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Il mio primo Duathlon

Un 3 mesi fa circa leggo la pubblicità di una edizione zero di un duathlon in quel di Prato. Organizza il gruppo “Primo e Pizza Bike”, e da amante del carboload leggo avidamente. Un duathlon in mountain bike, come la mia dueruote (si fa per dire). Una decina di Km di corsa, quasi tutti PRIMA della bici (odio correre dopo la bici, ho i muscoli di marmo) Interessantissimo. Passo l’estate un po’ più del solito sui pedali, arrivando per la prima volta in carriera ai 1000m. di quota, il che non è così banale col mio attrezzo che pesa quasi 15Kg (è una bici da pochi soldi). Anche perché il tendine non ne vuole sapere di guarire definitivamente, e corro sempre meno, e sempre più lento. Ma chi se ne frega, mi presento a Prato a metà settembre, una bella mattinata fresca ma soleggiata: unico obiettivo, evitare l’ultimo posto. Modesto? Obiettivo facile non sfidante, per non rischiare? Per nulla, conscio della mia pochezza podistica E ciclistica. Anche perché tra i partenti ci sono tanti ciclisti, tanti triatleti , tutti visibilmente allenati e con mezzi all’altezza. Pochi podisti, solo il compagno di squadra Massimiliano, ora più veloce di me a piedi e con una bici meglio dotata e soprattutto molto più leggera. Infatti, si parte e mi ritrovo tra le retrovie.. Un bel percorso lungo favolose piste ciclabili che i fiorentini possono invidiare alla grande. Giro lungo il Bisenzio e ritorno alla base. Qui il cambio! Che emozione, il primo cambio della mia carriera! Mi allaccio il casco, le scarpe sono le solite (tanto quelle da bici non le ho) con qualche difficoltà salgo in sella e via. Avevo provato varie volte la doppietta bici-corsa a casa, ma era diverso… oh come era diverso! A casa è facile riposarsi anche solo per bere , qua invece già arrivo col fiatone dopo la frazione a running e la stanchezza non passa. Il problema è che non sono fresco, ciò nonostante nei primi falsopiani su due ruote reggo bene. Parco di Galceti, quanti cross corsi alla morte qui! E quanti trail qua, si entra nell’off road, uno spettacolo. Tengo un buon ritmo, nessuno mi riprende e giunto a Figline sorpasso rapidamente uno davanti, poi uno chiaramente avvezzo alle due ruote mi svernicia ma reggo benino. Salita leggera su strada bianca, non scorrevole ma va bene, sono in spinta … finchè, ecco che una curva secca festeggia l’inizio di un sentierino stretto a pendenze da Mortirolo, e non si rimane in sella. Calvario! Difficile rimanere in sella con quei pietroni , in più ecco i crampi ai polpacci -mai venuti in anni ed anni di running!- che mi impediscono di spingere, impossibile salire sui pedali, tocca scendere e spingere, ma così mi stanco di più, fiatone e cuore in gola, se la pendenza si addolcisce risalgo ma riecco i crampi oppure per terra trovo delle pietre come palloni da calcio, scendo forzatamente, ri-fiatone, ri-crampi e così via… dopo un tempo infinito sono in vetta a Monte Lopi, discesina ripida che faccio col freno a mano tirato al massimo, poi per fortuna si fa più scorrevole su dei bei sentieri sotto Schignano, già noti perché fatti al “Da piazza a piazza”. Una bella discesa, ma non il tratto nell’ oliveto , in pratica un dirupo, un burrone, dove mi tocca scendere ancora – ma scoprirò che così han fatto tutti . Nel trail running sono un discesista notevole e senza paura, estremamente agile, nello sci alpino non ho paura di niente… nella mountain bike invece sono fermo! e pauroso! Su una vecchia strada ciottolata mi supera qualcosa a velocità warp, pareva un ciclista ma forse era una moto da cross però senza motore… mah! neanche fosse la finale olimpica. Parte finale più scorrevole, ma oramai non riprendo più nessuno, lo svantaggio di avere così pochi concorrenti è che difficilmente si trova qualcuno da prendere a riferimento, vabbè vado del mio passo, anche se con un po’ di fatica (scoprirò poi che avevo pizzicato e la posteriore era quasi a terra). Finiti i 19Km di bici ecco lo stadio, secondo cambio , arrivo lucido appena il giusto per ricordarmi che il casco lo devo slacciare e non impiccarmici, lo speaker che mi incita chiamandomi per nickname “forza mago” grazie Tiziano, l’ultima frazione è di corsa ma veramente breve, un giro di pista di corsa ballonzolando con i muscoli in fiamme e i crampi che fanno ciao, finisco svuotato.
In sintesi: grande divertimento ma la specialità mi è parsa veramente dura. Duro il duathlon perché richiede di sapersi gestire (ma come fai, se tutti partono a razzo?). Dura la mountain bike, specie su percorsi del genere –effettivamente tecnici, lo sarebbero stati anche come gara di trail running- specie se uno non è abituato. Nel complesso, a distanza di 15 giorni, una esperienza positiva e molto divertente: a caldo subito dopo come al solito mi è venuto un “mai più”, ora no, lo rifarei… allenandomi meglio! Sia di corsa, che in bici, specie su tratti tecnici (ripidi e/o sassosi)

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Fassa running

Il picco negativo della forma stagionale mi è capitato proprio nel momento delle vacanze. Solita Val di Fassa nell’incanto di fine giugno, stavolta per pura coincidenza in sovrapposizione con la ex-Traslaval, il giro podistico a tappe della valle. Ex perché è cambiato il team di organizzatori – bravi comunque i nuovi tra cui i miei “soliti” riferimenti vacanzieri – e quindi anche il nome, ora Fassa Running.
Dato che in vacanza per principio non corro molto, ho corso solo due tappe delle 5 previste. Ho saltato la prima, Soraga, con la dura salita a Tamion. Ma mi son presentato alla seconda a Moena che avevo già fatto l’anno scorso. Più brutta la sede, i campi sportivi, era molto meglio l’arrivo nella centrale Piaz de Ramon . Meno “trail” il percorso però stavolta più lungo e duro, salendo per le malghe e arrivando fino a Medil dopo una breve discesa divertente ed estremamente tecnica. Percorso tosto, comunque, a conferma che il giro della valle non è gara facile, per niente.
Salto le due tappe successive, Canazei e Vigo.
Ma eccomi al tappone finale, stavolta nella mia Pozza (ogni anno cambiano). Si arriverà in vetta al Buffaure, dove adoro sciare ma d’estate mai visto. La gara parte con un bel giro iniziale fino a Mazzin, poi imbocco della val Jumela da Pera e si sale… caspita quanto si sale, lungo una strada forestale ripidissima e che concede radi momenti di pausa. Arrivati alle malghe, quasi quota 2000, sembra praticamente fatta, si abbandona la forestale per un bel single track molto tecnico nel bosco, veramente divertente. Ultimi 400mt di vera pista da sci ripidissima, all’arrivo una bella medaglia anche per gli occasionali come me. Una prova veramente tosta, difficoltà tecniche (salita in primis) non indifferente.
Commento finale: il giro a tappe Fassa Running sembra bello tosto, anche se ho saltato le tappe che dicono più facili (ma che non lo sono poi molto). Alcuni punti tecnici che piacerebbero ai trailer, poco asfalto, prova nel complesso molto adatta a chi recupera velocemente e ben si esprime su salite toste e saliscendi.

