni affrontano queste prove è gioia per gli occhi di chi questa passione ce l’ha da tempo. Mi capiterà poi di rivedere i video girati in gara e di trovare il medesimo sguardo in tutti gli altri partecipanti, la stessa capacità di stringere i denti, lo stesso amore profondo per la corsa per il trail e per la montagna che hanno i miei compagni e che ho io. Il giorno dopo a colazione ci ritroveremo tutti nonostante le poche ore di sonno e racconteremo le nostre sensazioni, o almeno ci proveremo. Ma cadendo nelle braccia di Morfeo non pensavo al giorno successivo, ci sarebbe stato tempo per tutti noi per narrare aneddoti, per riposarsi ridere e rifocillarsi; ed altri giorni ancora per ripensare malinconici e orgogliosi alla gara conclusa e trovare nuove sfide a noi stessi, consapevoli di essere più forti consapevoli ed esperti. No, in procinto di addormentarmi avevo la mente perfettamente sgombra, colma della soddisfazione di una giornata perfetta. Compiaciuto del mio minuscolo risultato personale e ancor più del meritato successo dei miei carissimi amici mi addormento con la bocca increspata da un sorriso, cullato dal silenzio delle Dolomiti.

Traccia GPS su GPSies

Video:

 

Rifondare il referendum

Nel ’90, una delle prime volte in cui potei usufruire del diritto di voto, si verificò per la prima volta un caso particolare: il mancato raggiungimento del quorum in un referendum. Si trattava di referendum sulla caccia, e la delusione fu non poca. Non mi piaceva per niente il “barare” di chi si opponeva al referendum, e sfruttava l’astensione fisiologica mettendola dalla sua parte.
Sono seguiti tanti referendum da allora: per un pò il meccanismo ha funzionato, tipo quando Craxi invitò ad andare al mare nel ’91, o nel seguente pacchetto del ’93 o del ’95 (con la vittoria dei no, ultima volta in cui gli oppositori non si unirono all’astensione: quella scelta di Berlusconi meritò rispetto)
Da fine anni ’90, il disastro, e il quorum fu raggiunto solo nel 2011 e probabilmente solo per l’evento Fukushima

Fa specie che non si raggiunse il quorum per consultazioni su temi molto ideologici e molto personali, da scelta di coscienza , tipo il referendum del 2005 sulla legge sulla fecondazione assistita.
E’ evidente che nella consultazione referendaria c’è qualcosa che non va. Mi ricordo che a fine anni ’90 in molti pensavamo già che il meccanismo fosse completamente da ricostruire e rilanciare. Ci fu chi, il settimanale satirico Cuore, ipotizzò referendum assurdi (tipo “abolire la matematica”) per dare un messaggio politico.

L’astensione è un meccanismo ipotizzato dai costituenti, quindi legittimo. Però falsa le regole del gioco, e in questo è obiettivamente poco dignitoso, è un escamotage non degno di istituzioni autorevoli.
A ottobre voteremo (senza quorum) un referendum costituzionale: io, che appoggerò con forza il Sì, trovo letteralmente osceno che la materia del referendum sia stata toccata ma non in maniera completa. In particolare, non sopporto che per il referendum abrogativo si lasci il meccanismo delle 500mila firme e del quorum del 50% dei votanti, inserendo solo la possibilità di un quorum pari alla metà dei votanti alle politiche nel caso le firme fossero più di 800mila.

Così facendo, si continuerà con questa pantomima, e col “costringere” i contrari a non votare. Onestamente non ho questa stima della democrazia diretta ma avrei voluto tanto un meccanismo simil-Svizzera o -Usa, con nessun quorum ( ma un altissimo numero di firme necessarie per indire la consultazione, a differenza di questi paesi). Sarebbe stato un ottimo compromesso ad esempio fare referendum abrogativi senza alcun quorum ma un numero di firme necessarie pari ad almeno 750mila cittadini, il 50% più di adesso. Magari di più per referendum propositivi (1 milione?)

P.S.
a malincuore quindi non andrò a votare per questo referendum. Mi secca ma farò così, desiderandone la sconfitta. Non mi piace, come non mi piacque perdere i referendum del ’90, del ’99 e del 2005 per mancato quorum. Quanto alle motivazioni, non sono certo di natura politica filogovernativa come per la maggioranza dei partiti (anche se sui social network mi viene dato di pecora PiDiota) ma mi è bastato leggere questo articolo sulle trivelle  e questo sulle energie rinnovabili

Orgoglio di un trailer della prima ora

Recupero roba di un pò di tempo addietro…
Per il secondo anno consecutivo , ho organizzato un trail autogestito. Quello che l’anno scorso fu un allenamento di gruppo aperto, ora si è trasformato in un evento annuale con tanto di pagina facebook e gente che mi ha contattato e si è aggiunta negli ultimi giorni per smaltire i pingui pasti natalizi. Alla fine, eran più quelli che non conoscevo dei trailer a me già noti! Siam così partiti dal solito posto, le Catese sopra Colonnata, verso la terza punta di Monte Morello. Giornata nebbiosa in basso, solare e soleggiata in vetta. Bellissimo. Come dimostra il video

Da trailer della prima ora ormai  tanti anni fa, sono sempre più meravigliata del successo del trail running. Io penso che c’entri molto l’assenza di stress, la comunione con la natura, il divertimento maggiore, una fatica diversa, più appagante, che non lascia mai l’amaro in bocca.

