10 anni fa, la mia prima gara Trail

Questo blog iniziò verso la fine del 2006. Avevo appena concluso la mia ennesima Firenze Marathon  e scoprii che i miei orizzonti podistici dovevano essere ampliati. Invogliato da un amico di internet, Gualtiero “Krom”, cominciai a pensare al trail running, di cui qualcuno cominciava a parlare. Non c’erano tabelle, nè esperti che dessero consigli, c’era da farsi una completa esperienza partendo da zero. Non c’erano compagni di allenamento, credo che a Firenze fossimo in 4 o 5 a praticarlo. I primi allenamenti furono nei boschi scandiccesi, poi un giorno decisi di affrontare la mia palestra preferita, Monte Morello: salito da Sesto arrivai in vetta, ci girai attorno più volte, poi tornai giù, un allenamento che poi ripeterò più volte da solo e con altri. La mancanza di esperienza la scontai subito, le Salomon prese si rivelarono troppo strette.
Dovevo provare una gara, ma col piccolo problema che non c’erano gare di trail in Toscana. A maggio, esattamente 10 anni fa, ci provai spostandomi in Abruzzo, alla prima gara trail italiana, l’ecomaratona dei Marsi. Quanto dovevo imparare!! Partii come se dovessi fare una maratona, corsi tutta la salita di metà gara. Ma arrivato al 25° avevo finito le riserve, non serviva bere litri di Cola (cominciai lì ad esserne dipendente, in gara). Finii stravolto, dicendo – come si legge nel post di allora – basta così, ma dicendo subito dopo “ANCORAAA”. Mi rifeci subito con una gara che mi è rimasta nel cuore e che ho fatto tante volte, l’ecomaratona del Ventasso e poi la mia prima skyrace

10 anni dopo il trail è cambiatissimo. Acciaccato da 30 anni di corsa  ora mi arrangio ma il movimento è vastissimo. I trail sono ovunque, si accavallano nel calendario. Da unico matto della squadra, ora sono il più sobrio di tutti in un gruppo di ganzissimi grulli più malati di questo sport più di quanto lo sia mai stato, ora impegnati per organizzare una gara su quelle colline dove tutti abbiamo cominciato ad assaporare sentieri e boschi.

 

 

Recensione de “La scuola cattolica”, di Edoardo Albinati

Non so cosa m’abbia incuriosito di questo romanzo, che credo sia il primo vincitore di un premio italiano che abbia mai letto. Forse è stata qualche recensione ben scritta, di cui tra le tante segnalo quella di Francesco Piccolo  e quella di Christian Raimo 
Uno ti può dire: ma perché ti chiedi cosa t’abbia spinto a leggere questo libro? Ma perché sono quasi 1300 pagine, scritte fitte e con la praticamente assenza totale di dialoghi. Leggerlo è un investimento, un’impresa prolungata, una ultramaratona della lettura.
Ma ne vale la pena? Ormai l’ho finito da oltre un mese, e ancora non lo so. Lascia l’amaro in bocca per tante cose: in primis, per il suo enorme limite. Il suo limite è , evidentemente, la lunghezza. Ci sono romanzi di oltre 1000 pagine che non sono ridondanti – cambiando genere, l’enorme in tutti i sensi It di King. Ci sono romanzi di 100 pagine completamente inutili – per me, il sopravvalutato Siddharta. Questo di Albinati è composito: ci sono decine e decine di pagine consecutive che acchiappano da morire nonostante lo stile un po’ pomposo, altre che ti verrebbe voglia di lanciare quel kilo di carta contro il muro per l’inutilità delle frasi che leggi.
Un eccesso di lunghezza perché a fronte delle – si dice – 2500 pagine che era in origine, l’editor ne abbia tagliate la metà circa, mentre invece dovevano realisticamente finire ad essere non più di 600. Cosa di cui è conscio lo scrittore stesso, che invita i lettori a saltare avanti se non interessa un certo argomento. Ma il postmoderno non è più così moderno, e ti viene da chiederti : perché ho dovuto pagare anche per queste pagine? Come dicevo, i dialoghi sono quasi a zero, tutto il romanzo è invece una lunghissima collezione di pensieri, un flusso di coscienza in bello stile e con una buona grammatica. In certi momenti, una auto-psicoanalisi dell’autore. Come se invece di andare da un terapeuta, avesse ingaggiato la propria coscienza, e i lettori, per comprendere il suo turbamento e dare un senso alla storia della sua vita ricostruendo vicende di 40 e 50 anni fa.
Si capisce quindi perché sono così indispettito: interessante la tua introspezione , caro Albinati, però potevi farla pure più breve: quelle pagine in più non hanno aggiunto nulla al lettore, anzi lo hanno sfinito. Uno scrittore di classe non dice in 100 parole quello che si può far capire con 10, e non indulge nella ricerca dello stile letterario autocompiacendosi.
Ok, ora l’ho massacrato come meritava. In quelle 600 pagine che sarebbero dovute rimanere dopo il taglio, cosa c’è di buono? Tantissimo, tantissimo. Quelle pagine che parlano di maschilismo e femminismo, dell’ideologia dello stupro, della violenza e della sopraffazione come naturale canone del maschio. O quelle ancora che descrivono la borghesia di quel periodo, nell’atto di conservare il più possibile il proprio status. Soprattutto, quelle che ti precipitano negli anni 70, più o meno quando nacqui io, ti scaraventano in mezzo alla cultura di quegli anni stretta tra la fine del dopoguerra e la finta rivoluzione del ’68. Questo romanzo me li ha fatti vivere, assaggiare: però devo dire che non è rimasto questo gran sapore. Non è forse un caso che nel nostro paese si faccia l’agiografia del boom economico fino al ’65 massimo, e quello che c’è dopo viene scacciato, o analizzato per coglierne i lati oscuri. La cosa più bella del romanzo è per me questo elogio del femminismo. Noi nati dal ’70 in poi, cresciuti nell’Italia laica e contemporanea, non ce ne siamo accorti, ma io tendo a concordare con Albinati che il femminismo è stata la vera grande ideologia rivoluzionaria del ‘900, quella che ha dato alle donne il voto, il potere, la libertà, la coscienza di sé e delle proprie possibilità; le altre ideologie hanno perso – anarchia, comunismo, nazifascismo, forse anche il capitalismo e pure la globalizzazione non sta tanto bene. L’unica ideologia che ha vinto e che si è imposta, a cui qualcuno resiste – vedi alla voce “femminicidio” o “integralismo islamico e non solo” – ma che oramai ha cambiato la cultura e il politicamente corretto. Albinati racconta l’impatto del femminismo e della rivoluzione sessuale e di come traumatizzò la società italiana e soprattutto la sua società borghese e i relativi rampolli, i giovani maschi-borghesi alle prese con donne meno accondiscendenti. Il filo conduttore che a partire dai valori del ceto medio del Quartiere Trieste fa scontrare i giovani cresciuti in scuole maschili di matrice cattolica con , per la prima volta nella storia, la conquistata libertà femminile, è sicuramente la cosa più apprezzabile di questo romanzo-saggio. Albinati sembra pensare che quasi sarebbe potuto finirci lui lì in quella villa sul Circeo a commettere quell’atroce delitto, e se non lui almeno tantissimi altri giovani di buona famiglia della capitale, o dell’Italia intera. Una dichiarazione formale di scuse verso il genere femminile: scusate, donne, sono uomo e in quanto tale potenzialmente portatore dell’istinto alla violenza e alla sopraffazione del vostro corpo.
Per questo prima ho parlato di auto-analisi, di auto-introspezione psicologica: il protagonista assoluto è il pensiero e la storia dello stesso autore in questa autobiografia del proprio Ego. Come in ogni psicoanalisi che si rispetti, alla fine l’autore sembra accettare la propria esistenza e il proprio posto nel mondo, accetta il lascito culturale degli anni della sua giovinezza, accetta la propria esistenza e opta per osservare con disincanto la complicata e variegata realtà odierna e quello che oggi è diventato il suo quartiere.

Considerazioni sul prossimo referendum costituzionale

Consiglio a tutti, se già non l’avete fatto, una lettura alla riforma: questo testo a fronte mi pare ottimo e rende l’idea di cosa c’è scritto adesso e di cosa ci potrebbe esser scritto dopo nel caso vincesse il sì http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf

Non importa come votiate o se siate indecisi, vi pregherei di darle un’occhiata. Qualunque esito ci sia, potrebbe cambiare l’assetto politico dei prossimi 5 10 o 20 anni. Trovo abbastanza odiose le tesi “voto sì/no perché lo dice quel politico o quell’associazione” “tu voti sì/no come vota anche questo o quell’altro” “macché referendum, bisognerebbe fare ben altro”: il dibattito, ai massimi livelli politici o sui social network, pare basato più sul tifo che altro. Con la differenza che i tifosi di calcio, nelle loro curve, son ben più critici ed obiettivi verso i propri beniamini.

Ah, voterò sì- e non per questioni di tifo politico come moltissimi, troppi, faranno, col sì e col no. Voterò sì perché davvero non vedo che opportunità in questa riforma, mentre invece vedo molti rischi nell’affossarla.

