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Ritorno a Fornovolasco

Clima stupendo, cielo terso e splendente, colori che abbagliano, ieri mattina a Fornovolasco. 2 anni dopo torno in questa fresca gola, completamente immersa nel verde. In questo minuscolo paesino di vecchie case in pietra, arroccato in fondo alla valle dove le pareti boscose, praticamente verticali, iniziano a salire minacciose verso le vette delle Panie. Davanti, sopra di noi, MOLTO sopra di noi, l’arco del Monte Forato. Ancora più in alto, sulla destra, la vetta della Pania della Croce. Se c’è una gara dove si possono definire i concorrenti come dei pazzi, è questa. Molta meno gente degli anni passati, direi meno della metà: inutile dirlo ma la disgrazia di 1 anno fa la abbiamo tutti in mente. Questo ha reso tutti consapevoli che la montagna non va mai sottovalutata, e che l’attenzione e la prudenza devono essere il filo conduttore di tutta la gara: da parte mia, fiero sostenitore della tesi "meglio aver paura che buscarne", ho corso con il caschetto protettivo presente nel pacco gara, ed eravamo in diversi. In partenza salita nei boschi, verdissimi come mai. 500 metri di dislivello si fanno in un attimo a gambe fresche, il peggio è che si continua a salire lungo la cresta che conduce alla Pania. Il passaggio dal Monte Forato è spettacolare, veramente unico, solo passare di qui merita la partecipazione, una folla incredibile di grandi e bambini ad applaudire. Salite e discese, rigorosamente in single track o su pesanti lastroni di roccia, si susseguono ininterrottamente. Dopo oltre 1 ora inizia il tratto a mio avviso più pericoloso, il lungo sentiero sul versante versiliese della Pania, una sequenza di saliscendi su tratti attrezzati , spesso con pochissimo spazio ove passare. Massima concentrazione. Occhi fissi a terra a guardare dove si mettono i piedi. Sosta al rifugio del Freo, poi si attacca la salita. Sono oltre 1h30′ di gara, e inizia la terribile ascesa, un versante ripidissimo verso il cielo, 2700 metri di sentiero e 650 metri di dislivello con una pendenza media del 25%. Terrificante, la mente nasconde a se stessa la prova che si sta per affrontare. Impossibile correre anche un solo metro, non c’è tregua anzi più si sale più diventa ripida. Le bandiere che indicano la fine della salita sembrano alte e irraggiungibili. Sole a picco, ma fa fresco e ci si mette pure l’elicottero che riprende la prima donna che è subito dietro a me, saluto le telecamere con un sorriso corrucciato dal vento gelido delle pale dell’aeromobile. Passaggio in vetta, una gran folla anche qui, discesa di passo in quella pietraia terrificante del Vallone dell’Inferno: per fortuna dopo poco si può ricominciare a correre: un grazie alle mie scarpe Lasportiva Skyrace, veramente eccellenti per il compromesso leggerezza-grip-stabilità.  Ho corso con il partner virtuale sul Garmin, la traccia del sottoscritto di 2 anni fa, che mi ha staccato sulla salita della Pania di un par di minuti: ma in discesa piano piano mi avvicino, il camoscio che è in me vola in questi tornantini nel bosco. Sull’asfalto volo e raggiungo il me stesso di 2 anni fa, oltre a seminare la prima donna, e affronto l’ultima discesa finale tutta nel bosco su un sentiero veloce ma per niente agevole, salitona finale e picchiata finale, arrivo a godermi cocomero e birra. Stravolto, la gara è veramente tostissima,senza tregua Sinceramente non la ricordavo così dura, ancor più dura e tecnicamente difficile della Dolomiti Skyrace che negli ultimi 4-5 Km non chiede molto se non buttarsi giù in discesa. Bellissima, ma assolutamente non per tutti: essere in pochi è sicuramente meglio, dà più sicurezza, più tranquillità per i moltissimi volontari a fare assistenza. Il caschetto forse è una prudenza eccessiva ma sono solo 200 grammi e il fastidio maggiore che dà è per l’eccessiva sudorazione. In sintesi giornata indimenticabile a sancire la fine della prima parte della mia stagione. Ora riposo e ferie, poi ad agosto andrò a ricominciare.

