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Gare di fine aprile

Ultime due gare, negli ultimi 2 w.e., abbastanza controverse. Comincia domenica 17 con una gara finalmente nel Mugello, che dopo anni riesco finalmente a correre, la "4 passi nel Mugello". Percorso su strade stranote, l'inizio molto duro coincidente con la salita che si trova a un terzo di Passatore. Poi interi saliscendi e falsopiani col vento contro, ovvio, e una bella stradina nei campi. Ritmo finale sui 4'53 che ci può stare visto che in salita non mi son sembrato affatto brillante. Eccellente compagnia coi miei compagni di squadra ritrovati dopo tempo, e terzo posto finale del team.

Qui la traccia GPS

Pasquetta invece dedicata alla Mezza Maratona: Prato, come quasi sempre ogni anno. Un tempo adoravo la distanza classica dei 21,097, ne facevo a ripetizione. Ora devo confessare che mi intriga veramente poco. La corro un po’ svogliatamente con l'obiettivo di far bene e, in subordine, di testarmi. Subito dopo 3Km abbasso la cresta, ogni sogno di tempo under 100' lo abbandono. Reggo fino in fondo e chiudo alla media di 4'59, 1h45 insomma. Un po’ deluso, poi la bilancia mi fa scontrare con la realtà: da quando mi sono tolto il gesso il peso è calato pochissimo, magari per effetto di qualche muscolo messo su in palestra e piscina. In compenso la seduta rigenerante il giorno dopo è andata molto bene con quasi un'ora corsa senza dolori vari, cui ci ho aggiunto anche 40' di mountain nike.
Ora ricomincio con qualche assaggio trail, e vedremo.

Ghibellino!

Un quadriennio dopo, torno a Massa e Cozzile per la Maratonina del Ghibellino. Ultimamente l'avevo saltata in ossequio a degna concomitanza, la Traversata dei Colli Euganei. Stavolta neanche è lo stesso giorno ma la ecomaratona padovana è pure sold out e la mia autonomia al massimo mi concede di non sfigurare nella bella gara nel pistoiese. Nota di attenzione: dopo quasi 9 mesi torno a fare una gara competitiva, ma l'impegno non è bastato per piazzarmi a premio.
Maratonina, perché più o meno è una mezza maratona. Ghibellino, perché di tal bandiera era Castruccio Castracani quando si era asserragliato nei castelli attraversati dalla gara. Difficoltà che non sta tanto nella distanza quanto nel dislivello e nelle difficoltà tecniche del percorso. 4 Km iniziali di saliscendi ma scorrevoli, 4 Km di salita continua più o meno intensa, poi i terribili 800 metri sul sentiero di pavè medievale tra Massa e Cozzile al 21% di pendenza media. Sigh, l'ultima volta che gareggiai li feci praticamente tutti correndo, stavolta invece ho sofferto molto. Uno poi dice "arrivi in cima e dopo è facile". Col piffero, iniziano 4Km di puro trail tutto strappi falsopiani e discese ripide in continua variazione, col ponte medievale nel mezzo e tanto fango pure ora che non piove da giorni. Ovviamente questi 4km finiscono in salita, poi riecco la strada ma mica è finita qua perché la discesa si fa attendere quando arriva non è banale: 3Km circa e bella ripida, da scendere a rotta di collo spingendo. Quest'anno poi pure la sorpresa con una variante bella tosta nel finale in mezzo ai campi e un suggestivo passaggio nel mezzo di un frantoio! Proprio in questo tratto non mi riusciva più di spingere, avevo finito la benzina e sono arrivato solo sull'inerzia. Una ventina di minuti in più rispetto a un quadriennio di fa, non è una dato confortante nonostante le mille scusanti. Ma neanche così pessimo, dato che in questo gara ho sempre osservato una notevolissima varianza, secondo le attitudini e la forma nei vari anni.

Traccia GPS

82

Ero rimasto al 29 ottobre, con qualche bella descrizione di giri in bici. Passarono un paio di giorni, e decisi di rimettere le scarpette da corsa. Dopo la frattura, quale sarebbe stato il momento giusto per ricominciare minimizzando i rischi? Non lo potevo sapere, mi sono affidato quindi all'istinto. In verità, mi ha aiutato anche una prova: attraversare la strada di corsa per rimanere col verde coi pedoni. 50 metri in cui il piede non dava segni di cedimento. Però, mi dissi, potrei pure provare. E provai! per ricominciare 3 km in piano, qualche giro del paese. Il piede andava bene, non soffrendo per nulla! Il problema era tutto il resto: la bilancia per cominciare, segnando un terrificante 82Kg (anzi, 82,9, lo confesso). Quasi il personal best, che credo risalga alla mia adolescenza di deciso sovrappeso quasi un quarto di secolo fa.
Quindi, che si fa, mi dissi? Piano piano, un passo dopo l'altro, si arriva ovunque: quindi si ricomincia. Mantenendo un pò di nuoto, di palestra, di bici, ricominciai
Dopo poco più di un mesetto, la prima gara non competitiva, per combinazione lungo le strade su cui preparai il Passatore. Poi il clima non ha aiutato a correre, pel freddo o per la neve. Approfittando della grande nevicata che ha bloccato tutta la Toscana, mi sono cimentato un paio di volte nello snow running, disciplina faticosa ma affascinante e in cui riesco anche benino. Qui un breve video girato col mio smartphone.