Se qualcuno non si stanca , vado ad esporre una logorroica considerazione personale favorevole (se poi vi fa stare meglio, datemi pure del PDiota e poi tornate a guardare gattini su facebook: a differenza di molti di voi il PD io non l’ho mai votato)

  1. Una breve analisi politica. Renzi, chi può negare che sia un fanfarone arrogante come pochi? Non sarebbe il primo e non sarà l’ultimo ad essere ucciso politicamente dalle manie di grandezza. Ha sicuramente grandi capacità retoriche, è un grande tattico ma manca completamente di visione strategica nel medio periodo. Obnubilato dal 40% alle europee, circondatosi di yes-man invece di consiglieri capaci,  in vista del referendum avrebbe dovuto fare poche cose, o semplicemente una: volare basso. Intuire che il proprio consenso non è garantito. E quindi avrebbe dovuto per prima cosa fregarsene del referendum sulle trivelle, argomento molto marginale tanto che il quorum non si sarebbe mai raggiunto: quell’invito a stare a casa è stato un errore gravissimo in quanto ha cementato l’alleanza contro di lui. Avesse semplicemente glissato, quel fronte non si sarebbe coeso così presto aggregando l’estrema destra e l’estrema sinistra, la Casta della Prima Repubblica (i De Mita, Pomicino ecc) e il Movimento 5 Stelle, Forza Italia e la sinistra del PD. Unito alla personalizzazione è stato un errore pacchiano, che dimostra che lui è lontanissimo dall’archetipo del politico democristiano silenzioso alla Moro o Andreotti, capace di agire nell’ombra: e più che a Berlusconi, potrebbe somigliare al Craxi premier di 30 anni fa, che però mi ricordo assai più astuto. Anche l’elezione di Mattarella con conseguente rottura con Berlusconi non è stata una gran mossa, col senno di poi. La recente manovra finanziaria smaccatamente elettorale è un segno evidente della difficoltà e della posta in gioco. Se al referendum perderà, per lui saranno tempi grami e ce ne vorrà per ricostruire il consenso: gli italiani non amano gli sconfitti. Nel suo partito le lacerazioni provocate non gli sarebbero perdonate facilmente, e in questi giorni si notano le fortissime tensioni, qualunque sia l’esito. Anche se credo che, per mancanza di altri leader in giro, nel giro di 2-3 anni possa tornare in auge. D’altronde è successo pure a Berlusconi e Prodi in anni recenti. Una speranza ce l’ha: l’ondata anti-casta monta ovunque, e ci sono poche cose anti-casta come fare a meno di 200 e rotti parlamentari.

2.       Cos’è che mi piace della riforma? Varie cose. Le dico perché anche per chi vota sì sono più i mugugni che altro.

a.       Apprezzo la eliminazione del bicameralismo paritario. Ricordo che in Europa non c’è quasi da nessuna parte (c’è solo in Romania, che comunque ha un semi-presidenzialismo. Gli USA poi, sappiamo che c’è il presidenzialismo, e poi non è proprio paritario). E una simil-camera delle regioni c’è in molti paesi. Una Camera unica invece non c’è da nessuna parte in pratica.

b.      A quelli che avrebbero voluto l’abolizione tout-court del Senato, dico che invece è meglio che ci sia. Perché contribuisce all’equilibrio dei poteri, e impedirebbe a una forte maggioranza di fare il bello e il cattivo tempo. Una delle critiche maggiori alla riforma è infatti il paventato rischio della dittatura della maggioranza.. Per come sarebbe eletto il Senato delle Regioni (in maniera proporzionale), invece, sarebbe molto difficile avere una maggioranza robusta in entrambe le camere: la riforma infatti prevede esplicitamente la ripartizione proporzionale dei seggi: praticamente impossibile che un PD o il centrodestra o il M5S possano avere la maggioranza assoluta e fare quel che vogliono. Tendenze autoritarie o distruttive sarebbero un minimo frenate. Le elezioni regionali sarebbero delle mini-elezioni politiche, in cui la maggioranza di governo, se non apprezzata, sarebbe a rischio anche localmente. Potrebbe e dovrebbe continuare a governare con poteri e responsabilità, ma senza poter stravolgere tutto.

c.       Apprezzo la eliminazione del Senato attuale: Senato, dal latino senex, vecchio. Eletti non giovani, obbligatoriamente over 40, e vecchi elettori, che devono avere minimo 25 anni. Questo è un arcaismo osceno, un orrore politico, uno sminuire l’istanza di innovazione dei giovani. In un paese sempre più vecchio e coi pochi giovani stretti tra la crisi e la mancanza di rappresentanza nelle istituzioni, mantenere un obsoleto simulacro della saggezza politica è assurdo e antistorico. Ok, sarebbe un motivo risibile per approvare questa riforma. Però al momento è così, e dopo non sarebbe più così. Aggiungo che proprio per questo motivo, il diverso corpo votante, è attualmente assai probabile che nelle 2 camere ci siano composizioni diverse, cosa che peggiora enormemente la governabilità e la formazione di maggioranze parlamentari solide.

d.      Apprezzo le nuove modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Per come è adesso, su 1000 aventi diritto all’elezione del Capo dello Stato, bastano 501 voti. Per il nostro ordinamento, in cui egli è e dovrebbe essere garante super partes e primo guardiano della Costituzione, è un po’ pochino. E infatti un Napolitano fu eletto con pochi voti, circa il 55%- Invece con la riforma le modalità cambiano, e dal settimo scrutinio servirà il 60% dei votanti. Dato che all’elezione del presidente della repubblica votano tutti, inclusi i senatori a vita, tale cifra sarà comunque molto alta, vicina a un 58-59% degli aventi diritto (ci potrebbero essere più astensioni e assenze, che però conterebbero in pratica come un sì: una opposizione veramente tale potrebbe bloccare ogni nomina non concordata). Ciò servirà a garantire un presidente più bipartisan, accettato da una maggior parte dello schieramento politico. Ok, questo non è garantito, gli insulti a Napolitano da parte di chi lo aveva riletto pochi mesi prima sono a ricordarcelo. Ma è comunque un miglioramento. E soprattutto una garanzia dell’esistenza di un contrappeso nelle istituzioni

e.      Mi piace la nuova disciplina dei referendum, che permette il calo del quorum a quelli con ampio numero di firme raccolte. Aspetto marginale, avrei preferito diversamente, ma mi pare un miglioramento. Allo stesso tempo, ritengo positivo l’ingresso in Costituzione delle proposte di legge di iniziativa popolare.

3.       Per onestà, devo anche ammettere le cose che mi piacciono meno:

a.        in particolare, il nuovo rapporto tra Stato e Regioni. Non che l’attuale mi piaccia. Da federalista convinto devo ammettere che il trasferimento di competenze alle Regioni non ha funzionato. Temo che la questione federalista in questo paese ormai sia morta e sepolta, specie per la fallimentare esperienza governativa della Lega. Potrebbe esser meglio, a questo punto, tornare all’accentramento almeno delle funzioni di interesse strategico nazionale. Il dubbio è che i conflitti tra stato e regioni possano rimanere

b.      Non mi convince a pieno l’elezione indiretta dei senatori, da parte dei consigli regionali. Non certo per l’assurda protesta del fronte del No, dato che l’elezione indiretta esiste in molti paesi, tra cui la Francia (senza contare gli USA, dove venivano addirittura nominati dai governatori). Non mi convince perché l’indicazione dei cittadini sarebbe stata più trasparente, e perché tale strumento avrebbe potuto dare maggior forza alla legge costituzionale. L’unica legge elettorale attualmente in discussione andrebbe però in questa direzione.

4.       Inutile girarci intorno: la presenza di una legge elettorale fortemente maggioritaria è un elemento di forte difficoltà per l’affermazione del sì al referendum. Le leggi elettorali si cambiano, storicamente nessun paese ha una Costituzione dove c’è scritta la legge elettorale (tranne quella di Weimar, sappiamo come finì). Quindi, anche se non è materia di voto, la legge elettorale diventa, anche giustamente, materia di discussione. Personalmente, preferirei il modello anglosassone o francese di elezione dei deputati, a singolo o doppio turno, su ogni collegio, con primarie ma senza preferenze, e senza proporzionalità. In mancanza di questo, l’Italicum non mi dispiace, specialmente il premio per il ballottaggio. Perché:

  1. Assomiglia molto alla legge elettorale dei sindaci. Tale legge esiste da più di 20 anni e bisogna ammettere che ha funzionato. Prima i sindaci e le maggioranze cambiavano di continuo nei comuni, l’azione amministrativa era meno incisiva in quanto necessitava di più mediazione. L’Italicum ci assomiglia. Ed è ridicola l’accusa che potrebbe diventare maggioranza un partito piccolo: sarebbe comunque votato dal 50% e più degli elettori al secondo turno. Sarebbe quindi la scelta della maggioranza ai fini di dare un mandato per governare. La maggioranza che garantirebbe sarebbe comunque minima, non tale da portarla a decidere in modo oppressivo e dirompente.
  2. C’è chi dice che l’Italicum sia incostituzionale. Uno degli aspetti positivi della riforma costituzionale è la possibilità di far giudicare la legge elettorale preventivamente alla Consulta. Ciò avrebbe permesso, in passato, di cassare subito l’orrendo Porcellum. Ciò permetterebbe di cassare dall’Italicum le cose incostituzionali. In generale quindi questo è un altro aspetto positivo della riforma, permette di mettere un freno a una maggioranza che si confezionasse una legge su misura.
  3.  Ritorno sulla tesi che Italicum + Riforma darebbe troppo potere al premier. Per me non lo è, resterebbero vari contrappesi e il Parlamento resterebbe sovrano. Ma anche fosse, lo riterrei positivo. La Riforma in realtà non aumenta i poteri del premier. Ma una legge fortemente maggioritaria, qualunque essa sia, sì. Come dicevo in precedenza, esisterebbe comunque un insieme di poteri che sarebbero comunque un giusto e necessario freno a un possibile premier troppo arrogante (tipo Renzi, o se preferite Berlusconi o Grillo): un presidente della repubblica un po’ più super partes, un senato delle regioni che potrebbe comunque limitare alcune iniziative, una Corte Costituzionale che potrebbe decidere di cassare una legge elettorale, la possibilità di organizzare referendum con un quorum decisamente più basso. E se un giorno tornassimo al proporzionale, più o meno corretto, allora sarebbe decisamente meglio con una sola camera, no?! La seconda sarebbe un di più, completamente inutile.
  4. In questi giorni i fautori del NO parlano non solo di proporzionale, ma anche di eventuali nuove idee di riforma. Premesso che come si è visto anche solo arrivare a una riforma votata in 2 stagioni diverse è complicato e quindi chi dice “facciamo subito altre riforme” fa promesse che non può mantenere, le idee che propongono portano a assetti istituzionali ancora meno equilibrati di questa riforma qui: ad esempio il centrodestra torna alla carica sul semipresidenzialismo e un premier eletto con ancora meno parlamentari, e in più anche il vincolo di mandato (che in tutto il mondo esiste solo a Cuba e in Portogallo), e poi dicono che questa riforma che stiamo per votare “darebbe troppo potere a una persona sola”…. Avere la faccia come il deretano, insomma.