Corrilago, Barberino del Mugello

Dopo anni riesco a tornare a una delle poche gare podistiche che si corrono in Mugello. Abbastanza partecipata, decisamente assolata dato che si corre lungo il lago il quale ahimè è stato provvisto di alberi a crescita più che rallentata. Quasi 7Km su un ottimo sterrato pianeggiante al sole, meno male che alle 9 non era ancora caldissimo. Poi una salitina che annuncia il ritorno al paese, un tratto di campagna veramente bellissimo… sarà che lo percorro di solito in bici d’inverno al freddo e al vento quando tutto è grigio e nebbioso. Una gara non dura, una bellissima corsa in natura dati i neanche 2Km di asfalto complessivi. Suggestiva la partenza e l’arrivo nella piazza centrale, buona organizzazione, sontuoso il ristoro finale con tanto di anguria pizza e birra. Mi piacciono queste gare perchè correvano in tanti del paese, bambini trafelati e adulti un pò improvvisati ma comunque impegnati e alla fine mi pareva stanchi ma decisamente divertiti.
Resta il lago: nonostante le piogge degli ultimi 2 mesi ancora desolatamente secco, 2-3 metri sotto il livello giusto. Un lago nato per rifornire d’acqua Firenze, a secco, ironico.

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Fontesanta Trail

Il tallone dopo un pessimo inverno comincia a dare tregua e mi permette un minimo di allenamento per poter correre un tranquillo trail nei pressi di Firenze. Snobbato dai trailer professionisti ma che in realtà presenta difficoltà tecniche non indifferenti, nonostante una distanza relativamente breve, solo 18 Km. Così ridotta che permette però di far assaggiare la corsa sui sentieri anche a tanti “stradisti”. In primis i miei compagni di squadra che a sorpresa l’han scelta come tappa del campionato interno e quindi per una volta mi fanno compagnia, novità molto piacevole. Partenza in discesa, e subito un bellissimo single track a capofitto nella macchia, a tratti molto ripido. Ero partito veloce proprio per affrontarlo in tranquillità grazie a una profonda lettura del road book: una discesa veramente molto divertente, riesco a scivolare e battere il sedere per terra ma mi rialzo come un fulmine e proseguo a rotta di collo. Peccato che in breve la discesa finisce… e son dolori! La poca preparazione si fa sentire, in salita arranco, meno male che dopo uno strappo tosto ci sono ampi tratti di saliscendi leggeri e qualche discesina tecnica dove mi esalto. Corriamo sotto il “Poggio Firenze”, che infatti da lontano mostra la città, più vicine le meravigliose campagne sopra Bagno a Ripoli, una delle zone più meravigliose della Toscana, verdissime limpide e suggestive in una giornata ventosa come questa. Zone toccate spesso da altre gare corse nel passato, ma questa è decisamente la più impegnativa…  questi saliscendi leggeri non finiscono mai, una sequenza di falsopiani che ci fanno aggirare il monte e portano nel Chianti, in mezzo ai boschi e a rigogliosi profumati cespugli di ginestre. Tah dah ecco la seconda salita, una strada bianca liscia ma dritta verso il cielo, quasi impossibile correre. Però vedo che cammino in salita più veloce degli “stradisti”, e pensare che i trailer in genere mi sverniciano in condizioni del genere: ma oggi la durezza del percorso mi avvantaggia. Al termine della salita rientriamo nel bosco più fitto, specialmente pini, si cambia versante e dal Chianti passiamo al Valdarno, la vista ora spazia sul Pratomagno… e il percorso scende… diamine come scende, una carrareccia di sassi e lastroni di pietra, a tratti ripidissima. Mi trasformo in capriolo e scendo giù con attenzione ma non troppo, divertente ma veramente difficile. Si scende 200m di dislivello ohi ohi saranno da risalire… sì, uno strappo ripido in single track in mezzo alle foglie morte in un boschetto di querciole, qualche sasso cui stare attento ma tanto chi corre qui… In cima non è comunque finita, mi difendo e recupero un paio di posizioni ma la salita prosegue con alcuni tratti in discesa che permettono di rifiatare. Si arriva alle antenne del poggio, circa 700m, si scenderà ora spero… sì per fortuna si scende ma per poco, nuovo sentierino di salita leggera all’ultimo Kilometro, devastante specie per chi devastato lo è già. Per fortuna si sentono le voci degli arrivati, ci siamo e taglio il traguardo molto soddisfatto. Dopo il traguardo un buon pasto rigenerante mentre ci godiamo la natura , si discute della durezza del percorso: impegnativo specialmente per le tante salite brevi ma impegnative e le discese estremamente tecniche, meno male quindi non è molto lungo. Tutti han faticato, tutti si son preoccupati per la difficoltà del percorso ma mi pare che tutti si siano molto divertiti e si siano goduti quest’angolo di natura a due passi dalla città.

In sostanza una bella gara, un vero trail ma alla portata anche di corre su strada, ben organizzato e un percorso anche paesaggisticamente molto molto piacevole.

 Trail di Fontesanta at EveryTrail
http://www.everytrail.com/iframe2.php?trip_id=1620065&width=300&height=27

Duathlon, ovvero come una foratura diviene un’opportunità

Sono negato per la meccanica. La bici in questo è quasi un oggetto misterioso per me. Ci provo a smontare qualche pezzo ma non sapendo come andare avanti mi ritraggo impaurito e lo rimonto. Ovvio che poi quelle 1-2 volte l’anno che foro è un dramma, non saprei dove mettere le mani per smontare una ruota. Essendo privo di scarpe da bici, pedalo con scarpe da corsa. E come l’altro giorno, durante un tremendo acquazzone che mi aveva colto, se foro abbandono le 2 ruote e torno a casa di corsa. Trasformo così un evento negativo in uno positivo, la possibilità di fare un allenamento doppio bici+corsa. L’altro giorno tornare a casa sotto l’acqua non fu piacevolissimo. Ieri è stato invece molto gradevole andare a Borgo S. Lorenzo dal meccanico a ritirare il mezzo a piedi, oltre 9 Km collinari al caldo nella splendida campagna di maggio. E poi una mezzoretta di bici per tornare a casa, invertendo il duathlon della foratura: mezz’ora tirata al massimo salendo sui pedali nei brevi tratti in salita, cosa che mi pare molto allenante. Specie a giudicare le sensazioni post-allenamento, quel mix di spossatezza e benessere che gli atleti di endurance ben conoscono.