Ma l'allenamento era poco, e forse l'assenza di sensibili e veloci progressi mi frenava un poco. Anche perchè il peso, come si sa, diminuiva molto, troppo lentamente.
Ad anno nuovo , un paio di gare in pianura, molto simili : roba che ai tempi d'oro correvo a 4'/Km. Prima a Firenze, sul nuovo percorso di allenamento della pausa pranzo (parco delle Cascine), stamane a Campi Bisenzio con ben 15Km (scarsi) e con un deciso miglioramento, specie di sensazioni, rispetto a 10giorni prima. Ho faticato ma alla fine le ho concluse entrambe molto meglio del previsto, a poco meno di 5'/Km. Il peso cala leggermente ma ancora è il vincolo principale a un miglioramento delle prestazioni: aumentare le distanze ad oggi risulta difficile, dovrei provare senza dubbio a mangiare un filo meno. Comunque già 6 anni fa dimagrii molto iniziando un periodo di grandi soddisfazioni: è il momento di rifarlo

Tavola di Prato

Reduce dalle 3 gare dure di Aprile, il primo giorno di maggio ho voluto fare una cosa un pò più breve, che durasse poco. Eccomi quindi a Prato, anzi in una sua frazione nella campagna (di quelle mirabilmente tratteggiate da Benigni in "Berlinguer ti voglio bene", per la Festa del Podista. Tutta pianura, tutta strada. Tranne un sontuoso e meraviglioso passaggio per il Parco delle Cascine, antica area agricola della Villa Medicea di Poggio a Caiano, oggi tutta boschi e prato. Un buon allenamento veloce.

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50Km di Romagna: il “piccolo Passatore”

Per un pignolissimo puntiglio personale ho voluto fare quella gara cui un anno fa non potei partecipare. In effetti allora ero ben più preparato e motivato, mentre stavolta la scarsa forma, l'approssimativa preparazione e la carenza di stimoli avrebbero sconsigliato la partecipazione. Mica una garetta da 4 soldi, bensì la "50km di Romagna". Una prova storica, storicamente la gara preparatoria al Passatore. Così è infatti intesa da tutti. Tranne che da me, che per quest'anno mi accontento così. Di esserci, a Castel Bolognese che a dispetto del nome è nel ravennate. Partenza tranquilla, cielo coperto, risate e chiacchiere nel gruppone. La strada impercettibilmente sale. Sale e sale, lo si sente appena, eppure sì, sale. Prima verso Riolo Terme che attraversiamo costeggiando la bella rocca. Poi lungo la valle del Senio, più aspra e stretta rispetto a quella del Lamone. Già il Lamone, fiume simbolo del Passatore, che è una valle più in là – anzi due che c'è pure quella del Sintria, che è zona trail, del trail del Poggiolo: i richiami podistici sono ben presenti, così come quelli storici ,è il 25 aprile e qui nelle montagne che degradano verso la Romagna sono state scritte tante storie nell'ultima guerra. Si continua a salire, tantissimi dolci falsopiani che succhiano preziose energie. Saliscendi docili ed insidiosi che ci portano verso Casola Valsenio, paese delle erbe officinali: giro del paese e si comincia a salire: siamo a metà gara e ora si fà sul serio. Il Montalbano non è alto ma quei 5Km di ascesa si fanno sentire, la pendenza non è insostenibile ma spesso costringe a marciare perché la mente ricorda che manca ancora molto al traguardo. Intanto il sole fa capolino e cominciamo a sentire pure il caldo. Al 30° Km finisce l'ascesa e ci si getta in una impetuosa e soleggiata discesa nella valle del Sintria, lungo la Via della Lavanda. A Zattaglia, in fondo alla valle, ricomincia la pianura ed è necessario impostare un ritmo regolare, mancano solo 15 Km. In lontananza, sulla propria destra si ammirano le vene di gesso della zona di Brisighella. In questa valletta isolata, senza traffico e con pochi spettatori, i concorrenti sono diradati e si fanno da lepre l'uno l'altro. Che poi fosse solo pianura era solo una mia falsa speranza, che alcuni perfidi maledettesaliscendi mi costringono a rallentare pesantemente subito prima del passaggio alla maratona: in effetti rendono molto dura la prova, e sebbene siano appenna accennati dopo 40Km si fanno sentire. Accetto i miei limiti e scelgo di risparmiarmi camminando laddove sale, che poi non sono solo e anzi sono più quelli che supero che coloro che mi sopravanzano. Tornando a costeggiare il Senio arriva la vera pianura, riprendo fiducia e chiudo gli ultimi 5Km in progressione, con il collo e le spalle bruciate dal sole e dal sale di questi primi caldi di stagione. Arrivo stanco, in poco più di 5 ore, e mi fiondo subito su una panchina ombreggiata a ricordare questa giornata di fatica. La stanchezza dell'ultramaratona è indicibile, anche perché la si dimentica subito. Ma mi pare già una buona cosa l'aver finito, e neanche tanto male, ed avere ancora dopo il traguardo il sorriso e la forza di ridere alle battute degli amici. E di ripensare a questo "piccolo Passatore", così definisco questa gara e non sarò certo il primo, perché racchiude in sé in piccolo la durezza della sorella più grande e più dura: i tanti falsopiani, l'ascesa verso metà gara, il lunghissimo finale, il dislivello per niente trascurabile. Tutto a metà, più o meno, tranne il mito, che quello della sorella è troppo superiore, e la notte, che le garantisce un fascino che la 50 non può avere.