5.        Se vincesse il Sì, quale sarebbe lo scenario peggiore? Direi quello di avere un premier che comanda un po’ troppo. Farebbe così male al nostro paese, un po’ di vera leadership politica? E un po’ di sana alternanza? Ricordiamo che resteremmo comunque molto molto lontani da paesi indubitabilmente democratici come ad esempio il Regno Unito dove il potere del governo è enorme e ci sono pochissimi contrappesi. E’ vero, potrebbe diventare premier anche qualcuno che non ci piace affatto e che non vorremmo mai divenisse tale. Ma l’alternativa qual è? L’inciucio, la grande coalizione permanente? La riesumazione del pentapartito? Ritengo sia giusto che chi vince le elezioni abbia onori e oneri di governo. Che non abbia più l’alibi de “non mi hanno lasciato governare” oppure de “abbiamo la maggioranza in una camera ma nell’altra siamo sul filo e quindi non possiamo fare ciò che vorremmo”. E’ vero, ciò potrebbe aumentare i dissidi in questo paese, la diversità di vedute, lo scontro politico e sociale, la demagogia e il populismo. Ma sono cose che ci sono ovunque, anche negli stati a grande tradizione democratica. Non dovremmo averne paura. Non è maturo averne paura. Non è produttivo averne paura. L’alternativa sarebbe avere governi che amministrano alla giornata e senza una visione di lungo periodo.

6.       Se vincesse il No, quale sarebbe lo scenario peggiore? Già adesso saltano su i fautori di legge elettorali proporzionali. Inoltre una vittoria del No porterebbe instabilità, crisi finanziaria, maggiore spesa per interessi (avete un mutuo a tasso variabile? Ahia). Uno scenario che costringerebbe a varare manovre economiche lacrime e sangue. E poi leggi elettorali tali da NON avere un vincente certo ed acclarato. Vedo già, nel futuro, governi come il fu pentapartito democristiano, altro che Grandi Coalizioni come quelle tedesche. Reggendosi su molteplici stampelle, obbligati ad aumentare la spesa pubblica per soddisfare questo e quello. E conseguentemente, ad aumentare ancora le tasse. Ad un certo punto arriverebbero i disastri dei conti pubblici, il commissariamento internazionale, nuovi governi dei tecnici, nuove finanziarie lacrime e sangue. Poi nuove elezioni, maggioranze simili, stessi modi di governare. Rimandare i problemi all’infinito, caricare ancora più di debiti i nostri nipoti e pronipoti. Ed anche non venisse il proporzionale puro, ci sarebbero comunque leggi e situazioni, come quelle degli ultimi 20 anni, in cui sarebbe molto facile non avere maggioranza e dover stringere accordi con questo o con quello, soprattutto con micropartiti portatori di interessi locali e contingenti senza alcuna visione futura. E’ davvero questo quello che vogliamo?

 L’Italia, lo dicono tutti gli indicatori macroeconomici, è in declino, iniziato da oltre 40 anni e accelerato dopo il 2008, e non ci sono segni di rinascita. Serve un cambiamento di rotta. Odio la demagogia ed è giusto che non si cambi tanto per fare, ed è ovvio che questa riforma da sola non cambierà niente. Ma potrebbe essere la premessa necessaria, una conditio sine qua non, affinché una inversione di rotta ci possa essere. Non è certo un’ultima speranza, figuriamoci, in fondo l’Italia dà il meglio solo quando è messa male. Ma le cartucce rimaste a questo paese sono molto molto poche. Cercherei quindi di creare le premesse per non sprecarle.

Qualche considerazione su Rio2016

E anche questi Giochi Olimpici sono finiti. Rio non è stata come Londra, perché naturalmente il Brasile sconta più problemi dell’Inghilterra, ed è stato pure meno affascinante. Ma forse meglio del previsto, meglio dei disastri organizzativi che si paventavano. A parte la nota piscina verde, la cosa più brutta è stata il vedere gli spalti semivuoti, con poche eccezioni. Prezzi troppo alti? Probabile.

Faccio alcune considerazioni qua e là, su vari aspetti

  1. Abbiamo visto pochi campioni nuovi, molti campioni “vecchi”. Phelps e Bolt oramai ci hanno abituato e le loro imprese sembrano normali, ma resteranno tra i più grandi campioni della storia, autori di imprese memorabili. La Ledecky c’era già ma si è confermata alla stragrande, una futura Phelps. La novità principale è stata la ginnasta Simone Biles, veramente mirabile anche se non infallibile come si è visto alla trave. I campioni “nuovi” non sono stati molti, o non molto “noti”. Era tutto abbastanza previsto. Tra questi, da segnalare con 3 ori la grande Katinka Hosszu, che ha fatto un terzo del medagliere magiaro. Ma non è un’atleta giovane. Non abbiamo quindi visto dei campionissimi pigliatutto in vista di Tokyo.
  2. i Giochi hanno mostrato una situazione sportiva mondiale in buona salute, con l’eccezione dei casi doping che al momento riguardano più il passato che il presente. Ma faticheremo a liberarcene. Gli sport principali sono stati il solito grande spettacolo, in primis atletica nuoto e ginnastica. Ma anche gli sport di squadra, inclusi quelli a noi poco noti come hockey (dove gli europei ora soppiantano indo-pakistani) e pallamano (clamorosa la vittoria danese). Con la sola nota esclusione del calcio maschile, che ha sempre meno senso come si nota dalle numerose defezioni. Ha convinto il bel rugby a 7, non hanno convinto le assenze nel golf maschile che forse avrà bisogno di un paio di edizioni di assestamento. Le discipline che convincono meno restano, come da sempre accade, quelle dove la componente dei giudici sembra preponderante (nuoto sincronizzato, ginnastica ritmica) e suscettibile di decisioni politiche (marcia, boxe). Sarebbe opportuno rivalutare la presenza di tali discipline ai giochi a discapito di altre meno manovrabili come karate o squash
  3. la copertura mediatica è stata buona: stranamente la Rai, coi suoi limiti e la sua impronta molto da vecchio secolo, ha fatto meglio del previsto con 3 canali dedicati e soprattutto il sito completo di tutte le dirette e soprattutto un meraviglioso on demand che permette di rivedere tutto. alcuni limiti di commentatori e cronisti ci sono, altre imprecisioni e talvolta poca professionalità e tanto troppo tifo. ma onestamente sono stati fatti enormi passi avanti da Pechino, l’ultima edizione in cui Rai aveva l’esclusiva
  4. un’occhiata al medagliere per nazioni. hanno preso medaglie 87 paesi, più che a Londrà. alcune piacevoli novità nel medagliere come Fiji e Kosovo. In testa gli USA, che si confermano fortissimi in ogni disciplina. una vera nazione votata all’Olimpiade, nonostante manchino completamente gli aiuti di stato. la vera sorpresa è stata la Gran Bretagna: per la prima volta un paese ha preso più medaglie nell’edizione successiva a quella in cui ha ospitato i Giochi, e già 4 anni fa ci stupirono assai. il loro modello di sussidi allo sport finanziati da lotterie si è confermato valido nel raccogliere soldi e validissimo nel gestirli. sia di lezione a tutti. la grossa delusione nel medagliere è stata la Cina, che è quasi sparita ad esempio nella ginnastica. Forse politicamente pensano più ad altri sport, tipo il calcio. Male la Russia, penalizzata dall’assenza dell’atletica ma abulica pure in altre discipline come il nuoto. Forse l’esclusione dell’atletica è stata un pò forte, e la sanzione sarebbe più giusto rimandarla ai giochi invernali, d’altronde è a Sochi che hanno fatto le peggiori cose: auspico quindi che siano esclusi da Pyeongchang 2018. Buone altre nazioni come Giappone e Francia, benino Corea e Australia in calo rispetto a Londra. Non ci sono state grosse sorprese, tranne forse l’Ungheria (che ha beneficiato della Hosszu). sono state fatte numerose analisi sul rapporto tra medaglie e popolazione e PIL dei vari paesi. Io ne ho fatta una medaglie per reddito medio a parità di costo della vita: si vede come paesi poveri come Etiopia Kenya ma anche Cina e Russia rendono moltissimo e conquistano tante medaglie. Altre ricche come Singapore o i paesi arabi invece rendono pochissimo. A sorpresa, anche USA UK Germania e Francia rendono molto per il reddito procapite che hanno. Vanno molto male invece paesi ricchi ed organizzati come quelli scandinavi
  5. veniamo alla situazione italiana. L’Italia riesce a migliorare Londra, con molti argenti. Si conferma nelle prime nazioni del medagliere, qualunque metrica si utilizzi (ori o numero di medaglie). Questo è un dato positivo per il nostro paese, dove si sa che lo sport che non è il calcio non è molto ben apprezzato nè praticato. Buoni anche i dati rispetto a PIL reddito e popolazione. Il dato migliore l’ho letto sulla Gazzetta dello Sport : a differenza di Pechino e Londra, in cui l’età media dei medagliati era sui 30 anni, stavolta si è posta sui 25. Il dato migliore da Los Angeles. Possiamo vedere Tokyo con occhi più ottimisti. Va alla stragrande il Tiro, bene la Scherma, benino le cose in vasca coi migliori (una lode a Tania nostra che abbandona col massimo risultato in carriera, 2 medaglie sudatissime). Si rivede la pista, novità graditissime nel judo, andate bene pure le squadre anche se non come la Serbia.
    i punti deboli: 1. il movimento del nuoto, ci sono stati molti fallimenti tra i vari atleti (e non parlo della Pellegrini, che al massimo poteva arrivare a un bronzo ). sicuramente c’è molto da rivedere nella programmazione 2. alcuni sport vanno male e non mostrano poi molto: boxe, canoa, lotta (nonostante l’acquisito Chamizo), vela. Sono discipline che regalano un sacco di medaglie eppure anche le stesse presenze sono molto molto basse. Non dico di puntare a pareggiare il Regno Unito ma qui potrebbero esserci molti più italiani. Oltre ai campioni, pare mancare il movimento. Anche nel ciclismo su pista potremmo far meglio. 3. il vero bubbone del nostro sport: l’atletica leggera. Prima edizione senza medaglie da 60 anni. Non mancano i campioni, manca il movimento, le prospettive, l’organizzazione. E non si notano miglioramenti. Alcuni forti atleti come Tamberi che potrebbero salvare la baracca non bastano: se poi mancano…. Tutto da sbagliare, tutto da rifare. Ma non è la prima volta che si dice
  6. qualche omaggio ai nostri campioni: Campriani con due ori e una grande umiltà è sicuramente un grande del nostro sport attuale, ma la medaglia più pesante è stata probabilmente quella di Paltrinieri, un campione ancora giovane che potrà confermarsi se saprà reggere la pressione: cosa che ha già affrontato benissimo stavolta. La rivalità -amicizia con Detti lo potrà aiutare. Tra gli altri medagliati, menzioni speciali per i ragazzi della beachvolley, quelli della pallavolo in sala con la nuova icona popolare Zaytsev, la suddetta Cagnotto, il judoka Basile e Viviani autore di una grandissima prova contro avversari enormi come Cavendish

