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L’amica geniale: romanzo e serie TV, immagini e parole

Lessi l’ “Amica Geniale” circa 7 anni fa, poco dopo l’uscita, e mi conquistò, ben prima che diventasse un best seller mondiale: sono quindi un fan della primissima ora. Ovvio che attendessi con curiosità la versione televisiva. Versione davvero bella che mi ha procurato diversi momenti di stupore. Ne cito qualcuno a caso. La scena in cui un personaggio di mezza età, Donato Sarratore, abusa sessualmente della giovane protagonista nel giorno del suo 15° compleanno (scena peraltro censurata dalla Rai che poverina si preoccupa per la nostra psiche).Stupore, eppure non potevo essere sorpreso, conoscevo quei personaggi, il contesto, i fatti narrati..

Lila è geniale, intelligente e arguta, vede oltre, comprende di avere delle doti e si impunta, vuole continuare la scuola come per lei vorrebbe anche il fratello, dice ai genitori che farà comunque l’esame di ammissione alle medie per dimostrare che lei sarebbe benissimo in grado di farle.  Il padre isterico e livido di rabbia la scaglia dalla finestra.

Una bimba di 10 anni scaraventata fuori dalla finestra. Fa impressione solo vedere il dietro le quinte

Lila tremante si rialza indolenzita, come nulla fosse nonostante i lividi e soprattutto l’umiliazione: solo la violenza la può fermare, ma la sua volontà non si piega.
Ora è da poco in onda la seconda stagione: in rete molti hanno evidenziato come la scena dello stupro di Lila la prima notte di nozze fosse veramente forte, quasi da tagliare (e non mi stupirei se la Rai l’avesse fatto).

Lila osserva dalla porta a vetri il volto smarginato di suo marito che la invita a letto: presagio dell’esperienza violenta che vivrà. Eccellente lavoro del regista Saverio Costanzo e del team di produzione

Ulteriore scena che sulla carta turba, mentre vederla invece coi propri occhi, pensare che è finzione e ci sono degli attori al loro meglio , simboleggia la sottomissione della donna nell’Italia prima della legge sul divorzio e della riforma del diritto familiare, è tutta un’altra cosa. Può turbare, sconvolgere, impressionare, indurre a riflettere, e questo in fondo è lo scopo dell’arte.

Lenù che a scuola dice oracòlo invece che oracolo: nel romanzo l’episodio è raccontato in una riga e ne ridiamo divertiti, nella serie in 10 secondi. Ma 10 secondi che molto meglio che sulla carta fanno trasparire la vergogna e l’umiliazione.. È questo che lei dice a sé stessa, nella serie, così povera di autostima da essere di continuo alla ricerca di chi possa elevarla oltre l’angusto ambito del rione. In questo caso una piccola scena che descrive magnificamente una psicologia, e permetterà di comprendere le future scelte di un personaggio.

Di questo vorrei parlare, di come una serie televisiva abbia una forte dignità artistica, non (o almeno, non sempre) inferiore al romanzo che l’ha ispirata. Anche qualora l’opera originale sia un romanzo estremamente denso di descrizioni di sensazioni ed emozioni, di pensieri, di monologhi interiori, di ragionamenti, di dubbi, più che di fatti e dialoghi.  L’opera televisiva è secondaria, ha minor valore rispetto all’originale? L’esperienza di utenti televisivi e cinefili ci insegna che è molto difficile rendere il valore del testo e la quantità di cose che può trasmettere, e rari sono i casi in cui “il film è meglio del libro”. In genere, film e romanzo/racconto sono diversi, oppure anche se simili evocano emozioni analoghe nell’utente. Nel caso de “l’amica geniale” dico altro: preferisco il romanzo, ma la serie non la ritengo peggiore. La ritengo perfettamente complementare. Carta e schermo si rafforzano a vicenda, si aiutano reciprocamente ad evocare atmosfere, a raccontare le complessissime psicologie dei personaggi e l’ambiente in cui si muovono. Lila viene scagliata dalla finestra per la rabbia: nel romanzo ci colpisce la violenza, l’efferatezza. Ma vedere sullo schermo una bimba volare sul selciato è molto più violento, coinvolge lo spettatore: vediamo una bambina in carne e ossa che vola dal davanzale e atterra e si riempie di ammaccature. Lenù, che nemmeno sapeva cosa fosse il sesso e il piacere viene baciata e molestata da Sarratore senior. Leggi la scena e provi disgusto. Vedi una persona molestata, vedi la sua reazione di shock, il suo impietrirsi, la sua tristezza, la paura, il terrore. ti chiedi “quanto ancora durerà questa scena? fin dove si arriverà?” Il diverso veicolo di comunicazione implica tempi, impatti, reazioni differenti. Credo che la Ferrante abbia accettato con piacere la trasposizione della saga in TV memore della realizzazione del film “L’amore molesto”, il cui esito sullo schermo l’aveva portata a cogliere sfumature nella storia che non aveva notato lei stessa. E si era accorta che i meccanismi narrativi sono per forza così diversi nei due mezzi da trovare E così come allora, sono convinto che lei per prima noterà la complementarietà delle 2 versioni della saga, e di come le immagini abbiano donato enorme potenza a certi episodi, senza che la necessaria brevità e velocità dello schermo tolgano molto. Non mi invento nulla, lei stessa ne “La frantumaglia” racconta di come la visione dell’opera di Martone l’avesse molto turbata durante la proiezione. Tra l’altro, la doppia lettura carta + schermo permette di scoprire ancor meglio i vari registri narrativi dell’opera: le storie di amore, di amicizia, la vicenda sociopolitica, il racconto adolescenziale, il dramma sociale, l’aspetto psicologico introspettivo di Lenù e quello di Lila attraverso Lenù, e potremmo continuare.

“Piansi fino all’alba” magistrale la regista Rohrwacher e la Mazzucco in questa espressione di dolore

Infine, un punto fondamentale nella storia e nella serie: avrete colto la differenza linguistica sostanziale. Serie tv mista lingua napoletana-lingua italiana contro un romanzo interamente in italiano, tradotto volutamente dall’io narrante che esplicita di volta in volta l’uso del dialetto nei vari dialoghi con un semplice “disse in dialetto” (per semplicità uso come l’autrice  questo termine invece che “lingua napoletana”). Dialetto che la Ferrante associa alla alla miseria economica e sociale, alla ferinità, alla violenza, alla sopraffazione,  alla criminalità, al maschilismo: tutto quello da cui Lenù vuole emanciparsi. Nella serie l’uso del dialetto amplifica con grande naturalezza  e allo stesso tempo con grande forza questa differenza. Io credo che lo vedremo ancora meglio nelle prossime stagioni così come lo si osserva nei romanzi, ma già adesso si intuisce questa differenza: italiano come lingua, come discrimine, tra chi sta provando a sfuggire da un destino di miseria economica ed umana e chi invece sta lottando per la propria libertà. Per questo la maestra disconosce Lila nel finale della prima stagione: non vede più la bambina ansiosa di fuggire dalla violenza del rione, vede la donna che coglie occasioni contingenti invece di pensare al futuro, vede una persona che sceglie la via più facile ed immediata per acquisire ricchezza piuttosto che quella dura lenta e faticosa tramite lo studio (e Lila lo capisce pienamente a casa della Galiani, sfogando la propria frustrazione contro Lenù per essere scesa a compromessi: una scena anche quella molto più forte e pregnante che nel testo, scena simbolo interpretabile su diversi livelli). Tutte scene, queste descritte, raccontate magnificamente per immagini dal regista e dagli sceneggiatori.

Una visione eccellente, questa seconda stagione della serie. Guardatevela, e poi leggete i libri. O viceversa. Se li avete già letti, rileggeteli, si godono ancora di più. Qualcuno aveva scritto che le serie tv sono l’equivalente dei romanzi d’appendice dell’Ottocento: questo non è un romanzo d’appendice, ma l’insieme di serie tv e romanzo permette di farci godere la storia in maniera assolutamente compiuta, e la sua disposizione a puntate, così come i frequenti colpi di scena,  denota la sua magnifica costruzione e quanto sia cinematografica, moderna, come moderni erano all’epoca i feuilleton. Tutto si completa a vicenda, regalandoci punti di vista diversi degli stessi personaggi dalla complessa e multiforme psicologia, specie Lila. Infine: attori, registi, sceneggiatori, produzione, tutto sembra ancora migliore della prima stagione, una grandiosa resa dei multipli temi e registri proposti dalla Ferrante: la condizione della donna, la libertà individuale, la cultura come mezzo di emancipazione, la società italiana nel suo evolversi. Fate un favore a voi stessi, guardate la serie, leggetevi i romanzi.

Viaggio per 4 attorno al Monte Bianco

Quando iniziai il mio percorso nel mondo del trail  questo evento esisteva già ed era già miticissimo, era già “LA GARA” trail per antonomasia. Dopo 13 anni è ancora così, nonostante la crescita mondiale del movimento del trail e una concorrenza di altre gare incredibilmente cresciuta come numero che qualità, sia sotto che sopra i 100Km di distanza: le alternative sono veramente tante e il trail è una nota alternativa alla corsa su strada. Chi ne diventa finisher assurge quindi al livello di eroe mitologico per la grande difficoltà del percorso di avvicinamento (serve un curriculum di gare concluse per niente banale e il superamento di uno o più sorteggi generalmente sfavorevole in più anni, per cui il curriculum di gare di 100Km e oltre lo devi mantenere) oltre che per quelle della gara stessa, che rendono chi finisce non solo dei coraggiosi ed impavidi, ma anche dei campioni della resilienza, per usare un termine oggigiorno abusato ma che proprio nel trail assume un significato preciso. Ho seguito i miei amici nel loro percorso di avvicinamento ammirandone la forza di volontà. Seguirli a fine agosto dal vivo sul web, controllare compulsivamente i checkpoint durante quelle interminabili 46 ore, immaginarne le sofferenze e le esaltazioni, è stato bello ed intenso: vederli tagliare il traguardo, 4 su 4, mi ha fatto scendere le lacrime dalla gioia.

Hanno finito LA GARA, e poi? Mi sono rimaste delle enormi curiosità che qualche chiacchiera qua e là non hanno esaurito. Gli ho lanciato questa “sfida”, ripercorrere quei momenti provando a descriverli. Le parole non possono dir tutto, ma io che li conosco e che un pochettino conosco questo sport  mi sono immaginato anche il non detto, percependo da un gesto, da uno sguardo, da una vibrazione nella voce, tutta quell’emozione che devono aver provato. Insomma, ecco qua questa intervista quadrupla, ad uso e consumo di aspiranti ultratrailer o di semplici curiosi. Essendo impossibile fare l’intervista in contemporanea, ognuno si è espresso a modo suo e coi suoi tempi: Alessandro molto metodico con le risposte puntuali, precise e analitiche, via mail. Simone proprio l’opposto con un resoconto non basato sulle mie domande, un suo racconto, puro istinto,  lo trovate qui: alcune parti le ho espunte e le ho inserite tra le risposte degli altri per coerenza, ma vale la pena leggerlo tutto di fila.  Fabio con messaggi vocali whatsapp che ho sbobinato, la sua voce emozionata diceva già tutto. Isacco infine con un lungo video, di cui vi invio il link , sono 45’ ma volano, merita  davvero.

Ciao ragazzi, eccoci qua. Innanzitutto congratulazioni! Descrivete un po’ come è l’UTMB. È davvero questo evento mitico a cui un trailer debba partecipare almeno una volta, anche su una distanza inferiore?

Isacco:  Sì. È davvero questo evento mitico, e infatti è “le sommet mondial du trail”. Richiama trailer da tutto al mondo, quelli forti ma anche amatori, è un parco giochi dove i bambini sperano che i genitori li portino, vivono questa attesa con enorme piacere e quindi arrivi là da bambino curiosissimo e felicissimo. Io ero un bambino emozionato che andava alle più belle giostre del mondo. Penso che valga anche per le gare più brevi, eravamo spesso in zona arrivo, quando arrivavano questi atleti dopo 100 o 150Km, e vedevamo abitanti o turisti o lavoratori del posto come si comportavano: applaudivano tutti, festeggiavano tutti, e conviene quasi arrivare tra gli ultimi per godersi tutto.

Alessandro Sicuramente si tratta di un’esperienza unica. Se confrontata con le numerose ultra a cui ho partecipato a Chamonix si respira l’aria di un evento mondiale e tu ci sei dentro e…  non so come spiegarlo, ma non ti senti fuori luogo , ne sei protagonista insieme ad altri 2500 e passa. Io nel 2016 avevo già preso parte alla TDS , gara del circuito che allora si sviluppava su 120 km , l’organizzazione è sempre impeccabile . L’UTMB ha il fascino aggiunto della partenza da una Chamonix stracolma di folla incitante: soltanto quei primi 10 minuti valgono i soldi dell’iscrizione.

Simone Appena arrivati a Chamonix, piccola e accogliente cittadina di montagna ai piedi del monte Bianco, si percepisce immediatamente che l’UTMB è un evento internazionale, che lascerà il segno e che sarà un’esperienza incredibile. Decine di stand da tutto il mondo ci accolgono proponendoci moltissime gare di ogni genere e distanza, per non parlare di accessori di tutti i tipi (bastoncini, scarpe, pantaloncini, calze, ecc ) personalizzati per l’evento e di ultima generazione, mi sembra di visitare il paese dei balocchi.  La signora Poletti ha creato una macchina da guerra, capace di attirare migliaia di atleti da tutto il mondo, coccolandoli dall’arrivo fino alla partenza di questo soggiorno e sarà di sicuro un arrivederci e non un addio. Scopriamo subito un mega pasta party organizzato per preparare noi atleti, e ce ne saranno di successivi fino alla sera alla fine di tutti gli eventi, fantastico!

Fabio: la risposta è facile, ed è sì. E dirò di più, dovrebbe farlo a Chamonix. Perché 3 anni fa partecipai alla CCC, ma arrivando a Courmayeur all’ultimo momento non percepii tutto quel che è l’UTMB, e invece merita viverlo appieno. Questo perché sei parte di un evento mondiale: non è solo un nome, è proprio l’evento più importante del trail. Un esempio, l’expo era sensazionale, enorme, incredibile e lo diceva anche chi ne ha visti tanti, e non partecipava ma seguiva solo l’expo: figuriamoci le gare! Quanto al UTMB inteso come, beh, la partenza e l’arrivo me li ricorderò tutta la vita, ti carica di talmente tante emozioni. La partenza, ogni volta che vedo i video mi vien da piangere. L’arrivo ugualmente, che tu sia prima o ultimo, una città intera che ti fa festa solo perché sei lì. In più l’organizzazione, perfetta, mai vista. Eravamo l’anno scorso a Penyagolosa per il campionato mondiale trail, ottima ma non così. Ci saranno 3-4 volontari per ogni concorrenti. Ti cullano, davvero, tutto davvero meticolosamente organizzato. Basta pensare poi alla quantità di gare e di atleti. Quindi sì, va fatto, prendetevi i punti ITRA, insistete a partecipare con le lotterie, ma una volta va fatto

Prima del via, in grande spolvero
Prima del via, in grande spolvero

Tutti concordi, vedo. Parlate della vostra corsa. Qualche aneddoto? Ci saranno stati momenti difficili, hai pensato di fermarti, di dire basta, nel corso della gara? 

