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Recensione de “La scuola cattolica”, di Edoardo Albinati

Non so cosa m’abbia incuriosito di questo romanzo, che credo sia il primo vincitore di un premio italiano che abbia mai letto. Forse è stata qualche recensione ben scritta, di cui tra le tante segnalo quella di Francesco Piccolo  e quella di Christian Raimo 
Uno ti può dire: ma perché ti chiedi cosa t’abbia spinto a leggere questo libro? Ma perché sono quasi 1300 pagine, scritte fitte e con la praticamente assenza totale di dialoghi. Leggerlo è un investimento, un’impresa prolungata, una ultramaratona della lettura.
Ma ne vale la pena? Ormai l’ho finito da oltre un mese, e ancora non lo so. Lascia l’amaro in bocca per tante cose: in primis, per il suo enorme limite. Il suo limite è , evidentemente, la lunghezza. Ci sono romanzi di oltre 1000 pagine che non sono ridondanti – cambiando genere, l’enorme in tutti i sensi It di King. Ci sono romanzi di 100 pagine completamente inutili – per me, il sopravvalutato Siddharta. Questo di Albinati è composito: ci sono decine e decine di pagine consecutive che acchiappano da morire nonostante lo stile un po’ pomposo, altre che ti verrebbe voglia di lanciare quel kilo di carta contro il muro per l’inutilità delle frasi che leggi.
Un eccesso di lunghezza perché a fronte delle – si dice – 2500 pagine che era in origine, l’editor ne abbia tagliate la metà circa, mentre invece dovevano realisticamente finire ad essere non più di 600. Cosa di cui è conscio lo scrittore stesso, che invita i lettori a saltare avanti se non interessa un certo argomento. Ma il postmoderno non è più così moderno, e ti viene da chiederti : perché ho dovuto pagare anche per queste pagine? Come dicevo, i dialoghi sono quasi a zero, tutto il romanzo è invece una lunghissima collezione di pensieri, un flusso di coscienza in bello stile e con una buona grammatica. In certi momenti, una auto-psicoanalisi dell’autore. Come se invece di andare da un terapeuta, avesse ingaggiato la propria coscienza, e i lettori, per comprendere il suo turbamento e dare un senso alla storia della sua vita ricostruendo vicende di 40 e 50 anni fa.
Si capisce quindi perché sono così indispettito: interessante la tua introspezione , caro Albinati, però potevi farla pure più breve: quelle pagine in più non hanno aggiunto nulla al lettore, anzi lo hanno sfinito. Uno scrittore di classe non dice in 100 parole quello che si può far capire con 10, e non indulge nella ricerca dello stile letterario autocompiacendosi.
Ok, ora l’ho massacrato come meritava. In quelle 600 pagine che sarebbero dovute rimanere dopo il taglio, cosa c’è di buono? Tantissimo, tantissimo. Quelle pagine che parlano di maschilismo e femminismo, dell’ideologia dello stupro, della violenza e della sopraffazione come naturale canone del maschio. O quelle ancora che descrivono la borghesia di quel periodo, nell’atto di conservare il più possibile il proprio status. Soprattutto, quelle che ti precipitano negli anni 70, più o meno quando nacqui io, ti scaraventano in mezzo alla cultura di quegli anni stretta tra la fine del dopoguerra e la finta rivoluzione del ’68. Questo romanzo me li ha fatti vivere, assaggiare: però devo dire che non è rimasto questo gran sapore. Non è forse un caso che nel nostro paese si faccia l’agiografia del boom economico fino al ’65 massimo, e quello che c’è dopo viene scacciato, o analizzato per coglierne i lati oscuri. La cosa più bella del romanzo è per me questo elogio del femminismo. Noi nati dal ’70 in poi, cresciuti nell’Italia laica e contemporanea, non ce ne siamo accorti, ma io tendo a concordare con Albinati che il femminismo è stata la vera grande ideologia rivoluzionaria del ‘900, quella che ha dato alle donne il voto, il potere, la libertà, la coscienza di sé e delle proprie possibilità; le altre ideologie hanno perso – anarchia, comunismo, nazifascismo, forse anche il capitalismo e pure la globalizzazione non sta tanto bene. L’unica ideologia che ha vinto e che si è imposta, a cui qualcuno resiste – vedi alla voce “femminicidio” o “integralismo islamico e non solo” – ma che oramai ha cambiato la cultura e il politicamente corretto. Albinati racconta l’impatto del femminismo e della rivoluzione sessuale e di come traumatizzò la società italiana e soprattutto la sua società borghese e i relativi rampolli, i giovani maschi-borghesi alle prese con donne meno accondiscendenti. Il filo conduttore che a partire dai valori del ceto medio del Quartiere Trieste fa scontrare i giovani cresciuti in scuole maschili di matrice cattolica con , per la prima volta nella storia, la conquistata libertà femminile, è sicuramente la cosa più apprezzabile di questo romanzo-saggio. Albinati sembra pensare che quasi sarebbe potuto finirci lui lì in quella villa sul Circeo a commettere quell’atroce delitto, e se non lui almeno tantissimi altri giovani di buona famiglia della capitale, o dell’Italia intera. Una dichiarazione formale di scuse verso il genere femminile: scusate, donne, sono uomo e in quanto tale potenzialmente portatore dell’istinto alla violenza e alla sopraffazione del vostro corpo.
Per questo prima ho parlato di auto-analisi, di auto-introspezione psicologica: il protagonista assoluto è il pensiero e la storia dello stesso autore in questa autobiografia del proprio Ego. Come in ogni psicoanalisi che si rispetti, alla fine l’autore sembra accettare la propria esistenza e il proprio posto nel mondo, accetta il lascito culturale degli anni della sua giovinezza, accetta la propria esistenza e opta per osservare con disincanto la complicata e variegata realtà odierna e quello che oggi è diventato il suo quartiere.