Qui sotto i miei personalissimi premi

1) BEST OLYMPIC EVENT:
i 400 piani maschili di atletica, per l’elevatissimo livello di tutti i finalisti e il grande risultato di Van Niekerk in ottava corsia
2) BEST ITALIAN EVENT:
i 1500 stile di nuoto, gara evento. più dello skeet donne, il nuoto conta di più
3) TOP OF THE FLOP (WORLD):
avrei tanti nomi: il calcio donne brasiliane, Djokovic + Serena Williams (ma il tennis non mi intriga ai giochi), le sorelle Campbell nel nuoto che comunque qualche medagliuccia l’han presa…. i pessimi cinesi della ginnastica. Ne dico un altro, un atleta che ammiro meno di zero e che si è rivelato un vero flop: Gatlin
4) TOP OF THE FLOP (ITALY):
qualche nome lo avrei… gli sport in cui siamo rimasti a secco (vela, boxe), le ragazze del Italvolley (che però hanno affrontato un girone tremendo)… allora dico: la nostra FIDAL , con l’atletica per la prima volta senza medaglie dopo 60 anni e 15 olimpiadi
5) MAN (OR WOMAN) OF THE GAMES (WORLD):
Bolt. 9 oro, terza tripletta in 8 anni. mostruoso. la sua forza è tale che tendiamo a sminuire la sua forza
però dico anche una donna, e dico la Simone Biles
6) MAN (OR WOMAN) OF THE GAMES (ITALY)
Campriani
faccio anche un podio e ci metto Paltrinieri e Viviani
peccato per la pallavolo, avrei dato la palma a loro in caso di vittoria
7) PREMIO DELLA CRITICA
faccio fatica, menziono un pò di nomi a caso
– Van Niekerk nei 400 in una prestazione indimenticabile
– il concorso individuale della Biles
– i 3 argenti ex aequo nei 100delfino
– l’arrivo mozzafiato di Maya Dirado nei 200 dorso
– la prestazione di una normalità disarmante di Katie Ledecky, che vale la Biles
– i 10mila alla follia della Ayana

Un perfetto week-end di trail running

Scrivo non proprio a caldo ma ancora ebbro di quanto vissuto questo fine settimana. Raramente una gara mi aveva lasciato così tante emozioni, una intensità di vita così forte. Avevo decisamente sottovalutato quanto mi avrebbe coinvolto. Meglio così, mi son fatto travolgere volentieri dall’entusiasmo inatteso di questo weekend. Eppure son 28 anni che corro e ho tatuate dentro di me tante di quelle date, tante di quelle gare e persino allenamenti che non è facile fare un’esperienza che mi doni uno tsunami di sensazioni. Poi questa prova a Cortina nacque per caso in uno dei tanti momenti di pausa agonistica della mia vita di runner, in uno di quei momenti in cui non ho per niente voglia di prendere impegni con me stesso, di soffrire. Nacque con Isacco che su Whatsapp mi disse “ehi Leo, per farti tornare un po’ di voglia, ci sarebbe questa cosa qui… noi proviamo a vincere il sorteggio per essere ammessi”. Ma sì, mi dissi, tanto quando mai vinco qualcosa …. Invece vinsi il privilegio di iscrivermi, non mi rendevo conto di quanto fossi stato fortunato. Ma in fondo era dalla prima edizione che volevo cimentarmi in questa gara e ora che è diventata il principale trail italiano è stato giusto e bello affrontarla. Ok, mi dissi, sono in ballo ma mica posso sfigurare. Un minimo ho dovuto allenarmi coniugando scarsità di tempo e soprattutto propensione agli infortuni ogni volta che supero i 10Km. Inverno e primavera provando ad allungare le distanze, a buttar giù un paio di kili (una decina sarebbe stato meglio, lo so, non infierite), a fare varie gare come allenamenti, finendo spesso in fondo classifica. Cortina si avvicinava e pian piano la tensione cresceva: per l’evento, per questa piccola impresa di gruppo. La prospettiva per Giulia Simone Alessandro e Fabio di correre 120 km sulle Dolomiti aveva generato empatia, solidarietà, ammirazione per il loro coraggio. Non potendo correre tale distanza, noi 5 impegnati sul corto (!) di 47Km vivevamo comunque la loro tensione, la fatica dei loro duri allenamenti. Tutto ciò ha portato ad un’alchimia speciale: è stata un ingrediente importante per affrontare questa prova.

***************************

“La voglio estrema!!!” (Simone in uno slancio di entusiasmo a 2 ore dal via, un attimo prima di un nubifragio)

Gli ultratrailer son partiti 2 giorni in anticipo per acclimatarsi e prepararsi con calma all’Impresa. La vigilia della gara faccio l’ingresso nella nostra base del fine settimana, un appartamentino stile anni ’50 in una casetta di legno a San Vito di Cadore e sento l’eccitazione nell’aria. Gli ultratrailer non lo ammetteranno ma nonostante le risate in quella casa si poteva percepire la trepidazione di chi osa: non paura e nemmeno ansia ma quel mix di eccitazione, di concentrazione, di lucida ebbrezza di chi sta per affrontare una grande Prova, di chi sa che in ogni caso portare a casa la preda non sarà facile e ci sarà da soffrire e stringere i denti e tirare fuori le unghie e usarle contro quella parte di te che dirà “ma chi te lo fa fare?” : e solo questa tensione può garantire il risultato. Dicevo, un pranzo pantagruelico con ampio carico di carboidrati, una voracità da veri podisti che cercano di riempirsi di glicogeno come un cammello di acqua prima della traversata del Sahara. Per noi poveri umani impegnati con la 47Km la tensione è molto minore – tranne il Mela, ovviamente, che è all’esordio in una gara oltre i 30km!!!- però complici le vibrazioni degli ultra anche noi entriamo progressivamente in fibrillazione. Ritiro pettorale con controllo minuzioso e capillare del materiale obbligatorio – sui 47 però ero uno dei pochi col pantalone lungo, e dalla dimensione dello zaino dubito che gli altri ce lo avessero. Certosina preparazione dello zaino che è paurosamente pesante, stracolmo di vesti, liquidi e gel zuccherini. Un bel problema, ma in una gara in semiautosufficienza è giusto così, fa parte del gioco. È il 24 sera e a 4 ore dal via gli ultratrailer fanno l’ultimo pasto, procedono alla vestizione, li accompagniamo a Cortina sotto un pauroso nubifragio. Alle 23 è la partenza, appena finito di piovere. E nel mezzo a una folla festante e plaudente si incamminano nella notte con le loro frontali accese, verso l’oscurità delle vette dolomitiche. In trepidazione per loro, consci che ora tocca a noi, non è facile dormire pur sapendo che 47Km non sono chissà quale impresa, in fondo non ci abbiamo riversato le stesse quantità di energie mentali. Ma una gara è sempre una gara, tanto più in alta montagna. Si affronta l’ignoto. Si affrontano le montagne e il cielo

**************

“C’è sempre un <chi lo sa?>” (un Isacco per nulla spavaldo dopo 100m dalla partenza)

La luce dell’alba mi coglie alle 5 e mi scaraventa giù dal letto. Nella casetta di legno apro le finestre e mi godo l’aria frizzante e la vista del Pelmo che sovrasta la vallata, ricordandoci la maestosità della Montagna. La colazione ci regala le stesse vibrazioni di eccitazione che avevano colto i nostri compagni il giorno precedente, in più abbiamo i loro tempi intermedi e leggiamo colti di ammirazione tempi colossali in un contesto di grandissimi atleti: hanno osato ma hanno ancora tanti Km davanti. Da quel momento cessiamo di pensare a loro, dobbiamo concentrarci su di noi. Cortina è luminosissima, affollata di runners colorati. La tensione sale, le rituali foto o le chiacchiere goliardiche la stemperano ben poco. La musica di Morricone sparata dallo speaker fa il resto, il cuore pompa più adrenalina che sangue, il conto alla rovescia è una endovenosa di caffeina. C’è il via e Isacco Alberto Franco e il Mela scappano. Ora ci sarà solo da correre nelle magnifiche Dolomiti d’Ampezzo. Perché il trail è esplorazione, è essenzialmente esplorazione: dei luoghi, e della propria mente. Soprattutto di quest’ultima . Sarà la crema solare di cui sono cosparso, o il caldo, o l’umidità, o il poco allenamento ma dopo 3Km sono già un lago di sudore e già devo iniziare a intaccare le preziose riserve di liquidi. Una prima salitella di riscaldamento, un breve discesa, comunque in 8Km siamo già nel nostro elemento naturale: la montagna, la salita, il bosco, la roccia, il sentiero, il guado, il fango. Dopo una dozzina di Km entriamo nella Val Travenanzes. Stretta tra le Tofane, i Fanes e il Lagazuoi, una vallata deserta e molto poco accessibile, umida di acque e ombra, ampie cascate che scorrono giù dal cielo o da chissà quale lembo di neve. Attorno a noi vette luccicanti al sole, sotto di noi il greto del torrente che guado volentieri ritemprandomi col gelo dell’acqua mentre altri cercano di evitare di bagnarsi le zampe. La salita al Col de Bos non è facile ma essendo al 20°Km la posso affrontare bene tanto che ammiro più le vette delle Tofane che l’asperità del sentiero. Che belle queste Dolomiti, da Fassano ad honorem le avevo sempre sottovalutate, lo confesso. Belle ed assolate affrontando la discesa per il Col Gallina. Primo ristoro al 24°Km, i trailer si avventano come locuste verso i liquidi e i cibi. Io forse ho caricato un pelo di troppo lo zaino ma riempio una borraccia e mi avvio lemme lemme verso la Cima Coppi della prova, il temutissimo Averau. Già qui mi distraggo meno, la vista delle 5 Torri e delle altre montagne è meravigliosa ma la pendenza è crudele. Il mio (sovra)peso mi induce a rallentare e salire del mio bradipesco ritmo, sorpassato da vari ultratrailer che già han fatto 100Km, quelli più forti che volano da una pietra all’altra. La vista dell’Averau rinfranca gli occhi, ammirare il crinale che separa la conca Ampezzana dall’Agordino li riempie della meraviglia che coglie l’uomo al cospetto della grandezza della Natura. Davanti a me nelle nebbie si scorge pure la maestosa Regina Marmolada. Ora però c’è il Giau, e un lungo e frastagliato sentiero di crinale che auspicavo fosse meno ostico. Arrivare al passo non è facile e spreco energie preziose.