Va meglio, a giudicare sempre dalle sensazioni, su 2 ruote che a piedi. Sulle prime avverto dei miglioramenti di condizione. A correre invece mi accorgo solo di quanto sono lento, e il tallone un pò duole sempre e impedisce allenamenti migliori – cioè allungare il kilometraggio. Oggi dopo 4 mesi ritorno alle gare dietro casa salendo per i miei monti al trofeo Scarabone. Tutto molto bello, tempo inguardabile ma l’importante è partecipare.

Situazione al 1° aprile

Antefatto: a metà gennaio ultima gara a Campi, ritmo lento ma comunque sotto i 5’00/Km. Poi settimana bianca, apres-ski passato nel centro benessere a rilassare il tallone. Al ritorno peggio di prima, dopo un paio di corsette opto per 30 giorni di stop-corsa. Riprovo, uguale a prima. Smadonno e decido di correrci sopra. Come sempre mi accade, se riesco a correrci sopra -e quindi non fa troppo male – poi tende a passare. Infatti passa, piano piano ma passa. Il problema è il ritmo lentissimo, mi sorpassano anche i bradipi. Urge dimagrire, ma come con la mia fame belluina? Strategia: durante la settimana, brevi allenamenti di mezz’ora nell’ora pranzo. Fine settimana, uscite di 2-3 ore in mountain bike. Con l’ora solare mi è riuscito anche un bigiornaliero, con la sera un allenamento tirato massacrante di bici di 1h20′. Quest’ultimo week end, doppio allenamento di 2 ore abbondanti l’uno. Sabato saliscendi su per il Mugello, con una precipitosa fuga in salita con dei cani minacciosi ringhianti dietro.

Ieri invece uno dei migliori allenamenti mai fatti in vita mia in bici: prima il lungo falsopiano della Bolognese, poi l’attacco del Miglio di Pratolino, una dura (per me) salita di 1,5Km al 8%, poi la lunga salita che porta al convento di Monte Senario, bellissimo in mezzo ai pini. Breve escursione offroad fino alle antenne e poi discesa per Bivigliano, poi Vetta Le Croci, Polcanto, San Piero e casa. Grande seduta, alla fine ero ancora fresco ma mi ha prosciugato le riserve d’energia, ho ancora fame!

Di nuovo in bici!

Visto che approfitto di questa paese rigenerante (per la mente e per il mio tallone) e non corro, almeno ora che è caldo sono riusciuto a rimettere in sesto la bici, gonfiare le gomme, oliare la catena e via. Un paio di belle sedute nel fine settimana, la prima di un’oretta sulle colline tra Petrona e Fagna (zona Scarperia), ieri ben 2h30′ belle toste verso Scarperia, Sant’Agata, Galliano, Bosco ai Frati. Tanto sterrato, sassi, campi, però anche tanto asfalto. Sono arrivato un pò stanco ma poi rimasto cotto tutto il giorno. Subito messo alla prova nella mia specialità, la fuga da pastore maremmano lanciato all’assalto dei miei polpacci (accidenti ai padroni dei cani), meno male almeno in bici la fuga è facile.

Qui il giro di ieri

Certo che il Mugello è veramente un territorio vasto e affascinante: girando per le strade ne cogli solo la metà, quella industrializzata. Girando per stradine e sentieri invece vedi tutto il resto: case coloniche diroccate, prati e campi sterminati, altopiani o valli anguste, boschi, fattorie, queste decine e decine di vallette trasversali che dall’Appennino scivolano giù verso la Sieve , tutte con una stradina sul crinale dove oramai passano quasi solo trattori. C’era una bella luce ieri da sopra Galliano, la primavera sta arrivando.

Testarsi in vista della maratona

L’esimio prof. Rondelli, nel suo blog sul sito del Corriere della Sera , http://dicorsa.corriere.it/2012/02/28/i-test-verso-la-prima-maratona/  ha raccontato e proposto dei test per verificare le proprie capacità in maratona

Li riporto qua

 test specifici che possono indicare con alto grado di attendibilità il livello di preparazione raggiunto e l’ipotetico tempo finale realizzabile il giorno della maratona.

TEST DI RESISTENZA ORGANICA. Il primo test da affrontare, ad almeno cinque settimane di distanza dalla maratona, riguarda il cosidetto test organico. Sotto questo aspetto le opzioni sono principalmente due :

A) correre una maratona intera andando sotto ritmo, per i primi 32 chilometri, rispetto all’ipotetico ritmo di gara, per poi provare a correre gli ultimi dieci chilometri all’ipotetico ritmo di gara previsto il giorno dell’esordio.

B) correre 20 km su un percorso collinare, logicamente sotto il ritmo previsto per la maratona, per poi farne altri 12 su terreno piatto al ritmo di gara ipotizzato per la gara d’esordio.

A mio modestissimo avviso, questi test hanno delle controindicazioni:

– chi ha una grande abitudine all’endurance, e magari fa anche 3-4 maratone l’anno (ce ne sono molti ormai), non dovrebbe avere molta difficoltà a fare questo test. Ma è anche quello che ne ha meno bisogno.

– viceversa, in chi ha meno abitudine alla lunghissima distanza , questi non sono test veri e propri ma degli allenamenti clou di tutta la preparazione. Il primo in particolare è di una durezza estrema e richiede tanta preparazione per farlo, direi almeno un lunghissimo di 34Km e una seduta di ritmo maratona di 28-30 più tutto il resto (ripetute, medi, progressivi, gare test sulla mezza). Farlo a 5 settimane dalla gara vera e propria richiederebbe di partire con molto anticipo nella preparazione, col risultato di far durare il periodo speciale non le canoniche 8-12 settimane (scarico finale incluso) ma anche di più, con i conseguenti rischi di un decadimento di forma proprio prima della maratona

– notare che Rondelli cita espressamente chi non ha mai fatto una maratona: mi paiono dei test veramente impossibili per chi è all’esordio.