Considerazioni sul prossimo referendum costituzionale

Consiglio a tutti, se già non l’avete fatto, una lettura alla riforma: questo testo a fronte mi pare ottimo e rende l’idea di cosa c’è scritto adesso e di cosa ci potrebbe esser scritto dopo nel caso vincesse il sì http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf

Non importa come votiate o se siate indecisi, vi pregherei di darle un’occhiata. Qualunque esito ci sia, potrebbe cambiare l’assetto politico dei prossimi 5 10 o 20 anni. Trovo abbastanza odiose le tesi “voto sì/no perché lo dice quel politico o quell’associazione” “tu voti sì/no come vota anche questo o quell’altro” “macché referendum, bisognerebbe fare ben altro”: il dibattito, ai massimi livelli politici o sui social network, pare basato più sul tifo che altro. Con la differenza che i tifosi di calcio, nelle loro curve, son ben più critici ed obiettivi verso i propri beniamini.

Ah, voterò sì- e non per questioni di tifo politico come moltissimi, troppi, faranno, col sì e col no. Voterò sì perché davvero non vedo che opportunità in questa riforma, mentre invece vedo molti rischi nell’affossarla.

Se qualcuno non si stanca , vado ad esporre una logorroica considerazione personale favorevole (se poi vi fa stare meglio, datemi pure del PDiota e poi tornate a guardare gattini su facebook: a differenza di molti di voi il PD io non l’ho mai votato)

  1. Una breve analisi politica. Renzi, chi può negare che sia un fanfarone arrogante come pochi? Non sarebbe il primo e non sarà l’ultimo ad essere ucciso politicamente dalle manie di grandezza. Ha sicuramente grandi capacità retoriche, è un grande tattico ma manca completamente di visione strategica nel medio periodo. Obnubilato dal 40% alle europee, circondatosi di yes-man invece di consiglieri capaci,  in vista del referendum avrebbe dovuto fare poche cose, o semplicemente una: volare basso. Intuire che il proprio consenso non è garantito. E quindi avrebbe dovuto per prima cosa fregarsene del referendum sulle trivelle, argomento molto marginale tanto che il quorum non si sarebbe mai raggiunto: quell’invito a stare a casa è stato un errore gravissimo in quanto ha cementato l’alleanza contro di lui. Avesse semplicemente glissato, quel fronte non si sarebbe coeso così presto aggregando l’estrema destra e l’estrema sinistra, la Casta della Prima Repubblica (i De Mita, Pomicino ecc) e il Movimento 5 Stelle, Forza Italia e la sinistra del PD. Unito alla personalizzazione è stato un errore pacchiano, che dimostra che lui è lontanissimo dall’archetipo del politico democristiano silenzioso alla Moro o Andreotti, capace di agire nell’ombra: e più che a Berlusconi, potrebbe somigliare al Craxi premier di 30 anni fa, che però mi ricordo assai più astuto. Anche l’elezione di Mattarella con conseguente rottura con Berlusconi non è stata una gran mossa, col senno di poi. La recente manovra finanziaria smaccatamente elettorale è un segno evidente della difficoltà e della posta in gioco. Se al referendum perderà, per lui saranno tempi grami e ce ne vorrà per ricostruire il consenso: gli italiani non amano gli sconfitti. Nel suo partito le lacerazioni provocate non gli sarebbero perdonate facilmente, e in questi giorni si notano le fortissime tensioni, qualunque sia l’esito. Anche se credo che, per mancanza di altri leader in giro, nel giro di 2-3 anni possa tornare in auge. D’altronde è successo pure a Berlusconi e Prodi in anni recenti. Una speranza ce l’ha: l’ondata anti-casta monta ovunque, e ci sono poche cose anti-casta come fare a meno di 200 e rotti parlamentari.