Penso ai miei amici, spero che gli vada tutto bene. Il Mela avrà sofferto la distanza per lui ignota? Isacco avrà recuperato dalla Extreme? E Alberto così poco preparato per questa prova? Franco non ha problemi, mi dico, ma gli ultratrailer che sono già oltre i 100? Gli dico forza ragazzi, so che soffriranno sull’Averau ma faccio il tifo. Simone e Fabio andranno alla grande, ne sono sicuro, ma Alessandro che aveva un po’ di febbre? E Giulia, la nostra Wonder Woman… mi giro ogni tanto e mi aspetto di essere raggiunto eppure non la vedo, possibile che lei così infrangibile abbia sofferto?

Il cartello dice che mancano 16Km ma so che non saranno banali. Proseguiamo verso una muraglia di roccia che non lascia presagire niente di buono, la cartina stampata sul pettorale annuncia una breve ma ripida salita, e mi trovo a maledire una discesa e una perdita di dislivello che so che dovrò ripagare con gli interessi. Non sono stanco, o meglio non lo sono più degli altri attorno a me, che neanche si accorgono dei fischi delle numerose marmotte sui prati attorno, infastidite da questa folla sudata nel loro regno. Dietro una curva appare, la salita più dura e inattesa, la Forcella Giau. Una processione di lenti podisti che arrancano al sole verso una vetta appena visibile- e son soli 200m di dislivello ma in meno di 800m, tanto per dare un po’ di numeri. Un calvario maledettamente ripido nel mezzo delle rocce. Qui ho avuto l’unico momento di difficoltà, la mia avversione alle pendenze in salita ha colpito solo adesso, ma per fortuna non è stata una crisi, c’era solo stanchezza che mi imponeva di procedere molto lentamente. In vetta c’era il premio meritato. Prati a perdita d’occhio, rocce rosse di dolomite, laghetti, un sole splendente che regalava colori abbacinanti amplificati dal netto contrasto con la tetra grandezza del Civetta e del Pelmo in lontananza. Sentiero più agevole, la mia GoPro spara video in continuazione e riprendo umore chiacchierando con gli altri, che mi paiono più stanchi di me. Una piccola forcella ci fa svoltare verso sinistra, verso la valle: la Croda da Lago ci osserva mentre le sfiliamo accanto, in fondo c’è il laghetto dove riposano le ceneri di Buzzati e l’ultimo ristoro. Mi getto in questo toboga con le residue energie per gli ultimi 10Km, più impegnativi del previsto con una discesa molto tecnica e ripida con tante radici e qui rimpiango di non avere i bastoncini che mi avrebbero dato più sicurezza. Per fortuna non sono stanchissimo e riesco a saltare abbastanza bene evitando sassi e radici degli abeti. La quota persa stavolta mi rinfranca, la vista delle prime case della periferia di Cortina ancora di più, un cartello con la scritta “ultimo Km” mi genera un guizzo di forza che mi butta il cuore verso l’arrivo. Il corso finale è una passerella dove ricevo applausi come fossi un campione, mi eccitano così tanto da gettarmi nella più inutile volata della mia vita sportiva, così da onorare fino in fondo questa magnifica gara, una volata forsennata tanto da farmi accasciare su una sedia al traguardo, come se ci fosse stato chissà cosa in palio. Volevo finire entro le 10h, avendo conosciuto prima le difficoltà mi sarei accontentato pure di un poco oltre, invece il cronometro fermo sulle 9h20 e una classifica nei primi 900 mi fanno essere nel mio piccolo davvero soddisfatto.

******************************

“Corribile… una sega!!!” (Fabio all’arrivo, che si aspettava un percorso più agevole)

I ragazzi impegnati nei 47Km sono tutti arrivati: chi da tanto tempo, col Mela alla miglior gara della sua ancor breve carriera, chi da meno ma tutti bravi contenti e soddisfatti. Il classico rituale post gara – doccia, pasta party, chiacchiere e soprattutto birra – è infranto dall’attesa dei nostri ultratrailer, di cui studiamo avidamente i passaggi intermedi su TDS, ne immaginiamo la spossatezza, ne fantastichiamo la grinta, ne temiamo le avversità sul percorso. Alla spicciolata, ma arriveranno nel corso della serata. Giulia mai doma, grintosa come sempre per arrivare dopo 20 ore, stanca e tremante come non l’abbiamo mai vista. Fabio e Simone ritrovatisi insieme nel finale come insieme si sono preparati da mesi, arrivano sorridenti, bravissimi a mascherare gli inevitabili dolori e il freddo patito. Alessandro ci ha fatto temere ma ha superato la crisi pur sapendo di dover poi affrontare la notte il gelo e la pioggia in alta quota, si è saputo riprendere come solo i grintosi possono fare. Noi ad attenderne notizie, a trepidare in attesa del loro avvistamento, tifavamo come gli ultras allo stadio che incitano i propri beniamini, i propri eroi. Ora che è finita, come i tifosi di una squadra vittoriosa gioiamo per i successi di altri che in fondo sentiamo anche nostri, solo perché ci sentiamo parte di un unico grande gruppo.

***************

“Cercare la felicità non è solo vivere il momento, ma è avere progetti, pensieri, valori e seguirli” (Kilian Jornet i Burgada)

Cala la notte su Cortina, il temporale è finito e lascia lo spazio alle stelle che guardo dalle finestre di casa provando a immaginare il Pelmo laddove non se ne vedono. Penso a chi ancora sarà sul percorso, agli ultimissimi che dovranno affrontare la seconda notte insonne, la Forcella Giau e poi la ripida discesa nel buio fitto e mi sento vicino a questi perfetti sconosciuti che mai vedrò, con una forza d’animo che ammiro incondizionatamente. Crollo stremato sul materasso, nel dormiveglia percepisco l’arrivo di Alessandro cui non avevo assistito e mi tranquillizzo, ero sicuro avrebbe superato la sua crisi.

La missione è compiuta: 9 finisher su 9, tutti contenti, tutti vittoriosi. Ripenso a quando cominciai a fare trail e tutti mi davano del grullo mentre invece fui solo uno dei primi malati di questa disciplina. La passione con cui i miei compagni affrontano queste prove è gioia per gli occhi di chi questa passione ce l’ha da tempo. Mi capiterà poi di rivedere i video girati in gara e di trovare il medesimo sguardo in tutti gli altri partecipanti, la stessa capacità di stringere i denti, lo stesso amore profondo per la corsa per il trail e per la montagna che hanno i miei compagni e che ho io. Il giorno dopo a colazione ci ritroveremo tutti nonostante le poche ore di sonno e racconteremo le nostre sensazioni, o almeno ci proveremo. Ma cadendo nelle braccia di Morfeo non pensavo al giorno successivo, ci sarebbe stato tempo per tutti noi per narrare aneddoti, per riposarsi ridere e rifocillarsi; ed altri giorni ancora per ripensare malinconici e orgogliosi alla gara conclusa e trovare nuove sfide a noi stessi, consapevoli di essere più forti consapevoli ed esperti. No, in procinto di addormentarmi avevo la mente perfettamente sgombra, colma della soddisfazione di una giornata perfetta. Compiaciuto del mio minuscolo risultato personale e ancor più del meritato successo dei miei carissimi amici mi addormento con la bocca increspata da un sorriso, cullato dal silenzio delle Dolomiti.

Traccia GPS su GPSies

Video:

 

Rifondare il referendum

Nel ’90, una delle prime volte in cui potei usufruire del diritto di voto, si verificò per la prima volta un caso particolare: il mancato raggiungimento del quorum in un referendum. Si trattava di referendum sulla caccia, e la delusione fu non poca. Non mi piaceva per niente il “barare” di chi si opponeva al referendum, e sfruttava l’astensione fisiologica mettendola dalla sua parte.
Sono seguiti tanti referendum da allora: per un pò il meccanismo ha funzionato, tipo quando Craxi invitò ad andare al mare nel ’91, o nel seguente pacchetto del ’93 o del ’95 (con la vittoria dei no, ultima volta in cui gli oppositori non si unirono all’astensione: quella scelta di Berlusconi meritò rispetto)
Da fine anni ’90, il disastro, e il quorum fu raggiunto solo nel 2011 e probabilmente solo per l’evento Fukushima

Fa specie che non si raggiunse il quorum per consultazioni su temi molto ideologici e molto personali, da scelta di coscienza , tipo il referendum del 2005 sulla legge sulla fecondazione assistita.
E’ evidente che nella consultazione referendaria c’è qualcosa che non va. Mi ricordo che a fine anni ’90 in molti pensavamo già che il meccanismo fosse completamente da ricostruire e rilanciare. Ci fu chi, il settimanale satirico Cuore, ipotizzò referendum assurdi (tipo “abolire la matematica”) per dare un messaggio politico.

