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Come un cinghiale nel fango

Il dopo-TartufoTrail è stato segnato da questioni fisiche e mentali. Un riacutizzarsi del solito dolorino all’achilleo sinistro, un problemino al ginocchio, il consistente calo di motivazioni dovuto all’obiettivo raggiunto a prezzo di sacrifici, insomma è stato normale aver ripreso 2Kg di peso. Però la voglia di correre non è sparita: solo che l’ho dovuta centellinare…. ma mi è rimasto il pallino dell’ultratrail, il Tartufo mi ha fatto capire che probabilmente sono più adatto a gare del genere che a trail più brevi. E in più la LavaredoUltratrail non è così lontana. Quindi mi sono iscritto al Trail del Cinghiale che è pure vicino a casa. Solo che ci sono arrivato senza la minima preparazione mentale e fisica, quasi improvvisando. Come se cercassi un modo di mettermi in difficoltà.

Levataccia alla 4, partenza alle 7 quando albeggia e il paese risplende delle luminarie natalizie, si sale subito per 6Km fino ad affrontare la neve e un ventaccio teso, per fortuna non è freddo. Gara tutta di saliscendi sul versante romagnolo dell’Appennino, la recente nevicata aveva fatto cadere vari alberi, con alcuni tronchi che dovevamo superare scavalcando o strisciando sotto, e costringendo a un cambio di percorso che portava a ben 2 passaggi intermedi dal traguardo e a dover percorrere 3 anelli diversi. Il passaggio intermedio è naturalmente un grosso problema mentale per molti. A me invece non è dispiaciuto. Mi è piaciuto molto meno il fatto che dopo 20Km ero completamente svuotato, con gambe molli e senza fiato. Probabilmente non avevo digerito bene la colazione, ma mi è bastato mangiare dell’uvetta e bere della cola al vecchio borgo di Lozzole per ripartire. Il terzo anello , che poi è esattamente la seconda metà di gara, è quello che mi è  piaciuto di più, e finalmente ho visto Fontana Moneta, che è un piccolo rifugio con una chiesetta di un migliaio di anni fa nell’alta valle del Sintria, torrente stretto tra Senio e Lamone dove adoro sempre correre essendo una zona pochissima urbanizzata e veramente selvaggia. Abbiamo poi toccato un bel pezzo del sentiero 505 Colla-Faenza, e ricordavo un allenamento di quasi 10 anni fa fatto qui con alcuni romagnoli… sì, il trail per me è anche un amarcord, rivedere luoghi dopo anni e pensare “ehi ma qui ci ho corso già una volta”. Ben oltre il 50°Km comincia a far buio, quando manca ancora una salitona, alcuni saliscendi fangosissimi e una ripida discesa. Insomma, è la prima volta che mi tocca metter la frontale a gara in corso. Sento un po’ di stanchezza ma nella seconda parte avrò recuperato una decina di posizioni e questo è molto positivo.

Questo è il mio terzo ultratrail sopra i 50, oltre questa distanza diventa tutto più duro,  e mi piace , mi diverto a far fatica a sentire le gambe legnose quando c’è da spingere, il respiro affannoso in salita, l’agile saltellare dei piedi in discesa, il pianificare ogni dettaglio di sforzo alimentazione e idratazione prima e durante la corsa salvo poi lasciarsi andare alle sensazioni del corpo. Adoro enormente l’arrivo e il farsi la doccia raschiando via il fango e la terra di dosso, e il pasta party dopo. Sapete cosa mi piace di queste garette, e perchè le preferisco ai trail autogestiti? Mi piace il sorriso delle persone dello staff, quello di chi ti dà il pettorale e il pacco gara, quello di chi serve la pastasciutta al pranzo finale, quello di chi versa l’acqua nelle borracce ai ristori. Mi piace perchè in maggioranza sono persone legate a un territorio lontano dalle grandi città. Non ho niente contro le città, sono un fan della contemporaneità e della tecnologia. Forse proprio per questo sono affascinato dall’incontrare persone dei paesini dell’Appennino, e ritrovo sempre gli stessi sorrisi a Palazzuolo così come a Stia, Badia Prataglia, Serramazzoni, Busana: li percepisco diversi da quelli che potrei fare io che son di città, forse perchè in questi paesi l’evento è qualcosa di speciale e noi che corriamo anche nelle retrovie siamo protagonisti.

Ma ho divagato: pensate ad esser stati sulle gambe oltre 10 ore e dover affrontare una lunga discesa anche ripida su sentiero con foglie e fango, piove ed è buio pesto, si scivola che è una bellezza e non vedi il paese dove dovrai arrivare. Compare solo all’ultimo e allora spariscono i dolori. Finisher anche stavolta nonostante qualche difficoltà, e neanche stavolta tra gli ultimi. Ora sono alle prese con i dolori, ed anche con i pensieri “quando sarà il prossimo?” Le mie articolazioni vorrebbero un po’ di riposo ma la mia mente spera sia presto.

La traccia GPS

Una squadra fortissimi

Monte Morello è il terreno ideale per svolgere allenamenti impegnativi: difficile trovare un luogo così vicino a Firenze che sia così impervio da permettere di prepararsi al meglio per le gare più toste. Quando la mania del trail ha preso possesso di molti atleti della mia squadra è diventato la palestra di tutti. Non solo nostra, tanti altri conoscevano bene quella montagna che domina la piana fiorentina, biker trailer e camminatori. E finalmente qualcuno di questi ha tirato fuori questa gara, lo skytrail, ormai alla seconda edizione. Ovviamente, non ce la facciamo sfuggire. Anche se ormai conosciamo questi sentieri a menadito.
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Il gruppone del Ponte, oggi 1 novembre, è diviso in due. Da una parte quelli – reduci da gare dure, o in convalescenza per infortuni – ad aiutare lo staff della Mugello Outdoor. Dall’altra, quelli che corrono, non moltissimi, forse molti sono stanchi di una lunga e impegnativa stagione, ma tutti agguerriti.    Su tutti una giornata luminosissima, sole splendente e arietta frizzante al mattino, una luce incantevole e il cielo terso che in lontananza ci mostra le Apuane. Convenevoli prima della partenza, un lieve riscaldamento, le risate osservando quei due dei nostri che mettono sui polpacci i manicotti dell’ultratrail del mugello invece che i gambali compressivi. Si parte sempre col sorriso in faccia, poi però arriva il difficile. Anche per il nostro Lorenzo, tra i favoriti, che osserviamo scaldarsi con facilità e leggerezza.
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Un anno fa mi ero cimentato come scopa, e con poco allenamento feci pure tanta fatica. Oggi parto bello aggressivo, deciso a far bene sul mio terreno preferito. Facciamo una digressione tecnica: la gara la si può dividere in due parti, una prima metà con tanta discesa, direi facile nonostante i molti tratti in single track. Molto divertente, ad esempio la discesa sulla pista delle mountain bike. Anche un bel tratto di strada bianca, discese non tecnicamente difficili, anche perché con la siccità che c’è l’umidità è davvero pochissima.
Poi però inizia il difficile. La salita del versante nord della Terza Punta, col finale davvero massacrante e ripido. Qui i bastoncini portati dietro aiutano tanto, e supero tanta gente, fino alla vetta: si esce dal bosco e il sole ti acceca, ti godi il punto più alto della gara, ammiri per un attimo il panorama che già conosci a memoria ma che ogni volta ti fa battere il cuore da trailer, poi giù a rotta di collo per il Rompistinchi. Trovo i nostri fotografi Fabio e Daniele, che ci immortalano e faranno degli scatti stupendi. Mi avvisano che Lorenzo è in testa, ne ero certo e mi sale l’agonismo: stavolta il Rompistinchi non è umido e scivoloso come sempre e provo a forzare un poco. In fondo ecco il nostro fotografo ufficiale Umberto e il resto del team oggi in servizio, tutti impegnatissimi a rifocillare i trailer al ristoro della fonte del ciliegio. Un attimo di sosta per riempire la borraccia ed ecco la salita temibilissima della fonte del nocciolo, 1Km circa al 28% di pendenza, alcune rampe micidiali ed il difficile proprio in cima… e per fortuna poi si addolcisce per toccare seconda e poi la Prima Punta, dove una folla ci attende, tutti baciati dal sole. Discesona del Tedesco Morto, poi il tratto più agevole del Cippo dei Partigiani … comincio ad accusare la stanchezza, proprio quando comincia l’ultima salita, il Noncibuki al contrario, coi suoi tornanti e le rampe da scalare. Non finisce mai anche se solo 700metri, la vista delle antenne del Poggio al Giro sono un miraggio ma poi compaiono davvero. Manca c’è solo una velocissima discesa fino all’arrivo al Caravanserraglio, che supero in 4ore spaccate.
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In genere la gara è la gara, si corre, si ascolta il proprio corpo, si legge nella propria mente che stringe i denti e sopporta la fatica, si ammira il paesaggio, si gode della natura. Oggi è stata emozionante e la palestra Morello ha saputo sorprenderci con una giornata calda e assolatissima pure il 1° novembre. E poi tac! scatta il terzo tempo, e questo di oggi è stato di quelli davvero belli. Già un ristoro con la birra è da applaudire. Poi c’è Lorenzo che ha vinto, e giù festeggiamenti come piovesse. Vien chiamato sul podio e gli applausi fioccano perché è arrivato il gruppone che era al ristoro e a far foto e quindi la claque diviene rumorosissima, noi ci sappiamo sempre far riconoscere. Il pasta-party è di quelli luculliani, tra lasagne di ogni tipo in grossa quantità, uno spezzatino con patate veramente gustoso: il Ponte requisisce 4 tavoli e ci mettiamo a banchettare ridendo e scambiandoci battute e aneddoti. Scorre la birra, girano altri piatti, qualcuno tira fuori un piatto di tortelli mugellani: il lavoro dello staff del Caravanserraglio davvero mitico, un pasta-party così è indimenticabile. Non ci va di tornare a casa  e continuiamo con le chiacchiere, il sole bacia i belli e ci abbronziamo, tutto per far durare di più questa giornata passata con una squadra di fortissimi, agonisticamente e umanamente. Non vedo l’ora di poter ricorrere, su questa montagna o altrove, ovunque purché con la mia squadra, coi miei amici