2.       Cos’è che mi piace della riforma? Varie cose. Le dico perché anche per chi vota sì sono più i mugugni che altro.

a.       Apprezzo la eliminazione del bicameralismo paritario. Ricordo che in Europa non c’è quasi da nessuna parte (c’è solo in Romania, che comunque ha un semi-presidenzialismo. Gli USA poi, sappiamo che c’è il presidenzialismo, e poi non è proprio paritario). E una simil-camera delle regioni c’è in molti paesi. Una Camera unica invece non c’è da nessuna parte in pratica.

b.      A quelli che avrebbero voluto l’abolizione tout-court del Senato, dico che invece è meglio che ci sia. Perché contribuisce all’equilibrio dei poteri, e impedirebbe a una forte maggioranza di fare il bello e il cattivo tempo. Una delle critiche maggiori alla riforma è infatti il paventato rischio della dittatura della maggioranza.. Per come sarebbe eletto il Senato delle Regioni (in maniera proporzionale), invece, sarebbe molto difficile avere una maggioranza robusta in entrambe le camere: la riforma infatti prevede esplicitamente la ripartizione proporzionale dei seggi: praticamente impossibile che un PD o il centrodestra o il M5S possano avere la maggioranza assoluta e fare quel che vogliono. Tendenze autoritarie o distruttive sarebbero un minimo frenate. Le elezioni regionali sarebbero delle mini-elezioni politiche, in cui la maggioranza di governo, se non apprezzata, sarebbe a rischio anche localmente. Potrebbe e dovrebbe continuare a governare con poteri e responsabilità, ma senza poter stravolgere tutto.

c.       Apprezzo la eliminazione del Senato attuale: Senato, dal latino senex, vecchio. Eletti non giovani, obbligatoriamente over 40, e vecchi elettori, che devono avere minimo 25 anni. Questo è un arcaismo osceno, un orrore politico, uno sminuire l’istanza di innovazione dei giovani. In un paese sempre più vecchio e coi pochi giovani stretti tra la crisi e la mancanza di rappresentanza nelle istituzioni, mantenere un obsoleto simulacro della saggezza politica è assurdo e antistorico. Ok, sarebbe un motivo risibile per approvare questa riforma. Però al momento è così, e dopo non sarebbe più così. Aggiungo che proprio per questo motivo, il diverso corpo votante, è attualmente assai probabile che nelle 2 camere ci siano composizioni diverse, cosa che peggiora enormemente la governabilità e la formazione di maggioranze parlamentari solide.

d.      Apprezzo le nuove modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Per come è adesso, su 1000 aventi diritto all’elezione del Capo dello Stato, bastano 501 voti. Per il nostro ordinamento, in cui egli è e dovrebbe essere garante super partes e primo guardiano della Costituzione, è un po’ pochino. E infatti un Napolitano fu eletto con pochi voti, circa il 55%- Invece con la riforma le modalità cambiano, e dal settimo scrutinio servirà il 60% dei votanti. Dato che all’elezione del presidente della repubblica votano tutti, inclusi i senatori a vita, tale cifra sarà comunque molto alta, vicina a un 58-59% degli aventi diritto (ci potrebbero essere più astensioni e assenze, che però conterebbero in pratica come un sì: una opposizione veramente tale potrebbe bloccare ogni nomina non concordata). Ciò servirà a garantire un presidente più bipartisan, accettato da una maggior parte dello schieramento politico. Ok, questo non è garantito, gli insulti a Napolitano da parte di chi lo aveva riletto pochi mesi prima sono a ricordarcelo. Ma è comunque un miglioramento. E soprattutto una garanzia dell’esistenza di un contrappeso nelle istituzioni

e.      Mi piace la nuova disciplina dei referendum, che permette il calo del quorum a quelli con ampio numero di firme raccolte. Aspetto marginale, avrei preferito diversamente, ma mi pare un miglioramento. Allo stesso tempo, ritengo positivo l’ingresso in Costituzione delle proposte di legge di iniziativa popolare.