50 Km di Romagna

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Maratonina di Tavarnelle

La maratonina di Tavarnelle è stata la mia prima mezza maratona. Oramai tanti anni fa. Allora mi sorpresi per una buonissima e inaspettata prestazione, che negli migliorai finchè divenne una delle mie gare preferite, che più si adattavano. Quest'anno ci son tornato, più che altro per reincontrare gli amici della squadra "il Ponte" di Scandicci che mi hanno salutato calorosamente (grazie ragazzi!) non credendo alla mia apparizione dopo tanti mesi lontano dalle gare su strada. Condizioni di forma scarsucce, mi aspettavo un tempo vergognosamente lento. Dopo il primo terzo di gara, che ha oltre 200 metri di dislivello in discesa, però ho sentito ruggirmi dentro qualcosa. Conoscendo il percorso mi ero risparmiato. All'attacco della salita al 7° Km, dicevo, ho sentito i cavalli fremere: quella bellissima sensazione per cui sai di avere benzina e hai intenzione di castigare tutti. Inizio così la mia rimonta in progressione, inesorabile su per i tornanti dalla Sambuca Val di Pesa, fino all'adorato falsopiano che porta a San Donato in Poggio. Mica è finita, nuova discesa molto leggera, insidiosa perché si rischia di bruciare energie, e poi gli ultimi 5Km abbondanti in prevalente e lenta inesorabile ascesa dove ho dato il meglio, come spesso mi è riuscito in questa gara. Finale a tutta e volata vinta: gara in paurosa rimonta, dopo i primi 500 metri non ho subito un sorpasso. Considerazioni: 1. sempre bello correre in queste colline ai margini del Chianti, giornata soleggiata e fresca, colori favolosi. 2. i percorsi su salite lievi, non ripide, e frequenti falsopiani sono quelli che mi si addicono di più: ulteriore conferma 3. non ci sono cristi, nonostante il tanto trail per caratteristiche fisiche sono uno stradaiolo. Temo che nel trail non farò mai benissimo 4. brillantezza però sempre poca: dovrei darci dentro con allenamenti di qualità, ma la voglia è poca 5. ma quanto è corta una gara di 21 Km e di meno di 1h45'??? Dopo il Passatore, dopo tante Ecomaratone, correre 1h44' su strada in assetto mentale competitivo è un'inezia. Sono arrivato al traguardo e mi pareva di essere appena partito. Oramai sono un ultra_ in tutti i sensi. Ma la strada per migliorarmi passa anche dal velocizzarmi pure sul breve.

Maratonina di Tavarnelle 2010

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Traversata dei Colli Euganei 2010


