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Il lago, la notte

Per chi corre da tanto tempo come me è fondamentale trovare nuovi stimoli. Questa estate decisi così di cercare qualcosa di motivante per l’autunno. Avevo sentito tanto parlare di questo UTLO, non propriamente dietro l’angolo, però cominciò a stuzzicare i miei appetiti. Durante l’estate l’idea rimase lì pendente, gli allenamenti andavano benino, così mi decisi. Un acciacco a fine settembre ha rischiato di mettere tutto a rischio ma poi è fortunatamente rientrato, e così il giorno venne.
Correre alla fine è conoscere, esplorare, assaporare luoghi. Non essendo mai stato nel Piemonte orientale, né sul lago Maggiore, tantomeno sul lago d’Orta, ne ho approfittato per un po’ di turismo. Lasciando da parte il Maggiore, che è stra-noto, il lago d’Orta mi ha incantato, così come il paesino omonimo, una vera chicca poco
conosciuta, e così pure la stupenda microscopica isola di San Giulio. Attorno montagne non altissime ma abbastanza ripide da generare timore per la gara della sera, specie se associata al cielo plumbeo e alle previsioni nefaste Non ho familiarità coi laghi. Bilancino, dietro casa, oltre che recentissimo ed artificiale pare proprio messo lì nel mezzo a una campagna che non è fatta per accoglierlo, ci penserà madre natura nei prossimi secoli. Il lago d’Orta non ha la vastità dei noti laghi alpini ma è comunque grande. Camminando sulle sponde prima del via ammiravo la calma delle acque, la tranquillità dei
luoghi autunnali, il riflesso delle montagne sulla superficie. Il senso di calma e la dimensione del silenzio domina un ambiente del genere, ed è profondamente diverso dall’essere in riva al mare, o in vetta al monte, o davanti a un ermo colle della campagna toscana. Ambienti diversi, emozioni profondamente differenti, ma che tutte si riconducono alla comunione con la natura.
La sera dalla riva mi sarei avviato verso le vette del Mottarone e delle altre cime. Ero veramente curioso di percepire, assaporare il contrasto.
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Il via alle 23, temendo il colpo di sonno come a Lugano a giugno mi sono riempito tutto il giorno di caffè. Comincia a piovigginare proprio nei minuti prima, gocce rade ma che si intensificheranno nel giro di pochi minuti. Primi 2Km dove mi superano in tantissimi, corrono come pazzi, ma dove credono di andare? Un tappo e
dopo la coda inizia la prima arrampicata, il Mottarone. Comincia subito tosta, gradoni, già un po’ di fango, pendenze e tornanti in quantità. Ed è subito tanto tanto dislivello, osservi i paesini in basso e le luci allontanarsi sempre più, segno che si sta salendo duro. In vetta comincia il vento e la nebbia fitta, c’è quasi da perdersi ma il mio intuito fa sì che sarò seguito da un nutrito gruppo. Non sarà per niente una giornata facile, lo si capisce subito. Nonostante la notte e il clima ci sono molti tifosi con urla e campanacci, mi copro subito con la giacca impermeabile e inizio con molta calma la discesa. Qui mi superano in tanti: in salita non sono andato piano e devo gestire le forze, in più si vede pochissimo e trovo inutile forzare su un terreno abbastanza accidentato, in certi punti pieno di sassi e buche. La nebbia impedisce pure di vedere bene ma tanto non c’è fretta. Risalita e poi discesa ripida e sassosa verso il primo passaggio a Omegna. Notte fonda, buio pesto, si vedono le luci del paese (poche… paese post industriale poco illuminato), e accanto alle luci un vasto e frastagliato buio, il lago, che pare un buco nero che attrae i corridori in discesa, rallentandone le scalate. Dopo Omegna inizia quella che sarà la salita più lunga con vari tratti di discesa. Lo stradello verso Quarna di Sopra si rivelerà davvero tosto, ripida e piena di tornanti, ma stranamente mi sento bene e cerco di spingere, stando coi miei pari livello e seminando molti altri concorrenti. Ogni tanto qualche cavallo di razza ci sorpassa, i vari del gruppo di testa della 140, li invidio tanto, specie per la leggerezza. Salite e discese si susseguono fino all’attacco del temuto Mazzoccone. Ancora molto buio, sempre più pioggia, si vede veramente poco nel bosco. E’ un peccato, mi sarebbe piaciuto ammirare questo verde selvaggio con la luce del giorno e per passare il tempo cerco di immaginare come sia, di riconoscere gli alberi, faggi, castagni, abeti. Il Mazzoccone picchia sodo e tanti cominciano a accusare, io invece mi accorgo di salire bene e con grande lucidità, pure nella successiva discesina per il ristoro di Camasca dove tanti si rifugiano infreddoliti – io che invece sto benissimo riparto quasi subito per Monte Croce, vetta della gara. Si salta il tratto con le pendenze più toste nella zona di Fornero, la cosa mi solleva molto ma dato come mi trovavo in salita forse per me è quasi peggio. Ormai si è fatto giorno, avevo sottovalutato che trovandosi così a nord l’alba sarebbe giunta in grande ritardo. Questo è stato il tratto più gelido, tra l’immancabile pioggia, un po’ di freddo e di vento. Ma mi sento bene, e dopo la gara vedrò che tra il Mazzoccone fin dopo il Monte Croce avrò fatto un gran tempo. Sosta ridotta pure all’Alpe Sacchi, sfruttando i miei immancabili gel. Salitella e lunga picchiata verso la base di Arola dove tutti si cambiano da capo a piedi ma io sento freddo, decido di mangiare qualcosa e ripartire subito per non congelare. Sarà una buona strategia… tranne qualche dolorino ai piedi che mi porta a Boleto, Km 63 circa, a cambiare le calze… ovviamente sempre quelle con le dita che stanno facendo il loro lavoro, grazie a Fabio e Simone che me le han straconsigliate. Dalla Madonna del Sasso si dovrebbe ammirare il lago e l’isola di San Giulio ma si vede solo un mare grigio davanti, e una lunga discesa fino a Pella dove compare la distesa d’acqua solo dal lungolago… e l’isola qui davanti, immersa nelle nebbie più che nel lago. intanto la pioggia continua e si risale, un tratto bello tosto e poi tanti saliscendi. Forse qua accuso un pochetto ma ho timore del finale e della lunga salita per l’Alpe Berru quindi ne approfitto per risparmiarmi. L’avevo detto che stava continuando a piovere? E che non ha mai smesso? Ecco, sempre più fitto. Discesa umidissima per Oira, dove avevo affittato una bella casetta in riva al lago… e si risale, alè. Ormai ero oltre il Km 80, non mancava molto, solo l’ultima temibile salita che era stata modificata per il meteo, mi avevano avvisato che sarebbe stata dura, chissà la variante come sarà. Da Cesara comincia subito ripida ma poi si ammorbidisce e va in discesa … ohi ohi, è un pessimo segnale quando si perde quota, e infatti… tah dah, ecco qua il punto più ripido dell’intero percorso. Visto poi il segmento su Strava, si chiama La Muntaà, 800metri al 31% di pendenza *media* nel folto del bosco, peraltro assai scivolosi. Stringo i denti, ho la cattiveria negli occhi e infatti supero diversi, le gambe in salita spingono alla grande e il fiato tiene – Strava dirà chè avrò tenuto una VAM di oltre 600m/h, niente male dopo 85Km.
Ma mica è finita! Mi illudevo io, prima un altro po’ di salita fino all’Alpe Berru, poi mi immaginavo una discesa…
macchè, un delirio di infiniti tratti di falsopiani a salire o scendere, per 3-4Km, al freddo essendo tornati a quota mille ed essendo vicino il tramonto. Ma quando comincia la discesa? Mi dico in continuazione che non potrà durare per sempre questo tratto pianeggiante. Eccola finalmente, il lago mi chiama e mi butto… una discesa davvero interminabile, umidissima coi rospi che sguazzano nelle pozze e scappano lentamente quando avvertono le vibrazioni dei passi. Non finisce mai, piove sempre e comincia il crepuscolo. Anche arrivati al paese dei gatti di cui non ricordo il nome mica è finita sebbene sia accanto Omegna: tocca un budello fangoso nell’oscurità – ripresa la frontale, intanto, un intero giorno è passato, è tornata la notte e sono ancora in mezzo al bosco interamente fradicio, infreddolito. E’ dura, ma non mi lamento, sarà esperienza per la volta successiva, e per quella dopo ancora. Finalmente, l’agognato lago e la periferia di Omegna. Restano solo i 2Km finali in piano lungo il lago, che tanti a questo punto avranno maledetto perché non finisce mai e, pare di girarlo interamente. Quando si ode lo speaker è sempre buon segno, una regola valida quasi sempre, e infatti… peccato il mio stile di corsa sia compromesso e arrivo un po’ claudicante, con mia moglie che mi fa una foto mentre pare mi dica “era l’ora”, e mi prendo l’ennesima medaglia da finisher.
Doccia, cena a base di pizza col ristoratore che mi fa i complimenti sempre graditissimi, nuova doccia, letto, sonno, poi il giorno dopo ancora turismo sul lago Maggiore. È stato un gran bel fine settimana. Ho vissuto una grandissima gara, ben organizzata, con uno staff incredibile e numerosissimo, volontari ovunque e tanto tifo. Ho conosciuto luoghi meravigliosi, e ho avuto la fortuna di poter visitare un lago poco noto ma davvero incantevole prima di gareggiarci attorno, per fortuna nascosto com’era dalle nuvole. Come dire, il Piemonte orientale non è solo lago Maggiore, c’è altro dietro quei monti. Ma forse è qualcosa che si può dire di ogni parte d’Italia, almeno è così per quella che conosco. E dico grazie al trail, che mi permette di conoscere, visitare, immergermi in luoghi poco frequentati, e di vedere anche quelli noti con gli occhi velati di fatica ma sempre prontissimi a meravigliarsi di fretta alla bellezza della natura.

La rivincita

Ammettiamolo: per me correre è un pò una battaglia. Assolutamente non contro gli altri, assolutamente non contro il mondo. Contro me stesso. Sembra un controsenso per chi fa trail: eppure credetemi quando sono solo o in compagnia in mezzo al bosco, in cima a una montagna, in un prato, a correre o camminare, mi sento in comunione col mondo, in pace con tutti e me stesso, con l’ebbrezza di vivere e fare sport nella natura. Ma nel complesso mi rimane quell’agonismo intimo, la voglia innata di dare sempre il massimo, o il meglio che in quel momento riesco a dare, il dover sempre fare quanto mi è possibile, per dimostrarmi forte
Che turbe mentali. Ma non ci posso far niente, son fatto così. Capitemi quindi quanto ci rimasi male l’anno scorso a dovermi ritirare per crampi al trail del montanaro a 5Km dalla fine: cosa che poteva starci benissimo dato che ero sovrappeso e venivo da 20 giorni di stop per infortunio. Mi rimase proprio sul gozzo, e quindi la lunga premessa è servita a far capire quale gara avessi messo nel mirino già da 12 mesi. Sempre questa di San Marcello a metà settembre.
Quest’anno ci arrivo con discreta forma, ma c’è sempre la lunga salita iniziale per Monte Gennaio, 1200m di dislivello in 10 Km tosti… e poi tutto il resto, il tratto accidentato dell’Uccelliera (quanto adoro questa zona, questa vista, il Corno alle scale, la valle della Verdiana, gli orridi che scendono verso Lizzano, le nubi in lontananza verso la piana pistoiese), la discesona verso Pontepetri, il tratto nella riserva Dynamo. Infine le 2 salite toste finali e il Ponte Sospeso, che mi dà un pò fastidio.
Vabbè, alla fine l’ho finita ed è andata bene, mi son tolto questo tarlo della mente. Ma non pensate che fossi solo ossessionato dalla voglia di rivincita. La voglia di godermi le montagne era sempre al primo posto. E me le son godute, tanto. E ora via verso la prossima

Scenic, il mio primo trail all’estero

Dunque, ci sono 4 matti che hanno in mente di fare l’UTMB e che per prepararsi progettano di fare qualche gara di quelle toste, e trovano questa qui, verso la quale convogliano anche altri 3 pazzi quasi quanto loro (o forse più). Non sono fra i primi 4, eh, ma tra i secondi 3.  Fu così che ci iscrivemmo a questa follia chiamata Scenic Trail , 113 Km e soprattutto 7400m di dislivello (ma tracedetrail dice 119 e 7600…).
Timore reverenziale a palla, l’altimetria faceva spavento! Tante salite con pendenze notevoli, sarà dura davvero.
Fast forward di 5 mesi. Ehi, mi sono pure allenato senza grossi acciacchi! La preparazione c’è sono dimagrito, potrebbe andare persino bene… ma lo studio del percorso induce piuttosto al panico ogni volta che lo sbirciamo
Venerdì 14 partenza con calma, viaggio caldo, superamento della dogana – ma quanto sono arcaiche, anacronistiche, le dogane? sanno di vecchio, stantio, di guerra fredda… – insomma, si arriva in questo paesino di campagna vicino Lugano, attorno a noi montagne non altissime ma assai verticali.
Non dilunghiamoci sui preliminari. Pioviggine pregara, qualche tuono… e infatti partenza rimandata di 1 ora. Spaesamento, tocca gestire 1 ora di ritardo: chi dorme, chi ripassa il percorso, chi mangia.