3.       Per onestà, devo anche ammettere le cose che mi piacciono meno:

a.        in particolare, il nuovo rapporto tra Stato e Regioni. Non che l’attuale mi piaccia. Da federalista convinto devo ammettere che il trasferimento di competenze alle Regioni non ha funzionato. Temo che la questione federalista in questo paese ormai sia morta e sepolta, specie per la fallimentare esperienza governativa della Lega. Potrebbe esser meglio, a questo punto, tornare all’accentramento almeno delle funzioni di interesse strategico nazionale. Il dubbio è che i conflitti tra stato e regioni possano rimanere

b.      Non mi convince a pieno l’elezione indiretta dei senatori, da parte dei consigli regionali. Non certo per l’assurda protesta del fronte del No, dato che l’elezione indiretta esiste in molti paesi, tra cui la Francia (senza contare gli USA, dove venivano addirittura nominati dai governatori). Non mi convince perché l’indicazione dei cittadini sarebbe stata più trasparente, e perché tale strumento avrebbe potuto dare maggior forza alla legge costituzionale. L’unica legge elettorale attualmente in discussione andrebbe però in questa direzione.

4.       Inutile girarci intorno: la presenza di una legge elettorale fortemente maggioritaria è un elemento di forte difficoltà per l’affermazione del sì al referendum. Le leggi elettorali si cambiano, storicamente nessun paese ha una Costituzione dove c’è scritta la legge elettorale (tranne quella di Weimar, sappiamo come finì). Quindi, anche se non è materia di voto, la legge elettorale diventa, anche giustamente, materia di discussione. Personalmente, preferirei il modello anglosassone o francese di elezione dei deputati, a singolo o doppio turno, su ogni collegio, con primarie ma senza preferenze, e senza proporzionalità. In mancanza di questo, l’Italicum non mi dispiace, specialmente il premio per il ballottaggio. Perché:

  1. Assomiglia molto alla legge elettorale dei sindaci. Tale legge esiste da più di 20 anni e bisogna ammettere che ha funzionato. Prima i sindaci e le maggioranze cambiavano di continuo nei comuni, l’azione amministrativa era meno incisiva in quanto necessitava di più mediazione. L’Italicum ci assomiglia. Ed è ridicola l’accusa che potrebbe diventare maggioranza un partito piccolo: sarebbe comunque votato dal 50% e più degli elettori al secondo turno. Sarebbe quindi la scelta della maggioranza ai fini di dare un mandato per governare. La maggioranza che garantirebbe sarebbe comunque minima, non tale da portarla a decidere in modo oppressivo e dirompente.
  2. C’è chi dice che l’Italicum sia incostituzionale. Uno degli aspetti positivi della riforma costituzionale è la possibilità di far giudicare la legge elettorale preventivamente alla Consulta. Ciò avrebbe permesso, in passato, di cassare subito l’orrendo Porcellum. Ciò permetterebbe di cassare dall’Italicum le cose incostituzionali. In generale quindi questo è un altro aspetto positivo della riforma, permette di mettere un freno a una maggioranza che si confezionasse una legge su misura.
  3.  Ritorno sulla tesi che Italicum + Riforma darebbe troppo potere al premier. Per me non lo è, resterebbero vari contrappesi e il Parlamento resterebbe sovrano. Ma anche fosse, lo riterrei positivo. La Riforma in realtà non aumenta i poteri del premier. Ma una legge fortemente maggioritaria, qualunque essa sia, sì. Come dicevo in precedenza, esisterebbe comunque un insieme di poteri che sarebbero comunque un giusto e necessario freno a un possibile premier troppo arrogante (tipo Renzi, o se preferite Berlusconi o Grillo): un presidente della repubblica un po’ più super partes, un senato delle regioni che potrebbe comunque limitare alcune iniziative, una Corte Costituzionale che potrebbe decidere di cassare una legge elettorale, la possibilità di organizzare referendum con un quorum decisamente più basso. E se un giorno tornassimo al proporzionale, più o meno corretto, allora sarebbe decisamente meglio con una sola camera, no?! La seconda sarebbe un di più, completamente inutile.
  4. In questi giorni i fautori del NO parlano non solo di proporzionale, ma anche di eventuali nuove idee di riforma. Premesso che come si è visto anche solo arrivare a una riforma votata in 2 stagioni diverse è complicato e quindi chi dice “facciamo subito altre riforme” fa promesse che non può mantenere, le idee che propongono portano a assetti istituzionali ancora meno equilibrati di questa riforma qui: ad esempio il centrodestra torna alla carica sul semipresidenzialismo e un premier eletto con ancora meno parlamentari, e in più anche il vincolo di mandato (che in tutto il mondo esiste solo a Cuba e in Portogallo), e poi dicono che questa riforma che stiamo per votare “darebbe troppo potere a una persona sola”…. Avere la faccia come il deretano, insomma.