Alessandro Io alloggiavo nei giorni pre-gara in Valle d’Aosta e mi sono spostato in zona partenza soltanto la mattina del venerdì, per questo motivo  ho vissuto solo parzialmente l’atmosfera del villaggio del trail (Salon de trail). In partenza un temporale girava intorno a Chamonix ed ha scaricato pioggia fino a 10 minuti prima dello start. Poi ho un ricordo indelebile degli 8 km pianeggianti che ci separavano dalla prima salita la folla dei trailers che corrono in un silenzio di concentrazione ognuno con la bandierina del proprio paese appuntata sullo zaino ( e ce ne erano diverse che non riuscivo a ricondurre geograficamente ). La prima crisi è arrivata alla terza ascesa , il Col de la Seigne . La nottata era stata calda , anche in cima alla Croix du Bonhomme e nonostante l’imposizione a bere che mi ero dato ho iniziato a sentire avvisaglie di crampi . Poi all’alba sul lago Combal ( fantastica ) ha raffrescato e tutto ha filato liscio fino a Courmayeur . La seconda a salire il Col Ferret ,sotto il sole caldo prima , e dopo sotto un temporale /grandinata che ci ha ghiacciato , costringendo al ritiro centinaia di corridori. Mai pensato però al ritiro, avevo messo in conto questi momenti, e nella mia immaginazione li avevo resi cosi tremendi da rendere quasi soft la realtà .

Fabio: la mia gara non è stata quella che mi aspettavo, erano 4 anni che la sognavo, un chiodo fisso tutte le volte che partecipavo a qualche corsa. Me l’aspettavo meglio, dopo 39Km ho cominciato ad avere crampi, nella prima parte mi sarò disidratato troppo causa forse il temporale prima del via e dopo la prima salita ho sudato veramente tanto, e sulla Bonhomme ho percepito che ogni volta spingevo in salita e discesa soffrivo dolori muscolari. L’unico pensiero era di arrivare a Courmayeur per farmi massaggiare. Massaggio, e ripartendo dopo 10’ di nuovo dolori, e per arrivare al rifugio Bertone con quella dura salita ho patito le pene dell’inferno. Lì ho fatto quello che non avevo mai fatto, ho preso un antidolorifico e dopo un’ora sono stato meglio. La svolta della gara è stato aver trovato Alessandro a La Fouly dopo ore ed ore di cinesi e gente con cui non riuscivi a scambiare una parola. Aver trovato un amico è stata una vera gioia, e soprattutto il fatto che mi abbia aspettato è stato decisivo, avrebbe potuto finire in un’ora meno, invece è stata la nota più bella  della gara finire con lui. Una nota negativissima e inattesa, cosa che non mi era mai successa, poi è stato lo stomaco: a Champex-Lac mi si è bloccato completamente, a posteriori, una eccessiva acidità. Champex è stato l’ultimo posto dove ho mangiato, poi solo acqua fino all’arrivo. Non mi permetteva di correre in discesa, ho tentato dei farmaci antispasmi ma senza miglioramenti sensibili. Vabbè, abbiamo finito ugualmente, senza quello avremmo finito meglio, ma ce l’abbiamo fatta comunque. La testa è stata sempre perfetta, mai pensato di mollare, l’averla desiderata da tanti anni ha fatto sì che l’unico modo per non finirla era quello di esser stoppato dall’organizzazione a uno dei cancelli per eccessiva lentezza. Sicuramente, con tutti questi problemi, se non fosse stata l’UTMB mi sarei fermato

Simone (rimando al suo racconto integrale: però riporto questo aneddoto che mi ha raccontato a voce andando in auto verso un breve trail ad Arezzo, ndr ) Un aneddoto: arrivo a un ristoro in svizzera, avevo fame. Assieme a tutti gli altri cibi, vedo una ciotola con la pasta al ragù. Ci credereste di poter mangiare una delle migliori paste al sugo della vostra vita in Svizzera e durante una gara così? Eppure, ho sfoderato scodella e forchetta, me ne son fatto servire un piattone, un po’ di birra, un caffè, e poi son ripartito a mille! Macchese’grullo!

Isacco La mia gara è stata regolare, anche se devo dire che non avrei mai pensato di metterci 22 ore nei secondi 90Km dopo avercene messi solo 15 nei primi 80. Le distanze e i tempi di questa gara sono incredibili. Sono stato lì 37 ore, una l’ho dormita, è tanto tempo ed è impossibile parlare di tutte quelle ore. È anche difficile ricordare il momento, il quando , il dove è accaduto. La sorpresa di trovare il parmigiano a un ristoro. Provare a comunicare la propria stanchezza a chi ti è a fianco ed accorgersi che ha gli occhi a mandorla e non ti capisce nemmeno se provi con l’inglese. Trovarti in un gruppo con un peruviano, un italiano, un cinese, un sudafricano. 4 continenti che stavano scalando una montagna. Non ho mai pensato di mollare ma i dolori muscolari erano già piuttosto evidenti già dopo 50Km. Poteva essere la fascite plantare, potevo avere un piede amputato, poteva essere qualunque cosa. Ma mai ho pensato di mollare. Anche di notte incontravi persone, compagni di viaggio, mai avevi la tentazione di mollare, anzi cercavi di risollevare l’umore di qualcuno, e qualcuno l’avrà fatto con me quando ero meno lucido. Un aneddoto buffo:  in Svizzera dopo la Foliè, al 110Km , mi accorgevo che sbarellavo, c’era una panchina, mi fermo sganciando lo zaino e dormo. Ci avevano dato un cartoncino con scritto “non disturbatemi” e mi appisolo qualche minuto. Arriva una famigliola e una mamma con vocina acuta e petulante dice ai bimbi in italiano “non urlate, che il signore qui sta dormendo!!” ma ormai proprio la madre mi aveva svegliato. Mentre riparto , la signora che aveva mancato l’appuntamento con un parente concorrente cui aveva telefonato, mi offre un panino al prosciutto, e forse sorprendendola ho risposto “Sì, volentieri”, ed è stato il miglior ristoro di tutti. 

E quale il momento più bello? Quando si capisce di avercela fatta? 

Simone  La partenza e l’arrivo penso siano i momenti più emozionanti della gara, centinaia di persone di tutte l’età che per ben 3/4 km  applaudono, battono il cinque e ti salutano per quel lungo ed incredibile viaggio che ti appresti ad affrontare.

Alessandro Se escludiamo i primi km fino a Saint Gervais dove , come ho già detto, corri a trenta cm dal suolo , mi sono quasi commosso nel vedere mia figlia e mia moglie a Champex Lac alle 22.30 che stavano per affrontare la loro seconda notte all’addiaccio solo per sostenermi in quei dieci minuti al ristoro. La convinzione di arrivare in fondo l’ho provata all’attacco dell’ultima salita di Tete aux Vents , ho sentito che le gambe c’erano. Purtroppo poi ci sono volute parecchie ore perché Fabio , con cui avevo condiviso il viaggio da La Fouly , ha comiciato ad accusare problemi prima allo stomaco e poi anche alla schiena che ci hanno rallentato. L’apoteosi ovviamente è stata al traguardo , tagliato mano nella mano con Susanna, Martina  e Fabio, compagno d’avventura .

Isacco Il momento veramente più bello è la partenza. Il video l’avrete visto, (integrale, lo confesso, l’ho visto poco tempo fa, lo metto qui sotto. Che brividi. E io che pensavo fosse emozionante il via della LUT. Vi prego, voi che leggete, fatevi un favore, guardatelo)

lo speaker, la musica, il gruppo che batte le mani, non stavamo partecipando all’evento, lo stavamo creando noi, noi che battevamo le mani, noi emozionati ed entusiasti prima del via. Questo rimarrà sempre. L’emozione c’è dal primo giorno quando ti mettono al polso questo (mostra il braccialetto). Poco prima del via ci guardavamo con gli occhi lucidi, dopo 3 anni eravamo al momento più alto. Non so se ci sarà un altro momento così, anche se tornassi a Chamonix. C’era emozione dappertutto, gli abitanti, i turisti, tutti erano emozionati, volti rossi, lacrime, lo speaker aveva emozionato tutti. È stato bello anche l’arrivo, era mattina presto ma c’era già gente, io dall’emozione ho corso l’ultimo Km sotto i 5’ e credetemi dopo 170Km è tanta tanta roba, e dall’emozione ne avrei potuti correre anche altri a quella velocità. Ho avuto il piacere all’arrivo di stringere la mano a un organizzatore che mi ha detto “well done” e anche quello è stato bello. Il momento in cui senti di avercela fatta sembra lontano, ma non bisogna mai mollare, mai avere pensieri deboli e negativi perché bisogna stare sul pezzo, sempre, lucidi. Allo stesso tempo non bisogna mai dire che è fatta, perché al Tet aux vents mi ero detto in vetta all’ultima cima che era fatta, ma poi c’erano 45’ per la Flegere, belli duri, poi il bosco, la discesa, le case, poi è davvero fatta.

Fabio Non c’è. È tutto un momento più un bello. A posteriori … forse la partenza, perché sei consapevole di tutti i sacrifici fatti per una gara come questa;  è bello quando saluti i tuoi amici che sai che non rivedrai perché ognuno fa la sua gara (Fabio ci sta ripensando e si commuove, ed io con lui)  è bella la prima alba perché sei ancora abbastanza fresco e te la godi appieno, sai che c’è un giorno intero davanti che ti porterà vicino alla meta, è bella la seconda alba perché ti rendi che i km che mancano non sono più tanti e se ne hai fatti 150 potrai farne altri 20 e non dovresti aver problemi a farli se hai vantaggio coi cancelli. Quando sei alla Flegère sai che ce l’hai fatta, ma te ne rendi conto solo a Chamonix quando qualunque persona per la strada abbandona ciò che sta facendo, anche mangiare un panino, per applaudirti e ti rendi conto di aver fatto ciò per cui sei andato, finire una corsa, nulla di particolare in fondo. È bello tutto, anche l’averla preparata assieme, aver fatto gare, preiscrizioni assieme, sorteggi falliti assieme, l’unica nota negativa alla fine è stata l’assenza di Daniele che non è stato sorteggiato con noi. 

Quanto è bella questa foto. Un'intera intervista a 4 persone riassunta
Quanto cavolo è bella questa foto, è il riassunto di questa intervista, dice tutto

Racconta un po’ la tua preparazione atletica e mentale. Faresti qualcosa di diverso, col senno di poi? 

Alessandro Venivamo tutti e 4 da due rifiuti ai precedenti sorteggi. Questo significa che da un anno e mezzo avevamo la certezza della partecipazione , salvo cause di forza maggiore. Inutile dire che la gara era diventata il pensiero fisso , tutte le discussioni vertenti il trail running si concludevano con un accenno a Chamonix. Nella pratica c’era da conciliare la preparazione ad una gara così dura con i tempi esigui concessi da lavoro e vita familiare. Ho programmato una serie di gare di avvicinamento con impegno crescente. Potevo concedermene +- una al mese . La gara più impegnativa doveva essere lo Scenic trail a giugno , e lo è stata, nonostante (come ben sai )  l’interruzione dopo 90 km per maltempo. L’ultimo trail l’ho fatto lungo parte dei sentieri UTMB , il Gran trail Courmayeur a luglio , 55km che mi hanno convinto di aver effettuato una buona preparazione. Tolte le gare, l’allenamento si svolgeva alla ricerca soprattutto dell’accumulo di metri di dislivello . Percorrevamo i sentieri del Morello, Roveta, Montalbano in orari improbabili ( spesso di notte) . I primi di luglio siamo andati con Fabio sul crinale tosco/emiliano accoppiando due lunghi in un weekend . Per riassumere, da gennaio ad agosto il carico settimanale in km è stato dai 60 agli 80 e il dislivello mensile dagli 8000 ai 20000 mt(agosto)- In negozio avevo allestito una mini palestra con bosu, pesi ecc ecc. Tanto plank , squat e addominali che sono convinto siano esercizi fondamentali per non arrivare letteralmente ” piegato” al traguardo . Ne ho visti a decine in queste condizioni nell’ultima parte della corsa. Non ho molto da rimproverarmi nella preparazione alla corsa , del resto credo che difficilmente avrei potuto dedicargli più tempo . Una maglietta di ricambio nello zaino  dopo la grandinata sarebbe stata utile , ma sono dettagli.

Fabio Abbiamo fatto Monte Morello su e giù tutto l’anno!!! Poi l’unico lungo si è ridotto. Stare a Firenze non aiuta, chi vive al nord è avvantaggiato. Visto i risultati di Isacco, avendone la possibilità mi farei aiutare da un preparatore. Se dovessi dare un consiglio a un aspirante finisher, direi di fare più Km possibili e più dislivello possibile… senza però andare oltre, senza stancarsi troppo, senza superare il limite sennò si è costretti ad andare dal fisioterapista tutte le settimane, quindi meglio dosare i Km

Isacco  Ho vissuto d’emozione. La mente c’era, sapevo di avere l’esperienza e le capacità, ho chiesto aiuto al coach Luca Zaina. Ad aprile avevo già fatto il lavoro di testa, il lavoro fisico c’era in buona parte, si è trattato col coach di affinare la preparazione per potersi dire che avevo fatto il possibile. Ho corso un paio di volte circa 80Km, tornassi indietro forse non ne farei di più perché correre tanto crea del danno. In preparazione non esagererei con kilometraggi lunghi, 100Km non erano mai venuti fuori nel 2019, solo lì dove dovevano venir fuori. La fascite si stava cominciando a presentare, non ero al 100% ma avevo voglia, grinta, decisione. Importante nella preparazione è stato aver passato 15giorni in Val d’Aosta, camminando tanto e stare tanto in altura. Forse quell’acclimatamento è stato un buon aiuto, anche se la gara non sta molto sopra i 2000m però magari è servito.

Simone La mia preparazione atletica, ora lo posso dire a distanza di due mesi,  non è stata un granché. A differenza di altri che sono stati seguiti da personal trainer io mi sono basato su una fase di carico di sei mesi, per finire con un lungo, quindici giorni di vacanza e una fase di scarico. Purtroppo con il lavoro che faccio e gli orari che seguo non è stato facile, se poi mettiamo che il mio lungo si è fermato a 74 km per mal tempo e i successivi non hanno superato i 50 km, le conclusioni son presto fatte. Sicuramente una buona preparazione atletica ti aiuta ad affrontare una gara di questo genere con più tranquillità, ma nonostante tutto sono riuscito a cavarmela alla grande e la testa ha fatto sicuramente la parte più grande.

All’arrivo in genere si dice “mai più”. Adesso, dopo varie settimane, pensi di rifare una gara di questa difficoltà?

Isacco: a volte per scherzo  dico di rifarla, all’arrivo invece mi dissi davvero “mai più” ma ora l’idea di rimettere questo pettorale (lo mostra, bellissimo!), vediamo come va la stagione.  Probabilmente riparteciperò al sorteggio e a Chamonix tornerò: come turista, o volontario, o accompagnatore, o partecipando a una delle altre gare più brevi in contemporanea, perché è una concentrazione globale del popolo, avevo già avuto questa impressione a giugno quando ero alla maratona del monte bianco (gara che consiglio caldamente!)