Così, si parte alle 1AM, notte fonda. Si suda copiosamente, le prime 2 salite sono facili (si fa per dire)nonostante l’oscurità. Verso le 3 a me si inceppa qualcosa: poco prima realizzo di far fatica, essere più fiacco del solito, e poi ho un gran sonno. Durante la prima notte! Non mi era mai capitato nelle uniche 2 partenze notturne. Mi siedo su un sasso a riposare, a chiudere gli occhi, ci fosse stata una panchina mi sarei steso e avrei dormito. 5′ così e riparto, per poi fermarmi poco dopo altri 10′. Ok che in un ultratrail bisogna gestirsi ma così è un pò troppo.
Riparto ormai convintissimo di ritirarmi al cancello dei 41Km o alla base del 51Km. Il brutto è che ci sono le tremende salite del Gradiccioli e del Tamaro, con pendenze medie oltre il 20%. Si spunta da un cocuzzolo e da lontano si vedono i concorrenti salire ancora, di nuovo, puntini colorati che salgono al sole. Non proprio il massimo per uno in difficoltà. Invece la fiacchezza pian piano sparisce, e stranamente le salite non mi stroncano come al solito, anzi procedo con calma ma agile e recupero posizioni, specie sul duro. Effetto dei kili persi? Sicuramente. Mi godo la vista del Lago Maggiore e proseguo nella lunga discesa. Supero il primo cancello con 40′ di vantaggio e mi sento decisamente meglio, nonostante il caldo e le successive salite non scherzino. Dopo la base vita e un cambio di maglietta e calze va ancora meglio, nonostante si affronti la durissima Corgella, salita impervia attrezzata con corde in certi punti. Dato che non sono furbo mi metto pure a chiacchierare con un tedesco, sprecando fiato prezioso. Ma le ore di gara sono tante e talvolta è meglio distrarsi. Il tratto della Corgella è veramente tosto, 600m di dislivello con pendenze medie del 22%, ma è anche quello più spettacolare, con questi grandi pratoni in quota, pini e abeti qua e là, una vista mozzafiato a picco sul Ticino.
Lunga discesa, altro ristoro, inizia la lunga salita che in 14Km presenta 1700m di dislivello, prima morbidi.

Check gara: mancano circa 45Km, stanco ma dolori importanti non ce ne sono, in salita vado benino: si prosegue, cattivo verso l’arrivo, la notte non mi spaventa. Già in quota si vede l’imponente e spaventosa mole del Monte Bar, una gigantesca parete erbosa sopra di noi umili trailer. Mi faccio un selfie prima di domarlo… ma non accadrà.

 

 

Al ristoro di Alpe Davrosio vengo fermato, la gara è finita, anche se il cielo è azzurro sta per arrivare un pericoloso temporale. Accetto la decisione con molta calma, la mente si resetta ed entra in modalità riposo. Trovo Simone il baffo volante, si chiacchiera di gare passate e future, si sbocconcella della torta chiacchierando con lo staff del ristoro. Restiamo molto perplessi quando ci dicono che la gara riparte col tempo congelato – cipare assurdo, non solo perchè siamo completamente freddi e la mente è già pronta al sonno, ma anche perchè il cielo resta plumbeo. Infatti una volta alla base scopriamo che è stata nuovamente fermata, ci pare giusto. Da buon “capitano” ero da ore assai preoccupato per i miei sodali che più avanti di me stavano affrontando il crinale più esposto ai fulmini e alle nuvole, per fortuna ci informano che si sono riparati e stanno tornando anche loro – tranne Alessandro, perso nelle nebbie e che riuscito a trovare un rifugio aperto verrà ospitato per la notte e ci raggiungerà il mattino successivo bello riposato.

Finita anche questa. In anticipo, anche se in fondo ci consideriamo finisher, di una gara più corta. Siamo felicissimi di essere stati assieme e aver faticato ognuno come gli altri. Non siamo soddisfattissimi dell’esito, eravamo tutti convintissimi di finire, non so in quanto ma avremmo concluso. Peccato, ma siamo sereni, amiamo la montagna e soprattutto la rispettiamo, sappiamo benissimo quando è il momento di fermarsi. Ci rimane un po’ di amaro in bocca, quel senso di incompiuto di chi ha superato una prova solo in parte, non per colpa sua ma per altri motivi. Ma, sapete, noi trailer non possiamo che guardare avanti. Sarà uno stimolo per fare altro, per andare da altre parti, per fare nuove esperienze e vedere nuovi luoghi. Quello che rimane è molto molto più importante di quanto non c’è stato modo di provare. Alla prossima, grulli

Perchè il trail running?

È stata una gran bella giornata all’Ultratrail del Mugello. Sesta edizione, sesta partecipazione, terza partecipazione alla 60. La gara di casa, il trail più bello e meglio organizzato di Toscana. Reduce da giorni di stanchezza e poca brillantezza (e qualche gozzoviglia di troppo dopo la Via degli Dei), pensavo di concludere sì ma con un tempo appena migliore del 10h50’ fatto 4 anni fa. Invece mi son meravigliato di riuscire a correre quasi ovunque, di avere sempre del margine… e come mi è accaduto rarissime volte, di essere sempre in spinta, sempre a tutta, mai in crisi, mai in difficoltà. Poi la compagnia del mio team, le risate in partenza assieme al solito timore reverenziale, la simpatia delle tante facce note, la compagnia nella seconda metà del baffo volante Simone con cui ci siamo fatti da lepre a vicenda. Tempo finale eccelso per le mie possibilità di 9h24, nonostante il freddo e il fango delle ultime 2h30’. Questo è tutto. Dopo la doccia, il pranzo, le chiacchiere, le risate, gli abbracci, alcuni tizi per un caso fortuito, mi hanno fatto un’intervista, per cosa non so, sul mio rapporto con la corsa. Un paio di domande le riporto qui, con le mie risposte. Non aggiungo altro al mio racconto della gara, penso di aver scritto abbastanza. Di getto, come avevo risposto a queste 2 domande

All’arrivo, pure in buone condizioni nonostante la grandine e il fango


Perché l’Ultratrail del Mugello?

A parte che è la gara di casa… Avete presente quelle certezze incrollabili tipo le tasse? L’ultratrail Mugello è una di quelle, organizzazione perfetta, attenzione a chi corre, massa di volontari sorridenti e accudenti, ristori forniti, percorso segnato meravigliosamente, percorso duro ma non durissimo, scorrevole ma non troppo, con salite discese, guadi, single track, mulattiere, prati, boschi. E soprattutto i colori: con qualsiasi meteo, col sole la pioggia o la nebbia, ti godi questa foresta lussureggiante, il contrasto tra le foglie marroni e rossicce a terra e il verde delle foglie appena spuntate, il verde chiaro di faggi e querce o quello scuro degli abeti. Poi stavolta pure il bianco della grandine, che volere di più? 100% trail, come dice il Sisti. Ti senti parte della natura, del creato, ok capita in tutti i trail, ma qui un po’ di più. Ogni volta ti sorprende, anche per chi come me l’ha sempre corso e in fondo su questi sentieri ci ho sempre corso. Ah, ovviamente tornerò, torneremo. È una grande festa, e non si può mancare. E non mancherò neppure i prossimi anni

E perché il trail running?

Perchè è appagante. Più della corsa su strada che è stressante e ripetitiva, e se lo dico io che l’ho fatta per tanti anni e la pratico tuttora…. Il trail invece è ancora più una continua scoperta, di te stesso e di nuovi luoghi, o riscoperta di quelli vecchi di cui scopri sempre lati nuovi. Il trail è emozione: timore, paura, gioia, esaltazione, pace, pienezza, sofferenza, dolore, pazienza, attesa, meraviglia, ansia. È esperienza dei sensi, esperienza mentale, conoscenza dei più profondi aspetti della tua psiche. Tutto è amplificato, e lo stesso percorso fatto camminando darebbe sensazioni diverse perché la fatica fa percepire ogni cosa in modo diverso e più potente: fame, sete, caldo, freddo, stanchezza, la vista, l’olfatto, l’udito, sono tutti amplificati, o se vogliamo su frequenze diverse, percepiamo in modo più profondo la bellezza e la forza della natura che ci circonda. È come soffrire per ore di sindrome di Stendhal dall’ambiente in cui si corre, ti senti percorso da vertigini, senti vibrazioni profonde del tuo io, un prolungato istante di comunione con il Creato. Sono emozioni indimenticabili, alla fine ti senti drogato, dipendente da esse, ancora più che nella corsa su strada. E quando la gara finisce, resta il ricordo, indelebile, magari sfumato, ma resta il ricordo dell’emozione provata. E vorresti riprovarla ancora, pure a costo di stanchezza e dolori. Sì, sembra proprio una droga. Sono felicemente drogato, tossicodipendente, di questa felicità epicurea che dona questo sereno appagamento.

 

Il viaggio

Vari anni fa, scoprii che giusto dietro casapassavo un itinerario antico meta di camminatori, la Via (o Sentiero) degli Dei. (clicca qui per scaricare il libro di WM2)
Ovviamente non mi passò mai per il cervello di farla a tappe: perchè a dispetto della mia passione di montagne boschi e sentieri, io non amo camminare, amando alla follia invece correre (anche se in un ultra ovviamente si camminano tanti km). Però la cosa mi incuriosiva, lessi della strada romana Flaminia Militare… e sì, sicuramente qualche volta pensai “chissà come sarebbe una gara trail da Bologna fino a Firenze”, perchè in fondo noi trailer abbiamo questo viziaccio di vedere sentieri e gare (o trail autogestiti) e allenamenti per ogni bosco montagna o sentiero del creato. In fin dei conti, sarà più di 10 anni che teorizzo un Passatore Trail da Firenze a Faenza, chissà che prima o poi non arrivi pure quello.
Dicevo della Via degli Dei: 10 anni fa di viandanti non si trovavano, e dire che mi ci alleno sempre su quel percorso, verso il Castello del Trebbio o Monte Senario o la Fortezza di San Piero a Sieve. Con gli anni però se ne sono visti sempre di più, i sentieri sono sempre più puliti e dalla primavera all’autunno le stradine dietro casa si riempiono di camminatori ardimentosi che valicano l’Appennino.
3 anni fa arrivò il trail, in una calda giornata di inizio giugno: come ebbi occasione di scrivere, assistere i miei amici quel giorno mi provocò una scossa che mi portò poi a fare il mio prima ultra oltre i 100Km (vedi il post qui sotto)
Ed avendo la via degli dei sotto casa, farla di corsa era nel mio destino. E così è stato.