L’astensione è un meccanismo ipotizzato dai costituenti, quindi legittimo. Però falsa le regole del gioco, e in questo è obiettivamente poco dignitoso, è un escamotage non degno di istituzioni autorevoli.
A ottobre voteremo (senza quorum) un referendum costituzionale: io, che appoggerò con forza il Sì, trovo letteralmente osceno che la materia del referendum sia stata toccata ma non in maniera completa. In particolare, non sopporto che per il referendum abrogativo si lasci il meccanismo delle 500mila firme e del quorum del 50% dei votanti, inserendo solo la possibilità di un quorum pari alla metà dei votanti alle politiche nel caso le firme fossero più di 800mila.

Così facendo, si continuerà con questa pantomima, e col “costringere” i contrari a non votare. Onestamente non ho questa stima della democrazia diretta ma avrei voluto tanto un meccanismo simil-Svizzera o -Usa, con nessun quorum ( ma un altissimo numero di firme necessarie per indire la consultazione, a differenza di questi paesi). Sarebbe stato un ottimo compromesso ad esempio fare referendum abrogativi senza alcun quorum ma un numero di firme necessarie pari ad almeno 750mila cittadini, il 50% più di adesso. Magari di più per referendum propositivi (1 milione?)

P.S.
a malincuore quindi non andrò a votare per questo referendum. Mi secca ma farò così, desiderandone la sconfitta. Non mi piace, come non mi piacque perdere i referendum del ’90, del ’99 e del 2005 per mancato quorum. Quanto alle motivazioni, non sono certo di natura politica filogovernativa come per la maggioranza dei partiti (anche se sui social network mi viene dato di pecora PiDiota) ma mi è bastato leggere questo articolo sulle trivelle  e questo sulle energie rinnovabili

Orgoglio di un trailer della prima ora

Recupero roba di un pò di tempo addietro…
Per il secondo anno consecutivo , ho organizzato un trail autogestito. Quello che l’anno scorso fu un allenamento di gruppo aperto, ora si è trasformato in un evento annuale con tanto di pagina facebook e gente che mi ha contattato e si è aggiunta negli ultimi giorni per smaltire i pingui pasti natalizi. Alla fine, eran più quelli che non conoscevo dei trailer a me già noti! Siam così partiti dal solito posto, le Catese sopra Colonnata, verso la terza punta di Monte Morello. Giornata nebbiosa in basso, solare e soleggiata in vetta. Bellissimo. Come dimostra il video

Da trailer della prima ora ormai  tanti anni fa, sono sempre più meravigliata del successo del trail running. Io penso che c’entri molto l’assenza di stress, la comunione con la natura, il divertimento maggiore, una fatica diversa, più appagante, che non lascia mai l’amaro in bocca.

Sono molto orgoglioso di ciò: dopo quasi 10 anni ho convertito molti runner stradaioli, alcuni ormai malatissimi, molto peggio di me. E tra poco la nuova creatura del mio team, il trail del Mulinaccio

Winter Trail del Senio

Secondo anno di fila che partecipo a questa bella garetta dicembrina a Palazzuolo, le mie zone. Il percorso con la neve sarebbe fantastico e difficilissimo. Invece c’è il solito fango ovunque, un cielo nebbioso e grigissimo. Dopo un primo tratto abbastanza impegnativo ma facile, si arriva in un meraviglioso paesino abbandonato, Lozzole, cui giriamo attorno su pendii molto scoscesi. Poi si risale nel fango, single track e saliscendi senza fine, una lunghissima discesa finale (con un intermezzo devastante al 20%) in mezzo ai castagni. Arrivo nel bellissimo paesino sperduto nell’Appennino. Docce, pasta party, tutto OK. Un trail bellissimo per far conoscere zone e sentieri dimenticati.

 

Skyrace delle Apuane 2015

E’ stata una lunga e intensa stagione. tanti acciacchi, ma anche tante
soddisfazioni: tanti trail conclusi, il ritorno ai 42 e oltre dopo anni,
il mio primo ultratrail, un gruppetto di compagni di allenamento senza
cui non ce l’avrei fatta.

Questa stagione non poteva che finire con una prova unica. La Skyrace
delle Apuane è cascata a fagiolo, poco prima delle vacanze.
L’avevo già corsa due volte, vari anni e molti Kg fa. Soprattutto, in
ottime condizioni di allenamento. Stavolta invece … zero forma, un pò
sovrappeso. Ma tanta voglia, tanta determinazione. La mia forza è la
mente, a quella ho fatto affidamento, come sempre.
Dopo 6 anni torno così in questo paesino sperduto, Fornovolasco, in
Garfagnana, neanche 500m slm, in mezzo a una valle strettissima fresca e
boscosa. Ruvide case in pietra attorno a un ruscello gelido. E sopra, il
Monte Forato, e più in alto, la temibile Pania della Croce, che domina
la valle con la sua pietra chiarissima.

Partenza alle 9,30, si sale subito nel bosco per primi 3Km trail,
neanche durissimi. Ma poi si arriva sul crinale che ci separa dal
versante della Versilia. E cominciano i dolori: sentieri strettissimi,
arrampicata su roccia, pietraie, gradoni da salire e scendere. Il
passaggio dal Monte Forato, questo enorme pertugio tra le rocce dipinto
dalla natura, con un tifo da stadio ad accoglierci: già vale il prezzo
del biglietto in sudore e fatica.
Il peggio però deve ancora arrivare. Giunti sul versante occidentale
della Pania, c’è da percorrere questo sentierino in traverso che porta
al Rifugio del Freo. Ancora più arrampicate, ampi tratti di corda
attrezzata per dare sicurezza. E il sole che comincia a bruciare dietro.
Mica è finita: ci aspettano i 3Km e 700m di dislivello che portano in
vetta. Per fortuna su un sentiero non così disagiato. Ma alzi il capo, e
la vetta rimane lontana, e non si avvicina mai.

Finalmente arrivi in cima. Coccolato, come durante tutto il percorso,
dallo staff organizzativo presente in forze: ti passano acqua e sali, ti
colmano la borraccia, ti chiedono se è tutto OK
Intanto ti guardi attorno, e assapori il piacere della vista da una
delle vette più alte della Toscana. Il mare, la Garfagnana, la Versilia,
l’Appennino. Le altre impervie montagne delle Apuane, aspre come e più
delle Alpi.
E’ tempo di scendere: non è peggio della salita, ma si procede
lentamente nel Vallone dell’Inferno, una pietraia assolata dove se non
sei Kilian Jornet al massimo corri 10 metri di fila e poi ti fermi per
sicurezza. Altri tratti attrezzati, gradoni, il sole che ti cuoce.
Arrivare nei prati attorno al rifugio Rossi è una benedizione: un
sentiero nel bosco è meno impegnativo, e poi c’è ombra. Ma mancano
ancora 1200m di dislivello negativo, che non finiscono mai, e intanto il
sole picchia. Ma arrivati all’asfalto davanti alla Grotta del Vento sai
che è fatta, che ti puoi lanciare.
Gli ultimi Km sono stati devastanti. Male al fianco destro, crampi al
quadricipite, unghie dei piedi dolenti, una storta alla caviglia, la
pelle che scotta. Quando corri cerchi di non pensarci, ma ci vuole tanto
cervello, tanta forza d’animo.
Per fortuna prima o poi c’è l’arrivo, quel sontuoso ristoro con
abbondante cocomero, pasta party & birra, e poi l’immersione delle gambe
malridotte nelle gelide acque del torrente
Organizzazione magnifica, molto accurata, tutto ben segnalato, tanti
ristori, tanti presidi medici. Gara unica. Non per tutti. Ma
eccezionale, per chi può apprezzarla

Video

Traccia
https://connect.garmin.com/activity/831418623

Recensione de “L’amica geniale” , di Elena Ferrante

E’ difficile descrivere la lunga e complessa tetralogia “l’amica geniale” di Elena Ferrante.

Lasciamo da parte l’aneddotica sulla misteriosa ed anonima autrice. Due bambine, una storia. La loro storia, e anche la storia di Napoli e la storia d’Italia del Dopoguerra. Due bambine nate ancora con il conflitto in corso, cresciute in simbiosi dall’infanzia all’adolescenza stimolandosi a vicenda. Due bambine unitissime ma diversissime tra loro, tanto che si sospetta che ognuna vorrebbe essere l’altra. Due bambine che affrontano gli anni ’50, il primo boom economico, la nascita della camorra assieme alle classiche situazioni della crescita, del diventare ragazze e donne. Dotate fin da piccole di fine intelletto in un ambiente in cui non viene riconosciuto, ciò le porterà a separarsi, una studierà, l’altra lavorerà e diventerà moglie e madre. Il romanzo prosegue su questi due piani: il racconto pignolo e dettagliato della vita delle due, soprattutto della narratrice. E di contorno un durissimo inesorabile affresco: la Napoli che cresce avviluppata nei tentacoli della criminalità, sempre più organizzata, sempre più feroce.

E dell’Italia intera, del benessere che la pervade di anno in anno ma anche dei tormenti che la solcano, dal terrorismo alle sciagure ambientali , e le correnti culturali e politiche che la plasmano : il ’68 con tutte le sue utopie e i suoi sogni infranti, l’elite di sinistra radical-chic, il pragmatismo della piccola borghesia che si arricchisce ma che non si sviluppa umanamente, una gretta sottocultura nazionalpopolare che non ci ha mai abbandonato e che spinge all’individualismo, a perdere di vista la società e la nazione nel suo insieme. E i vizi che restano profondi nella nostra cultura: il maschilismo, la subalternità della donna specie meridionale, il familismo

L’affresco di Napoli che ne esce, soprattutto, è tremendo: terra di frontiera, l’anarchia che convive con la prevaricazione intoccabile dei più forti e dei più ricchi, un sistema di caste dove uscire dal proprio ruolo è profondamente rischioso e persino socialmente condannato, tanto più se sei donna. 