Fabio Io non dico mai “mai più”. Mi è durata una settimana, quanto il mal di stomaco. Dopo una settimana, rivedendo i video, mi è tornata in testa l’idea di re-iscrivermi a gennaio. Poi ho idea di altre 100 miglia, tipo l’Adamello, quella in Inghilterra dove danno la fibbia, il Tot Dret, mai avuta l’idea di smettere. Una gara del genere ti fa capire quanto può esser bello correre così a lungo e con l’esperienza potrai capire come affrontare certe gare.

Alessandro Se devo essere proprio sincero, su di me al traguardo ha prevalso l’euforia sulla stanchezza . Nei minuti successivi,, mentre brindavo con la birra insieme ai miei compagni, pensavo già ad un modo per riscrivermi il prossimo anno .Ho ricominciato a correre con regolarità già dopo 15-20 giorni dal UTMB (e a giudicare dal suo Strava, ha continuato 😉 ndr)

 Un piccolo inciso: i nostri eroi mica hanno smesso di correre, hanno ricominciato e hanno tutti provato il sorteggio per Chamonix, su altra gara. Non so come gli andrà, ma a questo punto sappiamo che continueremo a vederli correre su distanze del genere.

Come si affronta la seconda notte? Come hai gestito alimentazione, sonno e riposo? 

Alessandro Per quanto riguarda l’alimentazione, avevo nello zaino 8 gel per la prima parte della gara fino alla base vita e altri 9 per la seconda , non sono riuscito ad assumerli tutti . I ristori UTMB sono fornitissimi, ci trovi di tutto . Io sono andato prevalentemente a brodo con riso e, (unico che le ha apprezzate) barrette overstim fornite dall’organizzazione.  Riguardo al sonno, in parte mi ero testato nelle due edizioni della LUT cui avevo partecipato , in quelle occasioni la seconda notte era stata solo intaccata ma francamente avevo sopportato bene la privazione . Sono andato fino in fondo senza pause, ho provato a fare uno di quei “microsonni” diventati famosi dopo il Tor di Collè, ma ho scoperto di non esserne capace! Il conto si è presentato nelle docce della palestra di Chamonix , da quel momento rimanere sveglio è stato un vero supplizio , mi addormentavo in ogni posizione anche la più scomoda .

Isacco  Rendersi conto che mi addormentavo, che faticavo a mettere un passo dopo l’altro, a questo non ero pronto. Correre 2 notti non è stato facile, e ho dovuto gestire il sonno. Non ero preparato a dormire durante la gara, eppure è capitato. Ho dormito 3 volte. Al 110, con l’aneddoto che ho raccontato prima, poi Km 140, Trient, ho sperimentato di poter dormire su un materasso al ristoro, c’è un addetto che ti sveglia dopo il tempo che gli hai comunicato. Poi anche dopo 10Km a Vallorcine. Dopo 15-20 minuto sentivo comunque che le energie erano ritornate. Ah, se vi capita di esserci, ditelo di farvi svegliare, sennò dormireste a lungo

Fabio Non so se c’è un modo per insegnare al corpo come stare 44 ore senza dormire. Quando mi prendeva sonno, io mi fermavo 5’ su un sasso a riposarmi, questo mi permetteva di andare avanti un’ora, e via andare, ognuno è fatto a modo suo. Io non ce la farei a mettermi a dormire su una brandina, farei troppa fatica a ripartire.  Poi tra ristori, sonnellini, la notte passa in fretta, poi con la luce tutto va meglio. Non saprei proprio come la si potrebbe preparare. Consiglio: cercare di partire il più riposati possibili, la prima crisi di sonno mi è venuta dopo 21h di gara. Poi è stata dura a Champex, sulla salita della Getè ho avuto qualche problema. In sintesi non ci si prepara, la si affronta

Dai qualche consiglio ai grulli che volessero fare gare oltre i 100 o i 150km. A cosa occorre fare attenzione nella preparazione e durante la gara? Anche riguardo materiale, cibo …

Fabio Un consiglio? Iscriviti. Falla. Perché ne vale la pena. Poi, chi fa trail lo sa, i consigli sono scontati, son quelli. Il materiale? I materiali di qualità fanno la differenza. Faccio un esempio, io e Ale abbiamo preso una bella grandinata in cima al Col Ferret, la cima più alta della gara. Mi son messo la giacca, se non fosse stata un buon goretex della Montura bensì altro pur di buona qualità, non sarei arrivato a La Fouly praticamente asciutto nel tronco bensì bagnato fradicio e in ipotermia, e già avevo gambe e sedere ghiacci. Altro consiglio: portarsi qualcosa in più, una maglia, pantaloni, in modo da essere in grado sempre di cambiarsi e di poter ripartire asciutti. Sull’alimentazione, ognuno deve sperimentare e trovare nelle gare precedenti i cibi che è in grado di assumere ed assimilare… Importante per me poi è pianificare cosa mangiare a ogni ristoro e quindi informarsi prima su cosa si troverà… sempre che uno sia in grado di mangiare, visto quel che mi è capitato. Valgono quindi le stesse regole delle gare più corte. Sicuramente poi è un grosso aiuto aver qualcuno che ti possa seguire e fornire materiale o cibo. Ed è comunque bello anche per chi dovesse seguire qualcuno, assistere alla gara è bellissimo.

Isacco Non so che consigli posso dare. Una cosa la dico: ho perso 7Kg grazie al nutrizionista Andrea Zonza dei Rolling Dreamers, ho affrontato la gara col mio peso forma. A un evento del genere bisogna arrivarci con le migliori condizioni possibili. Un vero atleta potrebbe arrivarci anche non al top, ma noi che solo giochiamo a fare gli atleti dobbiamo essere veramente scrupolosi per non patirla – si soffrirà comunque, ma un conto è poter tollerare la sofferenza, un conto è andare oltre la soglia della sofferenza. È importante che il range dei problemi, degli inconvenienti possibili non tollerabili sia il minore possibili. Non è una passeggiata, serve una condizione psicofisica eccellente. E serve partire cazzuti, per essere sicuri di arrivare in fondo. Quindi 1. Testa 2. Preparazione 3. Fisico al 100% 4. Strategia alimentare. Bisogna capire cosa ci piace e cosa non ci piace ma di cui dovremmo comunque nutrirci. I ristori sono tutti vari , molto forniti, un po’ tutti uguali (magari poco stimolante, a me non è piaciuto molto). Infatti al rifugio Bertone dove c’era una forma di parmigiano, mi ci sono tuffato e mi sono accaparrato un sacco di scaglie (quello dopo il Bertone, fino al Bonatti, è uno dei tratti più belli e affascinanti, vedi tutto il Bianco davanti e ti rendi conto che ci stai davvero girando attorno. Sul materiale, ovviamente ognuno ha le sue esperienze, ma proprio a me è capitato di cambiare calzature solo 20 giorni prima dell’evento, passando da SpeedGoat a MafateEvo sempre Hoka. Quindi son partito con le Mafate, a Courmayer dopo essermi cambiato vestiti e calze e aver impomatato i piedi e cambiato scarpe (quindi passato alle vecchie Mafate), ho avuto uno dei migliori momenti. E determinanti sono stati i bastoni (mostra dei Black Diamond molto leggeri), da ripiegarsi quando serve ma davvero indispensabili

Alessandro Come già accennato, nei mesi precedenti accumulare dislivello  è una ovvietà , ma il D+ non è mai troppo . Per quanto riguarda l’attrezzatura, in una gara come l’UTMB per me i bastoncini sono imprescindibili , anche se c’era un 10% dei concorrenti che non li usava. Personalmente ho avuto la fortuna di poter programmare le ferie nelle due settimane precedenti la corsa in quelle montagne , se potete fatelo. Per noi, che viviamo a 50mt slm, passare 10 giorni o più in altura , anche solo facendo trekking, dà una marcia in più. Spezzettare la gara in tanti segmenti più piccoli aiuta a digerire i km. il resto lo fanno gli incredibili paesaggi che ci si aprono di fronte agli occhi!

Infine: Cosa hai scoperto di te stesso durante questo viaggio?

Simone A distanza di due mesi non passa giorno che non pensi un attimo a quei bellissimi ed interminabili momenti, nessun rimpianto, ce l’ho messa tutta e forse di più; è proprio il caso di dirlo “volere è potere”. Ripartirei anche domani mattina per tornare su quei monti, di giorno in mezzo a quei bellissimi panorami, di notte in mezzo al nulla e non sono un super eroe ma un modesto trailer che aveva un sogno nel cassetto e l’ha realizzato.

Alessandro Non riesco a racchiudere l’esperienza del viaggio all’interno delle 44 ore e passa che dividono la partenza sotto le note di Conquest of Paradise dei Vangelis (qui un altro video della partenza) con l’arrivo . Il viaggio per me comincia nel lontano settembre 2015, una volta diventato finisher del Trail delle Foreste di Badia Prataglia . In quell’occasione l’idea pazza di questo obbiettivo da perseguire apparve possibile, e da quel momento ho compiuto tutta quella serie di passaggi che adesso mi hanno reso una persona diversa. In questo viaggio di quattro anni ho allacciato un’amicizia veramente forte con i miei compagni di scorribande. In verità ci vediamo di rado al di fuori di corse ufficiali ed allenamenti, ma, il fatto di aver condiviso al 100% momenti di difficoltà ed euforia a livello massimale, fa sì che ci si intenda con uno sguardo e questo rimarrà penso per sempre. Se questo percorso mi ha reso migliore lo vedrò nei mesi a seguire, se saprò gestire il futuro anche in assenza di uno stimolo così forte. Gestire la quotidianità è lultratrail che deve affrontare ogni essere umano e ce ne vuole di resilienza …

Fabio Ho scoperto che sono un testone ma lo sapevo di già (ride. In effetti lo è, ma conoscendoli direi che lo sono, lo siamo tutti noi che facciamo questo sport). Quando mi metto in testa una cosa la faccio, se una cosa l’ha fatta qualcun altro allora posso farlo anche io, ne ero già convinto, e vale per tutto, non solo nello sport. In realtà non ho scoperto nulla di più se non la consapevolezza che il limite si può spostare sempre più in su, l’asticella la si potrà sempre spostare più in su. Ci sarà un limite per l’età, ma mi piacerebbe persino replicare questo UTMB.

Isacco  Si scopre tanto. Ho preso decisioni importanti nella vita dopo gli ultratrail, perché focalizzandosi su tutti i minimi problemi che capitano in gare del genere è un errore, quindi serve pensare ad altro. Ho capito un sacco di cose. Che la testa può portare dappertutto: sembra scontato, ma poi con questa esperienza vedi che è davvero così. Ho capito che tipo di gare voglio, ho visto un mondo là fuori che vale la pena di essere corso. E non si sa se può ricapitare di nuovo un certo evento, fai anche di questi pensieri un po’ fatalisti, un po’ strani che ti portano fuori dimensioni. Penso capitino a tutti, anche le allucinazioni di cui si parla: è vero. Durante la seconda notte vedi alberi sopra le case, il sentiero pitturato … ora rido ma quando ero lì capivo che mischiavo realtà e fantasia, è allo stesso tempo affascinante e terrificante, e ti rendi conto che esperienze nella vita così nella vita non capitano spesso. Poi alla fine cosa resta? Questo (mostra il gilet dei finisher, quello che si vede qui sotto nella foto del giorno dopo)

La meritata birra
La meritata birra

L’unica cosa che i ragazzi non han detto ma che dall’intervista lo può capire benissimo anche chi non li conosce è che la loro grande forza è stata la motivazione, la determinazione ma anche essere un gruppo. Affrontare la sfida assieme, avere qualcuno con cui allenarsi e confrontarsi sfogarsi e sostenersi reciprocamente, poter correre tra di loro o assieme ad altri trailer del nostro gruppo e di altri gruppi ancora, a Firenze o in giro per l’Italia ma sempre assieme a qualcuno, è probabilmente stato fondamentale, mi spiace tanto per Daniele che non fu sorteggiato ma si è rifatto in Svizzera e colmerà la lacuna il prossimo agosto.

Personalmente ho un po’ di rimpianto, avendo iniziato con loro a fare gare di 60Km e oltre, forse avrei potuto esserci anche io; o forse no, evidentemente loro erano più pronti a sfidare i propri limiti. I limiti. Già. Scrissi dei limiti più di 10 anni fa commentando “Resisto dunque sono” , quando avevo un’infinitesimo dell’esperienza di adesso (rieccola, la resilienza…) e i miei 4 amici ancor meno di me, in qualcosina di ciò che diceva Trabucchi ero dubbioso, ora non lo sono più  – leggete quel libro, se già non lo avete fatto. I limiti sono costrizioni mentali, lo confermo pure io che anni fa aveva il terrore a correre un’intera notte senza dormire e poi pure il giorno dopo e ora invece mi pare la cosa più normale di questo mondo.

Come dice Fabio più in su, una cosa penso la si possa dire a tutti: a parte quelli fisici ed anagrafici, limiti non ce ne sono, se non quelli che ci imponiamo da soli, per paura, cultura, pigrizia o bassa autostima. È la nostra mente che definisce quello che possiamo fare, è solo la mente che determina il nostro orizzonte, e quando ci avviciniamo all’estremo saremo sempre in grado di vedere oltre e di spostare sempre più in là lo sguardo e scoprire un altro obiettivo da raggiungere: in fondo, è sempre stata questa la forza, la natura di noi esseri umani.

Il cinghiale, il vitello, la chimera

L’anno volge al termine. l’UTLO mi ha dato grande soddisfazione, 20ore e quasi 100Km di gara con quel dislivello e tutta quella pioggia e averla conclusa senza problemi mi ha dato una consapevolezza, una forza interiore come raramente avevo avuto prima. Per finire in bellezza l’anno, gare di distanze decisamente inferiori.
Per cominciare, il Cinghiale. Ormai definitivamente passata al livello di “gara di casa”, per la sua vicinanza, come l’ultratrail del Mugello di primavera. Qui invece è autunno, clima brumoso, freddo /umido, e soprattutto fangoso. E’ la quarta edizione consecutiva che partecipo, e tutto mi fa dire che non sarà l’ultima. E’ la gara, di quelle che frequento abitualmente, il cui livello organizzativo più è cresciuto negli ultimi anni. Meriterebbe ancor più partecipazione, perchè è davvero molto curata: ristori estremamente abbondanti, percorso segnalatissimo, assistenza ovunque, varietà di percorso di terreno. Qualcuno potrebbe non apprezzare il duplice passaggio intermedio da Palazzuolo, ma dato che i percorsi non si intrecciano si vedono punti diversi. Primo giro, facile e veloce. Secondo, arcigno aspro e tecnico, con una lunga salita non continua ma impegnativa, e una ripida mentre si pensa di scendere.

Terzo giro, infinito, fangoso (ma non come la drammatica edizione 2018) e stracolmo di saliscendi, spezzagambe, tosto tosto, e finale di notte. Stavolta di notte ce n’è stata poca, segno che la forma c’è: sarebbe bello una volta arrivare al tramonto.
Dopo un intermezzo a una gara su strada – ebbene sì, le faccio tuttora – coi duri 16Km del “Vitello”….