Traccia gps

Vòlli, e fortissimamente vòlli

Insomma, è andata.
Ma la mia gara non è andata bene solo ieri, a Calestano al Tartufo Trail. Ieri è stata solo il culmine di un percorso, che mi ha portato a riscoprire la voglia non di correre ma di allenarmi, come non mi succedeva da diversi anni.
Un percorso breve, solo per rendere la sfida più difficile e sopra le righe. 5 mesi fa, accorgendomi di un sovrappeso non più sostenibile, riprendo a correre dopo 3 mesi in infortunio. E mi metto a dieta, ben stimolato dai miei colleghi. La scintilla è scoccata il 3 giugno, assistendo al mio team alle prese con un ultratrail neanche dei più duri, la Via degli Dei. Che passa a 1Km da casa mia, e lì andrai a trovarli, acciaccati, affamati, disidratati. Mi credete se vi dico che proprio assistendo alla loro devastazione fisica e morale scoccò dentro di me la scintilla del desiderio di provarci anche io?! Ok, siamo malati, si sa, ma dovreste sentire l’overdose di endorfine che ho assaggiato in questo tempo. Dicevo, ricomincio ad allenarmi, faccio vari trail in cui sperimento il fondo classifica, continuo a perdere peso rinunciando o limitando pizza gelato e birra. Ma avevo questa motivazione alta, finire il Tartufo Trail per poter prendere i punti necessari per poter partecipare alla Lavaredo Ultratrail col mio gruppone. E sapevo che con poco tempo per allenarmi il modo più efficiente per “velocizzarmi” era dimagrire. Ok, passano luglio e agosto, avverto segnali positivi ma non quanto speravo. Le prestazioni positive nella seconda metà di settembre dei trail delle 5 terre e del bucamante mi fanno ben sperare ma le incognite ci sono. Passo gli ultimi giorni fremendo per la voglia di mettermi alla prova. Dentro di me sentivo che ce l’avrei fatta.
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Alla partenza i miei compari di avventura, due puledri moooolto più veloci di me ma poco preparati, sono belli carichi ma io sono pronto al via con una lucidità e una aggressività come poche volte. L’obiettivo iniziale è passare i duri cancelli, per potere poi finire in tranquillità. Un giro anche duretto del paese e poi su per le prime colline, non molto alte ma con pendenze aggressive e tanto saliscendi. Conscio dei cancelli avevo studiato una tabella di marcia dopo aver studiato su Strava le tracce dell’anno scorso di altri concorrenti. Al 5° Km dopo la prima salita e discesa abbiamo già 5′ di vantaggio e quindi posso rilassarmi un pochino, tenendo un buon ritmo e godendomi le campagne. I miei compari mi seguono, fidandosi del mio ritmo. Altre salite e discese, un pezzo di strada, primo ristoro saltato a piè pari, single track e il dislivello si impenna e ben presto sfora i 1000m, mentre il vantaggio sulla tabella per rientrare nei cancelli aumenta a 15′. Salitona su una odiosa pietraia sul monte Sporno e poi via al primo cancello, superato in 3h15′ quindi con ben 25′ di vantaggio: le mie tabelle funzionano alle grande, ora basta mantenere il passo. Riparto me nei successivi kilomentri su falsopiano assolato soffro un poco la partenza veloce, approfittandone per mangiare. Altra salitona per il Montagnana, su pietra e poi su prato, fino a un ristoro dove carico di liquidi lo zaino, il sole picchia. Discesona, il vantaggio sul ritmo-cancello sale a 33′, sensazioni positive ma le salite non finiscono mai, alcuni tratti molto ripidi (intanto i compari mi seguono con facilità, un pò timorosi della lunga distanza e si informano spesso sulla tabella di marcia). Siamo vicini a Parma ma ci sono delle montagne belle alte, fitte di boscaglie con i primi segni dell’autunno, o ampie pinete, o verdissimi pratoni: territorio davvero aspro, ricorda un pò il Mugello o l’appennino pratese. Infinita discesa verso il guado del Baganza con le spettacolari rocce del Diavolo e qui avverto altri segni di fatica, la successiva salita fino alla Francigena è di nuovo su pietre e ripidissima, qui faccio fatica ma sui successivi saliscendi in uno spettacolare single track in una pineta mi riprendo, probabilmente correndo in discesa avevo consumato troppo glicogeno. I compari si attardano ai ristori e io proseguo tranquillo per farmi raggiungere, nuovo guado con la sorpresa del grande Filippo venuto a trovarmi, scambiamo poche parole ma mi dà tanta forza. Secondo cancello superato con ampio margine (8h47 contro le 9h30 richieste, mentre aspetto i miei compagni mi attardo a gettare le cartacce dei gel nella differenziata provocando l’applauso del pubblico). La salita prosegue e si va per i 60, sono pochi i punti in cui si può correre con facilità, ormai i muscoli sono devastati, e coach Luca che non ha mai corso più di una maratona in pianura si meraviglia di quanto possano far male, “eh sì, anche a noi fan male, a tutti, sono 9ore che siamo sulle gambe”.
Sono passate le 17, il sole si abbassa e i colori si fan più netti, le montagne sembrano dipinte in cartoline con colori fortemente contrastati e tante varietà di verde. Si vedono gli ultimi paesini che attraversemo e sembrano ancora lontani, e con tanta salita, ancora adesso che il dislivello è oltre i 3000metri. L’ultimo ristoro lo salto di nuovo, avendo ancora acqua a bordo. Proseguo con calma ma i miei compari si riposano di nuovo e stavolta non mi raggiungeranno, divoro le ultime barrette e inizia l’ultima salita, davvero tosta ma che affronto con forza e lucidità, superando vari concorrenti. Arrivo in cima, so che Luca e Claudio ce la faranno tranquillamente anche da soli come poi accadrà e decido di buttarmi a capofitto in una discesa veloce ma interamente su pietre infami. Tutta nel bosco, non finisce mai e il paese non si vede ma io continuo a perdifiato, decido di onorare la gara spingendo a tutta ora che le gambe stanno bene, voglio arrivare prima dell’oscurità senza dover tirar fuori la frontale. L’ultimo tratto è davvero tecnico ma mi sento brillante e trovo subito le traiettorie giuste senza correre rischi. Finalmente ecco il paese, il nostro camper e la rampa finale dell’arrivo che faccio veramente a tutta, una volata per me stesso, una volata per dare tutto, dopo aver fatto di tutto negli ultimi 5 mesi per arrivare qui, ad essere finisher di questa avventura, atto finale di un percorso ferocemente voluto, più che desiderato.