Salendo verso San Luca a Bologna, mancano ancora 120Km alla fine
Preparazione molto buona ma non ottimale: un paio di settimane saltate per acciacchi vari, ancora un paio di Kg di sovrappeso, è mancato qualcosina, col senno di poi direi una grossa corsa di un 14-15 ore. Ma ho sopperito con la meticolosità e la determinazione di come mi sono presentato al via, segno di predisposizione mentale alla fatica. Quello che avevo previsto poco era stato il meteo: e la pioggia ci ha accolto sul parco della montagnola, ma diciamolo, lungo i portici meravigliosi che attraversano il centro e salgono a San Luca , ha inciso ben poco. Diverso quando siamo arrivati lungo il Reno, attorno al 10°Km: pozze e fango a dismisura, dopo alcune cadute di faccia nella melma ho stabilito di guadare ogni singola pozzanghera, e fanculo se mi si gelavano i piedi. Poi la prima vera salita , Monte Adone i cui tratti ripidi e fangosissimi su cui non si stava in piedi mi hanno massacrato assieme al freddo e al vento.. ma come me pure molti altri. Altre cadute nei saliscendi successivi, poi la pioggia cala e quasi all’alba inizia la salita per Monzuno, il fango era diminuito e mi son sentito improvvisamente in palla.
Niente sole, continuavano la nebbia il freddo e il vento: la giacca indossata a Sasso Marconi non l’avrei tolta più fino all’arrivo. Peccato non aver potuto godere del paesaggio fino alla Madonna dei Fornelli, 51° Km dove son passato in 9H e spiccioli, direi anche un discreto tempo, mi dicevano essere attorno alla 100esima posizione. Ero ansioso del tratto successivo dove sarei passato sull’antica strada militare romana, e finalmente ho visto quelle antiche pietre levigate dai passi di tanti viandanti di 2mila anni fa: sarò banale, ma cose del genere mi emozionano (la storia del ritrovamento è nel libro di WM2). La Futa, poi sono sceso gagliardamente alla base vita di Monte di Fò, e dopo aver divorato velocemente i miei panini al latte era cominciata l’ascesa verso Monte Gazzaro: l’umore era a mille, sentivo di andare forte, ma l’impressione non sarebbe durata a lungo. Dopo l’Osteria Bruciata la lunga discesa mi avrebbe stroncato i polpacci e i piedi oltre le mie velleità di terminare in 24 ore, tempo raggiungibile senza i problemi che poi avrei trovato. Il resto è il lento attraversamento del Mugello, sempre alle prese coi dolori: e per fortuna ha fatto capolino il sole, e sono state le uniche 5 ore luminose di tutto il percorso in cui abbiamo goduto del panorama. Ironia della sorte, la vista più bella l’ho beccata proprio dietro casa mia, tra Trebbio e Buonsollazzo. Giocare in casa mi attirava le domande di altri compagni di salita, che mi chiedevano quando sarebbe finita la lunga ascesa verso Monte Senario. In effetti non arrivava mai… il buio sarebbe arrivato subito dopo, e un gran freddo. Seguirono lunghe ore di oscurità e solitudine, non avrei visto nessuno poi tra Monte Senario e Poggio Pratone. E la solitudine mette la mente a dura prova, ai dolori muscolari si erano uniti anche lancinanti dolori ai tendini del piede – achilleo, peronieri, estensori, tibiali… tutto! – e infine le temute vesciche. Alla fine la mia testa, che si era divertita un sacco passati i primi Km di fango, avrebbe pronunciato più che altro la parola “agonia” , oppure “calvario”. Non fatica, anzi, son stato bene nel finale, avevo fiato e forza da vendere, ma realmente i miei piedi non volevano più saperne di toccare il suolo,  e correvo solo per abbreviare quella sofferenza. Come accade per ogni esperienza dolorosa, ho praticamente scordato i Km finali, ricordo solo l’agognata immagine dell’arrivo , gli scalini finali del teatro romano e la Valeria che mi mette al collo l’ambita medaglia da finisher, mentre io pronunciavo le immancabili parole “mai più queste distanze”. Stracolmo di fango incrostato agognavo solo una doccia e il letto, incapace pure di mangiare.
L’esperienza di questo viaggio non mi ha entusiasmato come pensavo, ho sofferto veramente troppo ai piedi.
Però anche se non mi ha entusiasmato ha lasciato il segno. Come sempr.
Però ho corso in luoghi di cui avevo letto e di cui avevo sentito dire, in altri dove non avevo mai corso, ricorderò la breve salita di San Luca il nebbioso Monte Adone, le vibrazioni delle pale eoliche sul Poggio Galletto, il silenzio della foresta di Pian della Balestra, il vento sul Gazzaro e a Monte Senario, la solitudine più completa di Poggio Pratone.
Però ho corso in luoghi selvaggi, antropizzati in molti punti ma molto spesso completamente lontani dalla civiltà, dove pensi solo “se mi capita un problea chi mi potrà soccorrere”: a pochi passi dai paesi delle nostre campagne e montagne vivono foreste pullulanti di vita, rigogliose.
Però è stato un gran viaggio, da una città all’altra, attraverso le colline e le montagne, e soprattutto dentro di me, dentro la mia capacità di stringere i denti, dentro la mia determinazione verso la meta.
Però  sbircio Strava, vedo quella mia traccia che parte da una città e arriva in un’altra a 125Km di distanza, oltre una catena montuosa, e rivaluto quelle ore di sofferenza, sicuro che mi abbiano insegnato tanto di me stesso e che un giorno le ricorderò con orgoglio, come ricorderò il piacere masochistico del correre nel fango nel gelo e nel buio delle montagne che vedo ogni giorno.
Sofferente come poche volte nella vita ma felice e soddisfatto

385 giorni, 26 ore e 50 minuti per una LUT

prologo

sarà stato maggio del 2007, avevo appena corso il mio primo trail, i Marsi, e alla ricerca del secondo mi ero imbattuto nella prima edizione della Lavaredo Ultratrail in totale autosufficienza, al rifugio Auronzo…  iscrizioni esaurite, ma quanti matti ci sono in Italia che fanno queste gare da folli? ripiegai sul meraviglioso Ventasso, una delle mie gare preferite, era un mondo del trail di pochi appassionati pionieri che poi sarebbero diventati tutti guru del trail e mentori di nuove generazioni. Poi gli anni successivi allungarono la distanza della LUT e io… mi ritenevo inadeguato alla  60 70 e poi 100 e 120km.  Quel tarlo di una mancata partecipazione covó nascostissimo nella mia testolina per anni rimanendo un sogno irraggiungibile, non ricomparve neppure alla Cortina Trail del 2016. Finché… finché arrivò il 3 giugno 2017, quando inizió la mia rincorsa alla gara di qualifica e poi a questa LUT . Per certi strampalati meccanismi mentali che affliggono noi trailer grulli, ammirando ed incoraggiando i miei amici alle prese con l’ultratrail della via degli dei, mi venne da pensare che io non possedevo quel bagaglio di emozioni, dolori, sofferenze che avevano loro, e che quella mancanza andava colmata. E così mi ricordai della LUT, e decisi che era il caso di provare a concluderla. E dato che molti adesso mi chiedono “26 ore? ma cosa pensi in tutte quel tempo?” la racconterò così, un riassunto condensato di 26 ore e rotti di pensieri. Chi l’ha corsa talvolta ci si riconoscerà, chi non corre dirà che sono matto: sì, lo sono. Lo siamo tutti noi che ci presentiamo al via. E anche chi sogna di esserci.

Sognate di esserci. Siate folli. Siate trailer

alcuni elementi del “machesegrullotrailteam” più alcuni ospiti prima del via

 

cogli atleti top del mio gruppo di trailer e Haiden Hawks e Tim Tollefson del Team Hoka, primo e terzo della LUT

Cortina, 22 giugno 2018, ore 22, 1 ora dal via

ultimo ciuccino prima del via

Farà freddo fuori, ok parto col cappello, come cazzo faccio a mettermi la frontale sopra, Mela aiutami, ecco così grazie. Oddio che ansia, ma non passa mai nemmeno ora che manca poco, sono vestito che sembro un astronauta, ma dove cazzo vado. ok ho tutto posso scendere mi pare d’essere un condannato che va alla forca porca trota che freddo dove sono gli altri, saranno già al via davanti che cazzuti che sono io invece me la faccio addosso.

con alcuni elementi del mio team impegnati nella 48Km il giorno dopo. 30 minuti dal via.

Ehi ecco quelli della 48km oh meno male c’è qualcuno ciao ragazzi “eccoloooooooo”  “un capitano c’è solo un capitano… un capitanooooo” e diamine ragazzi grazie mi fate commuovere ma mica son Batistuta. Ragazzi ragazze ho una fifa matta facciamoci una foto assieme grazie di esser qui a incoraggiarmi quanto vi voglio bene. l’ultimo shottino di zuccheri… pochi minuti… fa freddo, mettiamoci in coda al via… ecco la musica di Morricone, l’estasi dell’oro, che mitico, faccio la diretta Facebook… 10 9 8 7 6 5 4 3 2 1 viaaaa con le ali al vento dentro  Cortina e su verso la notte. Corro almeno sul bitume voglio correre, quanto tifo c’è, persino i turisti sembrano fare il tifo, ecco la coda dove inizia il sentiero, allungo i bastoni e via si sale che gran serpentone di gente, che spettacolo questa fila che sale sui tornanti che belle le luci di Cortina quanta gente da tutto il mondo.

5°Km, appena iniziata la salita ho già lo sguardo spiritato

Salgo bene, toh la prima salita è già finita boia che freddo e che vento ora discesina si ricorre, poi la discesa tecnica, tutti in fila, ne approfitto per riposarmi ehi dove cazzo passi cretino non c’è spazio eccoti per terra bene così impari a far l’idiota. ecco ora c’è questo tratto in pianura fino al ristoro, uff mica son tanto brillante devo camminare. primo ristoro, mah io tiro dritto troppa gente… sono 2h55 azz speravo meno, seconda salita comincia ripida poi si ammorbidisce, almeno lo spero la luna è calata si vede poco il profilo dei monti…. mmmh comincia a superarmi tanta gente ma non finisce mai questa salita che gelo ho le dita ghiacciate fanno un male cane ohiiii. Oh la discesa il check point delle tre Croci ora nel bosco puff pant  non vado per niente ho il fiatone a ogni salitina a ogni tratto in piano e anche se corro in discesa non va benissimo ecco ora comincia un po’ di chiarore che ore sono le 4 si vede già un po’ ecco la luce… ohhh che spettacoloooo la roccia dolomitica all’alba, i monti pallidi che meraviglia mi ritirerò ma ne sarà valsa la pena di vedere sta meraviglia qui cazzo se vale la pena esserci ehi secondo ristoro 5h39 mumble secondo la statistica dovrei essere sulle 29h scarse di tempo finale che palle tutto questo tempo … ehi cristo arriverò tra 24 ore da adesso fino alla prossima alba no non ho voglia , mi fermerò prima di sicuro è impossibile che regga una seconda notte. Terza salita, non vado una sega, mi passano cani e porci anche questi cinesi ciccioni qui sono proprio una schiappa ah ora si scende si ma col piffero che corro senti che fiatone in questo sentierino faccio fatica vanno tutti più forte di me che palle dover farli passare. Oh il lago di Misurina è bello è pianura ma no io non corro certo che corrono quasi tutti no non ho voglia ho deciso mi fermo tanto ora c’è la salita più dura arriverò annientato in cima e lì mi fermo sicuro non ne ho più e poi non ho punta voglia di arrivare alle 4 di notte no macché è da matti mi fermerò prima questa corsa è un massacro una tortura l’inquisizione spagnola, proprio non fa per me. uff che ripido salire qui ma accidenti a me stesso mi maledico ma che idee del cazzo che mi vengono, accidenti a me stesso come posso essere stato così idiota da voler emulare i miei amici e poi son stato troppo tempo fermo, non si può preparare la LUT da zero in 3 mesi così è da idioti che stupido che sono mi spiace per gli altri li deluderò mi hanno fatto pure il coro del capitano saranno tristi quando lo sapranno come potrò dirglielo … vabbè andiamo avanti, però al rifugio Auronzo non mi voglio fermare, col cazzo, non ho mai visto le 3 cime dal lato altoatesino ho deciso devo reggere mi fermerò al Cimabanche e 67km saranno stati un buon allenamento. cazzo come è dura la salita all’Auronzo, ohi ohi dura arrampicarsi quanto è lontano lassù il rifugio che ora si vede che belle le 3 cime faccio una pausa foto e riparto uhm uhm strano è un pezzo che nessuno mi sorpassa anzi sembrano tutti più cotti di me, sto parecchio meglio strano sul ripido soffro come un elefante oggi no boh al rifugio mi mangio un panino e poi via andare verso la discesa eccoci in vetta 9h40 però pensavo peggio. ristoro, toh c’è Paolo a mangiar minestra “ciao come va?” “bene bene l’anno scorso mi fermai a Cimebanche stavolta per buttarmi fuori gara mi devono chiudere i cancelli in faccia” “grande gli dico” e riparto, non gli dico che la sua grinta mi garba assai intanto via verso la forcella Lavaredo però non ho mica tanta voglia di fermarmi a Cimebanche, proseguiró fino a Malga Ra Stua sí mi fermerò lì dice c’è il prato sí la voglio vedere e 76 km saranno stati un signor allenamento. oh ecco la Forcella Lavaredo ohhhh che posto meraviglioso foto foto foto click click