Tre anni di fila: la prima domenica non pasquale di aprile la sveglia suona ben prima delle 5, salto in auto col buio pesto, infilo l’autostrada deserta ascoltando improbabili programmi radiofonici riservati ai sonnambuli. La pianura padana piatta e grigia mi accoglie, poi quei colli che spuntan come funghi all’improvviso. Appare il verde di una vallata montana anche se siamo a soli 25m slm, costoni rocciosi e boschi oscuri, ecco Villa di Teolo. Dove si ritrovano, da anni, facce di appassionati trail che qui si accingono a compiere la fangosissima Traversata dei Colli Euganei. Ogni volta sembra sempre più dura e cattiva, c’è sempre quella salitella in più che non ti ricordavi che ti aspetta ghignante; quella discesa assassina che neanche ti permette di accelerare ma ti costringe ad improbabili equilibrismi sul pantano; quello stradello strappato alle sabbie mobili pregno dell’ordore di aglio selvatico. E quei volontari, quegli alpini con una passione infinita che affolano i ristori, che ti  fanno sentire a casa tua, che regalano un sorriso a chi non ha più il fiato per ringraziare; sembrano sempre più numerosi e sempre più ospitali. La TCE è davvero l’apoteosi del trail, una summa dello spirito che deve animare queste gare: cordialità, amicizia, risate, fatica, sudore, birra, natura, salite e discese, una corsa pane e salame, niente barrette o fiale ma minestrone e uova sode, corsa che pur povera offre molto di più di ciò di cui un podista ha bisogno. Un grazie è troppo poco: nel pomeriggio si torna a casa sentendosi in debito e certamente non bastano queste 2 righe a saldarlo.

Traversata dei Colli Euganei 2010

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Questo è un commentino che ho pubblicato su Spirito Trail. In preda a manie 
 di grandezze, mi sono anche fatto il video mentre scendo da quelle spettacolari discese.

Montalbano trail, Capraia Fiorentina

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Un’auto completamente assiderata mi accoglie di domenica mattina. Neve copiosa, ghiaccio sul parabrezza sia dentro che fuori, cielo limpidissimo. meno male che avevo pulito il parcheggio la sera prima, i santi pneumatici invernali mi tirano fuori dal lastrone ed eccomi per strada. Il termometro della mia Corsa segna l’esorbitante cifra di -18°C, che non aveva mai raggiunto nemmeno in girate invernali sul Pordoi. Montagne e colline bianche, scendendo dall’Appennino anche la pianura fiorentina è incredibilmente candida, di quel candore che significa neve spessa almeno25 cm: scusate ma qui da me è veramente raro trovare un tempo del genere, per niente mi sarei perso l’occasione di un bianco Winter Trail a pochi passi da casa, in un territorio ben poco noto alla neve. Arrivo a Capraia Fiorentina, paesino dell’empolese dove parte la seconda tappa del Montalbano Trail, edizione zero, temperatura sottozero e neanche mite, si sfiorano i -10°C: i più veraci trailer della zona – e pochissimi forestieri dato il tempo inclemente  si sono sfidati già la sera prima alla luce della frontale per una dozzina di Km tutti innevati nelle colline attorno. Tanti sono amici di trail ultramaratone o gare comuni, tutti mi raccontano estasiati della corsa della sera prima alla luce della frontale con la tenue luminosità della neve attorno. La partenza è un pò ritardata, non ho per niente invidiato gli organizzatori: una nevicata prima di Natale è davvero un evento che può accadere una volta in mezzo secolo da queste parti, saranno stati una serata e una nottata intera a ritracciare il percorso, e in effetti sono stati costretti ad accorciarlo. Un gelo neanche un pò attenuato dal solicello dicembrino dà il via, atteso ardentemente dai pochi partenti. Dopo un poco si entra nel prato: bianco bianchissimo, e sarà sempre così fino all’arrivo. Prime salitelle, saliscendi, falsopiani in continuazione. Correre con la neve mi esalta, mi inebria: forse per questo riesco a correre forte anche nonostante il periodo-no. Con la neve il trucco è evitare come la peste i tratti su cui facilmente si scivolerebbe: la terra compatta ghiacciata, la neve battuta, i solchi delle ruote delle auto passate, mentre conviene cercare addirittura i tratti di manto vergine: conta anche avere buone scarpe e le mie Lasportiva da skyrace, artigliatissime, sono l’ideale. Nonostante il freddo si suda copiosamente, imbottiti divesti multistrato come siamo: mi avvento ferocemente sulla bottiglia di sali che mi ero portato nello zainetto, assieme agli zuccheri che tornano utili però il consumo energetico sale paurosamente con queste condizioni.Il percorso continua tra deliziosi stradellini nel bosco, in queste pinete di cui il Montalbano è colmo stranamente coperte da tanta neve: il panorama è suggestivo, di tanto in tanto la vegetazione si apre e mostra le pianureverso ovest: interamente bianche, mai penso da almeno un quarto di secolo ci sarà stata questa vista, con tutta la Toscana occidentale coperta di bianco, i paesi come Vinci Empoli San Miniato più in là il Padule di Fucecchio e le colline delle Cerbaie placidamente candide. Dopo un poco si arriva al paesino di Castra che ben mi ricordo per una gara di corsa in salita corsa tanti anni fa. Il percorso qui diventa di asfalto, soffro un poco perchè la pendenza è tanta ma tutti rallentano. Arrivati ai 400 metri di altezza siamo di nuovo in pineta, si comincia a scendere per poi risalire d’un botto per un sentierino negli olivi, ripidissimo su cui finalmente mi sento più a mio agio recuperando qualche posizione. Brevi discese tecniche, provo a lanciarmi ma i tratti ripidi dove potrei fare la differenza sono troppo pochi: il percorso fino all’arrivo è su una stradina di campagna in mezzo alla pineta… ovviamente completamente ghiacciata e per evitare scivoloni corro ai margini. Nel finale si lascia il bosco per entrare negli oliveti: nonostante siano esposti a solatio sono ricoperti di neve, sofferenti per il freddo della notte: spero che di vittime ce ne siano poche, il freddo purtroppo spesso non dà scampo a questi alberi. Altro pezzo asfaltato finoal centro del paese vecchio di Capraia, già noto per esser teatro della famosa Otto Ore. Discesa in picchiata nei vicoli fino al traguardo, a una ambitissima e direi meritata doccia bollente, a un pranzo in compagnia cheè il vero premio che ci attende alla fine. Per essere una edizione zero funestata da un meteo sfavorevole direi niente male: tracciatura perfetta (la sera prima so che ci sono stati degli errori ma le condizioni erano veramente al limite), percorso non impegnativo ma reso tosto dalla neve,23Km e 650 metri di dislivello. Un peccato non aver partecipato alla notturna, ma sarà per la prossima volta.