Una bella uscita di gruppo con gli altri trailer del Ponte a una nuova gara, il Wild Trail di Arezzo. Solo 24Km e 1000m D+. Pare facile. Insomma, c’è qualche salita abbastanza impegnativa, una massiccia dose di fango, un fondo pietroso e scivoloso su cui occorre stare attenti, essendo così breve, solo 3 ore, bisognerebbe tirare sempre, ma decisamente faccio fatica a farlo. Però la media finale non è malaccio, mi accontento e mi piace la bella medaglia con la chimera.

Un anno di gare è finito – forse farò un cross, vedremo, ma sarà allenamento. Il 2020 sarà probabilmente ancora più impegnativo. Meglio riposarsi un poco, nel frattempo.

Il lago, la notte

Per chi corre da tanto tempo come me è fondamentale trovare nuovi stimoli. Questa estate decisi così di cercare qualcosa di motivante per l’autunno. Avevo sentito tanto parlare di questo UTLO, non propriamente dietro l’angolo, però cominciò a stuzzicare i miei appetiti. Durante l’estate l’idea rimase lì pendente, gli allenamenti andavano benino, così mi decisi. Un acciacco a fine settembre ha rischiato di mettere tutto a rischio ma poi è fortunatamente rientrato, e così il giorno venne.
Correre alla fine è conoscere, esplorare, assaporare luoghi. Non essendo mai stato nel Piemonte orientale, né sul lago Maggiore, tantomeno sul lago d’Orta, ne ho approfittato per un po’ di turismo. Lasciando da parte il Maggiore, che è stra-noto, il lago d’Orta mi ha incantato, così come il paesino omonimo, una vera chicca poco
conosciuta, e così pure la stupenda microscopica isola di San Giulio. Attorno montagne non altissime ma abbastanza ripide da generare timore per la gara della sera, specie se associata al cielo plumbeo e alle previsioni nefaste Non ho familiarità coi laghi. Bilancino, dietro casa, oltre che recentissimo ed artificiale pare proprio messo lì nel mezzo a una campagna che non è fatta per accoglierlo, ci penserà madre natura nei prossimi secoli. Il lago d’Orta non ha la vastità dei noti laghi alpini ma è comunque grande. Camminando sulle sponde prima del via ammiravo la calma delle acque, la tranquillità dei
luoghi autunnali, il riflesso delle montagne sulla superficie. Il senso di calma e la dimensione del silenzio domina un ambiente del genere, ed è profondamente diverso dall’essere in riva al mare, o in vetta al monte, o davanti a un ermo colle della campagna toscana. Ambienti diversi, emozioni profondamente differenti, ma che tutte si riconducono alla comunione con la natura.
La sera dalla riva mi sarei avviato verso le vette del Mottarone e delle altre cime. Ero veramente curioso di percepire, assaporare il contrasto.
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Il via alle 23, temendo il colpo di sonno come a Lugano a giugno mi sono riempito tutto il giorno di caffè. Comincia a piovigginare proprio nei minuti prima, gocce rade ma che si intensificheranno nel giro di pochi minuti. Primi 2Km dove mi superano in tantissimi, corrono come pazzi, ma dove credono di andare? Un tappo e
dopo la coda inizia la prima arrampicata, il Mottarone. Comincia subito tosta, gradoni, già un po’ di fango, pendenze e tornanti in quantità. Ed è subito tanto tanto dislivello, osservi i paesini in basso e le luci allontanarsi sempre più, segno che si sta salendo duro. In vetta comincia il vento e la nebbia fitta, c’è quasi da perdersi ma il mio intuito fa sì che sarò seguito da un nutrito gruppo. Non sarà per niente una giornata facile, lo si capisce subito. Nonostante la notte e il clima ci sono molti tifosi con urla e campanacci, mi copro subito con la giacca impermeabile e inizio con molta calma la discesa. Qui mi superano in tanti: in salita non sono andato piano e devo gestire le forze, in più si vede pochissimo e trovo inutile forzare su un terreno abbastanza accidentato, in certi punti pieno di sassi e buche. La nebbia impedisce pure di vedere bene ma tanto non c’è fretta. Risalita e poi discesa ripida e sassosa verso il primo passaggio a Omegna. Notte fonda, buio pesto, si vedono le luci del paese (poche… paese post industriale poco illuminato), e accanto alle luci un vasto e frastagliato buio, il lago, che pare un buco nero che attrae i corridori in discesa, rallentandone le scalate. Dopo Omegna inizia quella che sarà la salita più lunga con vari tratti di discesa. Lo stradello verso Quarna di Sopra si rivelerà davvero tosto, ripida e piena di tornanti, ma stranamente mi sento bene e cerco di spingere, stando coi miei pari livello e seminando molti altri concorrenti. Ogni tanto qualche cavallo di razza ci sorpassa, i vari del gruppo di testa della 140, li invidio tanto, specie per la leggerezza. Salite e discese si susseguono fino all’attacco del temuto Mazzoccone. Ancora molto buio, sempre più pioggia, si vede veramente poco nel bosco. E’ un peccato, mi sarebbe piaciuto ammirare questo verde selvaggio con la luce del giorno e per passare il tempo cerco di immaginare come sia, di riconoscere gli alberi, faggi, castagni, abeti. Il Mazzoccone picchia sodo e tanti cominciano a accusare, io invece mi accorgo di salire bene e con grande lucidità, pure nella successiva discesina per il ristoro di Camasca dove tanti si rifugiano infreddoliti – io che invece sto benissimo riparto quasi subito per Monte Croce, vetta della gara. Si salta il tratto con le pendenze più toste nella zona di Fornero, la cosa mi solleva molto ma dato come mi trovavo in salita forse per me è quasi peggio. Ormai si è fatto giorno, avevo sottovalutato che trovandosi così a nord l’alba sarebbe giunta in grande ritardo. Questo è stato il tratto più gelido, tra l’immancabile pioggia, un po’ di freddo e di vento. Ma mi sento bene, e dopo la gara vedrò che tra il Mazzoccone fin dopo il Monte Croce avrò fatto un gran tempo. Sosta ridotta pure all’Alpe Sacchi, sfruttando i miei immancabili gel. Salitella e lunga picchiata verso la base di Arola dove tutti si cambiano da capo a piedi ma io sento freddo, decido di mangiare qualcosa e ripartire subito per non congelare. Sarà una buona strategia… tranne qualche dolorino ai piedi che mi porta a Boleto, Km 63 circa, a cambiare le calze… ovviamente sempre quelle con le dita che stanno facendo il loro lavoro, grazie a Fabio e Simone che me le han straconsigliate. Dalla Madonna del Sasso si dovrebbe ammirare il lago e l’isola di San Giulio ma si vede solo un mare grigio davanti, e una lunga discesa fino a Pella dove compare la distesa d’acqua solo dal lungolago… e l’isola qui davanti, immersa nelle nebbie più che nel lago. intanto la pioggia continua e si risale, un tratto bello tosto e poi tanti saliscendi. Forse qua accuso un pochetto ma ho timore del finale e della lunga salita per l’Alpe Berru quindi ne approfitto per risparmiarmi. L’avevo detto che stava continuando a piovere? E che non ha mai smesso? Ecco, sempre più fitto. Discesa umidissima per Oira, dove avevo affittato una bella casetta in riva al lago… e si risale, alè. Ormai ero oltre il Km 80, non mancava molto, solo l’ultima temibile salita che era stata modificata per il meteo, mi avevano avvisato che sarebbe stata dura, chissà la variante come sarà. Da Cesara comincia subito ripida ma poi si ammorbidisce e va in discesa … ohi ohi, è un pessimo segnale quando si perde quota, e infatti… tah dah, ecco qua il punto più ripido dell’intero percorso. Visto poi il segmento su Strava, si chiama La Muntaà, 800metri al 31% di pendenza *media* nel folto del bosco, peraltro assai scivolosi. Stringo i denti, ho la cattiveria negli occhi e infatti supero diversi, le gambe in salita spingono alla grande e il fiato tiene – Strava dirà chè avrò tenuto una VAM di oltre 600m/h, niente male dopo 85Km.
Ma mica è finita! Mi illudevo io, prima un altro po’ di salita fino all’Alpe Berru, poi mi immaginavo una discesa…
macchè, un delirio di infiniti tratti di falsopiani a salire o scendere, per 3-4Km, al freddo essendo tornati a quota mille ed essendo vicino il tramonto. Ma quando comincia la discesa? Mi dico in continuazione che non potrà durare per sempre questo tratto pianeggiante. Eccola finalmente, il lago mi chiama e mi butto… una discesa davvero interminabile, umidissima coi rospi che sguazzano nelle pozze e scappano lentamente quando avvertono le vibrazioni dei passi. Non finisce mai, piove sempre e comincia il crepuscolo. Anche arrivati al paese dei gatti di cui non ricordo il nome mica è finita sebbene sia accanto Omegna: tocca un budello fangoso nell’oscurità – ripresa la frontale, intanto, un intero giorno è passato, è tornata la notte e sono ancora in mezzo al bosco interamente fradicio, infreddolito. E’ dura, ma non mi lamento, sarà esperienza per la volta successiva, e per quella dopo ancora. Finalmente, l’agognato lago e la periferia di Omegna. Restano solo i 2Km finali in piano lungo il lago, che tanti a questo punto avranno maledetto perché non finisce mai e, pare di girarlo interamente. Quando si ode lo speaker è sempre buon segno, una regola valida quasi sempre, e infatti… peccato il mio stile di corsa sia compromesso e arrivo un po’ claudicante, con mia moglie che mi fa una foto mentre pare mi dica “era l’ora”, e mi prendo l’ennesima medaglia da finisher.
Doccia, cena a base di pizza col ristoratore che mi fa i complimenti sempre graditissimi, nuova doccia, letto, sonno, poi il giorno dopo ancora turismo sul lago Maggiore. È stato un gran bel fine settimana. Ho vissuto una grandissima gara, ben organizzata, con uno staff incredibile e numerosissimo, volontari ovunque e tanto tifo. Ho conosciuto luoghi meravigliosi, e ho avuto la fortuna di poter visitare un lago poco noto ma davvero incantevole prima di gareggiarci attorno, per fortuna nascosto com’era dalle nuvole. Come dire, il Piemonte orientale non è solo lago Maggiore, c’è altro dietro quei monti. Ma forse è qualcosa che si può dire di ogni parte d’Italia, almeno è così per quella che conosco. E dico grazie al trail, che mi permette di conoscere, visitare, immergermi in luoghi poco frequentati, e di vedere anche quelli noti con gli occhi velati di fatica ma sempre prontissimi a meravigliarsi di fretta alla bellezza della natura.

La rivincita

Ammettiamolo: per me correre è un pò una battaglia. Assolutamente non contro gli altri, assolutamente non contro il mondo. Contro me stesso. Sembra un controsenso per chi fa trail: eppure credetemi quando sono solo o in compagnia in mezzo al bosco, in cima a una montagna, in un prato, a correre o camminare, mi sento in comunione col mondo, in pace con tutti e me stesso, con l’ebbrezza di vivere e fare sport nella natura. Ma nel complesso mi rimane quell’agonismo intimo, la voglia innata di dare sempre il massimo, o il meglio che in quel momento riesco a dare, il dover sempre fare quanto mi è possibile, per dimostrarmi forte
Che turbe mentali. Ma non ci posso far niente, son fatto così. Capitemi quindi quanto ci rimasi male l’anno scorso a dovermi ritirare per crampi al trail del montanaro a 5Km dalla fine: cosa che poteva starci benissimo dato che ero sovrappeso e venivo da 20 giorni di stop per infortunio. Mi rimase proprio sul gozzo, e quindi la lunga premessa è servita a far capire quale gara avessi messo nel mirino già da 12 mesi. Sempre questa di San Marcello a metà settembre.
Quest’anno ci arrivo con discreta forma, ma c’è sempre la lunga salita iniziale per Monte Gennaio, 1200m di dislivello in 10 Km tosti… e poi tutto il resto, il tratto accidentato dell’Uccelliera (quanto adoro questa zona, questa vista, il Corno alle scale, la valle della Verdiana, gli orridi che scendono verso Lizzano, le nubi in lontananza verso la piana pistoiese), la discesona verso Pontepetri, il tratto nella riserva Dynamo. Infine le 2 salite toste finali e il Ponte Sospeso, che mi dà un pò fastidio.
Vabbè, alla fine l’ho finita ed è andata bene, mi son tolto questo tarlo della mente. Ma non pensate che fossi solo ossessionato dalla voglia di rivincita. La voglia di godermi le montagne era sempre al primo posto. E me le son godute, tanto. E ora via verso la prossima

La frustrazione

Tra i miei numerosi difetti, l’ossessione per dare sempre il meglio, il massimo, è certamente uno che più denota la mia personalità. Detto questo, potrete poi comprendere quando abbia rosicato per l’esito dell’ultimo trail di Cima Tauffi. Premessa: un anno fa mi cimentai in questa stessa gara (per chi non la conosce: 62Km, quasi 4000m di dislivello positivo e negativo, partenza alle 7am a Fanano (MO) e subito 1500m di dislivello in 12Km e spiccioli fino alla vetta del Monte Cimone). Poco oltre metà gara, il percorso fu chiuso e fui deviato sul percorso di riserva arrivando in fondo e venendo considerato finisher… ok ma mi restò l’amaro in bocca (come quest’anno allo Scenic, tanto per cambiare). Non era colpa mia, non c’entravo nulla con la riduzione di percorso… però mi scocciava. Così il Cima Tauffi del 2019 era entrato di diritto nel mio calendario, specie dopo la sospensione dello Scenic. In breve: levataccia alla 4, preparazione, partenza abbastanza tranquilla ma non troppo, stavo bene nonostante il caldo, arrivo in vetta, bello assetato. Lì mi abbevero come un cammello a una fontana di acqua molto fresca. Iniziano i saliscendi verso il Libro Aperto, e le sensazioni non sono il massimo: fiacchezza, soprattutto. Inizia poi una discesona con 700m di D- … cribbio, ero fermo anche in discesa. In dei punti mi son dovuto fermare a rifiatare, in altri a piegarmi dai conati di vomito. Pian piano arrivo al ristoro e primo cancello, sono ampiamente in anticipo ma decido per lo stop, non ha senso continuare. Non riesco a descrivere la rabbia, la frustrazione sul momento, nel caldo viaggio verso casa. Il mio corpo mi ha tradito.
Forward di 2 giorni: meno male ci sono le vacanze, dopo anni torno qualche giorno d’estate in val di Fassa, la mia adorata. Strappo 3 ore di permesso alla mia signora, studio le carte e mi invento una mini skyrace. Dopo un tratto poco pendente in paese si entra in un single track bello ripido che sale vertiginosamente nel bosco. Qua e là qualche abete abbattuto dalla tempesta dello scorso ottobre, ma si può proseguire fino a superare il limitare del bosco. Un tratto attrezzato che supero agevolmente ed eccomi al bivacco Zeni, 2100m di quota. Confesso che non avevo mai visto prima un bivacco, dò dentro una sbirciatina. Sono a metà tra Cima 11 e Cima 12, nella valle del ruf Valacia… sono solo, non c’è nessuno. Ah la pace! Ah la gioia! Sarà la vecchiaia ma nelle gare divento presto insofferente a chi chiacchiera in corsa, ancor di più a chi lascia squillare il telefono, adoro godere il silenzio dei boschi e dei monti. Qui, da solo, in una valle dove non passerà più di una persona al giorno in media, sto a meraviglia. Proseguo su di un sentiero dismesso, scolorite e sporadiche segnaletiche CAI lo adornano, forse percorso il giorno prima da qualcuno di cui noto qualche traccia. Davanti a me, un terrificante ripido ghiaione verso Forcella Valacia. Impreco perchè i piedi affondano nella ghiaia, 2 passi in salita corrispondono a uno in discesa, dopo 40′ di dura battaglia arrivo alla forcella e godo il paesaggio di Pozza da una parte, della Val Monzoni dall’altro. Salgo ancora per i pratoni e arrivo in vetta a Cima 11, oltre 2500m di quota. Poi, via in discesa, spingo a tutta per non tardare, solo ogni tanto qualche foto… Arrivo a malga crocifisso in poco più di 3ore, 14Km e 1300m di dislivello. Avrete capito perchè ho fatto questa cosa, per superare la rabbia provata a Fanano, per verificare di star bene e di poter affrontare salite dure senza crollare in preda alla nausea e alla stanchezza, per valutare. Ho i miei difetti, non è facile conviverci, ci provo. Prendendo quel che di buono viene da essi: è grazie alla mia voglia di perfezionismo che ho passato queste ore in mezzo a una deserta valle dolomitica. Meglio continuare a correre, riserva sempre ottime sorprese

