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Disastro ciclistico alla Scarpirampi

4 anni fa, nel mio periodo d’oro di trailer e ultramaratoneta, rimasi conquistato da quella ardita e magnifica gara che è la Scarpirampi – 30Km da Prato a Vernio sulle montagne della Calvana. Zone splendide, montagna aspradi dove non ci sono pietraie e  fango. Ne fui conquistato così tanto da ricalcare poi i sentieri di quel crinale in qualche trail autogestito. Per vari motivi poi non l’avevo più rifatta, anche perché serve un ciclista, e non ne conoscevo molti (anzi nessuno). Quest’anno, che la tendinite mi aveva fatto passare l’estate sulle 2 ruote si era affacciato il pensiero di esplorarne l’altra faccia, quella bici-munita. La mia prima esperienza agonistica sulle 2 ruote – un duathlon molto aspro – mi aveva lasciato ben sperare. Dopo duri allenamenti su strade bianche e sentieri di Monte Senario e Monte Morello, sulle pietre delle valli del Carlone e della Marinella, mi ero convinto, e un’affannosa ricerca di un podista abbastanza allenato da poter affrontare quel percorso assai tosto ha portato ad avere compagno il fido Isacco, grande uomo-marketing della mia squadra.
Domenica fatale, 11 novembre: il cielo non promette nulla se non il diluvio, le previsioni erano pessime e si sapeva, di notte ha piovuto a catinelle. Alla partenza il cielo è plumbeo, cio’ nonostante ci sono diversi atleti; prima partono i soli “trailer” per il trail della Calvana, poi le coppie. Il momento più piovoso della gara sarà proprio alla partenza. Si attraversa il ponticino sul Bisenzio gonfio di pioggia (sintomatico di ciò che troveremo) e si parte, subito in salita.
Finchè è asfalto reggo bene in spinta, poi sul sentiero diviene impossibile pedalare su quelle pietre scivolose: prima difficoltà della giornata, salita fino al guado del rio Buti. Seconda difficoltà: il fango è tantissimo, i sentieri sono dei ruscelli d’acqua che scende impetuosa, i copriscarpe servono a poco e i piedi si bagnano: per fortuna sono circa 17°, un caldo che rende per niente fastidiosa la pioggia, ormai diminuita. Finisce la prima salita, guado e poi asfalto al termine del quale raggiungo il mio collega al primo controllo. Variazione di percorso rispetto a 4 anni fa: altra salita, meno tosta e fattibile in bici, ma Isacco mi stacca di nuovo, e in discesa causa fango e pietraie è difficile riguadagnare molto. Dopo altro breve tratto asfaltato, nuova variazione di percorso: un single track stretto e fangosissimo, tremendo per le bici: e pietre bagnate su cui le ruote slittano. Arriviamo così all’attacco della lunga salita della prima metà gara, dove Isacco mi riprende subito e mi attende: anche qui ciclisti in grande difficoltà, e bici su a forza di braccia. Arriviamo al controllo in vetta all’Aia Padre, dove una mandria di vacche ci osserva infastidita, come se violassimo i loro luoghi generalmente silenziosi. Ristoro e qua inizia il tratto più bello, il lungo crinale di prati cinto da pini verso Montecuccoli. Solo che il fango impera anche più di prima, e stremato dalla salita come sono anche qua Isacco mi stacca nel primo ripido tratto… conto di riprenderlo nel tratto successivo più a favore, comunque vado meglio dei ciclisti con cui sono, volo verso il successivo controllo… quand’ecco, a un tratto mi accorgo che il colpo di pedale non imprime più forza… scendo e mi accorgo che si è rotto il cambio posteriore. Ca**o!!! Maledizione!!! Mi rimane solo rabbia, scendo senza pedalare e arrivo al ristoro/controllo del paese . Qua c’è l’assistenza tecnica, si dichiarano pronti a ripararmi la bici togliendo il cambio e mettendomi un rapporto fisso. Accetto, decidiamo di ripartire, il mio collega si avvia, lo dovrei riprendere in discesa. I meccanici smagliano la catena e la risistemano su un rapporto agile ma non troppo. Riparto, e affronto il tratto più fangoso con le pozze più grandi e profonde dell’Appennino. Mi sento rinascere, vado alla grande attraversando queste pozze nel mezzo fregandomene dell’acqua e schizzando ogni cosa attorno… quand’ecco che i pedali si bloccano. La catena si è bloccata completamente, i pedali non girano. Gara mestamente terminata. Scaglio maledizioni e torno al controllo a spinta, ormai stremato. Devo ritirarmi, l’unica è scendere a valle sulla strada asfaltata… senza pedalare. Arrivato a Vernio, invece di farmi 18Km a piedi mi arrendo e chiamo mio padre in soccorso. Intanto Isacco per fortuna ha potuto proseguire, avvisato dai giudici del mio ritiro. L’onta di questa gara rimarrà, aver costretto al ritiro anche il mio collega che pure aveva fatto una buona corsa (afferma di essersi divertito: quello molto anche io, almeno fino al ritiro)
Esito finale: disastro, perché è solo il mio secondo ritiro in 25 anni di carriera sportiva. E contavo di rimanere a quota 1, mai mi son ritirato neanche in caso di stiramenti o mal di schiena o altro.
Disastro, perché ho rovinato la giornata a un altro collega runner. Disastro, perché mi son reso conto che non sono un ciclista, probabilmente mai lo diventerò seriamente (o forse solo se abbandonassi definitivamente e obtorto collo il running), e anche lo diventassi difficilmente sarò un buon mountain biker; a dispetto del mio gusto per le difficoltà, l’altimetria, l’off-road, boschi e sentieri, non ho caratteristiche adatte a questi percorsi (sono un passista nel running, e probabilmente in bici sarei un cronoman): e quindi difficilmente potrò mai correre in futuro in bici la Scarpirampi (e comunque probabilmente mi servirebbe una bici migliore).