tracce gps:
tappa 1 (non mia) : http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=444030
tappa 2 (mia) : http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=446601

A questo giochino…

"A questo giochino bisogna allenarsi", con il sottinteso "..sennò si combina poco". Come dicevamo io e il babbo agli amici che regolarmente seminavamo, anni fa. Gli inglesi direbbero "No pain, no gain" – È una regola cardine nel mondo della corsa, non si può barare, non si può far bene senza una preparazione almeno decente. E lo sapevo. Infatti l’idea originale era non partecipare. Poi pensavo che potevo fare 28Km anche senza pettorale. Poi decisi di iscrivermi all’ultimo tuffo solo per fare quattro chiacchiere con amici maratoneti e godermi il serpentone di folla.
Infine, una volta lì in quel bellissimo Piazzale Michelangelo inondato dal sole, ho deciso di finire. Ovviamente, ultimo iscritto e mi sono trovato in fondo al serpentone, 5 minuti per varcare il via. Mi sono goduto una rimonta in progressione, ritmo tranquillo, molti fastidi per le strettoie in centro, per i momenti in cui non riuscivo a superare i grupponi con i pacer. Via via che correvo incontravo gente con cui non mancava mai un saluto, un incoraggiamento, 2 chiacchiere sulle gare fatte e gli obiettivi futuri. Passaggio alla mezza in 1h56, in effetti una volta in gioco volevo giocare e speravo in qualcosa sulle 3h50. La progressione continua nel nuovo passaggio dal centro storico, saluto i compagni di squadra che controllano il percorso ed ecco le Cascine, il mio terreno di caccia, dove supero tanti. Al 34, giro di boa all’Indiano, come mi capita puntualmente tutti gli anni, iniziano i problemi: non mi sembra neanche di aver sudato eppure le gambe non vanno più: non resta che stringere i denti e proseguire. Molto lentamente. Finisco in 3h57′, con sensazioni per niente buone: contento solo di aver fatto un buon allenamento e di aver fatto compagnia a 10mila altri maratoneti, a decretare il successo di una delle migliori maratone italiane.

Torno a scrivere: Ecomaratona del Chianti 2009

finalmente torno a scrivere due cose. tanto per tranquillizzare i miei fan (ah ah ah). sono vivo e vegeto, corro raramente e con pochi Km, sono dedicato alla casa, e ho neanche tanta voglia di correre.
Possono esserci periodi in cui si ha poca voglia, ed allora è inutile insistere.
Oggi comunque sono tornato alla terza edizione della Eco del Chianti. La maggiore attrattiva per me era il ritrovare tanti amici e il partecipare assieme ai miei compagni di squadra, scesi in massa da Scandicci per correre i 18Km ma specialmente la Eco. Freddo e vento, partenza in compagnia e passo i primi 10Km a illustrare il percorso, spiegare le salite, godermi in compagnia il Cippo di Montaperti poi Monte Giachi.
Ottima la salita principale del percorso a Villa a Sesta, però dopo rallento un pò troppo e dopo san Gusmè stringo i denti per finire di mio passo in 4h34′. Contando che l’anno scorso ero più in forma ma ci ho messo poco meno sono contento. Quando la voglia tornerà avrò solo l’imbarazzo di scegliere quali gare puntare.