5.        Se vincesse il Sì, quale sarebbe lo scenario peggiore? Direi quello di avere un premier che comanda un po’ troppo. Farebbe così male al nostro paese, un po’ di vera leadership politica? E un po’ di sana alternanza? Ricordiamo che resteremmo comunque molto molto lontani da paesi indubitabilmente democratici come ad esempio il Regno Unito dove il potere del governo è enorme e ci sono pochissimi contrappesi. E’ vero, potrebbe diventare premier anche qualcuno che non ci piace affatto e che non vorremmo mai divenisse tale. Ma l’alternativa qual è? L’inciucio, la grande coalizione permanente? La riesumazione del pentapartito? Ritengo sia giusto che chi vince le elezioni abbia onori e oneri di governo. Che non abbia più l’alibi de “non mi hanno lasciato governare” oppure de “abbiamo la maggioranza in una camera ma nell’altra siamo sul filo e quindi non possiamo fare ciò che vorremmo”. E’ vero, ciò potrebbe aumentare i dissidi in questo paese, la diversità di vedute, lo scontro politico e sociale, la demagogia e il populismo. Ma sono cose che ci sono ovunque, anche negli stati a grande tradizione democratica. Non dovremmo averne paura. Non è maturo averne paura. Non è produttivo averne paura. L’alternativa sarebbe avere governi che amministrano alla giornata e senza una visione di lungo periodo.

6.       Se vincesse il No, quale sarebbe lo scenario peggiore? Già adesso saltano su i fautori di legge elettorali proporzionali. Inoltre una vittoria del No porterebbe instabilità, crisi finanziaria, maggiore spesa per interessi (avete un mutuo a tasso variabile? Ahia). Uno scenario che costringerebbe a varare manovre economiche lacrime e sangue. E poi leggi elettorali tali da NON avere un vincente certo ed acclarato. Vedo già, nel futuro, governi come il fu pentapartito democristiano, altro che Grandi Coalizioni come quelle tedesche. Reggendosi su molteplici stampelle, obbligati ad aumentare la spesa pubblica per soddisfare questo e quello. E conseguentemente, ad aumentare ancora le tasse. Ad un certo punto arriverebbero i disastri dei conti pubblici, il commissariamento internazionale, nuovi governi dei tecnici, nuove finanziarie lacrime e sangue. Poi nuove elezioni, maggioranze simili, stessi modi di governare. Rimandare i problemi all’infinito, caricare ancora più di debiti i nostri nipoti e pronipoti. Ed anche non venisse il proporzionale puro, ci sarebbero comunque leggi e situazioni, come quelle degli ultimi 20 anni, in cui sarebbe molto facile non avere maggioranza e dover stringere accordi con questo o con quello, soprattutto con micropartiti portatori di interessi locali e contingenti senza alcuna visione futura. E’ davvero questo quello che vogliamo?

 L’Italia, lo dicono tutti gli indicatori macroeconomici, è in declino, iniziato da oltre 40 anni e accelerato dopo il 2008, e non ci sono segni di rinascita. Serve un cambiamento di rotta. Odio la demagogia ed è giusto che non si cambi tanto per fare, ed è ovvio che questa riforma da sola non cambierà niente. Ma potrebbe essere la premessa necessaria, una conditio sine qua non, affinché una inversione di rotta ci possa essere. Non è certo un’ultima speranza, figuriamoci, in fondo l’Italia dà il meglio solo quando è messa male. Ma le cartucce rimaste a questo paese sono molto molto poche. Cercherei quindi di creare le premesse per non sprecarle.