Meravigliosa, come meraviglioso è correre, e respirare a pieni polmoni l’ebbrezza che lo sport e la natura possono dare.  10h e 57′, molto meglio del tempo massimo, a metà classifica. Impensabile, fino a poco tempo fa

Traccia GPS Suunto

Un perfetto week-end di trail running

Scrivo non proprio a caldo ma ancora ebbro di quanto vissuto questo fine settimana. Raramente una gara mi aveva lasciato così tante emozioni, una intensità di vita così forte. Avevo decisamente sottovalutato quanto mi avrebbe coinvolto. Meglio così, mi son fatto travolgere volentieri dall’entusiasmo inatteso di questo weekend. Eppure son 28 anni che corro e ho tatuate dentro di me tante di quelle date, tante di quelle gare e persino allenamenti che non è facile fare un’esperienza che mi doni uno tsunami di sensazioni. Poi questa prova a Cortina nacque per caso in uno dei tanti momenti di pausa agonistica della mia vita di runner, in uno di quei momenti in cui non ho per niente voglia di prendere impegni con me stesso, di soffrire. Nacque con Isacco che su Whatsapp mi disse “ehi Leo, per farti tornare un po’ di voglia, ci sarebbe questa cosa qui… noi proviamo a vincere il sorteggio per essere ammessi”. Ma sì, mi dissi, tanto quando mai vinco qualcosa …. Invece vinsi il privilegio di iscrivermi, non mi rendevo conto di quanto fossi stato fortunato. Ma in fondo era dalla prima edizione che volevo cimentarmi in questa gara e ora che è diventata il principale trail italiano è stato giusto e bello affrontarla. Ok, mi dissi, sono in ballo ma mica posso sfigurare. Un minimo ho dovuto allenarmi coniugando scarsità di tempo e soprattutto propensione agli infortuni ogni volta che supero i 10Km. Inverno e primavera provando ad allungare le distanze, a buttar giù un paio di kili (una decina sarebbe stato meglio, lo so, non infierite), a fare varie gare come allenamenti, finendo spesso in fondo classifica. Cortina si avvicinava e pian piano la tensione cresceva: per l’evento, per questa piccola impresa di gruppo. La prospettiva per Giulia Simone Alessandro e Fabio di correre 120 km sulle Dolomiti aveva generato empatia, solidarietà, ammirazione per il loro coraggio. Non potendo correre tale distanza, noi 5 impegnati sul corto (!) di 47Km vivevamo comunque la loro tensione, la fatica dei loro duri allenamenti. Tutto ciò ha portato ad un’alchimia speciale: è stata un ingrediente importante per affrontare questa prova.

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“La voglio estrema!!!” (Simone in uno slancio di entusiasmo a 2 ore dal via, un attimo prima di un nubifragio)

Gli ultratrailer son partiti 2 giorni in anticipo per acclimatarsi e prepararsi con calma all’Impresa. La vigilia della gara faccio l’ingresso nella nostra base del fine settimana, un appartamentino stile anni ’50 in una casetta di legno a San Vito di Cadore e sento l’eccitazione nell’aria. Gli ultratrailer non lo ammetteranno ma nonostante le risate in quella casa si poteva percepire la trepidazione di chi osa: non paura e nemmeno ansia ma quel mix di eccitazione, di concentrazione, di lucida ebbrezza di chi sta per affrontare una grande Prova, di chi sa che in ogni caso portare a casa la preda non sarà facile e ci sarà da soffrire e stringere i denti e tirare fuori le unghie e usarle contro quella parte di te che dirà “ma chi te lo fa fare?” : e solo questa tensione può garantire il risultato. Dicevo, un pranzo pantagruelico con ampio carico di carboidrati, una voracità da veri podisti che cercano di riempirsi di glicogeno come un cammello di acqua prima della traversata del Sahara. Per noi poveri umani impegnati con la 47Km la tensione è molto minore – tranne il Mela, ovviamente, che è all’esordio in una gara oltre i 30km!!!- però complici le vibrazioni degli ultra anche noi entriamo progressivamente in fibrillazione. Ritiro pettorale con controllo minuzioso e capillare del materiale obbligatorio – sui 47 però ero uno dei pochi col pantalone lungo, e dalla dimensione dello zaino dubito che gli altri ce lo avessero. Certosina preparazione dello zaino che è paurosamente pesante, stracolmo di vesti, liquidi e gel zuccherini. Un bel problema, ma in una gara in semiautosufficienza è giusto così, fa parte del gioco. È il 24 sera e a 4 ore dal via gli ultratrailer fanno l’ultimo pasto, procedono alla vestizione, li accompagniamo a Cortina sotto un pauroso nubifragio. Alle 23 è la partenza, appena finito di piovere. E nel mezzo a una folla festante e plaudente si incamminano nella notte con le loro frontali accese, verso l’oscurità delle vette dolomitiche. In trepidazione per loro, consci che ora tocca a noi, non è facile dormire pur sapendo che 47Km non sono chissà quale impresa, in fondo non ci abbiamo riversato le stesse quantità di energie mentali. Ma una gara è sempre una gara, tanto più in alta montagna. Si affronta l’ignoto. Si affrontano le montagne e il cielo

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“C’è sempre un <chi lo sa?>” (un Isacco per nulla spavaldo dopo 100m dalla partenza)

La luce dell’alba mi coglie alle 5 e mi scaraventa giù dal letto. Nella casetta di legno apro le finestre e mi godo l’aria frizzante e la vista del Pelmo che sovrasta la vallata, ricordandoci la maestosità della Montagna. La colazione ci regala le stesse vibrazioni di eccitazione che avevano colto i nostri compagni il giorno precedente, in più abbiamo i loro tempi intermedi e leggiamo colti di ammirazione tempi colossali in un contesto di grandissimi atleti: hanno osato ma hanno ancora tanti Km davanti. Da quel momento cessiamo di pensare a loro, dobbiamo concentrarci su di noi. Cortina è luminosissima, affollata di runners colorati. La tensione sale, le rituali foto o le chiacchiere goliardiche la stemperano ben poco. La musica di Morricone sparata dallo speaker fa il resto, il cuore pompa più adrenalina che sangue, il conto alla rovescia è una endovenosa di caffeina. C’è il via e Isacco Alberto Franco e il Mela scappano. Ora ci sarà solo da correre nelle magnifiche Dolomiti d’Ampezzo. Perché il trail è esplorazione, è essenzialmente esplorazione: dei luoghi, e della propria mente. Soprattutto di quest’ultima . Sarà la crema solare di cui sono cosparso, o il caldo, o l’umidità, o il poco allenamento ma dopo 3Km sono già un lago di sudore e già devo iniziare a intaccare le preziose riserve di liquidi. Una prima salitella di riscaldamento, un breve discesa, comunque in 8Km siamo già nel nostro elemento naturale: la montagna, la salita, il bosco, la roccia, il sentiero, il guado, il fango. Dopo una dozzina di Km entriamo nella Val Travenanzes. Stretta tra le Tofane, i Fanes e il Lagazuoi, una vallata deserta e molto poco accessibile, umida di acque e ombra, ampie cascate che scorrono giù dal cielo o da chissà quale lembo di neve. Attorno a noi vette luccicanti al sole, sotto di noi il greto del torrente che guado volentieri ritemprandomi col gelo dell’acqua mentre altri cercano di evitare di bagnarsi le zampe. La salita al Col de Bos non è facile ma essendo al 20°Km la posso affrontare bene tanto che ammiro più le vette delle Tofane che l’asperità del sentiero. Che belle queste Dolomiti, da Fassano ad honorem le avevo sempre sottovalutate, lo confesso. Belle ed assolate affrontando la discesa per il Col Gallina. Primo ristoro al 24°Km, i trailer si avventano come locuste verso i liquidi e i cibi. Io forse ho caricato un pelo di troppo lo zaino ma riempio una borraccia e mi avvio lemme lemme verso la Cima Coppi della prova, il temutissimo Averau. Già qui mi distraggo meno, la vista delle 5 Torri e delle altre montagne è meravigliosa ma la pendenza è crudele. Il mio (sovra)peso mi induce a rallentare e salire del mio bradipesco ritmo, sorpassato da vari ultratrailer che già han fatto 100Km, quelli più forti che volano da una pietra all’altra. La vista dell’Averau rinfranca gli occhi, ammirare il crinale che separa la conca Ampezzana dall’Agordino li riempie della meraviglia che coglie l’uomo al cospetto della grandezza della Natura. Davanti a me nelle nebbie si scorge pure la maestosa Regina Marmolada. Ora però c’è il Giau, e un lungo e frastagliato sentiero di crinale che auspicavo fosse meno ostico. Arrivare al passo non è facile e spreco energie preziose.

Penso ai miei amici, spero che gli vada tutto bene. Il Mela avrà sofferto la distanza per lui ignota? Isacco avrà recuperato dalla Extreme? E Alberto così poco preparato per questa prova? Franco non ha problemi, mi dico, ma gli ultratrailer che sono già oltre i 100? Gli dico forza ragazzi, so che soffriranno sull’Averau ma faccio il tifo. Simone e Fabio andranno alla grande, ne sono sicuro, ma Alessandro che aveva un po’ di febbre? E Giulia, la nostra Wonder Woman… mi giro ogni tanto e mi aspetto di essere raggiunto eppure non la vedo, possibile che lei così infrangibile abbia sofferto?