Il secondo B) tuttavia mi pare molto interessante e potrebbe essere un eccellente test, seppur veramente tosto. Ma ugualmente lo sconsiglierei a un esordiente, seppur di buona levatura

A) invece lo modificherei così, correre i 42Km d’allenamento

  • lentamente dal 1° al 30°, poi  al ritmo maratona vera fino 35°, poi di nuovo lentamente fino al 42°
  • 4x (8Km lenti + 2Km ritmo maratona)

A mio avviso un ulteriore test eccellente di resistenza organica è correre una distanza pari a circa il 75%  della maratona a ritmo maratona stessa, inserito in una preparazione comunque dura, in cui si arriva a tale lunghissimo a ritmo maratona in condizioni non ottimali. Questo test  – in realtà non l’ho certo inventato io – in realtà soffre di un problema predittivo, che chi è lento e magari sovrappeso, diciamo un maratoneta da 4h, è capace senza grossissimi problemi di fare una seduta di 30-32 Km a ritmo maratona, per cui partendo molto più lentamente supererebbe il test alla grande; viceversa, trovatemi un top runner che si prepara correndo 28Km a ritmo gara: io nei programmi che ho letti (Bordin Baldini Viceconte ed altri) non ne ho mai trovati. Per questo la percentuale dovrebbe essere adattata, del 80-85% per chi è più lento, del 60% per i più veloci, con le conseguenti vie di mezzo

Poi, come scrissi anni fa, c’è sempre il test predittivo che si basa sul confronto tra i tempi in una mezza tirata al massimo corsa nei 3 mesi precedenti i 42195 e le analoghe mezze corse nei mesi precedenti

 

Vediamo i secondi due test:

 TEST DI BRILLANTEZZA ORGANICA. Il secondo test, da affrontare circa tre settimane prima dalla maratona, complementare con quello di resistenza organica, è invece il test di brillantezza organica. Anche in questo caso le opzioni sono principalmente due:

A) una doppia seduta, che gli atleti di medio-alto livello svolgono in un solo giorno fra mattina e pomeriggio e che invece gli amatori possono eventualmente affrontare a distanza di 24 ore comprendente come prima prova un terzo di maratona, cioè 14 chilometri corsi al ritmo teorico previsto per la gara e come seconda prova altri 10 km corsi invece al ritmo teorico previsto per una gara di mezza maratona.

B) tre ripetute sui 5 km corsi al ritmo teorico previsto per una mezza maratona con recupero attivo di 5 minuti e poi di seguito una prova sui 10 km al ritmo previsto per la gara di maratona.

 

Il test A) sembra oltremodo semplice: per chi prepara una maratona, correre 14Km a un ritmo maratona è oltremodo semplice e non lascia problemi per poter correre il giorno successivo 10Km a ritmo mezza. Ancora, questo test è veramente semplice per chi è lento e/o sovrappeso e ci impiegherà ben più di 4ore. Un po’ più difficile per chi è veloce e finisce in meno di 2h50′

Il test B) mi piace molto , per me è il migliore dei 4, è molto duro ma fattibile, si corre una distanza di circa 25Km + i 15’ di recupero attivo. Ho fatto ben di peggio durante la preparazione delle mie migliori maratone (il top fu un collinare di 25Km +  2×2000 ritmo mezza rec 1000 lenti , ma non lo raccomando a nessuno…)

Ah, comunque evitare il fantomatico ed inutile test di Yasso è sufficiente 🙂 E comunque, meglio evitare test basati su prove troppe brevi, in cui perde completamente il rapporto con la qualità fondamentale del maratoneta, cioè la resistenza specifica a ritmi medi e la potenza lipidica.

 

Ma, in conclusione, chi sono io per criticare il prof. Rondelli, esimio allenatore di grandi campioni??? Sono un signor nessuno. Ma i miei due cents, sulla base della mia piccolissimissima esperienza, li ho voluti comunque gettare.

#RossellaUrruLibera

Ieri era il blogging day per ricordare la prigionia di Rossella Urru. In netto ritardo mi unisco al ricordo. Metto il cancelletto o diesis nel titolo del post per simboleggiare che tanta della migliore comunicazione via internet oramai passa da Twitter: un social network che fa tendenza, agevolato dal fatto che è molto più facile rispetto a face book fregarsene delle cazzate e concentrarsi su informazioni serie, concise e intelligenti allo stesso tempo.
Quanto a Rossella Urru, conosco troppo poco la vicenda: e ha scritto tutto il mio amico Riccardo nel suo blog, che cito e linko

 

Siccome oggi è il blogging day per la liberazione di Rossella Urru, la cooperante rapita in Algeria quattro mesi fa e della quale non si sa tuttora nulla, non starò né a ricordare gli eventi, né a tracciare figure. Per questo basterà accedere a uno qualsiasi delle decine di blog, che hanno aderito all’iniziativa (tipo quello di Sabrina Ancarola). Mi preme soltanto ricordare che, assieme a Rossella, sono stati prelevati con lei dal campo di Rabouni Ainhoa Fernández de Rincán e Enric Gonyalons, e che questo blogghindèi è anche per loro e per tutti i cooperanti internazionali che sono prigionieri nel disinteresse generale o quasi
Con Rossella si va a tragedie che definire semplicemente “dimenticate” è poco.
I campi di rifugiati saharawi? O da quelle parti non c’è che sabbia infuocata? Addirittura un “popolo”? Profughi? Più che dimenticati, queste qui sono tragedie che viaggiano nel territorio dell’inesistenza; eppure ci sono delle persone che non mollano. Un giorno pigliano i bagagli e basta, dato che le armi non ce le hanno e le hanno già vendute tutte a stati, staterelli e bande, e vanno a farsi un mazzo di culo senza che nessuno ne sappia nulla. Quando poi càpita che le rapiscono, ben che vada si beccano una peraltro scarsa pubblica opinione che esprime elevatissimi concetti nelle rubriche di posta della Gazzetta del Chupachups o del Corriere dello Schiavo, del tipo “Se la sono andata a cercare” o “Ma che ci vanno a fare?”

Recensione de “Inchiesta sul lavoro” di Pietro Ichino e riflessioni sul lavoro in Italia nel 2012

Ho letto l’ultimo libro di Pietro Ichino alcuni mesi fa appena uscito, ancora non si parlava così tanto di articolo 18 come adesso. Ma già ci si immaginava dove si andava a parare, Monti era appena arrivato a Palazzo Chigi. Il libro di Ichino è molto interessante sotto vari punti di vista. Si svolge nella forma di un interrogatorio-inchiesta di un personaggio immaginario cui l’autore risponde compiutamente per l’intera durata del libro. Dicevo, interessante per vari aspetti.