Trail Foreste Casentinesi 2009

Trail FAVOLOSO
pochissimo asfalto, un migliaio di Km di dislivello, un par d’ore di corsa, pochissimo cielo visibile sepolti come siamo in una delle più belle foreste d’Europa. Foresta vera e propria, mica bosco: alberi fitti, faggi castagni pini abeti. La cosa più bella: i raggi del sole che timidi si infiltrano nel folto del bosco, collidono con l’umidità e creano quell’atmosfera magica , una luminosità soffusa, con le ombre degli atleti davanti a te che si muovono dolcemente in mezzo alla luce. Si parte subito su una salita aspra e senza respiro, però è all’inizio e si corre. Seguono poi una bella discesa ripida, tanti tantissimi saliscendi, fino all’Eremo di Camaldoli, altra salitina falsopiani interminabili, ultima discesa finale molto tecnica in mezzo a sentieri sassi e pigne.
Pranzo offerto ai partecipanti, ottimo e abbondante. Compagnia di trailer: eccellente. Logisticamente ben piazzata così che c’è gente da mezza Italia e si va ad aggiungere ai vicini aretino-fiorentini. Grazie della compagnia a tutti.
 

Totti – Lentula – Torri

Carenza di gare estive, eppure avevo voglia di ricominciare. Sul calendario trovo la gara in oggetto. Abbastanza nota, una gara agostana ma che sapevo essere molto competitiva. Bene, cerchiamo di capire dove si trova questo Torri. Diamine, una delle più anguste e irraggiungibili vallate dell’Appennino Toscoemiliano, tra Pistoia e Porretta eppure i tempi stimati da mister Google per arrivarci paiono assurdi, così come le strade per arrivarci, le capre saprebbero trovare tratturi più agevoli. Trattasi della valle della Limentrella Orientale, che poi finisce nel Lago di Suviana e quindi nel Reno. Per arrivarci in modo più agevole scendo verso l’autostrada e la pianura e risalgo da Pistoia, una bella salitona deserta da cui si domina la piana pratese. Ad un tratto, puff! finisce il panorama e ci si trova in una valletta angusta, boscosissima. I toponimi parlano da soli della piovosità della zona: Fossato, L’Acqua, Acquerino. Avevo notato la valle durante il Da Piazza a Piazza, boscosissima. Il paese di Torri lo si raggiunge dopo una lunga salita, ovviamente è in vetta a una collina che domina la valle. Sapevo che non sarebbe stato semplice. La gente di qui parla un toscano strano, si sente l’influenza emiliana e d’altronde al dialetto della zona anche Guccini, che abita a pochissimi Km da Torri, ci ha dedicato un libro e ci ha scritto il romanzo Croniche Epafaniche.

Adoro la discesa, ma odio partire in discesa. Mi piace alla fine della corsa, all’inizio mi stanco troppo. Molta gente al via venuti da ogni parte, dal senese al modenese. Partenza a tutta, discesa asfaltata al 6% di pendenza, quasi continua. Pulsazioni alle stelle, sudore copioso nonostante l’altitudine – oltre 900mt al massimo – In fondo alla discesa, in fondo alla valle, il caldo si fa più intenso, mi superano in diversi, rallento. Per fortuna comincia subito la salita. Niente asfalto, una strada bianca abbastanza rovinata, bisogna guardare dove si mettono i piedi. Ripida, questa. Molti camminano, io prendo il mio passo regolare, mi rilasso all’inizio e poi ne supero diversi. La parte finale è la più tosta e ripida, molti arrancano, io accelero. Arrivo nel bel paesino arroccato sotto la chiesa che domina la valle appoggiata su uno sperone di roccia. Mi dicono che sono 40°, ultimo dei premiati. Piccola soddisfazione, addirittura mi chiamano sul palco con tanto di miss che mi porge un pacco di generi alimentare, addirittura bacio e foto di rito.

Mah, si vede che la gara qua è l’evento dell’anno. In effetti fino a qualche decennio fa qui al massimo  ci facevano il carbone e in effetti dall’altra parte della valle c’è il sentiero dei carbonai. Il ritorno a casa è avventuroso. Tornare nella piana fiorentina equivale ad affrontare il caldo torrido, preferisco godermi a finestrino aperto le stradine da capre e valico 3 valli trasversalmente. Poche auto su questi monti, anche i gitanti le evitano, almeno i pochi non intenti a cercare fresco o more o mirtilli. Si scende, si risale fino al tabernacolo di Gavigno dove c’era il mitico ristoro della schiacciata del DPAP. Poi discesa, salita, discesa, una strada che molti avrebbero timore di farla col Discovery, io con la mia Corsa d’antiquariato vado tranquillo facendo slalom tra buche e pietroni. Ce ne vorrebbero altre di gare così, tanto per far conoscere meglio luoghi sconosciuti e irraggiungibili. Gareggiare per me ha sempre voluto dire soprattutto questo, conoscere nuove zone, nuovi paesaggi, nuove terre; non importa se lontane o vicine a casa, basta ampliare la conoscenza del territorio, di strade e boschi, di persone e luoghi.