Il cartello dice che mancano 16Km ma so che non saranno banali. Proseguiamo verso una muraglia di roccia che non lascia presagire niente di buono, la cartina stampata sul pettorale annuncia una breve ma ripida salita, e mi trovo a maledire una discesa e una perdita di dislivello che so che dovrò ripagare con gli interessi. Non sono stanco, o meglio non lo sono più degli altri attorno a me, che neanche si accorgono dei fischi delle numerose marmotte sui prati attorno, infastidite da questa folla sudata nel loro regno. Dietro una curva appare, la salita più dura e inattesa, la Forcella Giau. Una processione di lenti podisti che arrancano al sole verso una vetta appena visibile- e son soli 200m di dislivello ma in meno di 800m, tanto per dare un po’ di numeri. Un calvario maledettamente ripido nel mezzo delle rocce. Qui ho avuto l’unico momento di difficoltà, la mia avversione alle pendenze in salita ha colpito solo adesso, ma per fortuna non è stata una crisi, c’era solo stanchezza che mi imponeva di procedere molto lentamente. In vetta c’era il premio meritato. Prati a perdita d’occhio, rocce rosse di dolomite, laghetti, un sole splendente che regalava colori abbacinanti amplificati dal netto contrasto con la tetra grandezza del Civetta e del Pelmo in lontananza. Sentiero più agevole, la mia GoPro spara video in continuazione e riprendo umore chiacchierando con gli altri, che mi paiono più stanchi di me. Una piccola forcella ci fa svoltare verso sinistra, verso la valle: la Croda da Lago ci osserva mentre le sfiliamo accanto, in fondo c’è il laghetto dove riposano le ceneri di Buzzati e l’ultimo ristoro. Mi getto in questo toboga con le residue energie per gli ultimi 10Km, più impegnativi del previsto con una discesa molto tecnica e ripida con tante radici e qui rimpiango di non avere i bastoncini che mi avrebbero dato più sicurezza. Per fortuna non sono stanchissimo e riesco a saltare abbastanza bene evitando sassi e radici degli abeti. La quota persa stavolta mi rinfranca, la vista delle prime case della periferia di Cortina ancora di più, un cartello con la scritta “ultimo Km” mi genera un guizzo di forza che mi butta il cuore verso l’arrivo. Il corso finale è una passerella dove ricevo applausi come fossi un campione, mi eccitano così tanto da gettarmi nella più inutile volata della mia vita sportiva, così da onorare fino in fondo questa magnifica gara, una volata forsennata tanto da farmi accasciare su una sedia al traguardo, come se ci fosse stato chissà cosa in palio. Volevo finire entro le 10h, avendo conosciuto prima le difficoltà mi sarei accontentato pure di un poco oltre, invece il cronometro fermo sulle 9h20 e una classifica nei primi 900 mi fanno essere nel mio piccolo davvero soddisfatto.

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“Corribile… una sega!!!” (Fabio all’arrivo, che si aspettava un percorso più agevole)

I ragazzi impegnati nei 47Km sono tutti arrivati: chi da tanto tempo, col Mela alla miglior gara della sua ancor breve carriera, chi da meno ma tutti bravi contenti e soddisfatti. Il classico rituale post gara – doccia, pasta party, chiacchiere e soprattutto birra – è infranto dall’attesa dei nostri ultratrailer, di cui studiamo avidamente i passaggi intermedi su TDS, ne immaginiamo la spossatezza, ne fantastichiamo la grinta, ne temiamo le avversità sul percorso. Alla spicciolata, ma arriveranno nel corso della serata. Giulia mai doma, grintosa come sempre per arrivare dopo 20 ore, stanca e tremante come non l’abbiamo mai vista. Fabio e Simone ritrovatisi insieme nel finale come insieme si sono preparati da mesi, arrivano sorridenti, bravissimi a mascherare gli inevitabili dolori e il freddo patito. Alessandro ci ha fatto temere ma ha superato la crisi pur sapendo di dover poi affrontare la notte il gelo e la pioggia in alta quota, si è saputo riprendere come solo i grintosi possono fare. Noi ad attenderne notizie, a trepidare in attesa del loro avvistamento, tifavamo come gli ultras allo stadio che incitano i propri beniamini, i propri eroi. Ora che è finita, come i tifosi di una squadra vittoriosa gioiamo per i successi di altri che in fondo sentiamo anche nostri, solo perché ci sentiamo parte di un unico grande gruppo.

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“Cercare la felicità non è solo vivere il momento, ma è avere progetti, pensieri, valori e seguirli” (Kilian Jornet i Burgada)

Cala la notte su Cortina, il temporale è finito e lascia lo spazio alle stelle che guardo dalle finestre di casa provando a immaginare il Pelmo laddove non se ne vedono. Penso a chi ancora sarà sul percorso, agli ultimissimi che dovranno affrontare la seconda notte insonne, la Forcella Giau e poi la ripida discesa nel buio fitto e mi sento vicino a questi perfetti sconosciuti che mai vedrò, con una forza d’animo che ammiro incondizionatamente. Crollo stremato sul materasso, nel dormiveglia percepisco l’arrivo di Alessandro cui non avevo assistito e mi tranquillizzo, ero sicuro avrebbe superato la sua crisi.

La missione è compiuta: 9 finisher su 9, tutti contenti, tutti vittoriosi. Ripenso a quando cominciai a fare trail e tutti mi davano del grullo mentre invece fui solo uno dei primi malati di questa disciplina. La passione con cui i miei compagni affrontano queste prove è gioia per gli occhi di chi questa passione ce l’ha da tempo. Mi capiterà poi di rivedere i video girati in gara e di trovare il medesimo sguardo in tutti gli altri partecipanti, la stessa capacità di stringere i denti, lo stesso amore profondo per la corsa per il trail e per la montagna che hanno i miei compagni e che ho io. Il giorno dopo a colazione ci ritroveremo tutti nonostante le poche ore di sonno e racconteremo le nostre sensazioni, o almeno ci proveremo. Ma cadendo nelle braccia di Morfeo non pensavo al giorno successivo, ci sarebbe stato tempo per tutti noi per narrare aneddoti, per riposarsi ridere e rifocillarsi; ed altri giorni ancora per ripensare malinconici e orgogliosi alla gara conclusa e trovare nuove sfide a noi stessi, consapevoli di essere più forti consapevoli ed esperti. No, in procinto di addormentarmi avevo la mente perfettamente sgombra, colma della soddisfazione di una giornata perfetta. Compiaciuto del mio minuscolo risultato personale e ancor più del meritato successo dei miei carissimi amici mi addormento con la bocca increspata da un sorriso, cullato dal silenzio delle Dolomiti.

Traccia GPS su GPSies

Video:

 

Winter Trail del Senio

Secondo anno di fila che partecipo a questa bella garetta dicembrina a Palazzuolo, le mie zone. Il percorso con la neve sarebbe fantastico e difficilissimo. Invece c’è il solito fango ovunque, un cielo nebbioso e grigissimo. Dopo un primo tratto abbastanza impegnativo ma facile, si arriva in un meraviglioso paesino abbandonato, Lozzole, cui giriamo attorno su pendii molto scoscesi. Poi si risale nel fango, single track e saliscendi senza fine, una lunghissima discesa finale (con un intermezzo devastante al 20%) in mezzo ai castagni. Arrivo nel bellissimo paesino sperduto nell’Appennino. Docce, pasta party, tutto OK. Un trail bellissimo per far conoscere zone e sentieri dimenticati.

 

Skyrace delle Apuane 2015

E’ stata una lunga e intensa stagione. tanti acciacchi, ma anche tante
soddisfazioni: tanti trail conclusi, il ritorno ai 42 e oltre dopo anni,
il mio primo ultratrail, un gruppetto di compagni di allenamento senza
cui non ce l’avrei fatta.

Questa stagione non poteva che finire con una prova unica. La Skyrace
delle Apuane è cascata a fagiolo, poco prima delle vacanze.
L’avevo già corsa due volte, vari anni e molti Kg fa. Soprattutto, in
ottime condizioni di allenamento. Stavolta invece … zero forma, un pò
sovrappeso. Ma tanta voglia, tanta determinazione. La mia forza è la
mente, a quella ho fatto affidamento, come sempre.
Dopo 6 anni torno così in questo paesino sperduto, Fornovolasco, in
Garfagnana, neanche 500m slm, in mezzo a una valle strettissima fresca e
boscosa. Ruvide case in pietra attorno a un ruscello gelido. E sopra, il
Monte Forato, e più in alto, la temibile Pania della Croce, che domina
la valle con la sua pietra chiarissima.

Partenza alle 9,30, si sale subito nel bosco per primi 3Km trail,
neanche durissimi. Ma poi si arriva sul crinale che ci separa dal
versante della Versilia. E cominciano i dolori: sentieri strettissimi,
arrampicata su roccia, pietraie, gradoni da salire e scendere. Il
passaggio dal Monte Forato, questo enorme pertugio tra le rocce dipinto
dalla natura, con un tifo da stadio ad accoglierci: già vale il prezzo
del biglietto in sudore e fatica.
Il peggio però deve ancora arrivare. Giunti sul versante occidentale
della Pania, c’è da percorrere questo sentierino in traverso che porta
al Rifugio del Freo. Ancora più arrampicate, ampi tratti di corda
attrezzata per dare sicurezza. E il sole che comincia a bruciare dietro.
Mica è finita: ci aspettano i 3Km e 700m di dislivello che portano in
vetta. Per fortuna su un sentiero non così disagiato. Ma alzi il capo, e
la vetta rimane lontana, e non si avvicina mai.