Qualche considerazione su Rio2016

E anche questi Giochi Olimpici sono finiti. Rio non è stata come Londra, perché naturalmente il Brasile sconta più problemi dell’Inghilterra, ed è stato pure meno affascinante. Ma forse meglio del previsto, meglio dei disastri organizzativi che si paventavano. A parte la nota piscina verde, la cosa più brutta è stata il vedere gli spalti semivuoti, con poche eccezioni. Prezzi troppo alti? Probabile.

Faccio alcune considerazioni qua e là, su vari aspetti

  1. Abbiamo visto pochi campioni nuovi, molti campioni “vecchi”. Phelps e Bolt oramai ci hanno abituato e le loro imprese sembrano normali, ma resteranno tra i più grandi campioni della storia, autori di imprese memorabili. La Ledecky c’era già ma si è confermata alla stragrande, una futura Phelps. La novità principale è stata la ginnasta Simone Biles, veramente mirabile anche se non infallibile come si è visto alla trave. I campioni “nuovi” non sono stati molti, o non molto “noti”. Era tutto abbastanza previsto. Tra questi, da segnalare con 3 ori la grande Katinka Hosszu, che ha fatto un terzo del medagliere magiaro. Ma non è un’atleta giovane. Non abbiamo quindi visto dei campionissimi pigliatutto in vista di Tokyo.
  2. i Giochi hanno mostrato una situazione sportiva mondiale in buona salute, con l’eccezione dei casi doping che al momento riguardano più il passato che il presente. Ma faticheremo a liberarcene. Gli sport principali sono stati il solito grande spettacolo, in primis atletica nuoto e ginnastica. Ma anche gli sport di squadra, inclusi quelli a noi poco noti come hockey (dove gli europei ora soppiantano indo-pakistani) e pallamano (clamorosa la vittoria danese). Con la sola nota esclusione del calcio maschile, che ha sempre meno senso come si nota dalle numerose defezioni. Ha convinto il bel rugby a 7, non hanno convinto le assenze nel golf maschile che forse avrà bisogno di un paio di edizioni di assestamento. Le discipline che convincono meno restano, come da sempre accade, quelle dove la componente dei giudici sembra preponderante (nuoto sincronizzato, ginnastica ritmica) e suscettibile di decisioni politiche (marcia, boxe). Sarebbe opportuno rivalutare la presenza di tali discipline ai giochi a discapito di altre meno manovrabili come karate o squash
  3. la copertura mediatica è stata buona: stranamente la Rai, coi suoi limiti e la sua impronta molto da vecchio secolo, ha fatto meglio del previsto con 3 canali dedicati e soprattutto il sito completo di tutte le dirette e soprattutto un meraviglioso on demand che permette di rivedere tutto. alcuni limiti di commentatori e cronisti ci sono, altre imprecisioni e talvolta poca professionalità e tanto troppo tifo. ma onestamente sono stati fatti enormi passi avanti da Pechino, l’ultima edizione in cui Rai aveva l’esclusiva
  4. un’occhiata al medagliere per nazioni. hanno preso medaglie 87 paesi, più che a Londrà. alcune piacevoli novità nel medagliere come Fiji e Kosovo. In testa gli USA, che si confermano fortissimi in ogni disciplina. una vera nazione votata all’Olimpiade, nonostante manchino completamente gli aiuti di stato. la vera sorpresa è stata la Gran Bretagna: per la prima volta un paese ha preso più medaglie nell’edizione successiva a quella in cui ha ospitato i Giochi, e già 4 anni fa ci stupirono assai. il loro modello di sussidi allo sport finanziati da lotterie si è confermato valido nel raccogliere soldi e validissimo nel gestirli. sia di lezione a tutti. la grossa delusione nel medagliere è stata la Cina, che è quasi sparita ad esempio nella ginnastica. Forse politicamente pensano più ad altri sport, tipo il