Il primo aspetto interessante del libro è ovviamente la proposta del senatore del PD: un cambiamento radicale delle regole sul lavoro dipendente basata non solo su una maggiore facilità di licenziamento ma anche e soprattutto sulla flexsecurity, un modello di collocamento dei disoccupati in stile Danimarca. Il modello di politica del lavoro danese è ampiamente illustrato, coi suoi centri che riescono a ricollocare chi ha perso il lavoro con grande efficienza e in poco tempo spesso anche grazie a molti corsi di formazione, e il relativo modello di sussidi di disoccupazione pagato in ampia parte dalle imprese. L’articolo 18 viene così a mancare potendo garantire una buona probabilità di ritrovare un posto. Tutto molto affascinante, beninteso. Non mi convincono un paio di punti della proposta ichiniana: in primis il costo non indifferente di avviamento della riforma con l’istituzione o il miglioramento inevitabile dei centri per l’impiego. E poi il fatto che in un modello del genere i costi per i sussidi di disoccupazione sono in parte pagati sia dallo Stato sia dalle imprese. Per i costi a carico statale, c’è il problema che non sarebbero pochi, specie eliminando la cassa integrazione ordinaria e/o straordinaria: e che sarebbero probabilmente troppi in questo momento storico . Per quelli a carico delle imprese, mi aspetto che se Monti&Fornero sposassero l’ipotesi di Ichino le imprese protesterebbero per gli eccessivi costi dei licenziamenti (come se non fosse un costo adesso per le imprese non licenziare chi vorrebbero). Le argomentazioni di Ichino sono comunque stringenti, si è fatto i suoi conti e probabilmente potrebbe essere una idea praticabile per l’Italia nel lungo periodo.

Il secondo punto di grande interesse riguarda l’analisi della situazione italiana, le caratteristiche interne del mondo del lavoro e il suo rapporto col resto del pianeta. Ichino, ex sindacalista CGIL, è convinto che i sindacati oramai rappresentino non tutti i lavoratori ma solo una piccola parte di essi – di noi, anzi. Quindi che le attuali polemiche sull’art. 18 siano , oltreché simboliche, anche fuori contesto e fuori realtà storica. E che in realtà pongono un argomento tabù che in realtà è solo una piccola parte della questione. Qualche numero lo fornisce lo stesso Ichino ed è verificabile: in Italia sono molte molte di più le piccolissime imprese – spesso individuali – che le medie e grandi aziende, e sono tanti i dipendenti che non godono del diritto al reintegro per licenziamento per giusta causa. Dati più ampi si trovano anche sul sito Istat e rendono bene l’idea nel confronto con altre realtà europee (chissà come mai in Italia non c’è abitudine al benchmarking e quindi al confronto col resto del mondo: paura del paragone?). Infine, c’è chi ipotizza che in realtà i maggiori costi dell’articolo 18 siano altrimenti ammortizzati dalle imprese, ad esempio ricorrendo ad altre forme contrattuali – partite iva, consulenti body rental – che garantiscano una certa flessibilità: e ciò sarebbe indirettamente dimostrato da questi grafici, che non mostrano un drastico calo nel numero di imprese appena sopra i 15 dipendenti. In sintesi, in Italia ampia parte dei lavoratori dipendenti del settore privato non è coperta dall’articolo 18 (quindi che razza di questione di civiltà è se tanti dipendenti non ne usufruiscono?), se poi contiamo anche i finti dipendenti – interinali, co.co.pro. e finte partite iva oltre agli immancabili stagisti – notiamo che i sindacati sono una lobby potente ma che non rappresenta tutto il mondo di chi lavora. Ichino ipotizza che i sindacati, e tutto il mondo delle relazioni industriali tra imprese e RSU, sia ancorato a dinamiche degli anni 70, come se esistessero ancora le grandi fabbriche manifatturiere in stile fordista . Onestamente di quelle fabbriche non ce ne sono più, e nemmeno ce ne saranno nel lungo periodo – potrebbero tornare solo nel caso di grandi sconvolgimenti che rendessero il costo del lavoro in Italia paragonabile con quello dell’Est Europa almeno. Qui mi viene solo da condividere il pensiero dell’autore, le relazioni industriali sono demodè , e intanto il mondo là fuori cambia, e i concorrenti dell’operaio FIAT non sono i giovani del suo paese ma gli aspiranti operai serbi o rumeni o turchi.

L’analisi dei vari tipi di rapporti contrattuali dei lavoratori è una parte molto interessante e oserei dire drammatica e disarmante nella sua esposizione : ma onestamente chi la può contestare? Anche io ci sono passato: appena laureato – in Ingegneria, tempi della new economy e boom dell’informatica, non era difficile trovare un impiego – trovai lavoro in un mese, ma con un contratto co.co.co. Poi ebbi altre offerte, contratto interinale e contratto con finta partita IVA, che scelsi e feci bene perchè imparai quanto lo Stato prenda in tasse a chi fa impresa da sè – impresa per modo di dire, visto che avevo un unico committente. Io poi trovai diverse offerte con contratto formazione lavoro ed eccomi qua, ma capisco benissimo una realtà di oggi in cui in una crisi economica non si trova un lavoro stabile che possa permettere di guardare con fiducia al futuro meno ravvicinato. Personalmente credo che su questo punto si possa fare molto in Italia: potrebbe essere persino una buona forma di do ut des abolire l’articolo 18 abolendo nel contempo queste forme contrattuali. Il problema, infatti, come si mostra qui è che ci sono tante troppe persone over 30 e anche over 40 e 50 che non hanno lavori contrattualmente garantiti.

Al che mi viene di pormi la seguente domanda: se io, 40enne, domani perdessi il lavoro, preferirei una situazione come adesso coi contratti molto ingessati e che non favoriscono l’ingresso o mi converrebbe una situazione in cui al prezzo di minori garanzie per il futuro mi permettesse di trovare lavoro con minori difficoltà? Non ho risposte, ma la questione me la pongo: e se la dovrebbero porre quei tanti 50enni e 60enni che dopo la riforma delle pensioni non possono smettere di lavorare ma che rischiano di perdere il lavoro, o l’hanno già perso, o che hanno un lavoro sicuro e garantito ma figli precari che non trovano uno straccio d’occupazione, magari con una laurea prestigiosa in tasca (ok, poi ci sono sicuramente altri problemi in questo paese). Non sarebbe forse meglio togliere l’articolo 18, allora? E se si ha paura che troppi imprenditori se ne approfittino, abolirlo solo per coloro che adesso non ne usufruiscono – precari, co.co.pro ecc?  D’altronde un articolo del genere che impone l’obbligo al reintegro è una peculiarità tutta italiana che forse non è più sostenibile in un mondo globale. Ma temo pure che se fosse abolito tout court per tutti troppi imprenditori italiani con pochi scrupoli ne approfitterebbero: ecco perchè anche ipotesi come questa che garantirebbero ai licenziati comunque un indennizzo economico certo sarebbero auspicabili solo con indennizzi elevati. E comunque che non è affatto detto che questa riforma migliorerebbe poi così tanto le cose, con gli imprenditori e la destra a chiedere di più, più flessibilità, meno rispetto et cetera. Insomma, la situazione è davvero di grande complessità , e grande delicatezza visto che potrebbe essere determinante nella vita di tante persone.

E’ inoltre interessante la parte sul settore pubblico: ampia zona dell’economia italiana, in cui i licenziamenti anche per cose gravi sono rarissimi, ma che soffre di ben altri problemi: inefficienze, sprechi, mancanza di meritrocrazia eccetera. Forse la meno originale, visto che dell’argomento sono tanti che ne scrivono.