Fino a domenica sera la spossatezza, il nervosismo, l’essere annegato nel fango avevano predominato. A mente fredda, ripenso che qualcosa di buono è venuto fuori. Nonostante le condizioni del percorso veramente infami ho comunque retto, nonostante non avessi una bici ipertecnologica e come detto nonostante non sia un ciclista “dentro” ho tenuto il passo di molti ciclisti; ho stretto i denti in salita, ho stretto i denti in mezzo al fango: soprattutto, ho realizzato che nei 23Km di gara fatti, oltre 10 sono stati spingendo una pesante bici di 14Kg su pietre umide e fango, e con un dislivello positivo di oltre 800m. Ripensandoci, non è uno sforzo da poco. Pensandoci ancora, è come se avessi corso un mini-trail-duathlon: e sicuramente da trailer sarei arrivato al punto di controllo più velocemente a piedi che in bici. Pensandoci ancora, pur senza un serio allenamento podistico superiore ai 10Km, sarei quasi stato capace di correre a piedi tutta la Scarpirampi, tenendo conto che fango saliscendi e discese sono i miei terreni preferiti.
Mi rimane questo, paradossalmente: il disastro ciclistico mi ha instillato una scintilla di voglia di correre. E se la salute reggerà, chissà che il prossimo non ci arrivi davvero a Vernio, senza due ruote ma solo con le mie fidate scarpe da trail.