https://www.strava.com/activities/2564755844

Scenic, il mio primo trail all’estero

Dunque, ci sono 4 matti che hanno in mente di fare l’UTMB e che per prepararsi progettano di fare qualche gara di quelle toste, e trovano questa qui, verso la quale convogliano anche altri 3 pazzi quasi quanto loro (o forse più). Non sono fra i primi 4, eh, ma tra i secondi 3.  Fu così che ci iscrivemmo a questa follia chiamata Scenic Trail , 113 Km e soprattutto 7400m di dislivello (ma tracedetrail dice 119 e 7600…).
Timore reverenziale a palla, l’altimetria faceva spavento! Tante salite con pendenze notevoli, sarà dura davvero.
Fast forward di 5 mesi. Ehi, mi sono pure allenato senza grossi acciacchi! La preparazione c’è sono dimagrito, potrebbe andare persino bene… ma lo studio del percorso induce piuttosto al panico ogni volta che lo sbirciamo
Venerdì 14 partenza con calma, viaggio caldo, superamento della dogana – ma quanto sono arcaiche, anacronistiche, le dogane? sanno di vecchio, stantio, di guerra fredda… – insomma, si arriva in questo paesino di campagna vicino Lugano, attorno a noi montagne non altissime ma assai verticali.
Non dilunghiamoci sui preliminari. Pioviggine pregara, qualche tuono… e infatti partenza rimandata di 1 ora. Spaesamento, tocca gestire 1 ora di ritardo: chi dorme, chi ripassa il percorso, chi mangia.

Così, si parte alle 1AM, notte fonda. Si suda copiosamente, le prime 2 salite sono facili (si fa per dire)nonostante l’oscurità. Verso le 3 a me si inceppa qualcosa: poco prima realizzo di far fatica, essere più fiacco del solito, e poi ho un gran sonno. Durante la prima notte! Non mi era mai capitato nelle uniche 2 partenze notturne. Mi siedo su un sasso a riposare, a chiudere gli occhi, ci fosse stata una panchina mi sarei steso e avrei dormito. 5′ così e riparto, per poi fermarmi poco dopo altri 10′. Ok che in un ultratrail bisogna gestirsi ma così è un pò troppo.
Riparto ormai convintissimo di ritirarmi al cancello dei 41Km o alla base del 51Km. Il brutto è che ci sono le tremende salite del Gradiccioli e del Tamaro, con pendenze medie oltre il 20%. Si spunta da un cocuzzolo e da lontano si vedono i concorrenti salire ancora, di nuovo, puntini colorati che salgono al sole. Non proprio il massimo per uno in difficoltà. Invece la fiacchezza pian piano sparisce, e stranamente le salite non mi stroncano come al solito, anzi procedo con calma ma agile e recupero posizioni, specie sul duro. Effetto dei kili persi? Sicuramente. Mi godo la vista del Lago Maggiore e proseguo nella lunga discesa. Supero il primo cancello con 40′ di vantaggio e mi sento decisamente meglio, nonostante il caldo e le successive salite non scherzino. Dopo la base vita e un cambio di maglietta e calze va ancora meglio, nonostante si affronti la durissima Corgella, salita impervia attrezzata con corde in certi punti. Dato che non sono furbo mi metto pure a chiacchierare con un tedesco, sprecando fiato prezioso. Ma le ore di gara sono tante e talvolta è meglio distrarsi. Il tratto della Corgella è veramente tosto, 600m di dislivello con pendenze medie del 22%, ma è anche quello più spettacolare, con questi grandi pratoni in quota, pini e abeti qua e là, una vista mozzafiato a picco sul Ticino.
Lunga discesa, altro ristoro, inizia la lunga salita che in 14Km presenta 1700m di dislivello, prima morbidi.

Check gara: mancano circa 45Km, stanco ma dolori importanti non ce ne sono, in salita vado benino: si prosegue, cattivo verso l’arrivo, la notte non mi spaventa. Già in quota si vede l’imponente e spaventosa mole del Monte Bar, una gigantesca parete erbosa sopra di noi umili trailer. Mi faccio un selfie prima di domarlo… ma non accadrà.

 

 

Al ristoro di Alpe Davrosio vengo fermato, la gara è finita, anche se il cielo è azzurro sta per arrivare un pericoloso temporale. Accetto la decisione con molta calma, la mente si resetta ed entra in modalità riposo. Trovo Simone il baffo volante, si chiacchiera di gare passate e future, si sbocconcella della torta chiacchierando con lo staff del ristoro. Restiamo molto perplessi quando ci dicono che la gara riparte col tempo congelato – cipare assurdo, non solo perchè siamo completamente freddi e la mente è già pronta al sonno, ma anche perchè il cielo resta plumbeo. Infatti una volta alla base scopriamo che è stata nuovamente fermata, ci pare giusto. Da buon “capitano” ero da ore assai preoccupato per i miei sodali che più avanti di me stavano affrontando il crinale più esposto ai fulmini e alle nuvole, per fortuna ci informano che si sono riparati e stanno tornando anche loro – tranne Alessandro, perso nelle nebbie e che riuscito a trovare un rifugio aperto verrà ospitato per la notte e ci raggiungerà il mattino successivo bello riposato.

Finita anche questa. In anticipo, anche se in fondo ci consideriamo finisher, di una gara più corta. Siamo felicissimi di essere stati assieme e aver faticato ognuno come gli altri. Non siamo soddisfattissimi dell’esito, eravamo tutti convintissimi di finire, non so in quanto ma avremmo concluso. Peccato, ma siamo sereni, amiamo la montagna e soprattutto la rispettiamo, sappiamo benissimo quando è il momento di fermarsi. Ci rimane un po’ di amaro in bocca, quel senso di incompiuto di chi ha superato una prova solo in parte, non per colpa sua ma per altri motivi. Ma, sapete, noi trailer non possiamo che guardare avanti. Sarà uno stimolo per fare altro, per andare da altre parti, per fare nuove esperienze e vedere nuovi luoghi. Quello che rimane è molto molto più importante di quanto non c’è stato modo di provare. Alla prossima, grulli

Perchè il trail running?

È stata una gran bella giornata all’Ultratrail del Mugello. Sesta edizione, sesta partecipazione, terza partecipazione alla 60. La gara di casa, il trail più bello e meglio organizzato di Toscana. Reduce da giorni di stanchezza e poca brillantezza (e qualche gozzoviglia di troppo dopo la Via degli Dei), pensavo di concludere sì ma con un tempo appena migliore del 10h50’ fatto 4 anni fa. Invece mi son meravigliato di riuscire a correre quasi ovunque, di avere sempre del margine… e come mi è accaduto rarissime volte, di essere sempre in spinta, sempre a tutta, mai in crisi, mai in difficoltà. Poi la compagnia del mio team, le risate in partenza assieme al solito timore reverenziale, la simpatia delle tante facce note, la compagnia nella seconda metà del baffo volante Simone con cui ci siamo fatti da lepre a vicenda. Tempo finale eccelso per le mie possibilità di 9h24, nonostante il freddo e il fango delle ultime 2h30’. Questo è tutto. Dopo la doccia, il pranzo, le chiacchiere, le risate, gli abbracci, alcuni tizi per un caso fortuito, mi hanno fatto un’intervista, per cosa non so, sul mio rapporto con la corsa. Un paio di domande le riporto qui, con le mie risposte. Non aggiungo altro al mio racconto della gara, penso di aver scritto abbastanza. Di getto, come avevo risposto a queste 2 domande

All’arrivo, pure in buone condizioni nonostante la grandine e il fango


Perché l’Ultratrail del Mugello?

A parte che è la gara di casa… Avete presente quelle certezze incrollabili tipo le tasse? L’ultratrail Mugello è una di quelle, organizzazione perfetta, attenzione a chi corre, massa di volontari sorridenti e accudenti, ristori forniti, percorso segnato meravigliosamente, percorso duro ma non durissimo, scorrevole ma non troppo, con salite discese, guadi, single track, mulattiere, prati, boschi. E soprattutto i colori: con qualsiasi meteo, col sole la pioggia o la nebbia, ti godi questa foresta lussureggiante, il contrasto tra le foglie marroni e rossicce a terra e il verde delle foglie appena spuntate, il verde chiaro di faggi e querce o quello scuro degli abeti. Poi stavolta pure il bianco della grandine, che volere di più? 100% trail, come dice il Sisti. Ti senti parte della natura, del creato, ok capita in tutti i trail, ma qui un po’ di più. Ogni volta ti sorprende, anche per chi come me l’ha sempre corso e in fondo su questi sentieri ci ho sempre corso. Ah, ovviamente tornerò, torneremo. È una grande festa, e non si può mancare. E non mancherò neppure i prossimi anni

E perché il trail running?

Perchè è appagante. Più della corsa su strada che è stressante e ripetitiva, e se lo dico io che l’ho fatta per tanti anni e la pratico tuttora…. Il trail invece è ancora più una continua scoperta, di te stesso e di nuovi luoghi, o riscoperta di quelli vecchi di cui scopri sempre lati nuovi. Il trail è emozione: timore, paura, gioia, esaltazione, pace, pienezza, sofferenza, dolore, pazienza, attesa, meraviglia, ansia. È esperienza dei sensi, esperienza mentale, conoscenza dei più profondi aspetti della tua psiche. Tutto è amplificato, e lo stesso percorso fatto camminando darebbe sensazioni diverse perché la fatica fa percepire ogni cosa in modo diverso e più potente: fame, sete, caldo, freddo, stanchezza, la vista, l’olfatto, l’udito, sono tutti amplificati, o se vogliamo su frequenze diverse, percepiamo in modo più profondo la bellezza e la forza della natura che ci circonda. È come soffrire per ore di sindrome di Stendhal dall’ambiente in cui si corre, ti senti percorso da vertigini, senti vibrazioni profonde del tuo io, un prolungato istante di comunione con il Creato. Sono emozioni indimenticabili, alla fine ti senti drogato, dipendente da esse, ancora più che nella corsa su strada. E quando la gara finisce, resta il ricordo, indelebile, magari sfumato, ma resta il ricordo dell’emozione provata. E vorresti riprovarla ancora, pure a costo di stanchezza e dolori. Sì, sembra proprio una droga. Sono felicemente drogato, tossicodipendente, di questa felicità epicurea che dona questo sereno appagamento.

 

Il viaggio

Vari anni fa, scoprii che giusto dietro casapassavo un itinerario antico meta di camminatori, la Via (o Sentiero) degli Dei. (clicca qui per scaricare il libro di WM2)
Ovviamente non mi passò mai per il cervello di farla a tappe: perchè a dispetto della mia passione di montagne boschi e sentieri, io non amo camminare, amando alla follia invece correre (anche se in un ultra ovviamente si camminano tanti km). Però la cosa mi incuriosiva, lessi della strada romana Flaminia Militare… e sì, sicuramente qualche volta pensai “chissà come sarebbe una gara trail da Bologna fino a Firenze”, perchè in fondo noi trailer abbiamo questo viziaccio di vedere sentieri e gare (o trail autogestiti) e allenamenti per ogni bosco montagna o sentiero del creato. In fin dei conti, sarà più di 10 anni che teorizzo un Passatore Trail da Firenze a Faenza, chissà che prima o poi non arrivi pure quello.
Dicevo della Via degli Dei: 10 anni fa di viandanti non si trovavano, e dire che mi ci alleno sempre su quel percorso, verso il Castello del Trebbio o Monte Senario o la Fortezza di San Piero a Sieve. Con gli anni però se ne sono visti sempre di più, i sentieri sono sempre più puliti e dalla primavera all’autunno le stradine dietro casa si riempiono di camminatori ardimentosi che valicano l’Appennino.
3 anni fa arrivò il trail, in una calda giornata di inizio giugno: come ebbi occasione di scrivere, assistere i miei amici quel giorno mi provocò una scossa che mi portò poi a fare il mio prima ultra oltre i 100Km (vedi il post qui sotto)
Ed avendo la via degli dei sotto casa, farla di corsa era nel mio destino. E così è stato.