Finalmente arrivi in cima. Coccolato, come durante tutto il percorso,
dallo staff organizzativo presente in forze: ti passano acqua e sali, ti
colmano la borraccia, ti chiedono se è tutto OK
Intanto ti guardi attorno, e assapori il piacere della vista da una
delle vette più alte della Toscana. Il mare, la Garfagnana, la Versilia,
l’Appennino. Le altre impervie montagne delle Apuane, aspre come e più
delle Alpi.
E’ tempo di scendere: non è peggio della salita, ma si procede
lentamente nel Vallone dell’Inferno, una pietraia assolata dove se non
sei Kilian Jornet al massimo corri 10 metri di fila e poi ti fermi per
sicurezza. Altri tratti attrezzati, gradoni, il sole che ti cuoce.
Arrivare nei prati attorno al rifugio Rossi è una benedizione: un
sentiero nel bosco è meno impegnativo, e poi c’è ombra. Ma mancano
ancora 1200m di dislivello negativo, che non finiscono mai, e intanto il
sole picchia. Ma arrivati all’asfalto davanti alla Grotta del Vento sai
che è fatta, che ti puoi lanciare.
Gli ultimi Km sono stati devastanti. Male al fianco destro, crampi al
quadricipite, unghie dei piedi dolenti, una storta alla caviglia, la
pelle che scotta. Quando corri cerchi di non pensarci, ma ci vuole tanto
cervello, tanta forza d’animo.
Per fortuna prima o poi c’è l’arrivo, quel sontuoso ristoro con
abbondante cocomero, pasta party & birra, e poi l’immersione delle gambe
malridotte nelle gelide acque del torrente
Organizzazione magnifica, molto accurata, tutto ben segnalato, tanti
ristori, tanti presidi medici. Gara unica. Non per tutti. Ma
eccezionale, per chi può apprezzarla

Video

Traccia
https://connect.garmin.com/activity/831418623

Come divenni un ultratrailer (Mugello 2015)

Erano anni che avevo questo tarlo. Da quando iniziai a fare trail, nella preistoria della disciplina. Poi impegni, la scarsa diffusione di questo tipo di gare, infortuni, acciacchi, un redivivo interesse per il bitume, la  mancanza di voglia di farmi il mazzo, hanno complottato per farmi anche solo ipotizzare la possibilità di diventare ultratrailer. E mi son dovuto giocoforza accontentare del limite dei 42Km, rigorosamente offroad. Poi l’anno scorso un gruppetto di coraggiosi ha deciso quel che mi pareva un sogno: organizzare un ultra dietro casa mia. Sull’Appennino di cui mi sento figlio adottivo, non qui nato ma qui trapiantato, ormai cittadino di questi boschi, di questa campagna, di queste vette, non alte ma impervie. Un anno fa l’assaggio della prova più corta di 24Km. Una gara tosta ma già meravigliosamente e meticolosamente organizzata. Non me la posso perdere, mi dissi.

Ma il principio di realtà cozzava col mio sogno. Il mio fisico dopo oltre un quarto di secolo di running si lamenta se provo ad azzardare qualcosa di più. Ogni allenamento più duro, ogni seduta di ripetute, sono un fattore di rischio.  A novembre riuscii a correre una mezza maratona in poco meno di 2h, il mio peggior tempo all time sulla distanza. Sembrava che il complotto anti-ultratrail si ergesse forte. Poi sono arrivati i miei amici pazzi. E mi hanno convinto. Ok, ci provo, mi iscrivo. L’obiettivo è improbo, allenarsi per 11 ore di corsa partendo da un livello aerobico infimo e da una autonomia limitata.

È quello il primo passo, il gradino più duro. Porsi un obiettivo è il primo passo per raggiungerlo. E osare nel correre è come il pizzico di sale in un piatto, regala quel sapore speciale che ti fa godere anche nella preparazione, che ti dà forza anche nella sofferenza. Ti dà la motivazione, che poi diventa grinta, che si trasforma in consapevolezza, in autostima, in determinazione. Il primo gradino è stato più difficile. Poi il resto è venuto da sé. E i miei amici mi hanno accompagnato e facendosi ispirare dalla mia esperienza hanno dato forza a tutto un gruppo via via ingrandito, che ha cominciato ad allenarsi insieme sulla spinta della motivazione della curiosità della passione.

E così sono nati allenamenti di gruppo sul nostro amato monte Morello a uno sputo da Firenze, una vera palestra per il trailer. Levatacce, lotte col freddo, con gli alberi abbattuti da una tempesta di marzo, col fango e le piogge. E la passione che saliva, e la determinazione che montava. Ci siam fatti le nostre gare che erano di allenamento e di prova assieme. Fino al 2 maggio, alzarsi ancora a buio, giungere al momento della partenza avvolti in una nebbia fittissima che copre tutto il crinale appennico assieme a una pioviggine fredda e fastidiosa che copre le abetaie della Badia di Moscheta.

Devo partire coperto con una giacca antivento, mai successo prima. Qualche foto, trepidazione, desiderio di voler partire, voglia di faticare e di stringere i denti. Il via è stato festoso e fangoso. Una prima salita corsa più del previsto perché non dura. La prima vetta è il monte Acuto, ci spira un vento fortissimo, al massimo 20 metri di visibilità. Peccato.

Seconda salita prima ripida, poi facile, poi il lago di fango. In dei punti non sapevo come fare a restare in piedi, sembravano le sabbie mobili, altri parevano piste da sci. Un pickup disperso su uno stradino legato a degli alberi per impedirgli di precipitare in un burrone, ovviamente inciampo in una corda e mi copro di fango dalla testa ai piedi, sembro uscito dalla Parigi Roubaix in un giorno di tregenda. La nebbia non passa, il crinale è ancora avvolto dalle nubi ma almeno non piove più. Il maledetto fango rimane, spendo preziose energie per tentare di rimanere in piedi il più possibile. Dopo 3 ore sono al Giogo di Scarperia, paradiso dei motociclisti e mi mancano ancora 42Km, per fortuna sono ancora fresco. Da quel momento farò una gara in rimonta. Peccato che non riesca a sfruttare la lunga discesa, tanto è accidentata, ma l’importante è divertirsi. E vi giuro, mi stavo divertendo da pazzi. Al 24° al museo della civiltà contadina c’è un nuovo ristoro, mi cambio  e comincia una parte di salita di 20Km. Se normalmente sono un bradipo, in salita divento una lumaca. Vado del mio passo, che è prudente. E un passo dopo l’altro supero la salita che mi porta al 30°. Metà gara, e son passate oltre 5h30’.

Ma sto bene e non mollo, divertendomi come un bambino nel successivo single track vallonato che porta al ristoro di Valdiccioli e poi su per la forestale verso Prato all’Albero, dove ci sono gli unici 10metri di asfalto, e qui entro nella parte più in alto della prova. Sul crinale, manco a dirlo, ancora tutto nuvoloso e la Romagna la si può solo immaginare.

Questa salita non finisce mai, e la discesa successiva veloce e poi sassosissima quasi la si rimpiange. Si entra nella valle del gelido Rio Rovigo le cui acque si devono guadare più volte, si risale al rifugio dei Diacci col famoso passaggio sotto la cascata. Nuovo single track nel bosco… ehi, ma quello sembra il sole. Qui, verso il 48°, inizio per la prima volta a sentire le gambe un po’ dure, mi spiace perché ero stato da dio fino a quel momento, ma non mi lamento e comunque guadagno ancora altre posizioni.

La discesa del 54° in mezzo ai castagni e finalmente col cielo sereno è una benedizione, la stanchezza sparisce di nuovo e sento l’odore del traguardo. Nel fondovalle ci sono i 2 guadi, lì trovo 2 dei miei amici un po’ pazzi, la lunghezza della gara li ha provati mentalmente ma riesco a dar loro coraggio e mi trainano per l’impervia Valle dell’Inferno in un single track micidiale per chi è stanco, ricco di salti e gradoni per gli ultimi 3 infiniti Km. L’odore dell’arrivo è intenso, ci facciamo forza e chiacchieriamo come fossimo al bar, indispettendo gli altri concorrenti. Gustiamo già il sapore della comune vittoria. Tanto per gradire devo combattere l’ultima mezz’ora con una brutta contrattura che mi fa veder le stelle ancora oggi. Conto alla rovescia, poi l’arrivo, i nostri compagni del Machese’grulloTrailTeam che ci hanno atteso e ci regalano le ultime forze, siamo in tre ci siamo fatti forza per mesi e il coronamento del nostro sogno è lo stringerci per mano e passare il traguardo assieme a braccia levate.