Notturna di Poggio Valicaia (Scandicci, FI)

Poggio Valicaia, una vetta delle molte che circondano a sud-ovest la piana di Firenze, insieme a un gruppo di colline che separa le valli della Greve e della Pesa. Un parco in cima a questa vetta, molto frequentato d’estate perché ventilato e ombreggiato. Tutt’intorno, boschi di lecci , quercioli, pini. Sentieri Numerosissimi, in pietra o in terra battuta. Ci ho corso innumerevoli volte, anche quando non ero un trailer ma già correvo su questi sentieri. Giovedì scorso, ultima atto della stagione primavera-estate: una gara notturna cui non avevo mai partecipato prima. Partenza sul largo sentiero in terra battuta dietro al parco, avevo voglia di tirare prima delle vacanze e son partito allegro, poi tratto su strada bianca prima di un nuovo sentiero. Chiacchiere in corsa sulla recente skyrace per poi entrare in uno stretto sentierino, a me sconosciuto che ho fatto quindi con piacere. Saliscendi massacranti, rallento e mi stacco. Nel finale si entra nel sentiero single-track dietro il colle della Poggiona, tuttoi n falsopiano stringo i denti e ce la metto tutta. Alla fine 38.20 per fare poco più di 8Km, non malaccio. Ma ormai la forma se ne sta andando. E quindi meglio lasciarla andare del tutto, ritornerò a correre dopo le vacanze.  Di quella gara mi resta quindi un bellissimo ritorno su questi colli, pieni di sentieri meravigliosi. Niente pacco gara ma cena di gruppo con tutti gli amici podisti al tramonto, in mezzo al bosco. Pasta porchetta e fagioli per tutti, risate, racconti sulle ultime gare, atmosfera di festa per questo saluto prima delle vacanze. Ho sempre adorato le notturne tra maggio e luglio, questa è l’ultima – le prossime a fine agosto e settembre saranno al buio  e non mi piacciono – e sento un poco di malinconia: queste garette fanno incontrare spesso gli amici, si corre semrpe ad alto ritmo e al massimo del divertimento, senza pensieri. Ma ci sarà tempo per trovare nuovi obiettivi, questo mi piace della corsa, che trovi sempre qualcosa di nuovo.