Salendo verso San Luca a Bologna, mancano ancora 120Km alla fine

Preparazione molto buona ma non ottimale: un paio di settimane saltate per acciacchi vari, ancora un paio di Kg di sovrappeso, è mancato qualcosina, col senno di poi direi una grossa corsa di un 14-15 ore. Ma ho sopperito con la meticolosità e la determinazione di come mi sono presentato al via, segno di predisposizione mentale alla fatica. Quello che avevo previsto poco era stato il meteo: e la pioggia ci ha accolto sul parco della montagnola, ma diciamolo, lungo i portici meravigliosi che attraversano il centro e salgono a San Luca , ha inciso ben poco. Diverso quando siamo arrivati lungo il Reno, attorno al 10°Km: pozze e fango a dismisura, dopo alcune cadute di faccia nella melma ho stabilito di guadare ogni singola pozzanghera, e fanculo se mi si gelavano i piedi. Poi la prima vera salita , Monte Adone i cui tratti ripidi e fangosissimi su cui non si stava in piedi mi hanno massacrato assieme al freddo e al vento.. ma come me pure molti altri. Altre cadute nei saliscendi successivi, poi la pioggia cala e quasi all’alba inizia la salita per Monzuno, il fango era diminuito e mi son sentito improvvisamente in palla.
Niente sole, continuavano la nebbia il freddo e il vento: la giacca indossata a Sasso Marconi non l’avrei tolta più fino all’arrivo. Peccato non aver potuto godere del paesaggio fino alla Madonna dei Fornelli, 51° Km dove son passato in 9H e spiccioli, direi anche un discreto tempo, mi dicevano essere attorno alla 100esima posizione. Ero ansioso del tratto successivo dove sarei passato sull’antica strada militare romana, e finalmente ho visto quelle antiche pietre levigate dai passi di tanti viandanti di 2mila anni fa: sarò banale, ma cose del genere mi emozionano (la storia del ritrovamento è nel libro di WM2). La Futa, poi sono sceso gagliardamente alla base vita di Monte di Fò, e dopo aver divorato velocemente i miei panini al latte era cominciata l’ascesa verso Monte Gazzaro: l’umore era a mille, sentivo di andare forte, ma l’impressione non sarebbe durata a lungo. Dopo l’Osteria Bruciata la lunga discesa mi avrebbe stroncato i polpacci e i piedi oltre le mie velleità di terminare in 24 ore, tempo raggiungibile senza i problemi che poi avrei trovato. Il resto è il lento attraversamento del Mugello, sempre alle prese coi dolori: e per fortuna ha fatto capolino il sole, e sono state le uniche 5 ore luminose di tutto il percorso in cui abbiamo goduto del panorama. Ironia della sorte, la vista più bella l’ho beccata proprio dietro casa mia, tra Trebbio e Buonsollazzo. Giocare in casa mi attirava le domande di altri compagni di salita, che mi chiedevano quando sarebbe finita la lunga ascesa verso Monte Senario. In effetti non arrivava mai… il buio sarebbe arrivato subito dopo, e un gran freddo. Seguirono lunghe ore di oscurità e solitudine, non avrei visto nessuno poi tra Monte Senario e Poggio Pratone. E la solitudine mette la mente a dura prova, ai dolori muscolari si erano uniti anche lancinanti dolori ai tendini del piede – achilleo, peronieri, estensori, tibiali… tutto! – e infine le temute vesciche. Alla fine la mia testa, che si era divertita un sacco passati i primi Km di fango, avrebbe pronunciato più che altro la parola “agonia” , oppure “calvario”. Non fatica, anzi, son stato bene nel finale, avevo fiato e forza da vendere, ma realmente i miei piedi non volevano più saperne di toccare il suolo,  e correvo solo per abbreviare quella sofferenza. Come accade per ogni esperienza dolorosa, ho praticamente scordato i Km finali, ricordo solo l’agognata immagine dell’arrivo , gli scalini finali del teatro romano e la Valeria che mi mette al collo l’ambita medaglia da finisher, mentre io pronunciavo le immancabili parole “mai più queste distanze”. Stracolmo di fango incrostato agognavo solo una doccia e il letto, incapace pure di mangiare.
L’esperienza di questo viaggio non mi ha entusiasmato come pensavo, ho sofferto veramente troppo ai piedi.
Però anche se non mi ha entusiasmato ha lasciato il segno. Come sempr.
Però ho corso in luoghi di cui avevo letto e di cui avevo sentito dire, in altri dove non avevo mai corso, ricorderò la breve salita di San Luca il nebbioso Monte Adone, le vibrazioni delle pale eoliche sul Poggio Galletto, il silenzio della foresta di Pian della Balestra, il vento sul Gazzaro e a Monte Senario, la solitudine più completa di Poggio Pratone.
Però ho corso in luoghi selvaggi, antropizzati in molti punti ma molto spesso completamente lontani dalla civiltà, dove pensi solo “se mi capita un problea chi mi potrà soccorrere”: a pochi passi dai paesi delle nostre campagne e montagne vivono foreste pullulanti di vita, rigogliose.
Però è stato un gran viaggio, da una città all’altra, attraverso le colline e le montagne, e soprattutto dentro di me, dentro la mia capacità di stringere i denti, dentro la mia determinazione verso la meta.
Però  sbircio Strava, vedo quella mia traccia che parte da una città e arriva in un’altra a 125Km di distanza, oltre una catena montuosa, e rivaluto quelle ore di sofferenza, sicuro che mi abbiano insegnato tanto di me stesso e che un giorno le ricorderò con orgoglio, come ricorderò il piacere masochistico del correre nel fango nel gelo e nel buio delle montagne che vedo ogni giorno.

Sofferente come poche volte nella vita ma felice e soddisfatto

385 giorni, 26 ore e 50 minuti per una LUT

prologo

sarà stato maggio del 2007, avevo appena corso il mio primo trail, i Marsi, e alla ricerca del secondo mi ero imbattuto nella prima edizione della Lavaredo Ultratrail in totale autosufficienza, al rifugio Auronzo…  iscrizioni esaurite, ma quanti matti ci sono in Italia che fanno queste gare da folli? ripiegai sul meraviglioso Ventasso, una delle mie gare preferite, era un mondo del trail di pochi appassionati pionieri che poi sarebbero diventati tutti guru del trail e mentori di nuove generazioni. Poi gli anni successivi allungarono la distanza della LUT e io… mi ritenevo inadeguato alla  60 70 e poi 100 e 120km.  Quel tarlo di una mancata partecipazione covó nascostissimo nella mia testolina per anni rimanendo un sogno irraggiungibile, non ricomparve neppure alla Cortina Trail del 2016. Finché… finché arrivò il 3 giugno 2017, quando inizió la mia rincorsa alla gara di qualifica e poi a questa LUT . Per certi strampalati meccanismi mentali che affliggono noi trailer grulli, ammirando ed incoraggiando i miei amici alle prese con l’ultratrail della via degli dei, mi venne da pensare che io non possedevo quel bagaglio di emozioni, dolori, sofferenze che avevano loro, e che quella mancanza andava colmata. E così mi ricordai della LUT, e decisi che era il caso di provare a concluderla. E dato che molti adesso mi chiedono “26 ore? ma cosa pensi in tutte quel tempo?” la racconterò così, un riassunto condensato di 26 ore e rotti di pensieri. Chi l’ha corsa talvolta ci si riconoscerà, chi non corre dirà che sono matto: sì, lo sono. Lo siamo tutti noi che ci presentiamo al via. E anche chi sogna di esserci.

Sognate di esserci. Siate folli. Siate trailer

alcuni elementi del “machesegrullotrailteam” più alcuni ospiti prima del via

 

cogli atleti top del mio gruppo di trailer e Haiden Hawks e Tim Tollefson del Team Hoka, primo e terzo della LUT

Cortina, 22 giugno 2018, ore 22, 1 ora dal via

ultimo ciuccino prima del via

Farà freddo fuori, ok parto col cappello, come cazzo faccio a mettermi la frontale sopra, Mela aiutami, ecco così grazie. Oddio che ansia, ma non passa mai nemmeno ora che manca poco, sono vestito che sembro un astronauta, ma dove cazzo vado. ok ho tutto posso scendere mi pare d’essere un condannato che va alla forca porca trota che freddo dove sono gli altri, saranno già al via davanti che cazzuti che sono io invece me la faccio addosso.

con alcuni elementi del mio team impegnati nella 48Km il giorno dopo. 30 minuti dal via.

Ehi ecco quelli della 48km oh meno male c’è qualcuno ciao ragazzi “eccoloooooooo”  “un capitano c’è solo un capitano… un capitanooooo” e diamine ragazzi grazie mi fate commuovere ma mica son Batistuta. Ragazzi ragazze ho una fifa matta facciamoci una foto assieme grazie di esser qui a incoraggiarmi quanto vi voglio bene. l’ultimo shottino di zuccheri… pochi minuti… fa freddo, mettiamoci in coda al via… ecco la musica di Morricone, l’estasi dell’oro, che mitico, faccio la diretta Facebook… 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1 viaaaa con le ali al vento dentro  Cortina e su verso la notte. Corro almeno sul bitume voglio correre, quanto tifo c’è, persino i turisti sembrano fare il tifo, ecco la coda dove inizia il sentiero, allungo i bastoni e via si sale che gran serpentone di gente, che spettacolo questa fila che sale sui tornanti che belle le luci di Cortina quanta gente da tutto il mondo.

5°Km, appena iniziata la salita ho già lo sguardo spiritato

Salgo bene, toh la prima salita è già finita boia che freddo e che vento ora discesina si ricorre, poi la discesa tecnica, tutti in fila, ne approfitto per riposarmi ehi dove cazzo passi cretino non c’è spazio eccoti per terra bene così impari a far l’idiota. ecco ora c’è questo tratto in pianura fino al ristoro, uff mica son tanto brillante devo camminare. primo ristoro, mah io tiro dritto troppa gente… sono 2h55 azz speravo meno, seconda salita comincia ripida poi si ammorbidisce, almeno lo spero la luna è calata si vede poco il profilo dei monti…. mmmh comincia a superarmi tanta gente ma non finisce mai questa salita che gelo ho le dita ghiacciate fanno un male cane ohiiii. Oh la discesa il check point delle tre Croci ora nel bosco puff pant  non vado per niente ho il fiatone a ogni salitina a ogni tratto in piano e anche se corro in discesa non va benissimo ecco ora comincia un po’ di chiarore che ore sono le 4 si vede già un po’ ecco la luce… ohhh che spettacoloooo la roccia dolomitica all’alba, i monti pallidi che meraviglia mi ritirerò ma ne sarà valsa la pena di vedere sta meraviglia qui cazzo se vale la pena esserci ehi secondo ristoro 5h39 mumble secondo la statistica dovrei essere sulle 29h scarse di tempo finale che palle tutto questo tempo … ehi cristo arriverò tra 24 ore da adesso fino alla prossima alba no non ho voglia , mi fermerò prima di sicuro è impossibile che regga una seconda notte. Terza salita, non vado una sega, mi passano cani e porci anche questi cinesi ciccioni qui sono proprio una schiappa ah ora si scende si ma col piffero che corro senti che fiatone in questo sentierino faccio fatica vanno tutti più forte di me che palle dover farli passare. Oh il lago di Misurina è bello è pianura ma no io non corro certo che corrono quasi tutti no non ho voglia ho deciso mi fermo tanto ora c’è la salita più dura arriverò annientato in cima e lì mi fermo sicuro non ne ho più e poi non ho punta voglia di arrivare alle 4 di notte no macché è da matti mi fermerò prima questa corsa è un massacro una tortura l’inquisizione spagnola, proprio non fa per me. uff che ripido salire qui ma accidenti a me stesso mi maledico ma che idee del cazzo che mi vengono, accidenti a me stesso come posso essere stato così idiota da voler emulare i miei amici e poi son stato troppo tempo fermo, non si può preparare la LUT da zero in 3 mesi così è da idioti che stupido che sono mi spiace per gli altri li deluderò mi hanno fatto pure il coro del capitano saranno tristi quando lo sapranno come potrò dirglielo … vabbè andiamo avanti, però al rifugio Auronzo non mi voglio fermare, col cazzo, non ho mai visto le 3 cime dal lato altoatesino ho deciso devo reggere mi fermerò al Cimabanche e 67km saranno stati un buon allenamento. cazzo come è dura la salita all’Auronzo, ohi ohi dura arrampicarsi quanto è lontano lassù il rifugio che ora si vede che belle le 3 cime faccio una pausa foto e riparto uhm uhm strano è un pezzo che nessuno mi sorpassa anzi sembrano tutti più cotti di me, sto parecchio meglio strano sul ripido soffro come un elefante oggi no boh al rifugio mi mangio un panino e poi via andare verso la discesa eccoci in vetta 9h40 però pensavo peggio. ristoro, toh c’è Paolo a mangiar minestra “ciao come va?” “bene bene l’anno scorso mi fermai a Cimebanche stavolta per buttarmi fuori gara mi devono chiudere i cancelli in faccia” “grande gli dico” e riparto, non gli dico che la sua grinta mi garba assai intanto via verso la forcella Lavaredo però non ho mica tanta voglia di fermarmi a Cimebanche, proseguiró fino a Malga Ra Stua sí mi fermerò lì dice c’è il prato sí la voglio vedere e 76 km saranno stati un signor allenamento. oh ecco la Forcella Lavaredo ohhhh che posto meraviglioso foto foto foto click click

in posa al 52° Km. la crisi era passata, l’arrivo non era più una chimera

che bellezza e che lunga discesona che c’è via via andare la mia mente si immagina di avere le cuffie e mi risuona ancora Morricone sentito al via bah epperò mi son ripreso ora vado meglio bene bene relax in discesa eccoci a 60km e ora il tratto in piano chiamiamo la moglie “ciao amore mio tutto bene mi segui sul web? Ti amo scrivi su Facebook e avvisa che mi volevo ritirare ma che ora sto meglio e cazzo ci voglio provare a finirla vediamo smack”. Ecco Cimebanche, la sacca, il panino con l’uvetta, le bevande energetiche “where are you from?” “Florence” “beautiful… yo Barcelona Catalunya”  mai parlato tanto spagnolo e inglese come in questi giorni , quanti stranieri bello bello via via si riparte non c’è tempo perdere ora per la malga si sale guardo WhatsApp voglio rassicurare tutti che sono lento ma vado bene azz Giulia e Lorenzo out che dispiacere che ferita ma gli altri reggono siamo tosti ragazzi. toh guarda su questa salita quanta gente passo, sembrano fermi e io volo sembro unto o ripigliatemi voglio la malga tanto neanche ci penso a ritirarmi le mie orecchie ora mi suonano Starman di Bowie ohhhh che bella la croda rossa, e che spettacolo la malga ra stua che pratoni, mangio e riparto via come il vento ma sí corro anche su questa discesaccia ma chi mi ferma più ….. Ora mi risuona in testa ora light my fire, chissà perché i Doors qui attraverso i pascoli e le vacche. Ora, la val Travenazes, infinita lunghissima coi suoi canyon che spettacolo le Tofane ora vado bene anzi qui ci scappa il tempone sto recuperando alla grandissima yuppiiii niente male per uno che 3 mesi fa arrancava su un cavalcavia ora invece sono in piena rimonta. Ecco greto del fiume, col cazzo che faccio la coda per non bagnarmi i piedini, mi butto nel fiume fino al ginocchio chiare gelide acque che mi calmano i tendini buttatevi anche voi è bellissimo, via ora su al col dei bös uff non me la ricordavo così ripida e lunga ma quanto è bello qui.

i torrenti si guadano così

discesa, ecco laggiù la Marmolada bianchissima, e davanti le 5 torri, che meraviglia me lo godo tutto. quasi 100km e quasi 20 ore di gara, non ci credo che ho fatto tutto questo, eppure sono proprio io che corro. Giù al col gallina, vedo gente stravolta annientata, io son cotto, ma direi a tutti loro mica vi ritirerete qui ragazzi, ormai manca poco e pensare che fino a 10 ore fa volevo dire basta invece ora sono sicuro che arriverò in fondo cascasse il mondo mentre in testa mi entra Nothing Else Matter.  Averau quanto cazzo sei ripida ma forse il colle di prima era peggio pian piano salgo su brrr che freddo meglio bersi un tè caldo in cima e rifiatare, verso il Giau meglio mi fermi e mi vesta per bene che il sole tramonta, vedo pure una marmotta da vicino.