in posa al 52° Km. la crisi era passata, l’arrivo non era più una chimera

che bellezza e che lunga discesona che c’è via via andare la mia mente si immagina di avere le cuffie e mi risuona ancora Morricone sentito al via bah epperò mi son ripreso ora vado meglio bene bene relax in discesa eccoci a 60km e ora il tratto in piano chiamiamo la moglie “ciao amore mio tutto bene mi segui sul web? Ti amo scrivi su Facebook e avvisa che mi volevo ritirare ma che ora sto meglio e cazzo ci voglio provare a finirla vediamo smack”. Ecco Cimebanche, la sacca, il panino con l’uvetta, le bevande energetiche “where are you from?” “Florence” “beautiful… yo Barcelona Catalunya”  mai parlato tanto spagnolo e inglese come in questi giorni , quanti stranieri bello bello via via si riparte non c’è tempo perdere ora per la malga si sale guardo WhatsApp voglio rassicurare tutti che sono lento ma vado bene azz Giulia e Lorenzo out che dispiacere che ferita ma gli altri reggono siamo tosti ragazzi. toh guarda su questa salita quanta gente passo, sembrano fermi e io volo sembro unto o ripigliatemi voglio la malga tanto neanche ci penso a ritirarmi le mie orecchie ora mi suonano Starman di Bowie ohhhh che bella la croda rossa, e che spettacolo la malga ra stua che pratoni, mangio e riparto via come il vento ma sí corro anche su questa discesaccia ma chi mi ferma più ….. Ora mi risuona in testa ora light my fire, chissà perché i Doors qui attraverso i pascoli e le vacche. Ora, la val Travenazes, infinita lunghissima coi suoi canyon che spettacolo le Tofane ora vado bene anzi qui ci scappa il tempone sto recuperando alla grandissima yuppiiii niente male per uno che 3 mesi fa arrancava su un cavalcavia ora invece sono in piena rimonta. Ecco greto del fiume, col cazzo che faccio la coda per non bagnarmi i piedini, mi butto nel fiume fino al ginocchio chiare gelide acque che mi calmano i tendini buttatevi anche voi è bellissimo, via ora su al col dei bös uff non me la ricordavo così ripida e lunga ma quanto è bello qui.

i torrenti si guadano così

discesa, ecco laggiù la Marmolada bianchissima, e davanti le 5 torri, che meraviglia me lo godo tutto. quasi 100km e quasi 20 ore di gara, non ci credo che ho fatto tutto questo, eppure sono proprio io che corro. Giù al col gallina, vedo gente stravolta annientata, io son cotto, ma direi a tutti loro mica vi ritirerete qui ragazzi, ormai manca poco e pensare che fino a 10 ore fa volevo dire basta invece ora sono sicuro che arriverò in fondo cascasse il mondo mentre in testa mi entra Nothing Else Matter.  Averau quanto cazzo sei ripida ma forse il colle di prima era peggio pian piano salgo su brrr che freddo meglio bersi un tè caldo in cima e rifiatare, verso il Giau meglio mi fermi e mi vesta per bene che il sole tramonta, vedo pure una marmotta da vicino.

tra Averau e Giau provo a corricchiare ma è già il 101°Km

Il giau! che bellezza, non mi fermo voglio l’arrivo cazzo se lo voglio cazzo ci vorrà ancora un sacco, mi metto la luce e scendo opporcavacca la forcella giau, quantocazzo è ripida e lunga majalacane che ripida uhm però vado su proprio bene e quegli altri arrancano forza gente che pesate la metà di me brr che buio che freddo ohhhh è finita ora discesina al buio fitto laggiù si intravede la sagoma del Pelmo e là il Civetta ohiahi speriamo manchi poco sento un po’ troppi dolori, la forcellina e via giù verso Cortina cristo quanto è lontana 10 km sembrano una sciocchezza ma non vado più, ho i piedi in fiamme ahi le unghie sono andate uhi come si fa a non pensare al dolore no dai queste gare son micidiali non son per tutti anzi mi sa che non ne rifaccio più, ma proprio per niente al mondo , se ce la faccio divento cintura nera di resilienza, un miracolo non essermi ritirato, distraiamoci e pensiamo alla musica va ma perché canticchio En dei Baustelle che già son mezzanotte e non dormo da 42 ore, non proprio la canzone adatta che cervello strampalato. Alla croda da lago non mi fermo tanto è finita, sì col cavolo, affronto il bosco buio buissimo cohi ma questi piedi sono a pezzi e in discesa non vanno non avrei mai pensato di preferire la salita datemi la salita. ultimo checkpoint qui almeno spiana che mi son rotto di scivolare e finire col culo a terra. puff pant ohi ma quando cazzo finisce basta voglio finire non ne posso più Cortina non si vede e il GPS cazzo è morto. vesciche unghie nere dolori ai polpacci correre è quasi impossibile se il fondo è di sassi uff ora mi rimbomba nella testa I want to break free, ecco le luci ci siamo dai dai dai è fatta fatta sei un ultraultratrailer cazzo non ci credo le prime case “go go go” “forza è finita” dai sono quasi le 2 e c’è ancora chi fa il tifo che gara grandiosa che ho fatto direi anche 2 ore meno del previsto che grande che son stato non credevo fosse possibile per me ma sono proprio io che sto finendo? un ristoro abusivo che bello che è ci sono ancora ampezzani a fare il tifo per noi strani animali notturni il ponte sul fiume l’ultima salitina corso Italia sì dai eccolo laggiù il traguardo. Ho voglia di rivedere i miei amici, quasi tutti finisher, non vedo l’ora di abbracciarvi fratelli nella fatica compagni di avventure. non vedo l’ora sia mattina così ci rimpinzeremo di birra e hamburger, per poi sognare altre sfide assieme. 100 metri ce l’ho fatta un sogno reale Raramente sono stato così soddisfatto di me, nessun rimpianto, gara praticamente perfetta, oltre ogni mia previsione. Qualcuno dietro mi vuol passare ma macchè faccio la volata ne ho ancora non mi batterete ecco la linea e salto pure braccia al cielo e batto i piedi un applauso a me stesso che fatica che massacro datemi una doccia il mio regno per una doccia e un letto caldo

salto sulla linea d’arrivo, un pò goffo (e ci credo, dopo 120 km)

 

Epilogo

Cos’è la felicità? Può essere tante cose, incluso intraprendere un percorso duro di oltre un anno prima per dimagrire per scommessa con alcuni amici, poi porsi un obiettivo sfidantissimo per voler provare emozioni nuove, allenarsi come un matto per un’estate e qualificarsi alla LUT correndo il Tartufo Trail a ottobre, poi fare sacrifici per guarire dagli infortuni, infine per prepararsi in pochissimo tempo e correre per ben 26 ore e 50minuti (oddio, camminare più che altro).

con alcuni finisher del mio team e il giacchetto d’ordinanza

Tutto ciò, tutto assieme, lo credevo davvero impossibile per me: ho rischiato di non farcela, ho osato, ci sono riuscito. La contentezza maggiore l’ho provata non sul traguardo ma prima, quando mancava la distanza di una maratona e mi rendevo conto che ce l’avrei fatta a finire. Dopo ho solo lottato per terminare il prima possibile quelle ore di dolore. Ma sarò banale, la felicità sta più nell’aver intrapreso un percorso, averne assaporato le singole tappe prima dell’obiettivo, e il viaggio è stato persino più bello e affascinante della prova finale. E ancor più nell’aver passato 3 giorni coi miei cari amici trailer, condividendo sudore fatica risate e piacere di stare assieme, peccato alcuni di averli visti troppo poco tempo , amici avrei voluto stare di più con voi. Più che contento, godevo insomma di quella sensazione di serenità, di appagamento, una atarassia, l’esser in pace con sé stessi che in fondo è la vera felicità, quella più pura.

dedicato ai trailer del Ponte Scandicci, il “Mache’segrulloTrailTeam”. Ragazze, ragazzi, grazie di cuore, la mia felicità è merito vostro

Traccia GPS

Video ufficiale dell’evento

 

 

Diario di un inverno e una primavera

30 anni passati con la passione viscerale per la corsa lasciano il segno evidentemente. Quanto è che non aggiorno il blog, per tutto l’inverno c’è stato ben poco da dire. I segnali che venivano dal fruttuoso autunno, in cui le prestazioni erano migliorate enormemente, si sono materializzati verso il solstizio d’inverno, con un male al ginocchio destro sordo e fastidioso che non voleva saperne di essere curato. Si scoprirà che c’è un menisco rotto ma ancora non si sa se il problema era quello perché paradossalmente sciando il problema spariva, e perché così come nato il problemino se ne è pure andato da solo – salvo trasferirsi al solito achilleo sinistro, sempre lui che mi tormenta da 15 anni.

Intanto però l’inverno era sparito senza 1Km corso o quasi. E c’era quella iscrizione alla LUT che incombeva.

Che fare? mi domandavo leniniamente. Qualunque persona dotata di senno e raziocinio avrebbe detto  <lascia perdere e riparti con comodo> Ma nonostante io sia un veneratore della razionalità, così tanto e con così tanta bramosia era stata ricercata quella partecipazione che non volevo arrendermi senza nemmeno provarci. Così ai primi di aprile mi segno a una 50Km delle Valli Etrusche, senza il minimo allenamento oltre i 15km, e con l’incognita ginocchio. Incredibilmente, stringendo i denti e soffrendo su alcune salite assai ripide e il primo sole e caldo della primavera, arrivo entro il tempo massimo, e neppure ultimo. E’ una botta di vita, una cosa incredibile, la dimostrazione che non sono così malridotto e che la testa sa reagire. I 60Km dell’UltraTrail Mugello in un tempo neppure malvagio mi confortano: la gara di casa, il miglior trail come organizzazione a cui partecipo, mi dà ancora più fiducia.

E allora mi gioco tutto: la LUT non è così lontana, ma lo è il mio corpo e la mia mente, che la percepisce fuori portata. E allora per studiare la sensazione di correre una notte intera e per dare un salutare trauma, mi cimento nel Passatore. 9 anni dopo la mia unica volta a Faenza, quella mitica che mi regalò forse le emozioni più belle da quando corro.