Sono molto orgoglioso di ciò: dopo quasi 10 anni ho convertito molti runner stradaioli, alcuni ormai malatissimi, molto peggio di me. E tra poco la nuova creatura del mio team, il trail del Mulinaccio

Winter Trail del Senio

Secondo anno di fila che partecipo a questa bella garetta dicembrina a Palazzuolo, le mie zone. Il percorso con la neve sarebbe fantastico e difficilissimo. Invece c’è il solito fango ovunque, un cielo nebbioso e grigissimo. Dopo un primo tratto abbastanza impegnativo ma facile, si arriva in un meraviglioso paesino abbandonato, Lozzole, cui giriamo attorno su pendii molto scoscesi. Poi si risale nel fango, single track e saliscendi senza fine, una lunghissima discesa finale (con un intermezzo devastante al 20%) in mezzo ai castagni. Arrivo nel bellissimo paesino sperduto nell’Appennino. Docce, pasta party, tutto OK. Un trail bellissimo per far conoscere zone e sentieri dimenticati.

 

Skyrace delle Apuane 2015

E’ stata una lunga e intensa stagione. tanti acciacchi, ma anche tante
soddisfazioni: tanti trail conclusi, il ritorno ai 42 e oltre dopo anni,
il mio primo ultratrail, un gruppetto di compagni di allenamento senza
cui non ce l’avrei fatta.

Questa stagione non poteva che finire con una prova unica. La Skyrace
delle Apuane è cascata a fagiolo, poco prima delle vacanze.
L’avevo già corsa due volte, vari anni e molti Kg fa. Soprattutto, in
ottime condizioni di allenamento. Stavolta invece … zero forma, un pò
sovrappeso. Ma tanta voglia, tanta determinazione. La mia forza è la
mente, a quella ho fatto affidamento, come sempre.
Dopo 6 anni torno così in questo paesino sperduto, Fornovolasco, in
Garfagnana, neanche 500m slm, in mezzo a una valle strettissima fresca e
boscosa. Ruvide case in pietra attorno a un ruscello gelido. E sopra, il
Monte Forato, e più in alto, la temibile Pania della Croce, che domina
la valle con la sua pietra chiarissima.

Partenza alle 9,30, si sale subito nel bosco per primi 3Km trail,
neanche durissimi. Ma poi si arriva sul crinale che ci separa dal
versante della Versilia. E cominciano i dolori: sentieri strettissimi,
arrampicata su roccia, pietraie, gradoni da salire e scendere. Il
passaggio dal Monte Forato, questo enorme pertugio tra le rocce dipinto
dalla natura, con un tifo da stadio ad accoglierci: già vale il prezzo
del biglietto in sudore e fatica.
Il peggio però deve ancora arrivare. Giunti sul versante occidentale
della Pania, c’è da percorrere questo sentierino in traverso che porta
al Rifugio del Freo. Ancora più arrampicate, ampi tratti di corda
attrezzata per dare sicurezza. E il sole che comincia a bruciare dietro.
Mica è finita: ci aspettano i 3Km e 700m di dislivello che portano in
vetta. Per fortuna su un sentiero non così disagiato. Ma alzi il capo, e
la vetta rimane lontana, e non si avvicina mai.

Finalmente arrivi in cima. Coccolato, come durante tutto il percorso,
dallo staff organizzativo presente in forze: ti passano acqua e sali, ti
colmano la borraccia, ti chiedono se è tutto OK
Intanto ti guardi attorno, e assapori il piacere della vista da una
delle vette più alte della Toscana. Il mare, la Garfagnana, la Versilia,
l’Appennino. Le altre impervie montagne delle Apuane, aspre come e più
delle Alpi.
E’ tempo di scendere: non è peggio della salita, ma si procede
lentamente nel Vallone dell’Inferno, una pietraia assolata dove se non
sei Kilian Jornet al massimo corri 10 metri di fila e poi ti fermi per
sicurezza. Altri tratti attrezzati, gradoni, il sole che ti cuoce.
Arrivare nei prati attorno al rifugio Rossi è una benedizione: un
sentiero nel bosco è meno impegnativo, e poi c’è ombra. Ma mancano
ancora 1200m di dislivello negativo, che non finiscono mai, e intanto il
sole picchia. Ma arrivati all’asfalto davanti alla Grotta del Vento sai
che è fatta, che ti puoi lanciare.
Gli ultimi Km sono stati devastanti. Male al fianco destro, crampi al
quadricipite, unghie dei piedi dolenti, una storta alla caviglia, la
pelle che scotta. Quando corri cerchi di non pensarci, ma ci vuole tanto
cervello, tanta forza d’animo.
Per fortuna prima o poi c’è l’arrivo, quel sontuoso ristoro con
abbondante cocomero, pasta party & birra, e poi l’immersione delle gambe
malridotte nelle gelide acque del torrente
Organizzazione magnifica, molto accurata, tutto ben segnalato, tanti
ristori, tanti presidi medici. Gara unica. Non per tutti. Ma
eccezionale, per chi può apprezzarla

Video

Traccia
https://connect.garmin.com/activity/831418623

Recensione de “L’amica geniale” , di Elena Ferrante

E’ difficile descrivere la lunga e complessa tetralogia “l’amica geniale” di Elena Ferrante.