tra Averau e Giau provo a corricchiare ma è già il 101°Km

Il giau! che bellezza, non mi fermo voglio l’arrivo cazzo se lo voglio cazzo ci vorrà ancora un sacco, mi metto la luce e scendo opporcavacca la forcella giau, quantocazzo è ripida e lunga majalacane che ripida uhm però vado su proprio bene e quegli altri arrancano forza gente che pesate la metà di me brr che buio che freddo ohhhh è finita ora discesina al buio fitto laggiù si intravede la sagoma del Pelmo e là il Civetta ohiahi speriamo manchi poco sento un po’ troppi dolori, la forcellina e via giù verso Cortina cristo quanto è lontana 10 km sembrano una sciocchezza ma non vado più, ho i piedi in fiamme ahi le unghie sono andate uhi come si fa a non pensare al dolore no dai queste gare son micidiali non son per tutti anzi mi sa che non ne rifaccio più, ma proprio per niente al mondo , se ce la faccio divento cintura nera di resilienza, un miracolo non essermi ritirato, distraiamoci e pensiamo alla musica va ma perché canticchio En dei Baustelle che già son mezzanotte e non dormo da 42 ore, non proprio la canzone adatta che cervello strampalato. Alla croda da lago non mi fermo tanto è finita, sì col cavolo, affronto il bosco buio buissimo cohi ma questi piedi sono a pezzi e in discesa non vanno non avrei mai pensato di preferire la salita datemi la salita. ultimo checkpoint qui almeno spiana che mi son rotto di scivolare e finire col culo a terra. puff pant ohi ma quando cazzo finisce basta voglio finire non ne posso più Cortina non si vede e il GPS cazzo è morto. vesciche unghie nere dolori ai polpacci correre è quasi impossibile se il fondo è di sassi uff ora mi rimbomba nella testa I want to break free, ecco le luci ci siamo dai dai dai è fatta fatta sei un ultraultratrailer cazzo non ci credo le prime case “go go go” “forza è finita” dai sono quasi le 2 e c’è ancora chi fa il tifo che gara grandiosa che ho fatto direi anche 2 ore meno del previsto che grande che son stato non credevo fosse possibile per me ma sono proprio io che sto finendo? un ristoro abusivo che bello che è ci sono ancora ampezzani a fare il tifo per noi strani animali notturni il ponte sul fiume l’ultima salitina corso Italia sì dai eccolo laggiù il traguardo. Ho voglia di rivedere i miei amici, quasi tutti finisher, non vedo l’ora di abbracciarvi fratelli nella fatica compagni di avventure. non vedo l’ora sia mattina così ci rimpinzeremo di birra e hamburger, per poi sognare altre sfide assieme. 100 metri ce l’ho fatta un sogno reale Raramente sono stato così soddisfatto di me, nessun rimpianto, gara praticamente perfetta, oltre ogni mia previsione. Qualcuno dietro mi vuol passare ma macchè faccio la volata ne ho ancora non mi batterete ecco la linea e salto pure braccia al cielo e batto i piedi un applauso a me stesso che fatica che massacro datemi una doccia il mio regno per una doccia e un letto caldo

salto sulla linea d’arrivo, un pò goffo (e ci credo, dopo 120 km)

 

Epilogo

Cos’è la felicità? Può essere tante cose, incluso intraprendere un percorso duro di oltre un anno prima per dimagrire per scommessa con alcuni amici, poi porsi un obiettivo sfidantissimo per voler provare emozioni nuove, allenarsi come un matto per un’estate e qualificarsi alla LUT correndo il Tartufo Trail a ottobre, poi fare sacrifici per guarire dagli infortuni, infine per prepararsi in pochissimo tempo e correre per ben 26 ore e 50minuti (oddio, camminare più che altro).

con alcuni finisher del mio team e il giacchetto d’ordinanza

Tutto ciò, tutto assieme, lo credevo davvero impossibile per me: ho rischiato di non farcela, ho osato, ci sono riuscito. La contentezza maggiore l’ho provata non sul traguardo ma prima, quando mancava la distanza di una maratona e mi rendevo conto che ce l’avrei fatta a finire. Dopo ho solo lottato per terminare il prima possibile quelle ore di dolore. Ma sarò banale, la felicità sta più nell’aver intrapreso un percorso, averne assaporato le singole tappe prima dell’obiettivo, e il viaggio è stato persino più bello e affascinante della prova finale. E ancor più nell’aver passato 3 giorni coi miei cari amici trailer, condividendo sudore fatica risate e piacere di stare assieme, peccato alcuni di averli visti troppo poco tempo , amici avrei voluto stare di più con voi. Più che contento, godevo insomma di quella sensazione di serenità, di appagamento, una atarassia, l’esser in pace con sé stessi che in fondo è la vera felicità, quella più pura.

dedicato ai trailer del Ponte Scandicci, il “Mache’segrulloTrailTeam”. Ragazze, ragazzi, grazie di cuore, la mia felicità è merito vostro

Traccia GPS

Video ufficiale dell’evento

 

 

Diario di un inverno e una primavera

30 anni passati con la passione viscerale per la corsa lasciano il segno evidentemente. Quanto è che non aggiorno il blog, per tutto l’inverno c’è stato ben poco da dire. I segnali che venivano dal fruttuoso autunno, in cui le prestazioni erano migliorate enormemente, si sono materializzati verso il solstizio d’inverno, con un male al ginocchio destro sordo e fastidioso che non voleva saperne di essere curato. Si scoprirà che c’è un menisco rotto ma ancora non si sa se il problema era quello perché paradossalmente sciando il problema spariva, e perché così come nato il problemino se ne è pure andato da solo – salvo trasferirsi al solito achilleo sinistro, sempre lui che mi tormenta da 15 anni.

Intanto però l’inverno era sparito senza 1Km corso o quasi. E c’era quella iscrizione alla LUT che incombeva.

Che fare? mi domandavo leniniamente. Qualunque persona dotata di senno e raziocinio avrebbe detto  <lascia perdere e riparti con comodo> Ma nonostante io sia un veneratore della razionalità, così tanto e con così tanta bramosia era stata ricercata quella partecipazione che non volevo arrendermi senza nemmeno provarci. Così ai primi di aprile mi segno a una 50Km delle Valli Etrusche, senza il minimo allenamento oltre i 15km, e con l’incognita ginocchio. Incredibilmente, stringendo i denti e soffrendo su alcune salite assai ripide e il primo sole e caldo della primavera, arrivo entro il tempo massimo, e neppure ultimo. E’ una botta di vita, una cosa incredibile, la dimostrazione che non sono così malridotto e che la testa sa reagire. I 60Km dell’UltraTrail Mugello in un tempo neppure malvagio mi confortano: la gara di casa, il miglior trail come organizzazione a cui partecipo, mi dà ancora più fiducia.

E allora mi gioco tutto: la LUT non è così lontana, ma lo è il mio corpo e la mia mente, che la percepisce fuori portata. E allora per studiare la sensazione di correre una notte intera e per dare un salutare trauma, mi cimento nel Passatore. 9 anni dopo la mia unica volta a Faenza, quella mitica che mi regalò forse le emozioni più belle da quando corro.

E decisamente l’ho sottovalutato, pensavo che camminando per lunghissimi tratti sarebbe stato semplice, invece col caldo che ha fatto – mi son tolto la canotta alle 3.30 di notte – siamo arrivati in tanti a metà ormai consumati, e io non più abituato all’asfalto e abituato a camminare ma solo off road ho sofferto veramente tantissimo ai piedi, al traguardo strapieni di vesciche e duroni, con le unghie massacrate. Ma muscolarmente bene, almeno quello. Ho sofferto davvero tanto, ma di una sofferenza genuina , pura, rigenerante, che ti dà consapevolezza, tanto poi il cervello provvede a dimenticarla. Il tempo è indecente (15h54′) ma i problemi grossi alla fine son stati solo i piedi. E dopo pochi giorni ero di nuovo pronto a ricorrere, ed eccomi quindi alla skyrace di casa a Covigliaio, solo 6 giorni dopo la fine del Passatore. Aggiungere stanchezza alla stanchezza non sarà stato saggio ma sentivo troppo la necessità di mettere toppe alla preparazione più raffazzonata della storia. E in fondo correre da stanchi è pur sempre  un buon allenamento.

Dulcis in fundo, non potevo mancare al trail cui sono più affezionato, il Falterona a Stia che poi è campionato italiano. Anni fa ero uno dei pochi alla prima edizione, stavolta “capitano” di un corposo team di 32 atleti sui 2 percorsi. 36,5Km e 1800m di dislivello, lo finisco anche benino e in spinta nonostante i soliti problemi all’achilleo. La festa dopo la gara col mio team alle premiazioni dice che ne è valsa la pena

Ormai la preparazione è finita, la mente è pervasa di sano timore reverenziale per la LUT che incombe tra 10 giorni come un macigno, come fosse un esame scolastico di quelli tremendi. So di non avere le armi per affrontarla a dovere, ma anche di avere la testa per potermela giocare. So che serviranno 2 notti per arrivare, ma alle 5.00 del 24 giugno, ormai l’alba, dovrò essere a Cortina. Crisi permettendo, ma aver rincorso i kilometri in questi mesi senza preparazione mi ha paradossalmente predisposto, almeno mentalmente, a affrontare distanze più grandi di me e sofferenze fisiche e mentali non da poco.

Oramai restano da curare solo pochi dettagli, e penso alla gara, 120 Km da affrontare con raziocinio e saggezza nella primissima parte, e completamente guidato dalle sensazioni nei successivi 2/3. Non sarà facile, per niente, ma quello che conta è che sarà bellissimo, durissimo e faticosissimo ma meraviglioso. Non sogno l’arrivo, per ora mi limito a sognare la seconda notte, a temere le lunghe salite finali di Travenazes Averau e Giau, a fantasticare sul riuscire a correre per la prima volta attorno alle 3 cime di Lavaredo. Sogno quei giorni di vacanza col mio team, sperando di poter tutti assieme stemperare la tensione: 2 anni fa fu una esperienza bellissima 

Sogno i primi di Km di quella prima notte, un serpentone di luci, di sognatori, di amanti della montagna e dello sport.

Sogno il via, soprattutto, una fiumana di folla che parte verso la notte con le note di Morricone ad esaltarci. Ho timore, ma non vedo l’ora. Sarà massacrante: ma sarà indimenticabile

Come un cinghiale nel fango

Il dopo-TartufoTrail è stato segnato da questioni fisiche e mentali. Un riacutizzarsi del solito dolorino all’achilleo sinistro, un problemino al ginocchio, il consistente calo di motivazioni dovuto all’obiettivo raggiunto a prezzo di sacrifici, insomma è stato normale aver ripreso 2Kg di peso. Però la voglia di correre non è sparita: solo che l’ho dovuta centellinare…. ma mi è rimasto il pallino dell’ultratrail, il Tartufo mi ha fatto capire che probabilmente sono più adatto a gare del genere che a trail più brevi. E in più la LavaredoUltratrail non è così lontana. Quindi mi sono iscritto al Trail del Cinghiale che è pure vicino a casa. Solo che ci sono arrivato senza la minima preparazione mentale e fisica, quasi improvvisando. Come se cercassi un modo di mettermi in difficoltà.

Levataccia alla 4, partenza alle 7 quando albeggia e il paese risplende delle luminarie natalizie, si sale subito per 6Km fino ad affrontare la neve e un ventaccio teso, per fortuna non è freddo. Gara tutta di saliscendi sul versante romagnolo dell’Appennino, la recente nevicata aveva fatto cadere vari alberi, con alcuni tronchi che dovevamo superare scavalcando o strisciando sotto, e costringendo a un cambio di percorso che portava a ben 2 passaggi intermedi dal traguardo e a dover percorrere 3 anelli diversi. Il passaggio intermedio è naturalmente un grosso problema mentale per molti. A me invece non è dispiaciuto. Mi è piaciuto molto meno il fatto che dopo 20Km ero completamente svuotato, con gambe molli e senza fiato. Probabilmente non avevo digerito bene la colazione, ma mi è bastato mangiare dell’uvetta e bere della cola al vecchio borgo di Lozzole per ripartire. Il terzo anello , che poi è esattamente la seconda metà di gara, è quello che mi è  piaciuto di più, e finalmente ho visto Fontana Moneta, che è un piccolo rifugio con una chiesetta di un migliaio di anni fa nell’alta valle del Sintria, torrente stretto tra Senio e Lamone dove adoro sempre correre essendo una zona pochissima urbanizzata e veramente selvaggia. Abbiamo poi toccato un bel pezzo del sentiero 505 Colla-Faenza, e ricordavo un allenamento di quasi 10 anni fa fatto qui con alcuni romagnoli… sì, il trail per me è anche un amarcord, rivedere luoghi dopo anni e pensare “ehi ma qui ci ho corso già una volta”. Ben oltre il 50°Km comincia a far buio, quando manca ancora una salitona, alcuni saliscendi fangosissimi e una ripida discesa. Insomma, è la prima volta che mi tocca metter la frontale a gara in corso. Sento un po’ di stanchezza ma nella seconda parte avrò recuperato una decina di posizioni e questo è molto positivo.

Questo è il mio terzo ultratrail sopra i 50, oltre questa distanza diventa tutto più duro,  e mi piace , mi diverto a far fatica a sentire le gambe legnose quando c’è da spingere, il respiro affannoso in salita, l’agile saltellare dei piedi in discesa, il pianificare ogni dettaglio di sforzo alimentazione e idratazione prima e durante la corsa salvo poi lasciarsi andare alle sensazioni del corpo. Adoro enormente l’arrivo e il farsi la doccia raschiando via il fango e la terra di dosso, e il pasta party dopo. Sapete cosa mi piace di queste garette, e perchè le preferisco ai trail autogestiti? Mi piace il sorriso delle persone dello staff, quello di chi ti dà il pettorale e il pacco gara, quello di chi serve la pastasciutta al pranzo finale, quello di chi versa l’acqua nelle borracce ai ristori. Mi piace perchè in maggioranza sono persone legate a un territorio lontano dalle grandi città. Non ho niente contro le città, sono un fan della contemporaneità e della tecnologia. Forse proprio per questo sono affascinato dall’incontrare persone dei paesini dell’Appennino, e ritrovo sempre gli stessi sorrisi a Palazzuolo così come a Stia, Badia Prataglia, Serramazzoni, Busana: li percepisco diversi da quelli che potrei fare io che son di città, forse perchè in questi paesi l’evento è qualcosa di speciale e noi che corriamo anche nelle retrovie siamo protagonisti.

Ma ho divagato: pensate ad esser stati sulle gambe oltre 10 ore e dover affrontare una lunga discesa anche ripida su sentiero con foglie e fango, piove ed è buio pesto, si scivola che è una bellezza e non vedi il paese dove dovrai arrivare. Compare solo all’ultimo e allora spariscono i dolori. Finisher anche stavolta nonostante qualche difficoltà, e neanche stavolta tra gli ultimi. Ora sono alle prese con i dolori, ed anche con i pensieri “quando sarà il prossimo?” Le mie articolazioni vorrebbero un po’ di riposo ma la mia mente spera sia presto.