E decisamente l’ho sottovalutato, pensavo che camminando per lunghissimi tratti sarebbe stato semplice, invece col caldo che ha fatto – mi son tolto la canotta alle 3.30 di notte – siamo arrivati in tanti a metà ormai consumati, e io non più abituato all’asfalto e abituato a camminare ma solo off road ho sofferto veramente tantissimo ai piedi, al traguardo strapieni di vesciche e duroni, con le unghie massacrate. Ma muscolarmente bene, almeno quello. Ho sofferto davvero tanto, ma di una sofferenza genuina , pura, rigenerante, che ti dà consapevolezza, tanto poi il cervello provvede a dimenticarla. Il tempo è indecente (15h54′) ma i problemi grossi alla fine son stati solo i piedi. E dopo pochi giorni ero di nuovo pronto a ricorrere, ed eccomi quindi alla skyrace di casa a Covigliaio, solo 6 giorni dopo la fine del Passatore. Aggiungere stanchezza alla stanchezza non sarà stato saggio ma sentivo troppo la necessità di mettere toppe alla preparazione più raffazzonata della storia. E in fondo correre da stanchi è pur sempre  un buon allenamento.

Dulcis in fundo, non potevo mancare al trail cui sono più affezionato, il Falterona a Stia che poi è campionato italiano. Anni fa ero uno dei pochi alla prima edizione, stavolta “capitano” di un corposo team di 32 atleti sui 2 percorsi. 36,5Km e 1800m di dislivello, lo finisco anche benino e in spinta nonostante i soliti problemi all’achilleo. La festa dopo la gara col mio team alle premiazioni dice che ne è valsa la pena

Ormai la preparazione è finita, la mente è pervasa di sano timore reverenziale per la LUT che incombe tra 10 giorni come un macigno, come fosse un esame scolastico di quelli tremendi. So di non avere le armi per affrontarla a dovere, ma anche di avere la testa per potermela giocare. So che serviranno 2 notti per arrivare, ma alle 5.00 del 24 giugno, ormai l’alba, dovrò essere a Cortina. Crisi permettendo, ma aver rincorso i kilometri in questi mesi senza preparazione mi ha paradossalmente predisposto, almeno mentalmente, a affrontare distanze più grandi di me e sofferenze fisiche e mentali non da poco.

Oramai restano da curare solo pochi dettagli, e penso alla gara, 120 Km da affrontare con raziocinio e saggezza nella primissima parte, e completamente guidato dalle sensazioni nei successivi 2/3. Non sarà facile, per niente, ma quello che conta è che sarà bellissimo, durissimo e faticosissimo ma meraviglioso. Non sogno l’arrivo, per ora mi limito a sognare la seconda notte, a temere le lunghe salite finali di Travenazes Averau e Giau, a fantasticare sul riuscire a correre per la prima volta attorno alle 3 cime di Lavaredo. Sogno quei giorni di vacanza col mio team, sperando di poter tutti assieme stemperare la tensione: 2 anni fa fu una esperienza bellissima 

Sogno i primi di Km di quella prima notte, un serpentone di luci, di sognatori, di amanti della montagna e dello sport.

Sogno il via, soprattutto, una fiumana di folla che parte verso la notte con le note di Morricone ad esaltarci. Ho timore, ma non vedo l’ora. Sarà massacrante: ma sarà indimenticabile

Come un cinghiale nel fango

Il dopo-TartufoTrail è stato segnato da questioni fisiche e mentali. Un riacutizzarsi del solito dolorino all’achilleo sinistro, un problemino al ginocchio, il consistente calo di motivazioni dovuto all’obiettivo raggiunto a prezzo di sacrifici, insomma è stato normale aver ripreso 2Kg di peso. Però la voglia di correre non è sparita: solo che l’ho dovuta centellinare…. ma mi è rimasto il pallino dell’ultratrail, il Tartufo mi ha fatto capire che probabilmente sono più adatto a gare del genere che a trail più brevi. E in più la LavaredoUltratrail non è così lontana. Quindi mi sono iscritto al Trail del Cinghiale che è pure vicino a casa. Solo che ci sono arrivato senza la minima preparazione mentale e fisica, quasi improvvisando. Come se cercassi un modo di mettermi in difficoltà.

Levataccia alla 4, partenza alle 7 quando albeggia e il paese risplende delle luminarie natalizie, si sale subito per 6Km fino ad affrontare la neve e un ventaccio teso, per fortuna non è freddo. Gara tutta di saliscendi sul versante romagnolo dell’Appennino, la recente nevicata aveva fatto cadere vari alberi, con alcuni tronchi che dovevamo superare scavalcando o strisciando sotto, e costringendo a un cambio di percorso che portava a ben 2 passaggi intermedi dal traguardo e a dover percorrere 3 anelli diversi. Il passaggio intermedio è naturalmente un grosso problema mentale per molti. A me invece non è dispiaciuto. Mi è piaciuto molto meno il fatto che dopo 20Km ero completamente svuotato, con gambe molli e senza fiato. Probabilmente non avevo digerito bene la colazione, ma mi è bastato mangiare dell’uvetta e bere della cola al vecchio borgo di Lozzole per ripartire. Il terzo anello , che poi è esattamente la seconda metà di gara, è quello che mi è  piaciuto di più, e finalmente ho visto Fontana Moneta, che è un piccolo rifugio con una chiesetta di un migliaio di anni fa nell’alta valle del Sintria, torrente stretto tra Senio e Lamone dove adoro sempre correre essendo una zona pochissima urbanizzata e veramente selvaggia. Abbiamo poi toccato un bel pezzo del sentiero 505 Colla-Faenza, e ricordavo un allenamento di quasi 10 anni fa fatto qui con alcuni romagnoli… sì, il trail per me è anche un amarcord, rivedere luoghi dopo anni e pensare “ehi ma qui ci ho corso già una volta”. Ben oltre il 50°Km comincia a far buio, quando manca ancora una salitona, alcuni saliscendi fangosissimi e una ripida discesa. Insomma, è la prima volta che mi tocca metter la frontale a gara in corso. Sento un po’ di stanchezza ma nella seconda parte avrò recuperato una decina di posizioni e questo è molto positivo.

Questo è il mio terzo ultratrail sopra i 50, oltre questa distanza diventa tutto più duro,  e mi piace , mi diverto a far fatica a sentire le gambe legnose quando c’è da spingere, il respiro affannoso in salita, l’agile saltellare dei piedi in discesa, il pianificare ogni dettaglio di sforzo alimentazione e idratazione prima e durante la corsa salvo poi lasciarsi andare alle sensazioni del corpo. Adoro enormente l’arrivo e il farsi la doccia raschiando via il fango e la terra di dosso, e il pasta party dopo. Sapete cosa mi piace di queste garette, e perchè le preferisco ai trail autogestiti? Mi piace il sorriso delle persone dello staff, quello di chi ti dà il pettorale e il pacco gara, quello di chi serve la pastasciutta al pranzo finale, quello di chi versa l’acqua nelle borracce ai ristori. Mi piace perchè in maggioranza sono persone legate a un territorio lontano dalle grandi città. Non ho niente contro le città, sono un fan della contemporaneità e della tecnologia. Forse proprio per questo sono affascinato dall’incontrare persone dei paesini dell’Appennino, e ritrovo sempre gli stessi sorrisi a Palazzuolo così come a Stia, Badia Prataglia, Serramazzoni, Busana: li percepisco diversi da quelli che potrei fare io che son di città, forse perchè in questi paesi l’evento è qualcosa di speciale e noi che corriamo anche nelle retrovie siamo protagonisti.

Ma ho divagato: pensate ad esser stati sulle gambe oltre 10 ore e dover affrontare una lunga discesa anche ripida su sentiero con foglie e fango, piove ed è buio pesto, si scivola che è una bellezza e non vedi il paese dove dovrai arrivare. Compare solo all’ultimo e allora spariscono i dolori. Finisher anche stavolta nonostante qualche difficoltà, e neanche stavolta tra gli ultimi. Ora sono alle prese con i dolori, ed anche con i pensieri “quando sarà il prossimo?” Le mie articolazioni vorrebbero un po’ di riposo ma la mia mente spera sia presto.

La traccia GPS

Una squadra fortissimi

Monte Morello è il terreno ideale per svolgere allenamenti impegnativi: difficile trovare un luogo così vicino a Firenze che sia così impervio da permettere di prepararsi al meglio per le gare più toste. Quando la mania del trail ha preso possesso di molti atleti della mia squadra è diventato la palestra di tutti. Non solo nostra, tanti altri conoscevano bene quella montagna che domina la piana fiorentina, biker trailer e camminatori. E finalmente qualcuno di questi ha tirato fuori questa gara, lo skytrail, ormai alla seconda edizione. Ovviamente, non ce la facciamo sfuggire. Anche se ormai conosciamo questi sentieri a menadito.
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Il gruppone del Ponte, oggi 1 novembre, è diviso in due. Da una parte quelli – reduci da gare dure, o in convalescenza per infortuni – ad aiutare lo staff della Mugello Outdoor. Dall’altra, quelli che corrono, non moltissimi, forse molti sono stanchi di una lunga e impegnativa stagione, ma tutti agguerriti.    Su tutti una giornata luminosissima, sole splendente e arietta frizzante al mattino, una luce incantevole e il cielo terso che in lontananza ci mostra le Apuane. Convenevoli prima della partenza, un lieve riscaldamento, le risate osservando quei due dei nostri che mettono sui polpacci i manicotti dell’ultratrail del mugello invece che i gambali compressivi. Si parte sempre col sorriso in faccia, poi però arriva il difficile. Anche per il nostro Lorenzo, tra i favoriti, che osserviamo scaldarsi con facilità e leggerezza.
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Un anno fa mi ero cimentato come scopa, e con poco allenamento feci pure tanta fatica. Oggi parto bello aggressivo, deciso a far bene sul mio terreno preferito. Facciamo una digressione tecnica: la gara la si può dividere in due parti, una prima metà con tanta discesa, direi facile nonostante i molti tratti in single track. Molto divertente, ad esempio la discesa sulla pista delle mountain bike. Anche un bel tratto di strada bianca, discese non tecnicamente difficili, anche perché con la siccità che c’è l’umidità è davvero pochissima.
Poi però inizia il difficile. La salita del versante nord della Terza Punta, col finale davvero massacrante e ripido. Qui i bastoncini portati dietro aiutano tanto, e supero tanta gente, fino alla vetta: si esce dal bosco e il sole ti acceca, ti godi il punto più alto della gara, ammiri per un attimo il panorama che già conosci a memoria ma che ogni volta ti fa battere il cuore da trailer, poi giù a rotta di collo per il Rompistinchi. Trovo i nostri fotografi Fabio e Daniele, che ci immortalano e faranno degli scatti stupendi. Mi avvisano che Lorenzo è in testa, ne ero certo e mi sale l’agonismo: stavolta il Rompistinchi non è umido e scivoloso come sempre e provo a forzare un poco. In fondo ecco il nostro fotografo ufficiale Umberto e il resto del team oggi in servizio, tutti impegnatissimi a rifocillare i trailer al ristoro della fonte del ciliegio. Un attimo di sosta per riempire la borraccia ed ecco la salita temibilissima della fonte del nocciolo, 1Km circa al 28% di pendenza, alcune rampe micidiali ed il difficile proprio in cima… e per fortuna poi si addolcisce per toccare seconda e poi la Prima Punta, dove una folla ci attende, tutti baciati dal sole. Discesona del Tedesco Morto, poi il tratto più agevole del Cippo dei Partigiani … comincio ad accusare la stanchezza, proprio quando comincia l’ultima salita, il Noncibuki al contrario, coi suoi tornanti e le rampe da scalare. Non finisce mai anche se solo 700metri, la vista delle antenne del Poggio al Giro sono un miraggio ma poi compaiono davvero. Manca c’è solo una velocissima discesa fino all’arrivo al Caravanserraglio, che supero in 4ore spaccate.
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In genere la gara è la gara, si corre, si ascolta il proprio corpo, si legge nella propria mente che stringe i denti e sopporta la fatica, si ammira il paesaggio, si gode della natura. Oggi è stata emozionante e la palestra Morello ha saputo sorprenderci con una giornata calda e assolatissima pure il 1° novembre. E poi tac! scatta il terzo tempo, e questo di oggi è stato di quelli davvero belli. Già un ristoro con la birra è da applaudire. Poi c’è Lorenzo che ha vinto, e giù festeggiamenti come piovesse. Vien chiamato sul podio e gli applausi fioccano perché è arrivato il gruppone che era al ristoro e a far foto e quindi la claque diviene rumorosissima, noi ci sappiamo sempre far riconoscere. Il pasta-party è di quelli luculliani, tra lasagne di ogni tipo in grossa quantità, uno spezzatino con patate veramente gustoso: il Ponte requisisce 4 tavoli e ci mettiamo a banchettare ridendo e scambiandoci battute e aneddoti. Scorre la birra, girano altri piatti, qualcuno tira fuori un piatto di tortelli mugellani: il lavoro dello staff del Caravanserraglio davvero mitico, un pasta-party così è indimenticabile. Non ci va di tornare a casa  e continuiamo con le chiacchiere, il sole bacia i belli e ci abbronziamo, tutto per far durare di più questa giornata passata con una squadra di fortissimi, agonisticamente e umanamente. Non vedo l’ora di poter ricorrere, su questa montagna o altrove, ovunque purché con la mia squadra, coi miei amici