calcio. Male la Russia, penalizzata dall’assenza dell’atletica ma abulica pure in altre discipline come il nuoto. Forse l’esclusione dell’atletica è stata un pò forte, e la sanzione sarebbe più giusto rimandarla ai giochi invernali, d’altronde è a Sochi che hanno fatto le peggiori cose: auspico quindi che siano esclusi da Pyeongchang 2018. Buone altre nazioni come Giappone e Francia, benino Corea e Australia in calo rispetto a Londra. Non ci sono state grosse sorprese, tranne forse l’Ungheria (che ha beneficiato della Hosszu). sono state fatte numerose analisi sul rapporto tra medaglie e popolazione e PIL dei vari paesi. Io ne ho fatta una medaglie per reddito medio a parità di costo della vita: si vede come paesi poveri come Etiopia Kenya ma anche Cina e Russia rendono moltissimo e conquistano tante medaglie. Altre ricche come Singapore o i paesi arabi invece rendono pochissimo. A sorpresa, anche USA UK Germania e Francia rendono molto per il reddito procapite che hanno. Vanno molto male invece paesi ricchi ed organizzati come quelli scandinavi
  5. veniamo alla situazione italiana. L’Italia riesce a migliorare Londra, con molti argenti. Si conferma nelle prime nazioni del medagliere, qualunque metrica si utilizzi (ori o numero di medaglie). Questo è un dato positivo per il nostro paese, dove si sa che lo sport che non è il calcio non è molto ben apprezzato nè praticato. Buoni anche i dati rispetto a PIL reddito e popolazione. Il dato migliore l’ho letto sulla Gazzetta dello Sport : a differenza di Pechino e Londra, in cui l’età media dei medagliati era sui 30 anni, stavolta si è posta sui 25. Il dato migliore da Los Angeles. Possiamo vedere Tokyo con occhi più ottimisti. Va alla stragrande il Tiro, bene la Scherma, benino le cose in vasca coi migliori (una lode a Tania nostra che abbandona col massimo risultato in carriera, 2 medaglie sudatissime). Si rivede la pista, novità graditissime nel judo, andate bene pure le squadre anche se non come la Serbia.
    i punti deboli: 1. il movimento del nuoto, ci sono stati molti fallimenti tra i vari atleti (e non parlo della Pellegrini, che al massimo poteva arrivare a un bronzo ). sicuramente c’è molto da rivedere nella programmazione 2. alcuni sport vanno male e non mostrano poi molto: boxe, canoa, lotta (nonostante l’acquisito Chamizo), vela. Sono discipline che regalano un sacco di medaglie eppure anche le stesse presenze sono molto molto basse. Non dico di puntare a pareggiare il Regno Unito ma qui potrebbero esserci molti più italiani. Oltre ai campioni, pare mancare il movimento. Anche nel ciclismo su pista potremmo far meglio. 3. il vero bubbone del nostro sport: l’atletica leggera. Prima edizione senza medaglie da 60 anni. Non mancano i campioni, manca il movimento, le prospettive, l’organizzazione. E non si notano miglioramenti. Alcuni forti atleti come Tamberi che potrebbero salvare la baracca non bastano: se poi mancano…. Tutto da sbagliare, tutto da rifare. Ma non è la prima volta che si dice
  6. qualche omaggio ai nostri campioni: Campriani con due ori e una grande umiltà è sicuramente un grande del nostro sport attuale, ma la medaglia più pesante è stata probabilmente quella di Paltrinieri, un campione ancora giovane che potrà confermarsi se saprà reggere la pressione: cosa che ha già affrontato benissimo stavolta. La rivalità -amicizia con Detti lo potrà aiutare. Tra gli altri medagliati, menzioni speciali per i ragazzi della beachvolley, quelli della pallavolo in sala con la nuova icona popolare Zaytsev, la suddetta Cagnotto, il judoka Basile e Viviani autore di una grandissima prova contro avversari enormi come Cavendish