Ricorderemo a lungo quei momenti, quei kilometri finali in cui la stanchezza fisica e mentale veniva scacciata dal sapore dell’imminenza del traguardo. Ricorderemo la preparazione fatta assieme, contornati dagli altri membri del nostro gruppo oramai ammalati di trail, così come ricorderemo la birra stragoduta alla fine, il gelato che pregustavamo ancora nella valle dell’Inferno, quei momenti di gioia dopo il traguardo che nei nostri cuori dureranno a lungo, istanti brevi ed infiniti allo stesso tempo.

Il mio video: https://www.youtube.com/watch?v=FHoKTmFfBUw

Video ufficiale: https://vimeo.com/127095552

Traccia: http://www.gpsies.com/map.do?fileId=jjjtndvwifldrxpn

Foto dei finisher: https://www.flickr.com/photos/124275857@N06/

Trail del Borbotto – una corsa tra boschi e nuvole

Il sempre più affollato calendario trail toscano prevede oramai un bel trittico tra fine aprile e inizio maggio (con anche delle sovrapposizioni, tipo il Da Piazza a Piazza)
Mi ero talmente divertito tanto l’anno scorso che pure stavolta son voluto tornare a Castagno d’Andrea per il trail del Borbotto. Evento che meriterebbe molta più partecipazione perchè la gara non ha nulla di che invidiare ad altre. In particolare la tecnicità e difficoltà del percorso, che ne fanno praticamente una skyrace sia pur appenninica.
Un anno fa avevo optato per il breve, stavolta oso e affronto il lungo- è un pò un azzardo, per la scarsissima preparazione – solo 50gg fa ero fermo per la solita tendinosi – e per i trail impegnativi corsi negli ultimi 15 giorni.
Il piccolo gruppo di trailer parte quindi da questo paesino arroccato sul Monte Falterona al confine tra Toscana e Romagna a 700m di quota. Salita ripidissima fin da subito, e i primi 5,5 sono tostissimi, i più ripidi della gara fino alla vetta del Monte Acuto, 1480m. Ho le gambe durissime, soffro terribilmente quindi decido di procedere con grande traquillità. Al termine un breve discesa tecnica fino alla fonte del Borbotto, 1230m, breve ristoro con cui riempio le borracce- siamo in semiautosufficienza- e si affronta la salita molto ripida per la vetta del Falterona. Single track con tanti tornanti, veramente tosto. Mi sento molto meglio e sia pur di passo forzo un pochetto, recuperando qualche posizione. In vetta in mezzo ai pini mughi ci attendo un nebbia fittissima e un vento impetuoso, fa quasi freddo. Brevi saliscendi ci portano sul crinale appenninico da cui inizia la discesa. Abbandonato il bivio col percorso corto corro in solitaria e mi godo la bellezza selvaggia del parco delle foreste casentinesi, in mezzo a lussureggianti faggete macchiate ogni tanto dallo scuro di folti pini. Mi fiondo su discese in single track estremamente toste, ricchissime di tornanti e cambi di direzione, una pacchia per un discesista come me. Il crinale arriva sulle balze del Monte Falco, dove a sinistra si può ammirare la valle da cui siam saliti, al di sopra di ripidi pendii scoscesi, con alcuni tratti protetti da corde dal soccorso alpino. Il tratto attorno a metà gara è ricco di saliscendi, avverto i primi sintomi della stanchezza, son già passate oltre 3 ore e ho pure un pò fame. Attorno al 20°Km eccoci al passo dei 3 faggi, altro ristoro e già per un lunga discesa molto divertente ed estremamente selvaggia tecnica e ripida (quindi lenta e faticosa) per il punto più basso della gara, a 480m. Qui si attacca l’ultima salita a 9Km dal traguardo, un vero banco di prova. Fra l’altro un buontempone si è divertito a togliere le segnalazioni del percorso e perdo un paio di minuti a capire il tracciato , per fortuna ho il roadbook (preciso, ed eccellente il balisaggio, quasi maniacale con una fettuccia ogni 20metri per 33kM!)
Il primo tratto dell’ultima salita è abbastanza noioso, il tratto più anonimo della gara. Ma dopo l’ultimo ristoro si entra in una pineta magnifica, un single track che ci riporta quasi alla sorgente del Borbotto, a 1180m. 700m di dislivello in 5Km, mi ci vorranno quasi 1h20’… al termine sono veramente senza forze. O meglio, restano solo quelle per la breve discesa estremamente ripida e tecnica (ma anche divertentissima) che ci riporta a Castagno d’Andrea, dove arrivo molto felice, con la malinconia di chi vorrebbe ripartire un’altra volta per queste meravigliose montagne (dopo un meritato riposo, s’intende)
Doccia e ricchissimo pasta party che divoro con fame belluina, inclusi cantuccini e vinsanto. Al prossimo anno, amici della fratellanza popolare Grassina, per questa bellissima gara.

http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=2781624

Mugello Trail, prima splendida edizione

Vivo in Mugello da 6 anni, avevo cominciato a fare trail da uno e questo mi pareva un territorio enorme da esplorare sul lato podistico, dalle potenzialità notevole. Finora i trail aveva scartato questo territorio, tranne poche splendide gare svoltesi ai margini (Da Piazza a Piazza, Borbotto, Poggiolo). Da trailer sognavo un giorno che qui si svolgesse una bella gara trail, e mi immaginavo le zone da toccare. Poi un giorno trovo un gruppo facebook, e un sito internet, e luce fu. Già dai primi segni si intuivano le grandi potenzialità della gara, fin dalla location, la splendida isolata Badia di Moscheta.
Scartata la durissima prova Ultra di 64Km, mi iscrivo alla 23,5, tosta ma fattibile.
Partenza alle 9, si nota una bella e colorata folla di runner. Si percepisce sempre più la bravura e competenza degli organizzatori, non si nota che è una prima edizione, fin dal controllo materiali obbligatori, molto molto pignolo.
Foto di rito con gli amici, punzonatura briefing e partenza subito in salita, nei primi 5,5 Km c’è metà del dislivello.
Parto in fondo, salgo con calma ma correndo, la pendenza non è tostissima. Boschi di conifere, poi di faggi e castagni, infine si arriva in vetta alla prima montagna. Vista ampia sul crinale, sulle valli circostanti, boschi ovunque. Tutti si fanno delle foto, me compreso. Prima breve discesa estremamente tecnica e ripida, peccato sia così breve. Ristoro a cui mi approvvigiono di cola (siamo in autosufficienza, ho pure lo zaino) e si rientra nel bosco iniziando i numerosi saliscendi su un bellissimo oscuro single track. Le variazioni di ritmo sono continue, si tende a scendere fino ad arrivare al torrente Rovigo, acqua verdissima e pietroni levigati : anche qui, foto a tutto spiano…
Si costeggia il torrente fino al mulino dei Diacci, guado, salitella al secondo ristoro.
Il percorso è tracciatissimo, molto difficile perdersi, tantissimi volontari tutti sorridenti, una manifestazione che ha fatto centro anche tra i locali.Tanti altri saliscendi si susseguono, ci supera il primo dell’Ultra a velocità doppia pur camminando.
Inizia la discesa, prima veloce poi estremamente tecnica e fangosa. Se sui saliscendi recuperavo pochissime posizioni, qui costringo tanti a farmi strada. Molto molto divertente, peccato che manchi ancora tanto all’arrivo.
In fondo alla discesa 2 lunghi guadi sul fiume, attrezzati con corde per non cadere sui pietroni: bellissimo nonostante l’acqua gelata che però raffredda i piedi bollenti.
Iniziano gli ultimi temibili 3Km , interminabili sulle salitelle della Valle dell’Inferno: gli organizzatori impietosi hanno disseminato la zona di citazioni dantesche, che colgono nel segno. Sono bello cotto ma lo sono tutti e recupero comunque delle posizioni. Solo gli ultimi 200m sono su asfalto, taglio il traguardo alla Badia ricevendo sul momento una lattina di birra e la maglia di finisher.
Stupendo, WOW, sono estasiato di tutto, anche del post gara (doccia gelida tonificante inclusa, ma anche il pranzo caldo non era male). I complimenti si sprecano e tutti si riterranno estremamente soddisfatti. Torno a casa con una pazzesca voglia di trail, nonostante il poco allenamento. E orgoglioso che la mia terra adottiva possa offrire al popolo dei trailer una così bella manifestazione.

http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=2753757


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I miei trail della scorsa primavera: Borbotto e Marnia

(con ritardo enorme, anzi di più…)