Traccia gps

Un perfetto week-end di trail running

Scrivo non proprio a caldo ma ancora ebbro di quanto vissuto questo fine settimana. Raramente una gara mi aveva lasciato così tante emozioni, una intensità di vita così forte. Avevo decisamente sottovalutato quanto mi avrebbe coinvolto. Meglio così, mi son fatto travolgere volentieri dall’entusiasmo inatteso di questo weekend. Eppure son 28 anni che corro e ho tatuate dentro di me tante di quelle date, tante di quelle gare e persino allenamenti che non è facile fare un’esperienza che mi doni uno tsunami di sensazioni. Poi questa prova a Cortina nacque per caso in uno dei tanti momenti di pausa agonistica della mia vita di runner, in uno di quei momenti in cui non ho per niente voglia di prendere impegni con me stesso, di soffrire. Nacque con Isacco che su Whatsapp mi disse “ehi Leo, per farti tornare un po’ di voglia, ci sarebbe questa cosa qui… noi proviamo a vincere il sorteggio per essere ammessi”. Ma sì, mi dissi, tanto quando mai vinco qualcosa …. Invece vinsi il privilegio di iscrivermi, non mi rendevo conto di quanto fossi stato fortunato. Ma in fondo era dalla prima edizione che volevo cimentarmi in questa gara e ora che è diventata il principale trail italiano è stato giusto e bello affrontarla. Ok, mi dissi, sono in ballo ma mica posso sfigurare. Un minimo ho dovuto allenarmi coniugando scarsità di tempo e soprattutto propensione agli infortuni ogni volta che supero i 10Km. Inverno e primavera provando ad allungare le distanze, a buttar giù un paio di kili (una decina sarebbe stato meglio, lo so, non infierite), a fare varie gare come allenamenti, finendo spesso in fondo classifica. Cortina si avvicinava e pian piano la tensione cresceva: per l’evento, per questa piccola impresa di gruppo. La prospettiva per Giulia Simone Alessandro e Fabio di correre 120 km sulle Dolomiti aveva generato empatia, solidarietà, ammirazione per il loro coraggio. Non potendo correre tale distanza, noi 5 impegnati sul corto (!) di 47Km vivevamo comunque la loro tensione, la fatica dei loro duri allenamenti. Tutto ciò ha portato ad un’alchimia speciale: è stata un ingrediente importante per affrontare questa prova.

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“La voglio estrema!!!” (Simone in uno slancio di entusiasmo a 2 ore dal via, un attimo prima di un nubifragio)

Gli ultratrailer son partiti 2 giorni in anticipo per acclimatarsi e prepararsi con calma all’Impresa. La vigilia della gara faccio l’ingresso nella nostra base del fine settimana, un appartamentino stile anni ’50 in una casetta di legno a San Vito di Cadore e sento l’eccitazione nell’aria. Gli ultratrailer non lo ammetteranno ma nonostante le risate in quella casa si poteva percepire la trepidazione di chi osa: non paura e nemmeno ansia ma quel mix di eccitazione, di concentrazione, di lucida ebbrezza di chi sta per affrontare una grande Prova, di chi sa che in ogni caso portare a casa la preda non sarà facile e ci sarà da soffrire e stringere i denti e tirare fuori le unghie e usarle contro quella parte di te che dirà “ma chi te lo fa fare?” : e solo questa tensione può garantire il risultato. Dicevo, un pranzo pantagruelico con ampio carico di carboidrati, una voracità da veri podisti che cercano di riempirsi di glicogeno come un cammello di acqua prima della traversata del Sahara. Per noi poveri umani impegnati con la 47Km la tensione è molto minore – tranne il Mela, ovviamente, che è all’esordio in una gara oltre i 30km!!!- però complici le vibrazioni degli ultra anche noi entriamo progressivamente in fibrillazione. Ritiro pettorale con controllo minuzioso e capillare del materiale obbligatorio – sui 47 però ero uno dei pochi col pantalone lungo, e dalla dimensione dello zaino dubito che gli altri ce lo avessero. Certosina preparazione dello zaino che è paurosamente pesante, stracolmo di vesti, liquidi e gel zuccherini. Un bel problema, ma in una gara in semiautosufficienza è giusto così, fa parte del gioco. È il 24 sera e a 4 ore dal via gli ultratrailer fanno l’ultimo pasto, procedono alla vestizione, li accompagniamo a Cortina sotto un pauroso nubifragio. Alle 23 è la partenza, appena finito di piovere. E nel mezzo a una folla festante e plaudente si incamminano nella notte con le loro frontali accese, verso l’oscurità delle vette dolomitiche. In trepidazione per loro, consci che ora tocca a noi, non è facile dormire pur sapendo che 47Km non sono chissà quale impresa, in fondo non ci abbiamo riversato le stesse quantità di energie mentali. Ma una gara è sempre una gara, tanto più in alta montagna. Si affronta l’ignoto. Si affrontano le montagne e il cielo

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“C’è sempre un <chi lo sa?>” (un Isacco per nulla spavaldo dopo 100m dalla partenza)

La luce dell’alba mi coglie alle 5 e mi scaraventa giù dal letto. Nella casetta di legno apro le finestre e mi godo l’aria frizzante e la vista del Pelmo che sovrasta la vallata, ricordandoci la maestosità della Montagna. La colazione ci regala le stesse vibrazioni di eccitazione che avevano colto i nostri compagni il giorno precedente, in più abbiamo i loro tempi intermedi e leggiamo colti di ammirazione tempi colossali in un contesto di grandissimi atleti: hanno osato ma hanno ancora tanti Km davanti. Da quel momento cessiamo di pensare a loro, dobbiamo concentrarci su di noi. Cortina è luminosissima, affollata di runners colorati. La tensione sale, le rituali foto o le chiacchiere goliardiche la stemperano ben poco. La musica di Morricone sparata dallo speaker fa il resto, il cuore pompa più adrenalina che sangue, il conto alla rovescia è una endovenosa di caffeina. C’è il via e Isacco Alberto Franco e il Mela scappano. Ora ci sarà solo da correre nelle magnifiche Dolomiti d’Ampezzo. Perché il trail è esplorazione, è essenzialmente esplorazione: dei luoghi, e della propria mente. Soprattutto di quest’ultima . Sarà la crema solare di cui sono cosparso, o il caldo, o l’umidità, o il poco allenamento ma dopo 3Km sono già un lago di sudore e già devo iniziare a intaccare le preziose riserve di liquidi. Una prima salitella di riscaldamento, un breve discesa, comunque in 8Km siamo già nel nostro elemento naturale: la montagna, la salita, il bosco, la roccia, il sentiero, il guado, il fango. Dopo una dozzina di Km entriamo nella Val Travenanzes. Stretta tra le Tofane, i Fanes e il Lagazuoi, una vallata deserta e molto poco accessibile, umida di acque e ombra, ampie cascate che scorrono giù dal cielo o da chissà quale lembo di neve. Attorno a noi vette luccicanti al sole, sotto di noi il greto del torrente che guado volentieri ritemprandomi col gelo dell’acqua mentre altri cercano di evitare di bagnarsi le zampe. La salita al Col de Bos non è facile ma essendo al 20°Km la posso affrontare bene tanto che ammiro più le vette delle Tofane che l’asperità del sentiero. Che belle queste Dolomiti, da Fassano ad honorem le avevo sempre sottovalutate, lo confesso. Belle ed assolate affrontando la discesa per il Col Gallina. Primo ristoro al 24°Km, i trailer si avventano come locuste verso i liquidi e i cibi. Io forse ho caricato un pelo di troppo lo zaino ma riempio una borraccia e mi avvio lemme lemme verso la Cima Coppi della prova, il temutissimo Averau. Già qui mi distraggo meno, la vista delle 5 Torri e delle altre montagne è meravigliosa ma la pendenza è crudele. Il mio (sovra)peso mi induce a rallentare e salire del mio bradipesco ritmo, sorpassato da vari ultratrailer che già han fatto 100Km, quelli più forti che volano da una pietra all’altra. La vista dell’Averau rinfranca gli occhi, ammirare il crinale che separa la conca Ampezzana dall’Agordino li riempie della meraviglia che coglie l’uomo al cospetto della grandezza della Natura. Davanti a me nelle nebbie si scorge pure la maestosa Regina Marmolada. Ora però c’è il Giau, e un lungo e frastagliato sentiero di crinale che auspicavo fosse meno ostico. Arrivare al passo non è facile e spreco energie preziose.

Penso ai miei amici, spero che gli vada tutto bene. Il Mela avrà sofferto la distanza per lui ignota? Isacco avrà recuperato dalla Extreme? E Alberto così poco preparato per questa prova? Franco non ha problemi, mi dico, ma gli ultratrailer che sono già oltre i 100? Gli dico forza ragazzi, so che soffriranno sull’Averau ma faccio il tifo. Simone e Fabio andranno alla grande, ne sono sicuro, ma Alessandro che aveva un po’ di febbre? E Giulia, la nostra Wonder Woman… mi giro ogni tanto e mi aspetto di essere raggiunto eppure non la vedo, possibile che lei così infrangibile abbia sofferto?

Il cartello dice che mancano 16Km ma so che non saranno banali. Proseguiamo verso una muraglia di roccia che non lascia presagire niente di buono, la cartina stampata sul pettorale annuncia una breve ma ripida salita, e mi trovo a maledire una discesa e una perdita di dislivello che so che dovrò ripagare con gli interessi. Non sono stanco, o meglio non lo sono più degli altri attorno a me, che neanche si accorgono dei fischi delle numerose marmotte sui prati attorno, infastidite da questa folla sudata nel loro regno. Dietro una curva appare, la salita più dura e inattesa, la Forcella Giau. Una processione di lenti podisti che arrancano al sole verso una vetta appena visibile- e son soli 200m di dislivello ma in meno di 800m, tanto per dare un po’ di numeri. Un calvario maledettamente ripido nel mezzo delle rocce. Qui ho avuto l’unico momento di difficoltà, la mia avversione alle pendenze in salita ha colpito solo adesso, ma per fortuna non è stata una crisi, c’era solo stanchezza che mi imponeva di procedere molto lentamente. In vetta c’era il premio meritato. Prati a perdita d’occhio, rocce rosse di dolomite, laghetti, un sole splendente che regalava colori abbacinanti amplificati dal netto contrasto con la tetra grandezza del Civetta e del Pelmo in lontananza. Sentiero più agevole, la mia GoPro spara video in continuazione e riprendo umore chiacchierando con gli altri, che mi paiono più stanchi di me. Una piccola forcella ci fa svoltare verso sinistra, verso la valle: la Croda da Lago ci osserva mentre le sfiliamo accanto, in fondo c’è il laghetto dove riposano le ceneri di Buzzati e l’ultimo ristoro. Mi getto in questo toboga con le residue energie per gli ultimi 10Km, più impegnativi del previsto con una discesa molto tecnica e ripida con tante radici e qui rimpiango di non avere i bastoncini che mi avrebbero dato più sicurezza. Per fortuna non sono stanchissimo e riesco a saltare abbastanza bene evitando sassi e radici degli abeti. La quota persa stavolta mi rinfranca, la vista delle prime case della periferia di Cortina ancora di più, un cartello con la scritta “ultimo Km” mi genera un guizzo di forza che mi butta il cuore verso l’arrivo. Il corso finale è una passerella dove ricevo applausi come fossi un campione, mi eccitano così tanto da gettarmi nella più inutile volata della mia vita sportiva, così da onorare fino in fondo questa magnifica gara, una volata forsennata tanto da farmi accasciare su una sedia al traguardo, come se ci fosse stato chissà cosa in palio. Volevo finire entro le 10h, avendo conosciuto prima le difficoltà mi sarei accontentato pure di un poco oltre, invece il cronometro fermo sulle 9h20 e una classifica nei primi 900 mi fanno essere nel mio piccolo davvero soddisfatto.