Qui sotto i miei personalissimi premi

1) BEST OLYMPIC EVENT:
i 400 piani maschili di atletica, per l’elevatissimo livello di tutti i finalisti e il grande risultato di Van Niekerk in ottava corsia
2) BEST ITALIAN EVENT:
i 1500 stile di nuoto, gara evento. più dello skeet donne, il nuoto conta di più
3) TOP OF THE FLOP (WORLD):
avrei tanti nomi: il calcio donne brasiliane, Djokovic + Serena Williams (ma il tennis non mi intriga ai giochi), le sorelle Campbell nel nuoto che comunque qualche medagliuccia l’han presa…. i pessimi cinesi della ginnastica. Ne dico un altro, un atleta che ammiro meno di zero e che si è rivelato un vero flop: Gatlin
4) TOP OF THE FLOP (ITALY):
qualche nome lo avrei… gli sport in cui siamo rimasti a secco (vela, boxe), le ragazze del Italvolley (che però hanno affrontato un girone tremendo)… allora dico: la nostra FIDAL , con l’atletica per la prima volta senza medaglie dopo 60 anni e 15 olimpiadi
5) MAN (OR WOMAN) OF THE GAMES (WORLD):
Bolt. 9 oro, terza tripletta in 8 anni. mostruoso. la sua forza è tale che tendiamo a sminuire la sua forza
però dico anche una donna, e dico la Simone Biles
6) MAN (OR WOMAN) OF THE GAMES (ITALY)
Campriani
faccio anche un podio e ci metto Paltrinieri e Viviani
peccato per la pallavolo, avrei dato la palma a loro in caso di vittoria
7) PREMIO DELLA CRITICA
faccio fatica, menziono un pò di nomi a caso
– Van Niekerk nei 400 in una prestazione indimenticabile
– il concorso individuale della Biles
– i 3 argenti ex aequo nei 100delfino
– l’arrivo mozzafiato di Maya Dirado nei 200 dorso
– la prestazione di una normalità disarmante di Katie Ledecky, che vale la Biles
– i 10mila alla follia della Ayana

Rifondare il referendum

Nel ’90, una delle prime volte in cui potei usufruire del diritto di voto, si verificò per la prima volta un caso particolare: il mancato raggiungimento del quorum in un referendum. Si trattava di referendum sulla caccia, e la delusione fu non poca. Non mi piaceva per niente il “barare” di chi si opponeva al referendum, e sfruttava l’astensione fisiologica mettendola dalla sua parte.
Sono seguiti tanti referendum da allora: per un pò il meccanismo ha funzionato, tipo quando Craxi invitò ad andare al mare nel ’91, o nel seguente pacchetto del ’93 o del ’95 (con la vittoria dei no, ultima volta in cui gli oppositori non si unirono all’astensione: quella scelta di Berlusconi meritò rispetto)
Da fine anni ’90, il disastro, e il quorum fu raggiunto solo nel 2011 e probabilmente solo per l’evento Fukushima

Fa specie che non si raggiunse il quorum per consultazioni su temi molto ideologici e molto personali, da scelta di coscienza , tipo il referendum del 2005 sulla legge sulla fecondazione assistita.
E’ evidente che nella consultazione referendaria c’è qualcosa che non va. Mi ricordo che a fine anni ’90 in molti pensavamo già che il meccanismo fosse completamente da ricostruire e rilanciare. Ci fu chi, il settimanale satirico Cuore, ipotizzò referendum assurdi (tipo “abolire la matematica”) per dare un messaggio politico.

L’astensione è un meccanismo ipotizzato dai costituenti, quindi legittimo. Però falsa le regole del gioco, e in questo è obiettivamente poco dignitoso, è un escamotage non degno di istituzioni autorevoli.
A ottobre voteremo (senza quorum) un referendum costituzionale: io, che appoggerò con forza il Sì, trovo letteralmente osceno che la materia del referendum sia stata toccata ma non in maniera completa. In particolare, non sopporto che per il referendum abrogativo si lasci il meccanismo delle 500mila firme e del quorum del 50% dei votanti, inserendo solo la possibilità di un quorum pari alla metà dei votanti alle politiche nel caso le firme fossero più di 800mila.

Così facendo, si continuerà con questa pantomima, e col “costringere” i contrari a non votare. Onestamente non ho questa stima della democrazia diretta ma avrei voluto tanto un meccanismo simil-Svizzera o -Usa, con nessun quorum ( ma un altissimo numero di firme necessarie per indire la consultazione, a differenza di questi paesi). Sarebbe stato un ottimo compromesso ad esempio fare referendum abrogativi senza alcun quorum ma un numero di firme necessarie pari ad almeno 750mila cittadini, il 50% più di adesso. Magari di più per referendum propositivi (1 milione?)

P.S.
a malincuore quindi non andrò a votare per questo referendum. Mi secca ma farò così, desiderandone la sconfitta. Non mi piace, come non mi piacque perdere i referendum del ’90, del ’99 e del 2005 per mancato quorum. Quanto alle motivazioni, non sono certo di natura politica filogovernativa come per la maggioranza dei partiti (anche se sui social network mi viene dato di pecora PiDiota) ma mi è bastato leggere questo articolo sulle trivelle  e questo sulle energie rinnovabili