Torniamo con la macchina del tempo a metà maggio…

Un lavoro di 15 giorni fa – 15×100 in salita + 1000 massimale – mi lasciò pimpante nel morale ma devastato sul piano fisico. Almeno 3 giorni con anche i lavori lenti e brevi fatti a fatica, un corto veloce abortito ai 2000 – 8’41” un 5000 finito in netta difficoltà in 22’11”.
Mi ero già fatto la convinzione che anni di trail e di lunghi abbiano convertito le mie fibre muscolari e che adesso, se da una parte non ho grossi problemi a fare distanze lunghe anche senza allenamento, dall’altra ho difficoltà ad affrontare ritmi intensi. Lavori simil-HIIT molto difficili, quindi. Però credo valga la pena insisterci, credo ci dedicherò l’estate.
7giorni fa, gara trail non competitiva dietro casa, uno spettacolo. Solo 14Km ma 500m di dislivello. Buon test, 2-3 minuti in meno rispetto a 2 anni fa quando preparavo il Ventasso.
Ultima settimana, solo lavori rigeneranti tranne mercoledì. Variazioni di ritmo, 8x (500 a 4’21 rec 500 a 5’14) per un totale di 8Km in 38’18”.
Domenica (12 maggio), gara trail spettacolare sul Monte Falterona, durissimissima, 20Km e 1200m di dislivello, 3h5′. Neve in vetta, mai ero sceso da una pista da sci senza sci bensì sulle scarpe da trail.

Ormai ne ho fatte di gare trail in carriera. Da gare corte a gare lunghe come una maratona, e pure qualche skyrace. Eppure c’è sempre modo di meravigliarsi, trovando nuove gare in ambienti stupendi. E’ il caso del Trail del Borbotto, che per fortuna si trova anche abbastanza vicino a casa, sulle pendici del Monte Falterona, dove nasce l’Arno tra Toscana e Romagna. Monte già affrontato più volte nel trail di Stia, versante casentinese, mentre qua siamo in quello mugellano. Partenza da un minuscolo paesino a 700mt, Castagno d’Andrea noto per aver dato natali a un grande pittore, Andrea detto ovviamente del Castagno.
Partenza micidiale, 5Km con forti pendenze che infatti ci vuole un’ora a percorrerli, finisco con una VAM di circa di 750m ma in difficoltà in vetta alla prima montagna, Monte Acuto. La giornata è parzialmente nuvolosa ma comunque soleggiata, e ci regala splendidi panorami delle immense foreste della zona. Colori e profumi durante l’ascesa sono fortissimi, vegetazione lussureggiante, correre nei boschi di pini è favoloso. Discesa successiva breve ma molto tecnica fino al laghetto denominato Gorga Nera, alla sorgente del Borbotto si attacca la seconda salita verso la vetta del Falterona in mezzo ai faggi, un pò meno ripida ma fatta in condizioni non ottimali. Qua soffro decisamente specie nell’ultima parte dove si fa più ripida e tecnica, con numerosi passaggi su alcuni nevai residui. La vetta si apre all’improvviso annunciata da caratteristici passaggi tra i cespugli di pini mughi, questo uno dei pochi luoghi dell’Appennino ove crescono. Discesa brevissima fino al crinale del Monte Falco, panorami mozzafiato stavolta sui monti della Romagna. Ed ecco la discesa per le piste da sci di Campigna: piste da sci ancora perfettamente innevate!!! Per non scivolare basta appoggiare di tacco ma resta comunque tosto. Al termine inizia una lunga strada forestale che riporta alla fonte del Borbotto, le gambe di marmo impediscono di mantenere un buon ritmo. Si va all’arrivo poi per un bellissimo sentierino in discesa ripida, riesco ad essere incredibilmente agile , anche stranamente perchè quando si torna sull’asfalto ho le gambe di granito. Finisco, lo confesso, sfinito, come mai mi era capitato in una gara di 20Km. Saranno anche i 1200 m di dislivello positivo concentrati quasi tutti nei primi 10Km: per le difficoltà tecniche direi che siamo quasi al livello di una skyrace. All’arrivo grande festa della mia società podistica, una ventina di stradisti per un giorno convertiti con piacere al trail più duro: e devo dire con grande soddisfazione, dopo vari anni possiamo dire che il trail ha conquistato il cuore di molti nonostante la fatica cui obbliga.
Non c’erano molti podisti, anche perchè Castagno d’Andrea è lontano da Firenze, figuriamoci dal resto d’Italia. Ma spero che questo trail sopravviva, sia nella versione di 20Km che in quella di 37Km (magari con un percorso migliore, la corta in proporzione è troppo più bella): sono gare entrambe durissime ma veramente spettacolari in un parco naturale incontaminato, in una foresta tra le più splendide e lussureggianti d’Italia.

La domenica dopo…

In Valdarno superiore c’è questo paesino microscopico nel fondovalle, si chiama Leccio e già il nome ricorda i tanti boschi della zona, ricchi di acacie e vari tipi di quercia. Ora il paese è praticamente immerso in un outlet popolato da grandi firme della moda ma resiste in mezzo alle villette una casa del popolo dove da un 15 anni organizzano ‘sta garetta chiamata Marniatona, di circa 16Km totalmente senza traffico su strade bianche e sentieri della zona. Dall’anno scorso hanno iniziato con questa Marniatrail, gara di 28Km con non molto dislivello ma con frequenti saliscendi. Un anno fa non ero allenato e stavolta invece ce l’ho fatta a prepararmi, accompagnato da numerosi compagni di squadra sempre più orientati al trail.
Partenza nel parco di Sammezzano, si sfiorano le famose sequoie del parco e si sale al castello prima di una picchiata in discesa veramente ripida: si intuisce subito il leit motiv della giornata, l’umidità e il fango veramente mai visto su questi percorsi. Segue una lunga salita leggera su sentiero largo fino a superare il bosco e arrivare alla campagna agricola a metà collina, ricca di ulivi per cui la zona è rinomata. Discesa molto soft tranne l’ultimo Km abbastanza tecnico, poi a circa metà gara il primo strappo breve ma ripido: il fango copiosissimo rende difficile lo stare in piedi e bisogna cercare l’erba su cui poggiare i piedi con efficacia. Bivio tra i 2 percorsi, inizia una salita lunga generalmente facile… lo sarebbe, se non ci fosse un fango terribile su questo sentiero single track nel bosco. Si torna in campagna più in quota, suggestivo passaggio in fattoria, nuova picchiata fangosa in discesa prima dell’ultimo strappo con tanto di capriolo che ti attraversa la strada. Viste impressionanti sulle balze valdarnesi, questi dirupi che hanno mangiato le colline mostrano una terra rossastra, molto suggestive. In vari punti si corre quasi sullo strapiombo. Penultima salita al 22°Km, uno strappo al 25% almeno più che fangoso, praticamente si fa un passo e si rimane nello stesso punto, devastante. Falsopiano e ritorno su sentiero (fangoso). Novità nel finale, con salita fino al Castello di Sammezzano, 1Km veramente durissimo su lastroni… mannaggia, quante maledizioni, gli altri anni si arrivava al paesello.
3h7’ per fare 28Km netti (dislivello +720 – 620), un trail tutto sommato facile dove si corre quasi sempre… peccato per il fango. Ottima organizzazione anche se semplice molti trailer professionisti alla partenza. Doccia (fredda ma siamo spartani) e poi pranzo con i fagioli del Pratomagno.
Peccato che per il secondo trail di fila in una settimana cui partecipo qualche malvivente si sia appostato per rubare nelle auto, non nella mia fortunatamente… sempre detto che è bene non spogliarsi in macchina.

In 15 giorni ben 3 trail nella provincia di Firenze. La mania è esplosa, ormai le sovrapposizioni sono la norma non solo nel calendario nazionale ma anche in quello regionale.
3 trail diversi: il primo e l’ultimo gare storiche completamente offroad. Il secondo alla prima edizione. Il primo (Scarabone) 14Km, il secondo (Borbotto) 20Km, il terzo (Marnia) 28Km. Il secondo quasi una skyrace, gli altri con poco dislivello ma varie difficoltà.
Tre gare che mostrano 3 aspetti diversi della montagna fiorentina: le propaggini dell’Appennino, la campagna del Valdarno, l’alto Appennino. L’aspetto in comune: il bosco! sapevate che la Toscana è la regione italiana con più superficie boschiva?