L’opera non è perfetta: specie nella seconda parte indulge con sé stessa, alcuni vicende dei personaggi diventano esagerate, vengono spinti ad eccessi innaturali. La prosa composta di periodi lunghi ma così semplici e lineari da donare un alone di poesia alla lettura, si fa un poco più pesante. Ma sono pagliuzze che non inficiano il valore della saga.

L’autrice, e in particolar modo quest’opera, è idolatrata negli Stati Uniti. Non mi stupisce: è un cazzotto nello stomaco per noi italiani. Ci duole leggere quanto il nostro provincialismo c’ abbia accompagnato per così tanti decenni e sia ancora così forte in un mondo globalizzato.

 

In memoria del guru Prof. Enrico Arcelli

c’era una volta un ragazzino grassoccio, il cui babbo aveva da poco smesso
di fumare ed aveva cominciato a correre, persino a fare imprese che mi
sembravano al limite dell’umano come una maratona! quel babbo un giorno
compro’ quel libro chiamato buffamente “correre è bello”, titolo che faceva
sorridere chiunque sbuffava come un mantice durante l’ora di educazione fisica.
un giorno quel ragazzino cominciò per caso a corricchiare, capì che quel titolo
aveva un senso, e che correre poteva persino essere meraviglioso.
e fu conquistato da quel libro che era un sapiente mix di aneddotica sulla
corsa, principi di fisiologia dello sport e di scienza dell’allenamento,
oltretutto scritto in un bellissimo italiano, semplice eppure efficace.
era anche una descrizione di un’italia industriosa che col benessere cominciava
anche a pensare ad altro che non fosse la solidità economica, che iniziava a
capire l’importanza della salute fisica e del piacere mentale.
quel libro lo lesse decine di volte, lo sfoglio’ centinaia, sperimentò tutto, gli
diede l’ispirazione per tante gare, fece nascere la passione, sempre più profonda,
e solidissima grazie a quella miscela di amore per lo sport e di dotte spiegazioni
scientifiche delle basi del running.
Infuse passione non solo a me, ma anche a tantissimi altri, ed è tuttora il libro
di sport più venduto in Italia.

Ti sia lieve la terra, Enrico.
e grazie infinite

Come divenni un ultratrailer (Mugello 2015)

Erano anni che avevo questo tarlo. Da quando iniziai a fare trail, nella preistoria della disciplina. Poi impegni, la scarsa diffusione di questo tipo di gare, infortuni, acciacchi, un redivivo interesse per il bitume, la  mancanza di voglia di farmi il mazzo, hanno complottato per farmi anche solo ipotizzare la possibilità di diventare ultratrailer. E mi son dovuto giocoforza accontentare del limite dei 42Km, rigorosamente offroad. Poi l’anno scorso un gruppetto di coraggiosi ha deciso quel che mi pareva un sogno: organizzare un ultra dietro casa mia. Sull’Appennino di cui mi sento figlio adottivo, non qui nato ma qui trapiantato, ormai cittadino di questi boschi, di questa campagna, di queste vette, non alte ma impervie. Un anno fa l’assaggio della prova più corta di 24Km. Una gara tosta ma già meravigliosamente e meticolosamente organizzata. Non me la posso perdere, mi dissi.

Ma il principio di realtà cozzava col mio sogno. Il mio fisico dopo oltre un quarto di secolo di running si lamenta se provo ad azzardare qualcosa di più. Ogni allenamento più duro, ogni seduta di ripetute, sono un fattore di rischio.  A novembre riuscii a correre una mezza maratona in poco meno di 2h, il mio peggior tempo all time sulla distanza. Sembrava che il complotto anti-ultratrail si ergesse forte. Poi sono arrivati i miei amici pazzi. E mi hanno convinto. Ok, ci provo, mi iscrivo. L’obiettivo è improbo, allenarsi per 11 ore di corsa partendo da un livello aerobico infimo e da una autonomia limitata.

È quello il primo passo, il gradino più duro. Porsi un obiettivo è il primo passo per raggiungerlo. E osare nel correre è come il pizzico di sale in un piatto, regala quel sapore speciale che ti fa godere anche nella preparazione, che ti dà forza anche nella sofferenza. Ti dà la motivazione, che poi diventa grinta, che si trasforma in consapevolezza, in autostima, in determinazione. Il primo gradino è stato più difficile. Poi il resto è venuto da sé. E i miei amici mi hanno accompagnato e facendosi ispirare dalla mia esperienza hanno dato forza a tutto un gruppo via via ingrandito, che ha cominciato ad allenarsi insieme sulla spinta della motivazione della curiosità della passione.

E così sono nati allenamenti di gruppo sul nostro amato monte Morello a uno sputo da Firenze, una vera palestra per il trailer. Levatacce, lotte col freddo, con gli alberi abbattuti da una tempesta di marzo, col fango e le piogge. E la passione che saliva, e la determinazione che montava. Ci siam fatti le nostre gare che erano di allenamento e di prova assieme. Fino al 2 maggio, alzarsi ancora a buio, giungere al momento della partenza avvolti in una nebbia fittissima che copre tutto il crinale appennico assieme a una pioviggine fredda e fastidiosa che copre le abetaie della Badia di Moscheta.

Devo partire coperto con una giacca antivento, mai successo prima. Qualche foto, trepidazione, desiderio di voler partire, voglia di faticare e di stringere i denti. Il via è stato festoso e fangoso. Una prima salita corsa più del previsto perché non dura. La prima vetta è il monte Acuto, ci spira un vento fortissimo, al massimo 20 metri di visibilità. Peccato.

Seconda salita prima ripida, poi facile, poi il lago di fango. In dei punti non sapevo come fare a restare in piedi, sembravano le sabbie mobili, altri parevano piste da sci. Un pickup disperso su uno stradino legato a degli alberi per impedirgli di precipitare in un burrone, ovviamente inciampo in una corda e mi copro di fango dalla testa ai piedi, sembro uscito dalla Parigi Roubaix in un giorno di tregenda. La nebbia non passa, il crinale è ancora avvolto dalle nubi ma almeno non piove più. Il maledetto fango rimane, spendo preziose energie per tentare di rimanere in piedi il più possibile. Dopo 3 ore sono al Giogo di Scarperia, paradiso dei motociclisti e mi mancano ancora 42Km, per fortuna sono ancora fresco. Da quel momento farò una gara in rimonta. Peccato che non riesca a sfruttare la lunga discesa, tanto è accidentata, ma l’importante è divertirsi. E vi giuro, mi stavo divertendo da pazzi. Al 24° al museo della civiltà contadina c’è un nuovo ristoro, mi cambio  e comincia una parte di salita di 20Km. Se normalmente sono un bradipo, in salita divento una lumaca. Vado del mio passo, che è prudente. E un passo dopo l’altro supero la salita che mi porta al 30°. Metà gara, e son passate oltre 5h30’.

Ma sto bene e non mollo, divertendomi come un bambino nel successivo single track vallonato che porta al ristoro di Valdiccioli e poi su per la forestale verso Prato all’Albero, dove ci sono gli unici 10metri di asfalto, e qui entro nella parte più in alto della prova. Sul crinale, manco a dirlo, ancora tutto nuvoloso e la Romagna la si può solo immaginare.

Questa salita non finisce mai, e la discesa successiva veloce e poi sassosissima quasi la si rimpiange. Si entra nella valle del gelido Rio Rovigo le cui acque si devono guadare più volte, si risale al rifugio dei Diacci col famoso passaggio sotto la cascata. Nuovo single track nel bosco… ehi, ma quello sembra il sole. Qui, verso il 48°, inizio per la prima volta a sentire le gambe un po’ dure, mi spiace perché ero stato da dio fino a quel momento, ma non mi lamento e comunque guadagno ancora altre posizioni.

La discesa del 54° in mezzo ai castagni e finalmente col cielo sereno è una benedizione, la stanchezza sparisce di nuovo e sento l’odore del traguardo. Nel fondovalle ci sono i 2 guadi, lì trovo 2 dei miei amici un po’ pazzi, la lunghezza della gara li ha provati mentalmente ma riesco a dar loro coraggio e mi trainano per l’impervia Valle dell’Inferno in un single track micidiale per chi è stanco, ricco di salti e gradoni per gli ultimi 3 infiniti Km. L’odore dell’arrivo è intenso, ci facciamo forza e chiacchieriamo come fossimo al bar, indispettendo gli altri concorrenti. Gustiamo già il sapore della comune vittoria. Tanto per gradire devo combattere l’ultima mezz’ora con una brutta contrattura che mi fa veder le stelle ancora oggi. Conto alla rovescia, poi l’arrivo, i nostri compagni del Machese’grulloTrailTeam che ci hanno atteso e ci regalano le ultime forze, siamo in tre ci siamo fatti forza per mesi e il coronamento del nostro sogno è lo stringerci per mano e passare il traguardo assieme a braccia levate.

Ricorderemo a lungo quei momenti, quei kilometri finali in cui la stanchezza fisica e mentale veniva scacciata dal sapore dell’imminenza del traguardo. Ricorderemo la preparazione fatta assieme, contornati dagli altri membri del nostro gruppo oramai ammalati di trail, così come ricorderemo la birra stragoduta alla fine, il gelato che pregustavamo ancora nella valle dell’Inferno, quei momenti di gioia dopo il traguardo che nei nostri cuori dureranno a lungo, istanti brevi ed infiniti allo stesso tempo.