Infine , è interessante e significativa la questione che ha dato spunto al libro: Ichino racconta come nel 2007 lui aveva elaborato le sue proposte che erano a pieno titolo nelle ideedi governo del PD nel momento della candidatura a premier di Veltroni nel 2008. E che poi tutto ad un tratto il PD ha cambiato idea ed è tornato ad essere filo-CGIL, e che adesso la proposta Ichino sia in minoranza nel PD, appoggiata solo dai veltroniani e dalle frange meno vicine all’ala sinistra. Ivan Scalfarotto nel suo blog espone bene la questione ed accusa l’ala sinistra del partito di aver lasciato isolato un autorevole esponente. Io vado avanti e pongo la questione di questa divisione nel PD sul lavoro nel contesto attuale del governo Monti – in fondo giusto ieri Bersani diceva che potrebbero pure di no alla riforma del lavoro. La situazione politica in Italia è estremamente fluida e dinamica. Nulla vieta di ipotizzare che se la proposta che farà il duo Monti&Fornero non piacesse ai sindacati e all’ala sinistra del PD, quest’ultimo si spezzerebbe in due in sede di votazione del votazione, e questo potrebbe portare poi ad una ulteriore “fluidificazione” delle situazione. E che potrebbe mettere a repentaglio l’unità stessa del PD. Facendo avverare la profezia di quegli opinionisti che dicevano che la fine della carriera politica di Berlusconi – non certa ma ora probabile- avrebbe distrutto non solo il PDL ma anche il suo principale avversario.

Metafora della crisi greca (e del perché sono messi parecchio male)

Prendiamo tre valli adiacenti ricche di prati boschi flora e fauna, e tre popolazioni del neolitico che le abitano. Nella prima valle, chiamiamola A, la gente si fa un mazzo tanto ed è diventata molto in gamba nella caccia, nella raccolta di frutta, nella costruzione di armi, trappole, capanne, vasellame, pellicce, utensili vari, sistemi per la conservazione del fuoco e bravini pure nelle tecniche agricole. Accanto c’è la vallata B, bravi anche loro, con inventiva ma meno dediti all’evoluzione della tecnologia, e c’è anche meno gente che caccia raccoglie lavora. E poi accanto la vallata C, quelli sono ancor meno dediti al lavoro di tutti i giorni, che poi a quei tempi era sopravvivenza. Le 3 vallate commerciano tra loro, per semplicità diciamo che applicano un proto-comunismo, non esiste la proprietà privata e i leader delle valli si incontrano e commerciano e scambiano beni in nome della loro intera comunità, ovviamente non esiste moneta quindi usano il baratto. Dicevo, nel tempo quelli di A hanno cominciato a vendere a B e C i loro tanti prodotti di caccia pesca agricoltura ecc, B e C scambiano altri oggetti. Ma poi B e soprattutto C si sono accorti che forse non serve andare a caccia o coltivare la terra, tanto ci sono quelli di A , e quindi prendono in prestito alcuni beni non avendo altro con cui barattarli.

Un giorno quelli di A si accorgono che hanno tanti crediti e chiedono di riavere indietro un pò di pelli vasellame sementi ecc. Quelli di B, quando si accorgono quanti debiti avevano, cacciano il loro leader che era un pò troppo dedito ai bagordi e nominano uno nuovo che viene dalle montagne e quest’ultimo spiega loro che tocca farsi il mazzo per continuare a campare bene come prima. Quindi il capo di B va dal capo di A – una donna, ma gli antichi non conoscevano il maschilismo- e si mette d’accordo sulle modalità di pagamento dei debiti. La capa di A si fida del tizio nuovo e dice OK.

Quelli di C invece si accorgono di avere taaanti debiti, e che in pratica anche lavorando come muli per ripagarli dovrebbero comunque fare a meno di tante cose,  vasellame ornamenti ecc. Cambiano un leader dopo l’altro ma nessuno riesce a tirar fuori un’idea buona: c’è chi dice di non pagare i debiti ma altri fanno notare che alcuni beni essenziali – per esempio pellicce e tecniche per accendere il fuoco per fare due esempi – non li sanno produrre , che sta per arrivare l’autunno e senza A su cui far conto toccherebbe rivolgersi a quelli di B, ma che difficilmente quelli di B vorrebbero dare merce a credito se adesso C non ripaga A. Ad un certo punto quelli di C cominciano a scannarsi tra di loro. Anche perché hanno intuito che la loro vita non sarà più la stessa (tra l’altro molti tra i più intelligenti stanno meditando di andarsene a stare assieme a quelli di A). Come andò a finire, 5000 anni fa? E come andrà a finire, nei prossimi mesi, per gli eredi di C?

Tallone d’achille, il mio (uffa)

Praticamente l’unica parte debole del mio corpo di runner. Primo infortunio nel 1991, risolto subito, a 20 anni era facile. Poi nel 1997, tendine che si mise a urlare nel mezzo di una seduta di ripetute lunghe, mi fermai di botto. Stop di 4 mesi. Poi si passò al tendine sinistro nel 2004, una tendinopatia inserzionale non totalmente invalidante ma che mi permetteva al massimo lievi sgambatine. Temo che ora ci risiamo. La costante di questi problemi? Il non allenarsi. Più mi alleno, meglio sto. Preparavo gare massacranti in pianura o sui monti e niente. Meno corro, più acciacchi mi vengono. Corro meno di frequente per prudenza e mi sento peggio. 2 settimane di riposo, sci sulle dolomiti, terapie varie ogni sera alla SPA – idroterapia, bagno turco, sauna – e quando torno a correre è peggio di prima. Fosse poi un vero infortunio… invece m permette comunque di allenarmi, ma non di allenarmi bene. Intanto il peso cresce. Beh, domenica comunque pero di tornare a fare una sgambatina sulla neve attorno casa. Ma nulla di così interessante di cui parlare. Scusate quindi se prossimamente parlerò d’altro, soprattutto di politica temo (viviamo in tempi bui e la luce si sta affievolendo)

 

 