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“Corribile… una sega!!!” (Fabio all’arrivo, che si aspettava un percorso più agevole)

I ragazzi impegnati nei 47Km sono tutti arrivati: chi da tanto tempo, col Mela alla miglior gara della sua ancor breve carriera, chi da meno ma tutti bravi contenti e soddisfatti. Il classico rituale post gara – doccia, pasta party, chiacchiere e soprattutto birra – è infranto dall’attesa dei nostri ultratrailer, di cui studiamo avidamente i passaggi intermedi su TDS, ne immaginiamo la spossatezza, ne fantastichiamo la grinta, ne temiamo le avversità sul percorso. Alla spicciolata, ma arriveranno nel corso della serata. Giulia mai doma, grintosa come sempre per arrivare dopo 20 ore, stanca e tremante come non l’abbiamo mai vista. Fabio e Simone ritrovatisi insieme nel finale come insieme si sono preparati da mesi, arrivano sorridenti, bravissimi a mascherare gli inevitabili dolori e il freddo patito. Alessandro ci ha fatto temere ma ha superato la crisi pur sapendo di dover poi affrontare la notte il gelo e la pioggia in alta quota, si è saputo riprendere come solo i grintosi possono fare. Noi ad attenderne notizie, a trepidare in attesa del loro avvistamento, tifavamo come gli ultras allo stadio che incitano i propri beniamini, i propri eroi. Ora che è finita, come i tifosi di una squadra vittoriosa gioiamo per i successi di altri che in fondo sentiamo anche nostri, solo perché ci sentiamo parte di un unico grande gruppo.

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“Cercare la felicità non è solo vivere il momento, ma è avere progetti, pensieri, valori e seguirli” (Kilian Jornet i Burgada)

Cala la notte su Cortina, il temporale è finito e lascia lo spazio alle stelle che guardo dalle finestre di casa provando a immaginare il Pelmo laddove non se ne vedono. Penso a chi ancora sarà sul percorso, agli ultimissimi che dovranno affrontare la seconda notte insonne, la Forcella Giau e poi la ripida discesa nel buio fitto e mi sento vicino a questi perfetti sconosciuti che mai vedrò, con una forza d’animo che ammiro incondizionatamente. Crollo stremato sul materasso, nel dormiveglia percepisco l’arrivo di Alessandro cui non avevo assistito e mi tranquillizzo, ero sicuro avrebbe superato la sua crisi.

La missione è compiuta: 9 finisher su 9, tutti contenti, tutti vittoriosi. Ripenso a quando cominciai a fare trail e tutti mi davano del grullo mentre invece fui solo uno dei primi malati di questa disciplina. La passione con cui i miei compagni affrontano queste prove è gioia per gli occhi di chi questa passione ce l’ha da tempo. Mi capiterà poi di rivedere i video girati in gara e di trovare il medesimo sguardo in tutti gli altri partecipanti, la stessa capacità di stringere i denti, lo stesso amore profondo per la corsa per il trail e per la montagna che hanno i miei compagni e che ho io. Il giorno dopo a colazione ci ritroveremo tutti nonostante le poche ore di sonno e racconteremo le nostre sensazioni, o almeno ci proveremo. Ma cadendo nelle braccia di Morfeo non pensavo al giorno successivo, ci sarebbe stato tempo per tutti noi per narrare aneddoti, per riposarsi ridere e rifocillarsi; ed altri giorni ancora per ripensare malinconici e orgogliosi alla gara conclusa e trovare nuove sfide a noi stessi, consapevoli di essere più forti consapevoli ed esperti. No, in procinto di addormentarmi avevo la mente perfettamente sgombra, colma della soddisfazione di una giornata perfetta. Compiaciuto del mio minuscolo risultato personale e ancor più del meritato successo dei miei carissimi amici mi addormento con la bocca increspata da un sorriso, cullato dal silenzio delle Dolomiti.

Traccia GPS su GPSies

Video:

 

Come divenni un ultratrailer (Mugello 2015)

Erano anni che avevo questo tarlo. Da quando iniziai a fare trail, nella preistoria della disciplina. Poi impegni, la scarsa diffusione di questo tipo di gare, infortuni, acciacchi, un redivivo interesse per il bitume, la  mancanza di voglia di farmi il mazzo, hanno complottato per farmi anche solo ipotizzare la possibilità di diventare ultratrailer. E mi son dovuto giocoforza accontentare del limite dei 42Km, rigorosamente offroad. Poi l’anno scorso un gruppetto di coraggiosi ha deciso quel che mi pareva un sogno: organizzare un ultra dietro casa mia. Sull’Appennino di cui mi sento figlio adottivo, non qui nato ma qui trapiantato, ormai cittadino di questi boschi, di questa campagna, di queste vette, non alte ma impervie. Un anno fa l’assaggio della prova più corta di 24Km. Una gara tosta ma già meravigliosamente e meticolosamente organizzata. Non me la posso perdere, mi dissi.

Ma il principio di realtà cozzava col mio sogno. Il mio fisico dopo oltre un quarto di secolo di running si lamenta se provo ad azzardare qualcosa di più. Ogni allenamento più duro, ogni seduta di ripetute, sono un fattore di rischio.  A novembre riuscii a correre una mezza maratona in poco meno di 2h, il mio peggior tempo all time sulla distanza. Sembrava che il complotto anti-ultratrail si ergesse forte. Poi sono arrivati i miei amici pazzi. E mi hanno convinto. Ok, ci provo, mi iscrivo. L’obiettivo è improbo, allenarsi per 11 ore di corsa partendo da un livello aerobico infimo e da una autonomia limitata.

È quello il primo passo, il gradino più duro. Porsi un obiettivo è il primo passo per raggiungerlo. E osare nel correre è come il pizzico di sale in un piatto, regala quel sapore speciale che ti fa godere anche nella preparazione, che ti dà forza anche nella sofferenza. Ti dà la motivazione, che poi diventa grinta, che si trasforma in consapevolezza, in autostima, in determinazione. Il primo gradino è stato più difficile. Poi il resto è venuto da sé. E i miei amici mi hanno accompagnato e facendosi ispirare dalla mia esperienza hanno dato forza a tutto un gruppo via via ingrandito, che ha cominciato ad allenarsi insieme sulla spinta della motivazione della curiosità della passione.

E così sono nati allenamenti di gruppo sul nostro amato monte Morello a uno sputo da Firenze, una vera palestra per il trailer. Levatacce, lotte col freddo, con gli alberi abbattuti da una tempesta di marzo, col fango e le piogge. E la passione che saliva, e la determinazione che montava. Ci siam fatti le nostre gare che erano di allenamento e di prova assieme. Fino al 2 maggio, alzarsi ancora a buio, giungere al momento della partenza avvolti in una nebbia fittissima che copre tutto il crinale appennico assieme a una pioviggine fredda e fastidiosa che copre le abetaie della Badia di Moscheta.

Devo partire coperto con una giacca antivento, mai successo prima. Qualche foto, trepidazione, desiderio di voler partire, voglia di faticare e di stringere i denti. Il via è stato festoso e fangoso. Una prima salita corsa più del previsto perché non dura. La prima vetta è il monte Acuto, ci spira un vento fortissimo, al massimo 20 metri di visibilità. Peccato.

Seconda salita prima ripida, poi facile, poi il lago di fango. In dei punti non sapevo come fare a restare in piedi, sembravano le sabbie mobili, altri parevano piste da sci. Un pickup disperso su uno stradino legato a degli alberi per impedirgli di precipitare in un burrone, ovviamente inciampo in una corda e mi copro di fango dalla testa ai piedi, sembro uscito dalla Parigi Roubaix in un giorno di tregenda. La nebbia non passa, il crinale è ancora avvolto dalle nubi ma almeno non piove più. Il maledetto fango rimane, spendo preziose energie per tentare di rimanere in piedi il più possibile. Dopo 3 ore sono al Giogo di Scarperia, paradiso dei motociclisti e mi mancano ancora 42Km, per fortuna sono ancora fresco. Da quel momento farò una gara in rimonta. Peccato che non riesca a sfruttare la lunga discesa, tanto è accidentata, ma l’importante è divertirsi. E vi giuro, mi stavo divertendo da pazzi. Al 24° al museo della civiltà contadina c’è un nuovo ristoro, mi cambio  e comincia una parte di salita di 20Km. Se normalmente sono un bradipo, in salita divento una lumaca. Vado del mio passo, che è prudente. E un passo dopo l’altro supero la salita che mi porta al 30°. Metà gara, e son passate oltre 5h30’.

Ma sto bene e non mollo, divertendomi come un bambino nel successivo single track vallonato che porta al ristoro di Valdiccioli e poi su per la forestale verso Prato all’Albero, dove ci sono gli unici 10metri di asfalto, e qui entro nella parte più in alto della prova. Sul crinale, manco a dirlo, ancora tutto nuvoloso e la Romagna la si può solo immaginare.

Questa salita non finisce mai, e la discesa successiva veloce e poi sassosissima quasi la si rimpiange. Si entra nella valle del gelido Rio Rovigo le cui acque si devono guadare più volte, si risale al rifugio dei Diacci col famoso passaggio sotto la cascata. Nuovo single track nel bosco… ehi, ma quello sembra il sole. Qui, verso il 48°, inizio per la prima volta a sentire le gambe un po’ dure, mi spiace perché ero stato da dio fino a quel momento, ma non mi lamento e comunque guadagno ancora altre posizioni.

La discesa del 54° in mezzo ai castagni e finalmente col cielo sereno è una benedizione, la stanchezza sparisce di nuovo e sento l’odore del traguardo. Nel fondovalle ci sono i 2 guadi, lì trovo 2 dei miei amici un po’ pazzi, la lunghezza della gara li ha provati mentalmente ma riesco a dar loro coraggio e mi trainano per l’impervia Valle dell’Inferno in un single track micidiale per chi è stanco, ricco di salti e gradoni per gli ultimi 3 infiniti Km. L’odore dell’arrivo è intenso, ci facciamo forza e chiacchieriamo come fossimo al bar, indispettendo gli altri concorrenti. Gustiamo già il sapore della comune vittoria. Tanto per gradire devo combattere l’ultima mezz’ora con una brutta contrattura che mi fa veder le stelle ancora oggi. Conto alla rovescia, poi l’arrivo, i nostri compagni del Machese’grulloTrailTeam che ci hanno atteso e ci regalano le ultime forze, siamo in tre ci siamo fatti forza per mesi e il coronamento del nostro sogno è lo stringerci per mano e passare il traguardo assieme a braccia levate.

Ricorderemo a lungo quei momenti, quei kilometri finali in cui la stanchezza fisica e mentale veniva scacciata dal sapore dell’imminenza del traguardo. Ricorderemo la preparazione fatta assieme, contornati dagli altri membri del nostro gruppo oramai ammalati di trail, così come ricorderemo la birra stragoduta alla fine, il gelato che pregustavamo ancora nella valle dell’Inferno, quei momenti di gioia dopo il traguardo che nei nostri cuori dureranno a lungo, istanti brevi ed infiniti allo stesso tempo.