Lasciamo da parte l’aneddotica sulla misteriosa ed anonima autrice. Due bambine, una storia. La loro storia, e anche la storia di Napoli e la storia d’Italia del Dopoguerra. Due bambine nate ancora con il conflitto in corso, cresciute in simbiosi dall’infanzia all’adolescenza stimolandosi a vicenda. Due bambine unitissime ma diversissime tra loro, tanto che si sospetta che ognuna vorrebbe essere l’altra. Due bambine che affrontano gli anni ’50, il primo boom economico, la nascita della camorra assieme alle classiche situazioni della crescita, del diventare ragazze e donne. Dotate fin da piccole di fine intelletto in un ambiente in cui non viene riconosciuto, ciò le porterà a separarsi, una studierà, l’altra lavorerà e diventerà moglie e madre. Il romanzo prosegue su questi due piani: il racconto pignolo e dettagliato della vita delle due, soprattutto della narratrice. E di contorno un durissimo inesorabile affresco: la Napoli che cresce avviluppata nei tentacoli della criminalità, sempre più organizzata, sempre più feroce.

E dell’Italia intera, del benessere che la pervade di anno in anno ma anche dei tormenti che la solcano, dal terrorismo alle sciagure ambientali , e le correnti culturali e politiche che la plasmano : il ’68 con tutte le sue utopie e i suoi sogni infranti, l’elite di sinistra radical-chic, il pragmatismo della piccola borghesia che si arricchisce ma che non si sviluppa umanamente, una gretta sottocultura nazionalpopolare che non ci ha mai abbandonato e che spinge all’individualismo, a perdere di vista la società e la nazione nel suo insieme. E i vizi che restano profondi nella nostra cultura: il maschilismo, la subalternità della donna specie meridionale, il familismo

L’affresco di Napoli che ne esce, soprattutto, è tremendo: terra di frontiera, l’anarchia che convive con la prevaricazione intoccabile dei più forti e dei più ricchi, un sistema di caste dove uscire dal proprio ruolo è profondamente rischioso e persino socialmente condannato, tanto più se sei donna. 

L’opera non è perfetta: specie nella seconda parte indulge con sé stessa, alcuni vicende dei personaggi diventano esagerate, vengono spinti ad eccessi innaturali. La prosa composta di periodi lunghi ma così semplici e lineari da donare un alone di poesia alla lettura, si fa un poco più pesante. Ma sono pagliuzze che non inficiano il valore della saga.

L’autrice, e in particolar modo quest’opera, è idolatrata negli Stati Uniti. Non mi stupisce: è un cazzotto nello stomaco per noi italiani. Ci duole leggere quanto il nostro provincialismo c’ abbia accompagnato per così tanti decenni e sia ancora così forte in un mondo globalizzato.

 

In memoria del guru Prof. Enrico Arcelli

c’era una volta un ragazzino grassoccio, il cui babbo aveva da poco smesso
di fumare ed aveva cominciato a correre, persino a fare imprese che mi
sembravano al limite dell’umano come una maratona! quel babbo un giorno
compro’ quel libro chiamato buffamente “correre è bello”, titolo che faceva
sorridere chiunque sbuffava come un mantice durante l’ora di educazione fisica.
un giorno quel ragazzino cominciò per caso a corricchiare, capì che quel titolo
aveva un senso, e che correre poteva persino essere meraviglioso.
e fu conquistato da quel libro che era un sapiente mix di aneddotica sulla
corsa, principi di fisiologia dello sport e di scienza dell’allenamento,
oltretutto scritto in un bellissimo italiano, semplice eppure efficace.
era anche una descrizione di un’italia industriosa che col benessere cominciava
anche a pensare ad altro che non fosse la solidità economica, che iniziava a
capire l’importanza della salute fisica e del piacere mentale.
quel libro lo lesse decine di volte, lo sfoglio’ centinaia, sperimentò tutto, gli
diede l’ispirazione per tante gare, fece nascere la passione, sempre più profonda,
e solidissima grazie a quella miscela di amore per lo sport e di dotte spiegazioni
scientifiche delle basi del running.
Infuse passione non solo a me, ma anche a tantissimi altri, ed è tuttora il libro
di sport più venduto in Italia.

Ti sia lieve la terra, Enrico.
e grazie infinite

Passione e pensieri vissuti correndo