Disastro ciclistico alla Scarpirampi

4 anni fa, nel mio periodo d’oro di trailer e ultramaratoneta, rimasi conquistato da quella ardita e magnifica gara che è la Scarpirampi – 30Km da Prato a Vernio sulle montagne della Calvana. Zone splendide, montagna aspradi dove non ci sono pietraie e  fango. Ne fui conquistato così tanto da ricalcare poi i sentieri di quel crinale in qualche trail autogestito. Per vari motivi poi non l’avevo più rifatta, anche perché serve un ciclista, e non ne conoscevo molti (anzi nessuno). Quest’anno, che la tendinite mi aveva fatto passare l’estate sulle 2 ruote si era affacciato il pensiero di esplorarne l’altra faccia, quella bici-munita. La mia prima esperienza agonistica sulle 2 ruote – un duathlon molto aspro – mi aveva lasciato ben sperare. Dopo duri allenamenti su strade bianche e sentieri di Monte Senario e Monte Morello, sulle pietre delle valli del Carlone e della Marinella, mi ero convinto, e un’affannosa ricerca di un podista abbastanza allenato da poter affrontare quel percorso assai tosto ha portato ad avere compagno il fido Isacco, grande uomo-marketing della mia squadra.
Domenica fatale, 11 novembre: il cielo non promette nulla se non il diluvio, le previsioni erano pessime e si sapeva, di notte ha piovuto a catinelle. Alla partenza il cielo è plumbeo, cio’ nonostante ci sono diversi atleti; prima partono i soli “trailer” per il trail della Calvana, poi le coppie. Il momento più piovoso della gara sarà proprio alla partenza. Si attraversa il ponticino sul Bisenzio gonfio di pioggia (sintomatico di ciò che troveremo) e si parte, subito in salita.
Finchè è asfalto reggo bene in spinta, poi sul sentiero diviene impossibile pedalare su quelle pietre scivolose: prima difficoltà della giornata, salita fino al guado del rio Buti. Seconda difficoltà: il fango è tantissimo, i sentieri sono dei ruscelli d’acqua che scende impetuosa, i copriscarpe servono a poco e i piedi si bagnano: per fortuna sono circa 17°, un caldo che rende per niente fastidiosa la pioggia, ormai diminuita. Finisce la prima salita, guado e poi asfalto al termine del quale raggiungo il mio collega al primo controllo. Variazione di percorso rispetto a 4 anni fa: altra salita, meno tosta e fattibile in bici, ma Isacco mi stacca di nuovo, e in discesa causa fango e pietraie è difficile riguadagnare molto. Dopo altro breve tratto asfaltato, nuova variazione di percorso: un single track stretto e fangosissimo, tremendo per le bici: e pietre bagnate su cui le ruote slittano. Arriviamo così all’attacco della lunga salita della prima metà gara, dove Isacco mi riprende subito e mi attende: anche qui ciclisti in grande difficoltà, e bici su a forza di braccia. Arriviamo al controllo in vetta all’Aia Padre, dove una mandria di vacche ci osserva infastidita, come se violassimo i loro luoghi generalmente silenziosi. Ristoro e qua inizia il tratto più bello, il lungo crinale di prati cinto da pini verso Montecuccoli. Solo che il fango impera anche più di prima, e stremato dalla salita come sono anche qua Isacco mi stacca nel primo ripido tratto… conto di riprenderlo nel tratto successivo più a favore, comunque vado meglio dei ciclisti con cui sono, volo verso il successivo controllo… quand’ecco, a un tratto mi accorgo che il colpo di pedale non imprime più forza… scendo e mi accorgo che si è rotto il cambio posteriore. Ca**o!!! Maledizione!!! Mi rimane solo rabbia, scendo senza pedalare e arrivo al ristoro/controllo del paese . Qua c’è l’assistenza tecnica, si dichiarano pronti a ripararmi la bici togliendo il cambio e mettendomi un rapporto fisso. Accetto, decidiamo di ripartire, il mio collega si avvia, lo dovrei riprendere in discesa. I meccanici smagliano la catena e la risistemano su un rapporto agile ma non troppo. Riparto, e affronto il tratto più fangoso con le pozze più grandi e profonde dell’Appennino. Mi sento rinascere, vado alla grande attraversando queste pozze nel mezzo fregandomene dell’acqua e schizzando ogni cosa attorno… quand’ecco che i pedali si bloccano. La catena si è bloccata completamente, i pedali non girano. Gara mestamente terminata. Scaglio maledizioni e torno al controllo a spinta, ormai stremato. Devo ritirarmi, l’unica è scendere a valle sulla strada asfaltata… senza pedalare. Arrivato a Vernio, invece di farmi 18Km a piedi mi arrendo e chiamo mio padre in soccorso. Intanto Isacco per fortuna ha potuto proseguire, avvisato dai giudici del mio ritiro. L’onta di questa gara rimarrà, aver costretto al ritiro anche il mio collega che pure aveva fatto una buona corsa (afferma di essersi divertito: quello molto anche io, almeno fino al ritiro)
Esito finale: disastro, perché è solo il mio secondo ritiro in 25 anni di carriera sportiva. E contavo di rimanere a quota 1, mai mi son ritirato neanche in caso di stiramenti o mal di schiena o altro.
Disastro, perché ho rovinato la giornata a un altro collega runner. Disastro, perché mi son reso conto che non sono un ciclista, probabilmente mai lo diventerò seriamente (o forse solo se abbandonassi definitivamente e obtorto collo il running), e anche lo diventassi difficilmente sarò un buon mountain biker; a dispetto del mio gusto per le difficoltà, l’altimetria, l’off-road, boschi e sentieri, non ho caratteristiche adatte a questi percorsi (sono un passista nel running, e probabilmente in bici sarei un cronoman): e quindi difficilmente potrò mai correre in futuro in bici la Scarpirampi (e comunque probabilmente mi servirebbe una bici migliore).

Fino a domenica sera la spossatezza, il nervosismo, l’essere annegato nel fango avevano predominato. A mente fredda, ripenso che qualcosa di buono è venuto fuori. Nonostante le condizioni del percorso veramente infami ho comunque retto, nonostante non avessi una bici ipertecnologica e come detto nonostante non sia un ciclista “dentro” ho tenuto il passo di molti ciclisti; ho stretto i denti in salita, ho stretto i denti in mezzo al fango: soprattutto, ho realizzato che nei 23Km di gara fatti, oltre 10 sono stati spingendo una pesante bici di 14Kg su pietre umide e fango, e con un dislivello positivo di oltre 800m. Ripensandoci, non è uno sforzo da poco. Pensandoci ancora, è come se avessi corso un mini-trail-duathlon: e sicuramente da trailer sarei arrivato al punto di controllo più velocemente a piedi che in bici. Pensandoci ancora, pur senza un serio allenamento podistico superiore ai 10Km, sarei quasi stato capace di correre a piedi tutta la Scarpirampi, tenendo conto che fango saliscendi e discese sono i miei terreni preferiti.
Mi rimane questo, paradossalmente: il disastro ciclistico mi ha instillato una scintilla di voglia di correre. E se la salute reggerà, chissà che il prossimo non ci arrivi davvero a Vernio, senza due ruote ma solo con le mie fidate scarpe da trail.

Fassa running

Il picco negativo della forma stagionale mi è capitato proprio nel momento delle vacanze. Solita Val di Fassa nell’incanto di fine giugno, stavolta per pura coincidenza in sovrapposizione con la ex-Traslaval, il giro podistico a tappe della valle. Ex perché è cambiato il team di organizzatori – bravi comunque i nuovi tra cui i miei “soliti” riferimenti vacanzieri – e quindi anche il nome, ora Fassa Running.
Dato che in vacanza per principio non corro molto, ho corso solo due tappe delle 5 previste. Ho saltato la prima, Soraga, con la dura salita a Tamion. Ma mi son presentato alla seconda a Moena che avevo già fatto l’anno scorso. Più brutta la sede, i campi sportivi, era molto meglio l’arrivo nella centrale Piaz de Ramon . Meno “trail” il percorso però stavolta più lungo e duro, salendo per le malghe e arrivando fino a Medil dopo una breve discesa divertente ed estremamente tecnica. Percorso tosto, comunque, a conferma che il giro della valle non è gara facile, per niente.
Salto le due tappe successive, Canazei e Vigo.
Ma eccomi al tappone finale, stavolta nella mia Pozza (ogni anno cambiano). Si arriverà in vetta al Buffaure, dove adoro sciare ma d’estate mai visto. La gara parte con un bel giro iniziale fino a Mazzin, poi imbocco della val Jumela da Pera e si sale… caspita quanto si sale, lungo una strada forestale ripidissima e che concede radi momenti di pausa. Arrivati alle malghe, quasi quota 2000, sembra praticamente fatta, si abbandona la forestale per un bel single track molto tecnico nel bosco, veramente divertente. Ultimi 400mt di vera pista da sci ripidissima, all’arrivo una bella medaglia anche per gli occasionali come me. Una prova veramente tosta, difficoltà tecniche (salita in primis) non indifferente.
Commento finale: il giro a tappe Fassa Running sembra bello tosto, anche se ho saltato le tappe che dicono più facili (ma che non lo sono poi molto). Alcuni punti tecnici che piacerebbero ai trailer, poco asfalto, prova nel complesso molto adatta a chi recupera velocemente e ben si esprime su salite toste e saliscendi.