Di forconi, euro e rivolte

Arrivo un pò in ritardo, forse, ma magari meglio così, in modo da ragionare a freddo a bocce ferme. Parlo dei movimenti dei forconi, blocchi di camionisti e tassisti, di un pò di fermento sociale che si nota in giro. Beh, che ci sia mi pare anche normale, in tempi di crisi. Ma la riflessione che voglio fare è un’altra.
Raccolgo qui sotto un pò di riferimenti: per cominciare, una bella analisi dei forconi siciliani abbastanza distaccata,  questa quest’altra e poi quest’altra ancora sul medesimo argomento, di siti di sinistra certo non benevoli nei riguardi dei governi moderati, infine quest’altro che invece simpatizza notevolmente e non si preoccupa di infiltrazioni neofasciste. Personalmente noto che certe proteste emergono quando al potere non c’è la destra, e la cosa un pò mi insospettisce. A freddo noto che questa protesta per ora si è fermata: i forconi tornano a spalare il fieno,nelle cascine, i camion a correre in autostrada neve permettendo, i tassisti a scorrazzare in città. Mi immagino però che, dai pescatori campani ai pastori sardi, ci siano ancora gruppi di persone, di imprenditori o semplici dipendenti, in forte difficoltà lavorativa. Che magari ora hanno serie difficoltà a protestare perchè troppo pochi, troppo soli, troppo inascoltati. Suppongo che, con un eventuale peggioramento di qualche parametro – ad esempio una crisi petrolifera con rincaro dei carburanti – certe proteste potrebbero riesplodere in forma più seria, così come per una ulteriore eventuale manovra governativa che tagli privilegi o pezzi di spesa pubblica. O peggio. Cosa ci potrebbe essere di peggio? Per esempio, una ulteriore crisi finanziaria, uno scivolamento lento verso una situazione simil-Grecia, dove di problemi di ordine pubblico ne hanno avuto tantini come si sa. Per non parlare di una situazione di default incontrollato o di uscita dall’Euro, quando si rimpiangerebbero i prezzi di oggi del gasolio ad esempio. Non è un caso che anche UBS, nella sua dettagliata analisi della situazione Euro e dei vari scenari possibili, parli chiaramente non solo di ordine pubblico ma persino di guerre civili  (paragrafo “Do monetary unions break up without civil wars?”). Scenari pessimi, si sa. Tra l’altro, ci sono molti intellettuali o gruppi di sinistra o militanti dell’antipolitica che vedrebbero di buon occhio nazionalizzazione delle banche, default incontrollato e uscita dall’euro, un pò quelli complottisti descritti qui dentro, generalmente amanti dei complotti. Ma  questi, onestamente, mi pare abbiano capito ben poco. E qui mi riallaccio alle analisi del movimento dei forconi o dei camionisti sopra raccontanti. Alla fine questo attuale governo messo su a raddrizzare l’Italia, mi pare sia la cosa meno peggio che ci possa capitare, come paese. Perchè le alternative sono peggiori, e tra queste non so neanche se metterci un ritorno di Berlusconi come paventa l’economista Zingales qui. No, scenari alternativi al governo Monti non sarebbero movimenti o rivoluzioni di sinistra. Sarebbero con molto probabilità le tipiche pulsioni dell’estrema destra, xenofobia in primis. Perchè questa è la natura dell’Italia: se non c’è stata una rivoluzione socialista nel 1920 o nel 1945, perchè ci dovrebbe essere adesso? Perchè in Italia le tensioni sociali storicamente si sono sempre evolute in sconfitte storiche sia per la sinistra moderata e riformista “di governo” che per quella radicale ed extraparlamentare. Figuriamoci in un mondo come quello di adesso in cui non è la povertà ad essere diffusa bensì un certo benessere.

UBS quindi ci dice che la crisi potrebbe evolvere, in caso di rottura nella zona Euro, in fortissime tensioni sociali. Perchè ci dice ciò? Sulla base di dati storici. In fondo l’Unione Europea nacque proprio in questo continente perchè storicamente è sempre stato questo il continente più rissoso e guerrafondaio, quello dove si sono svolte le più grandi guerre, dove sono morti più soldati e più persone comuni: nulla di più facile che una rottura dell’Euro e della UE , o di un suo pezzetto come la nostra penisola, portino nel breve a tensioni sociali poco sopportabili e nel lungo periodo a cose ben peggiori. Ecco perchè mi viene di sostenere a pie’ sospinto il governo Monti, come migliore argine a derive di estrema destra, come il miglior governo che ci può essere oggi in Italia: o almeno il meno peggio, diciamo. Vorrei in particolare far notare che il bocconiano stesso ha paventato il sorgere di problematiche del genere, magari anche solo nella forma del nazionalismo o del revanscismo, o dell’antigermanismo: ha evocato più questo come pericolo che il collasso del sistema interbancario, e per uno che si è occupato da sempre di scienza bancaria non è poco. Aggiungerei che ciò corrisponde molto anche al carattereste storico della destra nostrana – demagogia, corporativismo, illiberalismo ecc. – Sono consapevole che mi si potrebbe dire che sono scenari troppo pessimistici e politiche diverse dalle presenti e recenti  (più tasse? più spesa pubblica? uscita concordata dalla zona UE? mah ) potrebbero tamponare la situazione, ma più che strategie queste mi parrebbero speranze non supportate da dati; e se è vero che certi gruppi che protestano espongono istanze giuste cui un governo giusto deve venire incontro – sono d’accordo e questo dovrebbe essere compito di un bravo governo di qualsiasi colore-  , questo non implica che si debba tornare per forza a quantità immense di spese pubblica, che di per sè non garantiscono nulla (vedi gli USA che nonostante l’iniezione di denaro fresco ancora patiscono) e che ci porterebbero ad abbondare la zona euro ed entrare in un circolo vizioso in cui per placare le proteste si stamperebbe e distribuirebbe a chiunque una moneta del valore della cartigienica che nessuno vorrebbe. Chi veramente ha a cuore le istanze di chi rischia di sprofondare nella povertà dovrebbe pensare quindi principalmente a porre basi politiche per guidare la fase post-Monti.

 

Propositi podistici 2012 (poca roba)

Inizia un nuovo anno podistico. Di cui per ora non mi riesce afferrare il senso, nel senso che non mi riesce pormi degli obiettivi decenti. Sarà anche per questo maledetto problema al tallone: fosse una cosa seria e grave sarebbe meglio perché mi fermerei mi curerei e abbandonerei velleità agonistiche. Invece dà spesso tregua, permette di correre e anche di fare qualche garetta; salvo poi tornare a fare le bizze, non bizze serie ma quel latente senso di fastidio che ti impedisce di allenarti decentemente e costantemente. Per ora mi dedico a trattarlo con la terapia del calore, ben sapendo che probabilmente avrà bisogno di tempo ancora per calmarsi. Vabbè, tanto oramai sono abituato a convivere con doloretti ai tendini, non è poi un così grosso problema. Una abitudine presa sulla mailing lista DRS è quella di fare un bilancio dell’anno podistico trascorso e porsi gli obiettivi per quello nuovo. Un anno fa più o meno avevo l’intenzione di ritornare a correre su gare lunghette, rifare qualche bel trail Ventasso in primis, cercare di rifare degni risultati in gare brevi, abbandonate da troppo tempo. I primi obiettivi raggiunti senza problemi eccessivi, anche con sorpresa: dopo l’incidente al piede pensavo avrei sofferto sulla distanza, invece ho sofferto e soffro la velocità. Quindi ottimo il bellissimo Trail del Falterona, sulla nuova lunga distanza dei 28Km, e finalmente il ritorno al Ventasso, nella meravigliosa capitale del trail running Busana, finalmente in vetta alla croce del Monte omonimo, con tutto l’Appennino sotto di me. Nel frattempo, due simil-trail eccellenti nel paradiso attorno casa, il trofeo Scarabone di Vaglia e la Magnalonga del Mugello sui sentieri fino a Monte Senario. E il ritorno al Passatore, solo fino a Borgo SL per far compagnia al grande Sauro. Mancato l’obiettivo di rifare bene gare brevi: solo qualche prestazione appena decente (tipo Legri).