Ritorno a Fornovolasco

Clima stupendo, cielo terso e splendente, colori che abbagliano, ieri mattina a Fornovolasco. 2 anni dopo torno in questa fresca gola, completamente immersa nel verde. In questo minuscolo paesino di vecchie case in pietra, arroccato in fondo alla valle dove le pareti boscose, praticamente verticali, iniziano a salire minacciose verso le vette delle Panie. Davanti, sopra di noi, MOLTO sopra di noi, l’arco del Monte Forato. Ancora più in alto, sulla destra, la vetta della Pania della Croce. Se c’è una gara dove si possono definire i concorrenti come dei pazzi, è questa. Molta meno gente degli anni passati, direi meno della metà: inutile dirlo ma la disgrazia di 1 anno fa la abbiamo tutti in mente. Questo ha reso tutti consapevoli che la montagna non va mai sottovalutata, e che l’attenzione e la prudenza devono essere il filo conduttore di tutta la gara: da parte mia, fiero sostenitore della tesi "meglio aver paura che buscarne", ho corso con il caschetto protettivo presente nel pacco gara, ed eravamo in diversi. In partenza salita nei boschi, verdissimi come mai. 500 metri di dislivello si fanno in un attimo a gambe fresche, il peggio è che si continua a salire lungo la cresta che conduce alla Pania. Il passaggio dal Monte Forato è spettacolare, veramente unico, solo passare di qui merita la partecipazione, una folla incredibile di grandi e bambini ad applaudire. Salite e discese, rigorosamente in single track o su pesanti lastroni di roccia, si susseguono ininterrottamente. Dopo oltre 1 ora inizia il tratto a mio avviso più pericoloso, il lungo sentiero sul versante versiliese della Pania, una sequenza di saliscendi su tratti attrezzati , spesso con pochissimo spazio ove passare. Massima concentrazione. Occhi fissi a terra a guardare dove si mettono i piedi. Sosta al rifugio del Freo, poi si attacca la salita. Sono oltre 1h30′ di gara, e inizia la terribile ascesa, un versante ripidissimo verso il cielo, 2700 metri di sentiero e 650 metri di dislivello con una pendenza media del 25%. Terrificante, la mente nasconde a se stessa la prova che si sta per affrontare. Impossibile correre anche un solo metro, non c’è tregua anzi più si sale più diventa ripida. Le bandiere che indicano la fine della salita sembrano alte e irraggiungibili. Sole a picco, ma fa fresco e ci si mette pure l’elicottero che riprende la prima donna che è subito dietro a me, saluto le telecamere con un sorriso corrucciato dal vento gelido delle pale dell’aeromobile. Passaggio in vetta, una gran folla anche qui, discesa di passo in quella pietraia terrificante del Vallone dell’Inferno: per fortuna dopo poco si può ricominciare a correre: un grazie alle mie scarpe Lasportiva Skyrace, veramente eccellenti per il compromesso leggerezza-grip-stabilità.  Ho corso con il partner virtuale sul Garmin, la traccia del sottoscritto di 2 anni fa, che mi ha staccato sulla salita della Pania di un par di minuti: ma in discesa piano piano mi avvicino, il camoscio che è in me vola in questi tornantini nel bosco. Sull’asfalto volo e raggiungo il me stesso di 2 anni fa, oltre a seminare la prima donna, e affronto l’ultima discesa finale tutta nel bosco su un sentiero veloce ma per niente agevole, salitona finale e picchiata finale, arrivo a godermi cocomero e birra. Stravolto, la gara è veramente tostissima,senza tregua Sinceramente non la ricordavo così dura, ancor più dura e tecnicamente difficile della Dolomiti Skyrace che negli ultimi 4-5 Km non chiede molto se non buttarsi giù in discesa. Bellissima, ma assolutamente non per tutti: essere in pochi è sicuramente meglio, dà più sicurezza, più tranquillità per i moltissimi volontari a fare assistenza. Il caschetto forse è una prudenza eccessiva ma sono solo 200 grammi e il fastidio maggiore che dà è per l’eccessiva sudorazione. In sintesi giornata indimenticabile a sancire la fine della prima parte della mia stagione. Ora riposo e ferie, poi ad agosto andrò a ricominciare.

Ventasso, e tre!

E sono tre, le volte che arrivo a Busana per cimentarmi con questa montagna favolosa. Il Ventasso, intrico di boschi rovi sterpi sassi, pareti a picco sopra paesini abbarbicati sul niente. Credo non ci sia una gara che riesca a farmi sbocciare un sorriso come questa. Perchè alla fine correre è quasi solo un contorno: non si ama il Ventasso solo per questi 42Km e 2000 metri di dislivello, ma soprattutto per quello che c’è dietro. Dietro, c’è la passione della gente di Busana e degli altri comuni della zona. Passione è riduttivo, ma potrei passare ore a cercare su un vocabolario e non riuscirei a trovare una parola capace di sintetizzare tutto quello che c’è dietro la parola passione: c’è la cortesia, la disponibilità, la simpatia, l’allegria, l’empatia, l’amicizia, la gentilezza. La dignità, la fierezza, l’amore. L’amore per la propria terra, per la propria montagna, per tutti coloro che la amano. Il paradiso del trail, un’organizzazione talmente eccellente da poter solo ringraziare chi, organizzando l’ecomaratona, ci ha permesso di conoscere questi monti.  Serve proprio dire altro? Potrei aggiungere che a tutti i ristori ci è stata riservata una frase di incoraggiamento, che anche la polizia municipale a controllare gli incroci ha applaudito, che il tifo della gente sul percorso era al livello di tante maratone cittadine da 5000 e più partecipanti , che gli applausi sono fioccati e più sembri sofferente più quelli aumentano d’intensità.

La mia gara passa in subordine: giunto a Busana stravolto per carenza di sonno e iperattività da lavoro, mi sono sì stupito di una insolita brillantezza di gambe nella prima metà, con un tratto Busana-Cervarezza-Nismozza fatto alla grande e una salita accorta ma comunque lesta: salvo realizzare in zona Pratizzano che non ne avevo più, precipitando in una grossa crisi che mi ha rallentato tantissimo. Solo dal 30° in poi piano piano ho iniziato a riprendermi, in quel tratto estremamente difficoltoso tra Montemiscoso e il campeggio, dove tanti hanno sofferto ben più di me. Alla fine ne avevo ancora e tutto sommato ciò mi rinfranca. Mai quanto il post-gara, quel pranzo servito dai volontari, discussioni con i compagni amici trailer, terzo tempo con bevute di birra e risate. Sì, tutto sommato la gara è quasi una scusa, per poter conoscere il mondo e per apprezzare la compagnia di persone con la nostra stessa passione.