Il mio video: https://www.youtube.com/watch?v=FHoKTmFfBUw

Video ufficiale: https://vimeo.com/127095552

Traccia: http://www.gpsies.com/map.do?fileId=jjjtndvwifldrxpn

Foto dei finisher: https://www.flickr.com/photos/124275857@N06/

Firenze Urban Trail

Spiegone di cosa sia un Urban Trail (oddio, anche io non ne avevo mai visto uno)
Trattasi di gara trail in un contesto urbanizzato, città e zone limitrofe. Tendenzialmente si corre il meno possibile su strada e il più possibile NON su strada, qualunque cosa sia: un parco, un bosco o campagna nei pressi, strade bianche, forestali, sentieri. Dislivello, quel che c’è. Se siamo in città, se ci sono si corre in zone accidentate: scalinate, gradinate, aiuole, vicoli, pertugi, giardini, camminamenti pedonali, piste ciclabili, greti di fiumi, qualunque pendenza ci sia.
Il FUT (Firenze Urban Trail) alla prima edizione, ha visto una anteprima, la corsa in notturna con lampada frontale. Purtroppo mutilata nel percorso dalla tempesta di pochi giorni fa, il passaggio dal Giardino di Boboli è scomparso 🙁
Il giorno successivo siam partiti quindi dalla meraviglia che è Piazza Santa Croce. Capolino in Piazza Signoria, Ponte Vecchio poi su per le stradine che si inerpicano sulle colline, discesa sull’Arno e sentiero nei parchi lungo il fiume. Giornata ancora ventosa ma soleggiatissima. Questo tratto lungo l’Arno è lunghissimo, si abbandona per entrare in una zona di salite con molto asfalto (purtroppo, ma non ci sono alternative), per finire con una salita in single track bella tosta che finisce… dentro un castello!!! ampio ristoro e inizia un lungo tratto di saliscendi nelle campagne per finire dentro Fiesole.
Sono partito con un approccio molto prudente, sfoggiando per l’occasione uno zainetto idrico Quechua extraleggero con sacca colma di adorata cocacola. Lento in pianura, di passo svelto in salita, di corsa sui sentieri, godendomi la giornata soleggiata, i panorami, gli odori della vicina primavera. L’avvicinamento a Fiesole è magico, e dopo una salitona ripida arrivare in vetta è un sollievo. I podisti si affollano al belvedere a godersi la vista su Firenze, nella piazza del duomo c’è un fantastico slalom tra auto d’epoca. Nuove salite verso la vetta del percorso a Monte Ceceri, e una discesona ipertecnica per le cave di Maiano. Oltre il 30° Km la gara si fa dura per i numerosi saliscendi nei boschi verso Settignano. Altra asfalto, altra discesa, poi di nuovo il greto dell’Arno. i 6Km finali in piano sono tosti, riesco a correre sia pur come una lumaca. Vedere la cupola del Brunelleschi che si avvicina sempre più è incoraggiante, dà sollievo allo spirito affaticato. L’arrivo in mezzo ai turisti di nuova in Santa Croce… Guardo i monumenti della mia città, e dico come sempre che la bellezza del correre risiede nel fatto che le percezioni sensoriali si amplificano, e ciò che è bello diventa ancor più bello, ce lo godiamo ancor di più, si tratti di un capolavoro dell’ingegno umano o della natura.

Il tempo è lento, 5h33′, ma comunque migliore delle attese. Il corpo ha reagito bene, allenarsi in montagna paga, la stanchezza è quella normale, l’importante è il non essere distrutti. Vado avanti come un bischero per il mio obiettivo, ora con uno slancio in più, so di potercela fare.

Amo correre. Really love running.

Traccia: http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=3108397

Video: http://youtu.be/qosMKNAMIP4

Recensione a “Il tramonto dell’Euro”, di A. Bagnai

[Premessa: chi scrive non è un euroscettico, neanche un eurodubbioso, diciamo un eurodeluso che sperava che l’unione non fosse solo meramente monetaria ma anche e soprattutto politica, e non discettasse solo di dimensioni della pizza o degli ingredienti della paella ma anche di salari minimi o standard dell’istruzione o diritti dei contribuenti. Tendenzialmente sono per mantenere l’euro e ho letto questo volume proprio per sentire l’altra campana. Devo dire che questa campana di Bagnai è veramente l’unica ascoltabile nel campo dei “no euro” , pur sovrastata da ciance e grida dei politici cui non interessa niente ma che hanno scorto un buon bacino elettorale in cui pescare o da pseudo economisti che grazie alla litania no-euro hanno ottenuto un posto in prima fila nei dibattiti televisivi]

Nel 2012 ci fu l’aumento dello spread, la lettera della BCE all’Italia, la caduta del governo Berlusconi, Monti, Fornero &co. Fino ad allora l’Italia era il paese più euroentusiasta dell’unione: ora non lo è più, strozzata dalle tasse e dalla crisi. Tanti oltre che euroscettici vorrebbero il ritorno alla Lira, e i partiti che sposano tesi del genere sono sempre di più. Nel 2012 fioccavano libri post e articoli che paventavano scenari da incubo nel caso del ritorno alla Lira. Comparve però anche questo libro di Bagnai, che cerca di smontare quelle tesi.
E ci riesce, o almeno è abbastanza convincente nel farlo. Molto più dei vari Salvini Grillo o La Russa.

L’analisi parte da un rapido excursus di storia economica (Bretton Woods, le crisi petrolifere degli anni ’70, lo SME ecc.) Segue una corposa analisi , abbastanza complessa per chi come me non ha mai studiato macroeconomia all’università, in cui in pratica, basandosi sulla teoria delle aree valutarie ottimali, Bagnai fornisce appigli solidi a chi dice “con la lira saremmo stati meglio”. Anzi, lo saremmo stati senza Euro, senza SME e senza divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (come dire che tanti problemi vengono da lontano).
Questa parte mi è piaciuta molto e mi è parsa, dal basso delle mie conoscenze in materia, anche abbastanza solida
Il succo è: coi cambi completamente liberi la nostra moneta si svaluterebbe secondo quanto dice il mercato e ciò sarebbe bene, questo favorirebbe le esportazioni, l’aumento della produttività e quindi dei salari e soprattutto aumenterebbero i posti di lavoro, mentre i debiti dello stato si pagherebbero stampando banconote, ed anche così la disoccupazione scenderebbe

(dubbio forte che mi perseguita e che non mi pare ben chiarito: ma allora com’è che finchè c’erano i cambi fissi di Bretton Woods l’Italia andava alla stragrande? E soprattutto, svalutando così tanto, non patiremmo troppo in caso di nuova crisi petrolifera come nel ’73 e ’79 ? di petrolio ce n’é sempre meno…. e l’inflazione che ci sarebbe stampando moneta, non segherebbe troppo pensioni e stipendi?)

L’analisi sulle aree valutarie ottimali però mi pare nel complesso solida argomentata e corredata da numeri e grafici- Il dubbio “ma forse era meglio se non si aderiva alla moneta unica” te lo fa venire eccome. Capitoli finali, strategie per l’uscita dall’euro. Qua noto davvero un eccesso di ottimismo, mi pare che Bagnai nasconda sotto il tappeto sia i problemi politici (servirebbe l’OK pressochè contemporaneo di Consiglio dei ministri, Camera, Senato e Presidente della Repubblica: saranno tutti d’accordo?) sia quelli tecnici (il changeover non è solo stampare moneta ma anche adeguare i sistemi informatici e telematici: rischio di fuga di notizie alle stelle!) e infine alcuni macroeconomici (per lui non ci sarebbe inflazione e cita casi andati bene come la separazione della Cecoslovacchia, ma qui la faccenda è veramente più grossa). E infine, non è che un’Italia fuori dall’euro sarebbe massacrata di dazi per vino macchinari e scarpe, o piuttosto non rischierebbe di vedere le sue grosse aziende comprate per una manciata di lenticchie? E non si innescherebbe una crisi mondiale mai vista? Questa crisi è nata per il fallimento di una banca, se fallisse un paese (di questo si tratterebbe, cambiando moneta) i rischi sarebbero notevoli e su ciò mi pare che Bagnai ci passi sopra con troppa facilità. Per non parlare di rischi politici (guerre commerciali, dazi come se piovesse, fino ai rischi per la pace nel continente più guerrafondaio del mondo)

C’è anche un altro limite evidente: il suo tono irridente e sarcastico verso chi non la pensa come lui.
http://espresso.repubblica.it/affari/2014/04/28/news/noeurostorm-l-assalto-dei-cattivi-maestri-1.163093
Finchè si legge su twitter , o un post del suo blog, vabbè, anzi potrebbe essere una efficace strategia comunicativa, ma per un libro intero diventa oltremodo fastidioso. E non è prendendo in giro chi non concorda con te che aumenta l’autorevolezza di ciò che dici. C’è questo atteggiamento da Cassandra che non depone bene: chè, anche i bimbi lo sanno, le cassandre non vengon mai credute, anche se han ragione.

[per chi volesse approfondire l’argomento , si può studiare il suo ottimo blog
http://goofynomics.blogspot.it/
E se uno volesse leggere qualcosa anche sulla campagna pro-Euro e di contestazione alle tesi di Bagnai, si può partire da qui
http://noisefromamerika.org/articolo/negazionisti-euro
http://noisefromamerika.org/articolo/ancora-euro-germania-parte-1
o in generale in tutti i post con tag “euro” del medesimo sito, tipo gli ultimi articoli di Boldrin seguiti a un convegno con Bagnai.
infine, mi piace pure questo scenario, che cita l’alter ego di Bagnai di destra, Borghi
http://stradeonline.it/monografica/545-fuori-dall-euro-il-giorno-dopo ]
e sempre riguardo l’uscita dall’euro – che come avrete capito è un aspetto molto critico
http://www.nber.org/chapters/c11654.pdf
E infine un paio di analisi , la prima di Nomura
http://www.nomura.com/europe/resources/pdf/Europe%20will%20work%20FINAL_March2011.pdf
e l’altra di Citigroup,
http://faculty.london.edu/mjacobides/assets/documents/Citi_Euro_Future_Note_9.9.11.pdf
il cui analista Buiter, molto citato e apprezzato da Bagnai ma che pur critico sull’Euro è ancor più dubbioso sulla sua fine
http://www.relooney.info/0_New_12466.pdf ]

Post Scriptum
Ho scritto queste pagine negli ultimi mesi, poi Bagnai si è deciso a scrivere un nuovo libro . Buona lettura a chi è interessato.

Passione e pensieri vissuti correndo