Il mio video: https://www.youtube.com/watch?v=FHoKTmFfBUw

Video ufficiale: https://vimeo.com/127095552

Traccia: http://www.gpsies.com/map.do?fileId=jjjtndvwifldrxpn

Foto dei finisher: https://www.flickr.com/photos/124275857@N06/

Firenze Urban Trail

Spiegone di cosa sia un Urban Trail (oddio, anche io non ne avevo mai visto uno)
Trattasi di gara trail in un contesto urbanizzato, città e zone limitrofe. Tendenzialmente si corre il meno possibile su strada e il più possibile NON su strada, qualunque cosa sia: un parco, un bosco o campagna nei pressi, strade bianche, forestali, sentieri. Dislivello, quel che c’è. Se siamo in città, se ci sono si corre in zone accidentate: scalinate, gradinate, aiuole, vicoli, pertugi, giardini, camminamenti pedonali, piste ciclabili, greti di fiumi, qualunque pendenza ci sia.
Il FUT (Firenze Urban Trail) alla prima edizione, ha visto una anteprima, la corsa in notturna con lampada frontale. Purtroppo mutilata nel percorso dalla tempesta di pochi giorni fa, il passaggio dal Giardino di Boboli è scomparso 🙁
Il giorno successivo siam partiti quindi dalla meraviglia che è Piazza Santa Croce. Capolino in Piazza Signoria, Ponte Vecchio poi su per le stradine che si inerpicano sulle colline, discesa sull’Arno e sentiero nei parchi lungo il fiume. Giornata ancora ventosa ma soleggiatissima. Questo tratto lungo l’Arno è lunghissimo, si abbandona per entrare in una zona di salite con molto asfalto (purtroppo, ma non ci sono alternative), per finire con una salita in single track bella tosta che finisce… dentro un castello!!! ampio ristoro e inizia un lungo tratto di saliscendi nelle campagne per finire dentro Fiesole.
Sono partito con un approccio molto prudente, sfoggiando per l’occasione uno zainetto idrico Quechua extraleggero con sacca colma di adorata cocacola. Lento in pianura, di passo svelto in salita, di corsa sui sentieri, godendomi la giornata soleggiata, i panorami, gli odori della vicina primavera. L’avvicinamento a Fiesole è magico, e dopo una salitona ripida arrivare in vetta è un sollievo. I podisti si affollano al belvedere a godersi la vista su Firenze, nella piazza del duomo c’è un fantastico slalom tra auto d’epoca. Nuove salite verso la vetta del percorso a Monte Ceceri, e una discesona ipertecnica per le cave di Maiano. Oltre il 30° Km la gara si fa dura per i numerosi saliscendi nei boschi verso Settignano. Altra asfalto, altra discesa, poi di nuovo il greto dell’Arno. i 6Km finali in piano sono tosti, riesco a correre sia pur come una lumaca. Vedere la cupola del Brunelleschi che si avvicina sempre più è incoraggiante, dà sollievo allo spirito affaticato. L’arrivo in mezzo ai turisti di nuova in Santa Croce… Guardo i monumenti della mia città, e dico come sempre che la bellezza del correre risiede nel fatto che le percezioni sensoriali si amplificano, e ciò che è bello diventa ancor più bello, ce lo godiamo ancor di più, si tratti di un capolavoro dell’ingegno umano o della natura.

Il tempo è lento, 5h33′, ma comunque migliore delle attese. Il corpo ha reagito bene, allenarsi in montagna paga, la stanchezza è quella normale, l’importante è il non essere distrutti. Vado avanti come un bischero per il mio obiettivo, ora con uno slancio in più, so di potercela fare.

Amo correre. Really love running.

Traccia: http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=3108397

Video: http://youtu.be/qosMKNAMIP4

Autunno tra alti e bassi

Dopo un agosto un settembre e un ottobre deprimenti, con pochissima voglia di corsa, a novembre la voglia comincia a tornare, scontrandosi con vari acciacchi, doloretti di adattamento che si fanno vivi su ritmi un filo intensi. Il ritorno è stato ben azzardato, la Mezza Maratona di Agliana, chiusa col tempo di 1h48 tuttavia temevo molto molto peggio invece ero fresco all’arrivo. Ottima la prestazione al Trofeo 3 Ville a Castello a Firenze, la bellissima gara nei parchi delle Ville Medicee Reale e Petraia. Soffro il freddo a Sesto, l’achilleo duole ma torno decentemente ad Ellera su un duro percorso collinare di 15Km. Oggi azzardo e dopo anni mi ripresento al Cross del Parco di Galceti a Prato. Inadatto e iper-non-allenatissimo sul breve e veloce, con il duplice ambizioso obiettivo di non esser doppiato e non finire ultimo, riesco a centrare il risultato stringendo i denti e beandomi della bellezza di quel parco in mezzo alla città. Ora un mesetto dedicato agli allenamenti, sperando che la salute resti.

Scarpinata in Roveta

Nonostante l'ambiente si presti bene non è un trail. Tutto asfalto, partendo dal paesino di San Martino alla Palma presso Scandicci, salita alla Roveta, discesa molto leggera tranne l'ultimo tratto, salita finale di 1200 metri con picchi al 16%. Partenza al tramonto con grasse risate coi compagni di squadra del Ponte, almeno quelli che non sono ad organizzare. Dopo un avvio stentato mi accorgo che nonostante la Ecomaratona di 3 giorni prima sono in forma. Soffro nella ripida salita del Masseto, ma per il resto tutto OK.

Traccia GPS

http://www.everytrail.com/swf/widget.swf

E' una grande emozione, correre dopo tanti giorni sulle strade su cui mi sono allenato anche intensamente per anni… ci credo che un tempo andavo forte, tirando certi allenamenti su certi percorsi la forma veniva veloce. Il panorama poi resta fantastico: un grande gara anche dal punto di vista paesaggistico, probabilmente la più bella nottura assieme a quella dell'Alberaccio di venerdì scorso. A Marciola inizia la discesa, non ripida ma veloce dove bisogna spingere. Si oltrepassa Roveta, sempre in mezzo alla campagna. A Vigliano inizia una discesa ripidissima, dove vado alla grande, seguita dalla salitona finale dove mi difendo ma recuperando comunque varie posizioni. L'erta finisce alla bellissima chiesa di S. Martino e subito dopo l'arrivo.
E dopo… cena spettacolo cogli amici pontini, finocchiona vinta nelle varie gare, schiacciata, penne alla carrettiera fantasmagoriche, pizza. Saluti agli amici e alle gare, per un pò riposo, iniziano le vacanze (ma mica smetto di correre, mi sa…)

In vetta al Ventasso

Più o meno un anno fa mi ritrovavo a casa con un piede rotto e la gamba completamente ingessata, situazione oltremodo spiacevole per chi è abituato a correre. Una volta guarito e riabilitato  ovviamente le condizioni erano pessime: decisamente sovrappeso, completamente fuori forma, e nemmeno molto motivato. Occorreva un obiettivo: dato che per dimagrire contano i Kilometri, pensai a qualcosa di lungo. E alto: la croce del Ventasso, quell'ecomaratona che avevo già corso 3 volte ma che aveva cambiato percorso. Arrivando fino alla vetta della montagna. Ecco, mi dissi, proviamoci.
Passano i mesi, velocemente a differenza della mia andatura. Però un barlume di condizione atletica arriva, e mi iscrivo. Passa un altro mese, ed eccomi pronto. Fremente già dai giorni precedenti. Una nottata breve e quasi insonne per l'emozione. Sveglia prima dell'alba, con tanta emozione e già adrenalina che scorre a fiumi. Autostrada, la bella campagna della valle del Crostolo, la maestosa Pietra di Bismantova. La vetta del Ventasso sta lassù, dura da conquistare.
 
La piazzetta della piccola Busana è già animatissima alle 7. Tanti trailer, come al solito. Un saluto di qua, uno di là, dopo tanto tempo ritrovo la mia tribù di appassionati del trail. Come al solito l'intera comunità dei paesi attorno al Ventasso ci accoglie con una cordialità unica: e l'importanza di questo evento è resa dal cartello fisso sul punto della partenza, con tanto di mappa del percorso.

http://www.everytrail.com/swf/widget.swf

Il via alle 8,30. Non starò a raccontare del percorso, che già tante altre volte ho descritto. Dirò solo che ogni anno tutti quei saliscendi e la temibile e lunga salita del Tirone sembrano sembre più duri: gli anni che passano sicuramente. In più fa un caldo terrificante, il sudore scende a litri. Una volta arrivati all'affollato (di famigliole) Lago Calamone, ecco la novità. Mi avevano avvisato: << Quando giungerai al lago e guarderai verso l'alto e vedrai questo muro verticale su cui arrampicarsi e la processione dei corridori a inerpicarsi su, ti prenderà paura… e saranno dolori>>. Sono arrivato al lago, ho guardato in alto, e li ho visti, sotto un sole accecante. Impressionante e temibile. Ma non ho provato paura. Era un anno che sognavo di essere qui, al cospetto di cotanta ascesa, e non sentivo paura, ma solo esaltazione, forza, orgoglio. Sì, gli faccio un culo tanto a 'sta montagna, mi son detto. Ero un po’ in difficoltà dopo il Tirone, ma vedere la fila indiana in salita mi ha fatto tornare le forze. Attivate le ridotte sono salito regolare, passo breve e frequente: recupero tante posizioni nonostante il sole a picco. Finisce il bosco, ecco il pratone, pendenze da urlo. Ma non ho paura, anzi è godimento allo stato puro…. WOOOAAA mi esalto e vado su tranquillo (son proprio un bischero a godere delle difficoltà!). Il GPS mi segnala l'altitudine e mentalmente faccio il calcolo… "mancano 100 metri… mancano 50 metri" … ed eccola lì, l'agognata croce. Fermata obbligatoria a godermi il panorama, faccio qualche foto col cellulare, e via mi lancio in discesa….. WOOOOWW  adoro le discese su questi sentierini di alta montagna, in mezzo ai prati, mi butto a capofitto ululando belluinamente di gioia. Il vecchio percorso prevedeva la discesa a Pratizzano dal versante sud del monte, ora si va sul versante ovest in una discesa ancor più tecnica. Peccato per le lunghe file, a un certo punto mi sono rotto e mi sono lanciato in un sorpassone alla GillesVilleneuve sul terreno scosceso a fianco del sentiero… e via giù in slalom tra gli alberi a rotta di collo. Bellissima anche la modifica successiva che evita il lungo tratto in asfalto. Al 32° Km, Montemiscoso, il percorso torna quello classico… quei terribili saliscendi infiniti che portano all'arrivo, che tutti soffrono. Ho stretto i denti fino al traguardo finendo in rimonta in 6h22', tanto ma necessari su un percorso così duro e con questo caldo.
 
Ma mica è finita qui… macchè, la goduria del Ventasso è anche il dopo – coda delle docce escluse – il ritrovarsi in piazzetta a ridere schezare commentare prendersi in giro mangiare bere abbronzarsi. Verrebbe voglia di rimanere lì per ore, a gustarsi la compagnia e a ripensare alla meravigliosa natura che abbiamo assaporato. In conclusione il Ventasso con questa modifica diviene una vera regina dell'Ecomaratona italiana. Per vari motivi: innanzitutto la qualità dell'accoglienza, l'efficiente e capillare macchina organizzativa, l'esser riusciti a valorizzare un territorio montano sconosciuto imponendo l'evento a livello locale con la frecciatura permanente. La varietà della natura incontrata, dalla bassa montagna a quella media fino a quella alta, dalla campagna agricola al bosco deciduo fino a quello sempreverde e ai pascoli e ai prati d'alta quota. Tutto favoloso, solo questo può pensare chi è all'arrivo attendendo il momento di tornarsene a casa, salutando questo e quello, un membro o l'altro di questa tribù del Ventasso, adoratori della fatica e della natura.  

Traccia Ecomaratona del Ventasso 2011