Quindi, scriviamo un paio di obiettivi raggiungibili per il 2012

–          Stavolta sì devo migliorare nelle gare brevi

–          Rifare almeno un paio di trail: mi piacerebbe fare Fontesanta e il Falterona a giugno, forse il Ventasso a luglio

–          Divertirmi

Nulla di eclatante, lo so. Intanto va in archivio già gennaio, con due garette brevi corse appena appena decentemente. Prima la classica invernale di Palastreto a Sesto F.no, che un tempo odiavo ma che da quando mi sono scoperto trailer ho cominciato a apprezzare alla grande, per i tanti saliscendi e il percorso tortuoso e vario></iframe>

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poi tutt’altro genere il Trofeo Martiri di Valibona – non posso che apprezzare una corsa che commemora i partigiani morti sulle mie adorate montagne fiorentine, tutta piana, veloce: andata anche meglio ,segno che a dispetto dei tanti Km di montagna resto e resterò un runner che dà il proprio meglio su pianura e asfalto

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Ora si va a sciare una settimana, a febbraio si ricomincia l’allenamento.

22/11/’63

E’ la data dell’omicidio di JFK. Dallas, Texas, ricordate la storia no?! Basta aver visto il bel film di Oliver Stone, che sposava la teoria del complotto. Ma è anche il titolo dell’ultimo romanzo di quel gran genio della scrittura adorato dalla mia generazione che risponde al nome di Stephen King, autore di quegli immortali capolavori come IT o L’ombra dello scorpione. King esce dal genere horror per buttarsi sul classico tema della fantascienza, il visto e rivisto viaggio nel tempo. Il protagonista sbuca dal ripostiglio di una tavola calda nel Maine del 1958 e, convinto dall’amico Al, si dedica alla missione di una vita: salvare la vita a JFK e sperando così di generare un mondo migliore. La cosa non sarà così facile però perchè scoprirà che il passato non ama essere modificato quando si ha la possibilità di cambiarlo.

Non voglio rivelare la trama, ma solo spiegare perchè questo è un grande romanzo. Inferiore ai capolavori di King citati, ma in cima alla sua produzione.
– il primo aspetto interessante è un aspetto letterario/filosofico: quando si parla di viaggi del tempo il tema classico è quello dei paradossi: ma non qui. Qui invece l’aspetto che domina la trama è la tendenza della Storia a ripetersi ogni volta che il protagonista ha l’opportunità di ripartire da zero nel 1958 e rifare tutto da copo. Chiunque o qualunque cosa le governi, un Dio o il caso, le cose tendono ad andare come sono già andate. Non sono blindate e immodificabili ma resistono e vogliono ripetersi. Qui c’è già una originalità, perchè King non si immagina un universo con un Destino annesso, un fato già scritto inmodificabile, nè un universo completamente determinato e anch’esso immutabile: ma un universo che tende a scegliere la soluzione migliore per se stesso, come se quanto già scritto nel libro della vita di tutti noi non fosse altro che la soluzione più logica ed economica. E nonostante questo un universo ove il libero arbitrio conta, conta tanto e dove ad ogni azione corrisponde una serie di conseguenze più o meno importanti. Un universo che ci responsabilizza, che tende a far pesare molto la conseguenza delle proprie azioni.
– poi c’è l’aspetto sociologico. King racconta magistralmente l’America del Dopoguerra, una America con tante contraddizioni, con tanti aspetti di inciviltà che ai nostri occhi – quelli del professore protagonista – sembrano assurdi , come il razzismo o la non emancipazione femminile. Ma anche un’America felix, ricca con la prospettiva di esserlo ancora di più negli anni a venire. Una America con grandi speranze per il futuro per tutti i suoi figli. Trapela a mio avviso un pò di nostalgia dell’autore per quel mondo, dove tutto probabilmente era meno complicato, i ruoli erano netti e senza sfumature di grigio – erano i tempi della cortina di ferro –  e chiunque poteva davvero sperare che le cose sarebbero andate sempre meglio nel prossimo futuro.
– infine l’aspetto politico: il traduttore – Wu Ming 1 – ne sottolinea lo spessore, ed in effetti è il romanzo in cui King tende maggiormente ad affrontare aspetti politici. Interessante principalmente l’individuare nell’omicidio di JFK una cesura netta della storia politica degli USA, come un prima e dopo JFK, il momento in cui l’America ha perso l’innocenza – e tutto solo per il gesto di un folle, King sposa la teoria di Oswald killer solitario – e per cui tutto dopo si trasforma in una astiosa lotta tra contendenti, tra parti in causa, in cui si perde la visione del bene comune e si resta ancorati al proprio cortile, alla propria realtà individuale  (non a caso fu JFK a dire “pensate a cosa potete fare voi per la nazione”) . In questo  il protagonista è il politico per eccellenza , che prova con un semplice gesto non a salvare la vita di un uomo ma a salvare l’anima di un paese intero.

Ci sono altri aspetti letterari molto piacevoli nel romanzo. L’estremamente avvincente tentativo finale di salvare JFK bloccando Oswald – un crescendo potentissimo, estremamente cinematografico, non vedo l’ora di vederlo sul grande schermo, sì si mormora che faranno un film con la regia di Demme –  e poi la storia d’amore tra Jake e Sadie. L’amore, che è spesso molto ben descritto da King  ma  non un aspetto fondamentale dei suoi libri (moltissimo di più lo è l’amicizia), qui ha un ruolo notevole per l’evoluzione della trama. E raggiunge un climax nel commovente ultimo capitolo.
Infine, un piccolo cameo che sarà adorato da tutti i fan di King: il ritorno a Derry, quella di IT, quella CON IT, descritta altrettanto bene che in IT stesso, e l’incontro con Bev e Richie bambini, quei personaggi amati alla follia da noi kinghiani. Un pò ruffiano in questo il nostro Stephen, ma lo perdoniamo volentieri per quelle meraviglioso pagine in cui il protagonista tenta per la prima volta di cambiare il passato sulla propria pelle, con una suspence notevolissima. Un King decisamente in forma, quindi. Per i suoi fan un romanzo assolutamente imperdibile.