Il mio primo Duathlon

Un 3 mesi fa circa leggo la pubblicità di una edizione zero di un duathlon in quel di Prato. Organizza il gruppo “Primo e Pizza Bike”, e da amante del carboload leggo avidamente. Un duathlon in mountain bike, come la mia dueruote (si fa per dire). Una decina di Km di corsa, quasi tutti PRIMA della bici (odio correre dopo la bici, ho i muscoli di marmo) Interessantissimo. Passo l’estate un po’ più del solito sui pedali, arrivando per la prima volta in carriera ai 1000m. di quota, il che non è così banale col mio attrezzo che pesa quasi 15Kg (è una bici da pochi soldi). Anche perché il tendine non ne vuole sapere di guarire definitivamente, e corro sempre meno, e sempre più lento. Ma chi se ne frega, mi presento a Prato a metà settembre, una bella mattinata fresca ma soleggiata: unico obiettivo, evitare l’ultimo posto. Modesto? Obiettivo facile non sfidante, per non rischiare? Per nulla, conscio della mia pochezza podistica E ciclistica. Anche perché tra i partenti ci sono tanti ciclisti, tanti triatleti , tutti visibilmente allenati e con mezzi all’altezza. Pochi podisti, solo il compagno di squadra Massimiliano, ora più veloce di me a piedi e con una bici meglio dotata e soprattutto molto più leggera. Infatti, si parte e mi ritrovo tra le retrovie.. Un bel percorso lungo favolose piste ciclabili che i fiorentini possono invidiare alla grande. Giro lungo il Bisenzio e ritorno alla base. Qui il cambio! Che emozione, il primo cambio della mia carriera! Mi allaccio il casco, le scarpe sono le solite (tanto quelle da bici non le ho) con qualche difficoltà salgo in sella e via. Avevo provato varie volte la doppietta bici-corsa a casa, ma era diverso… oh come era diverso! A casa è facile riposarsi anche solo per bere , qua invece già arrivo col fiatone dopo la frazione a running e la stanchezza non passa. Il problema è che non sono fresco, ciò nonostante nei primi falsopiani su due ruote reggo bene. Parco di Galceti, quanti cross corsi alla morte qui! E quanti trail qua, si entra nell’off road, uno spettacolo. Tengo un buon ritmo, nessuno mi riprende e giunto a Figline sorpasso rapidamente uno davanti, poi uno chiaramente avvezzo alle due ruote mi svernicia ma reggo benino. Salita leggera su strada bianca, non scorrevole ma va bene, sono in spinta … finchè, ecco che una curva secca festeggia l’inizio di un sentierino stretto a pendenze da Mortirolo, e non si rimane in sella. Calvario! Difficile rimanere in sella con quei pietroni , in più ecco i crampi ai polpacci -mai venuti in anni ed anni di running!- che mi impediscono di spingere, impossibile salire sui pedali, tocca scendere e spingere, ma così mi stanco di più, fiatone e cuore in gola, se la pendenza si addolcisce risalgo ma riecco i crampi oppure per terra trovo delle pietre come palloni da calcio, scendo forzatamente, ri-fiatone, ri-crampi e così via… dopo un tempo infinito sono in vetta a Monte Lopi, discesina ripida che faccio col freno a mano tirato al massimo, poi per fortuna si fa più scorrevole su dei bei sentieri sotto Schignano, già noti perché fatti al “Da piazza a piazza”. Una bella discesa, ma non il tratto nell’ oliveto , in pratica un dirupo, un burrone, dove mi tocca scendere ancora – ma scoprirò che così han fatto tutti . Nel trail running sono un discesista notevole e senza paura, estremamente agile, nello sci alpino non ho paura di niente… nella mountain bike invece sono fermo! e pauroso! Su una vecchia strada ciottolata mi supera qualcosa a velocità warp, pareva un ciclista ma forse era una moto da cross però senza motore… mah! neanche fosse la finale olimpica. Parte finale più scorrevole, ma oramai non riprendo più nessuno, lo svantaggio di avere così pochi concorrenti è che difficilmente si trova qualcuno da prendere a riferimento, vabbè vado del mio passo, anche se con un po’ di fatica (scoprirò poi che avevo pizzicato e la posteriore era quasi a terra). Finiti i 19Km di bici ecco lo stadio, secondo cambio , arrivo lucido appena il giusto per ricordarmi che il casco lo devo slacciare e non impiccarmici, lo speaker che mi incita chiamandomi per nickname “forza mago” grazie Tiziano, l’ultima frazione è di corsa ma veramente breve, un giro di pista di corsa ballonzolando con i muscoli in fiamme e i crampi che fanno ciao, finisco svuotato.
In sintesi: grande divertimento ma la specialità mi è parsa veramente dura. Duro il duathlon perché richiede di sapersi gestire (ma come fai, se tutti partono a razzo?). Dura la mountain bike, specie su percorsi del genere –effettivamente tecnici, lo sarebbero stati anche come gara di trail running- specie se uno non è abituato. Nel complesso, a distanza di 15 giorni, una esperienza positiva e molto divertente: a caldo subito dopo come al solito mi è venuto un “mai più”, ora no, lo rifarei… allenandomi meglio! Sia di corsa, che in bici, specie su tratti tecnici (ripidi e/o sassosi)

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