La traccia GPS

Una squadra fortissimi

Monte Morello è il terreno ideale per svolgere allenamenti impegnativi: difficile trovare un luogo così vicino a Firenze che sia così impervio da permettere di prepararsi al meglio per le gare più toste. Quando la mania del trail ha preso possesso di molti atleti della mia squadra è diventato la palestra di tutti. Non solo nostra, tanti altri conoscevano bene quella montagna che domina la piana fiorentina, biker trailer e camminatori. E finalmente qualcuno di questi ha tirato fuori questa gara, lo skytrail, ormai alla seconda edizione. Ovviamente, non ce la facciamo sfuggire. Anche se ormai conosciamo questi sentieri a menadito.
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Il gruppone del Ponte, oggi 1 novembre, è diviso in due. Da una parte quelli – reduci da gare dure, o in convalescenza per infortuni – ad aiutare lo staff della Mugello Outdoor. Dall’altra, quelli che corrono, non moltissimi, forse molti sono stanchi di una lunga e impegnativa stagione, ma tutti agguerriti.    Su tutti una giornata luminosissima, sole splendente e arietta frizzante al mattino, una luce incantevole e il cielo terso che in lontananza ci mostra le Apuane. Convenevoli prima della partenza, un lieve riscaldamento, le risate osservando quei due dei nostri che mettono sui polpacci i manicotti dell’ultratrail del mugello invece che i gambali compressivi. Si parte sempre col sorriso in faccia, poi però arriva il difficile. Anche per il nostro Lorenzo, tra i favoriti, che osserviamo scaldarsi con facilità e leggerezza.
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Un anno fa mi ero cimentato come scopa, e con poco allenamento feci pure tanta fatica. Oggi parto bello aggressivo, deciso a far bene sul mio terreno preferito. Facciamo una digressione tecnica: la gara la si può dividere in due parti, una prima metà con tanta discesa, direi facile nonostante i molti tratti in single track. Molto divertente, ad esempio la discesa sulla pista delle mountain bike. Anche un bel tratto di strada bianca, discese non tecnicamente difficili, anche perché con la siccità che c’è l’umidità è davvero pochissima.
Poi però inizia il difficile. La salita del versante nord della Terza Punta, col finale davvero massacrante e ripido. Qui i bastoncini portati dietro aiutano tanto, e supero tanta gente, fino alla vetta: si esce dal bosco e il sole ti acceca, ti godi il punto più alto della gara, ammiri per un attimo il panorama che già conosci a memoria ma che ogni volta ti fa battere il cuore da trailer, poi giù a rotta di collo per il Rompistinchi. Trovo i nostri fotografi Fabio e Daniele, che ci immortalano e faranno degli scatti stupendi. Mi avvisano che Lorenzo è in testa, ne ero certo e mi sale l’agonismo: stavolta il Rompistinchi non è umido e scivoloso come sempre e provo a forzare un poco. In fondo ecco il nostro fotografo ufficiale Umberto e il resto del team oggi in servizio, tutti impegnatissimi a rifocillare i trailer al ristoro della fonte del ciliegio. Un attimo di sosta per riempire la borraccia ed ecco la salita temibilissima della fonte del nocciolo, 1Km circa al 28% di pendenza, alcune rampe micidiali ed il difficile proprio in cima… e per fortuna poi si addolcisce per toccare seconda e poi la Prima Punta, dove una folla ci attende, tutti baciati dal sole. Discesona del Tedesco Morto, poi il tratto più agevole del Cippo dei Partigiani … comincio ad accusare la stanchezza, proprio quando comincia l’ultima salita, il Noncibuki al contrario, coi suoi tornanti e le rampe da scalare. Non finisce mai anche se solo 700metri, la vista delle antenne del Poggio al Giro sono un miraggio ma poi compaiono davvero. Manca c’è solo una velocissima discesa fino all’arrivo al Caravanserraglio, che supero in 4ore spaccate.
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In genere la gara è la gara, si corre, si ascolta il proprio corpo, si legge nella propria mente che stringe i denti e sopporta la fatica, si ammira il paesaggio, si gode della natura. Oggi è stata emozionante e la palestra Morello ha saputo sorprenderci con una giornata calda e assolatissima pure il 1° novembre. E poi tac! scatta il terzo tempo, e questo di oggi è stato di quelli davvero belli. Già un ristoro con la birra è da applaudire. Poi c’è Lorenzo che ha vinto, e giù festeggiamenti come piovesse. Vien chiamato sul podio e gli applausi fioccano perché è arrivato il gruppone che era al ristoro e a far foto e quindi la claque diviene rumorosissima, noi ci sappiamo sempre far riconoscere. Il pasta-party è di quelli luculliani, tra lasagne di ogni tipo in grossa quantità, uno spezzatino con patate veramente gustoso: il Ponte requisisce 4 tavoli e ci mettiamo a banchettare ridendo e scambiandoci battute e aneddoti. Scorre la birra, girano altri piatti, qualcuno tira fuori un piatto di tortelli mugellani: il lavoro dello staff del Caravanserraglio davvero mitico, un pasta-party così è indimenticabile. Non ci va di tornare a casa  e continuiamo con le chiacchiere, il sole bacia i belli e ci abbronziamo, tutto per far durare di più questa giornata passata con una squadra di fortissimi, agonisticamente e umanamente. Non vedo l’ora di poter ricorrere, su questa montagna o altrove, ovunque purché con la mia squadra, coi miei amici

Traccia gps

Vòlli, e fortissimamente vòlli

Insomma, è andata.
Ma la mia gara non è andata bene solo ieri, a Calestano al Tartufo Trail. Ieri è stata solo il culmine di un percorso, che mi ha portato a riscoprire la voglia non di correre ma di allenarmi, come non mi succedeva da diversi anni.
Un percorso breve, solo per rendere la sfida più difficile e sopra le righe. 5 mesi fa, accorgendomi di un sovrappeso non più sostenibile, riprendo a correre dopo 3 mesi in infortunio. E mi metto a dieta, ben stimolato dai miei colleghi. La scintilla è scoccata il 3 giugno, assistendo al mio team alle prese con un ultratrail neanche dei più duri, la Via degli Dei. Che passa a 1Km da casa mia, e lì andrai a trovarli, acciaccati, affamati, disidratati. Mi credete se vi dico che proprio assistendo alla loro devastazione fisica e morale scoccò dentro di me la scintilla del desiderio di provarci anche io?! Ok, siamo malati, si sa, ma dovreste sentire l’overdose di endorfine che ho assaggiato in questo tempo. Dicevo, ricomincio ad allenarmi, faccio vari trail in cui sperimento il fondo classifica, continuo a perdere peso rinunciando o limitando pizza gelato e birra. Ma avevo questa motivazione alta, finire il Tartufo Trail per poter prendere i punti necessari per poter partecipare alla Lavaredo Ultratrail col mio gruppone. E sapevo che con poco tempo per allenarmi il modo più efficiente per “velocizzarmi” era dimagrire. Ok, passano luglio e agosto, avverto segnali positivi ma non quanto speravo. Le prestazioni positive nella seconda metà di settembre dei trail delle 5 terre e del bucamante mi fanno ben sperare ma le incognite ci sono. Passo gli ultimi giorni fremendo per la voglia di mettermi alla prova. Dentro di me sentivo che ce l’avrei fatta.
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Alla partenza i miei compari di avventura, due puledri moooolto più veloci di me ma poco preparati, sono belli carichi ma io sono pronto al via con una lucidità e una aggressività come poche volte. L’obiettivo iniziale è passare i duri cancelli, per potere poi finire in tranquillità. Un giro anche duretto del paese e poi su per le prime colline, non molto alte ma con pendenze aggressive e tanto saliscendi. Conscio dei cancelli avevo studiato una tabella di marcia dopo aver studiato su Strava le tracce dell’anno scorso di altri concorrenti. Al 5° Km dopo la prima salita e discesa abbiamo già 5′ di vantaggio e quindi posso rilassarmi un pochino, tenendo un buon ritmo e godendomi le campagne. I miei compari mi seguono, fidandosi del mio ritmo. Altre salite e discese, un pezzo di strada, primo ristoro saltato a piè pari, single track e il dislivello si impenna e ben presto sfora i 1000m, mentre il vantaggio sulla tabella per rientrare nei cancelli aumenta a 15′. Salitona su una odiosa pietraia sul monte Sporno e poi via al primo cancello, superato in 3h15′ quindi con ben 25′ di vantaggio: le mie tabelle funzionano alle grande, ora basta mantenere il passo. Riparto me nei successivi kilomentri su falsopiano assolato soffro un poco la partenza veloce, approfittandone per mangiare. Altra salitona per il Montagnana, su pietra e poi su prato, fino a un ristoro dove carico di liquidi lo zaino, il sole picchia. Discesona, il vantaggio sul ritmo-cancello sale a 33′, sensazioni positive ma le salite non finiscono mai, alcuni tratti molto ripidi (intanto i compari mi seguono con facilità, un pò timorosi della lunga distanza e si informano spesso sulla tabella di marcia). Siamo vicini a Parma ma ci sono delle montagne belle alte, fitte di boscaglie con i primi segni dell’autunno, o ampie pinete, o verdissimi pratoni: territorio davvero aspro, ricorda un pò il Mugello o l’appennino pratese. Infinita discesa verso il guado del Baganza con le spettacolari rocce del Diavolo e qui avverto altri segni di fatica, la successiva salita fino alla Francigena è di nuovo su pietre e ripidissima, qui faccio fatica ma sui successivi saliscendi in uno spettacolare single track in una pineta mi riprendo, probabilmente correndo in discesa avevo consumato troppo glicogeno. I compari si attardano ai ristori e io proseguo tranquillo per farmi raggiungere, nuovo guado con la sorpresa del grande Filippo venuto a trovarmi, scambiamo poche parole ma mi dà tanta forza. Secondo cancello superato con ampio margine (8h47 contro le 9h30 richieste, mentre aspetto i miei compagni mi attardo a gettare le cartacce dei gel nella differenziata provocando l’applauso del pubblico). La salita prosegue e si va per i 60, sono pochi i punti in cui si può correre con facilità, ormai i muscoli sono devastati, e coach Luca che non ha mai corso più di una maratona in pianura si meraviglia di quanto possano far male, “eh sì, anche a noi fan male, a tutti, sono 9ore che siamo sulle gambe”.
Sono passate le 17, il sole si abbassa e i colori si fan più netti, le montagne sembrano dipinte in cartoline con colori fortemente contrastati e tante varietà di verde. Si vedono gli ultimi paesini che attraversemo e sembrano ancora lontani, e con tanta salita, ancora adesso che il dislivello è oltre i 3000metri. L’ultimo ristoro lo salto di nuovo, avendo ancora acqua a bordo. Proseguo con calma ma i miei compari si riposano di nuovo e stavolta non mi raggiungeranno, divoro le ultime barrette e inizia l’ultima salita, davvero tosta ma che affronto con forza e lucidità, superando vari concorrenti. Arrivo in cima, so che Luca e Claudio ce la faranno tranquillamente anche da soli come poi accadrà e decido di buttarmi a capofitto in una discesa veloce ma interamente su pietre infami. Tutta nel bosco, non finisce mai e il paese non si vede ma io continuo a perdifiato, decido di onorare la gara spingendo a tutta ora che le gambe stanno bene, voglio arrivare prima dell’oscurità senza dover tirar fuori la frontale. L’ultimo tratto è davvero tecnico ma mi sento brillante e trovo subito le traiettorie giuste senza correre rischi. Finalmente ecco il paese, il nostro camper e la rampa finale dell’arrivo che faccio veramente a tutta, una volata per me stesso, una volata per dare tutto, dopo aver fatto di tutto negli ultimi 5 mesi per arrivare qui, ad essere finisher di questa avventura, atto finale di un percorso ferocemente voluto, più che desiderato.

Meravigliosa, come meraviglioso è correre, e respirare a pieni polmoni l’ebbrezza che lo sport e la natura possono dare.  10h e 57′, molto meglio del tempo massimo, a metà classifica. Impensabile, fino a poco tempo fa

Traccia GPS Suunto

Sette bambini

Tra i miei vicini di casa, nel piccolo paesino di campagna dove abito, ci sono 4 coppie giovani. In tutto hanno 7 figli.
I 7 bimbi si chiamano Alessio, Gaia, Luca, Cesare, nomi così. La mattina prendono il pulmino che li porta a scuola nel capoluogo, nel pomeriggio giocano nei giardini davanti e godono del piacere che può dare crescere nella natura. I genitori spesso li richiamano all’ordine gridando a squarciagola i loro nomi.
I 7 bimbi sono indistinguibili, parlano e vestono allo stesso modo, sono piccoli ma si intuisce l’accento fiorentino.
Eppure solo uno è italiano.
Non sono un fan dello Ius Soli, come è qualcuno nella sinistra radicale, in questo e solo in questo adoratori del diavolo USA. Ma ancor meno sono un fan dello Ius Sanguinis, che distingue tra chi cittadini di serie A e di serie B, con l’unica differenza posta su chi fossero gli antenati.
Che senso ha? Come potrebbe essere il pro-pro-nipote di un emigrato in Argentina essere più italiano di uno che ha fatto le scuole in Italia, uno i cui genitori pagano le tasse e uno su cui lo stato ha investito in termini di salute e cultura? La differenza mi sembra enorme, ed anormale.

I 7 bimbi figli dei miei vicini sono indiscutibilmente italiani, anche se dubito siano tutti cattolici. Eppure per la carta di identità non lo sono.
C’è chi va dicendo che questa legge sulla cittadinanza è una minaccia alla sicurezza. Cioè, vorreste dirmi che quei 7 bimbi saranno in futuro un problema se gli diamo la cittadinanza italiana? E che se non gliela diamo invece non saranno un problema? E’ evidente ci sia un problema di logica. O forse, di carenza di facoltà intellettive.

Diciamo la verità, fuor dai denti. Che questo paese è ancora quello del 1939. Quello che anche se non inneggiò alle leggi razziale , in realtà lasciò correre, tanto non lo riguardava, quindi chissenefrega. E’ sempre lo stesso paese la cui cultura è stata forgiata dal ventennio, la cultura che divide le persone in popoli, che ai popoli associa un colore della pelle, vari luoghi comuni e una e una sola religione. E’ il paese di quelli che a Balotelli gridavano “Non esistono negri italiani”. Che quest’ultima frase la pensano davvero, e che se anche riconoscono al calciatore e a quelli come lui un diritto di cittadinanza, credono comunque che sia una cittadinanza di serie B, ottenuta per un colpo di fortuna invece che per il merito dei propri avi.

Non che adori la legge che stanno discutendo: lo Ius Soli (che non è assoluto ma molto temperato) non è detto sia correttissimo, nel caso il bambino si trasferisca altrove. Lo Ius Culturae invece è innovativo e azzeccato: cresci e studi qui? Finisci le elementari? E’ ovvio, deve essere ovvio che tu saresti italiano. Anzi, agli stranieri che chiedono la cittadinanza italiana personalmente richiederei non solo la residenza ma anche un minimo di cultura italiana (linguistica e storica) – ma credo che i sostenitori del terzomondismo senza se e senza ma si arrabbierebbero.

Il succo è che i contrari alla legge mischiano il substrato culturale in cui sono cresciuti loro o i lori genitori – che lo straniero è nemico, fino a prova contraria, soprattutto se la pelle è scura ( strano che nessuno sia razzista coi norvegesi ) – alla incapacità di accettare che il mondo è cambiato e non servirà innalzare muri terrestri o valli marini a bloccare un progressivo inevitabile mescolamento di caratteri genetici, culture, colori, lingue. Fenomeno che va governato e controllato, ma a cui opporsi non ha alcun senso, nè possibilità alcuna di successo.

Comunque vada, i figli dei miei vicini prima o poi saranno italiani, anche di diritto, oltre che de facto: perchè SONO italiani, si sentono italiani, anche perchè i loro genitori stranieri parlano loro solo e soltanto in italiano. Quindi, perchè ostacolare l’inevitabile? Solo per rassicurare le proprie paure?

Citazioni
– la legge in discussione
– una riflessione di Michele Ainis