Ventasso, e tre!

E sono tre, le volte che arrivo a Busana per cimentarmi con questa montagna favolosa. Il Ventasso, intrico di boschi rovi sterpi sassi, pareti a picco sopra paesini abbarbicati sul niente. Credo non ci sia una gara che riesca a farmi sbocciare un sorriso come questa. Perchè alla fine correre è quasi solo un contorno: non si ama il Ventasso solo per questi 42Km e 2000 metri di dislivello, ma soprattutto per quello che c’è dietro. Dietro, c’è la passione della gente di Busana e degli altri comuni della zona. Passione è riduttivo, ma potrei passare ore a cercare su un vocabolario e non riuscirei a trovare una parola capace di sintetizzare tutto quello che c’è dietro la parola passione: c’è la cortesia, la disponibilità, la simpatia, l’allegria, l’empatia, l’amicizia, la gentilezza. La dignità, la fierezza, l’amore. L’amore per la propria terra, per la propria montagna, per tutti coloro che la amano. Il paradiso del trail, un’organizzazione talmente eccellente da poter solo ringraziare chi, organizzando l’ecomaratona, ci ha permesso di conoscere questi monti.  Serve proprio dire altro? Potrei aggiungere che a tutti i ristori ci è stata riservata una frase di incoraggiamento, che anche la polizia municipale a controllare gli incroci ha applaudito, che il tifo della gente sul percorso era al livello di tante maratone cittadine da 5000 e più partecipanti , che gli applausi sono fioccati e più sembri sofferente più quelli aumentano d’intensità.

La mia gara passa in subordine: giunto a Busana stravolto per carenza di sonno e iperattività da lavoro, mi sono sì stupito di una insolita brillantezza di gambe nella prima metà, con un tratto Busana-Cervarezza-Nismozza fatto alla grande e una salita accorta ma comunque lesta: salvo realizzare in zona Pratizzano che non ne avevo più, precipitando in una grossa crisi che mi ha rallentato tantissimo. Solo dal 30° in poi piano piano ho iniziato a riprendermi, in quel tratto estremamente difficoltoso tra Montemiscoso e il campeggio, dove tanti hanno sofferto ben più di me. Alla fine ne avevo ancora e tutto sommato ciò mi rinfranca. Mai quanto il post-gara, quel pranzo servito dai volontari, discussioni con i compagni amici trailer, terzo tempo con bevute di birra e risate. Sì, tutto sommato la gara è quasi una scusa, per poter conoscere il mondo e per apprezzare la compagnia di persone con la nostra stessa passione.

Da Pistoia a San Marcello


Un anno dopo essere arrivato al Passo dell’Abetone, ho deciso di riprovarci a metà. Nessuna voglia di pensare ad arrivare fino alla vetta, troppo lunga calda faticosa e dura: per quest’anno ho già dato. Affrontare anche solo 30Km non mi pareva un impegno da poco dopo il Passatore e la Eco dei Laghi.  Partenza molto presto per contrastare il caldo, alle 7,30 dalla bella piazza del Duomo. Bellissima la sfilata di tanti concorrenti per le vie di una Pistoia ancora  addormentata. Quest’anno fa molto fresco per la stagione, condizioni ottime per una gara generalmente bollente seppur in montagna. 5Km di lievissima ascesa su falsopiano, dove conviene andar tranquilli. Poi dopo un ponte si attacca la tremenda salita delle Piastre, lunga 8,5Km, durissima nei primi 3 Km dove penso sia sul 9% di pendenza media. Con i compagni di squadra tengo un buon ritmo, la brillantezza non c’è per niente dopo la gara tirata della sera precedente . Tanta gente in salita è una gara sempre affollatissima, molti li supero e non vado poi così malaccio. Arrivo al passo delle Piastre e ci buttiamo nel lungo falsopiano a favore della fredda valle del Reno, attraverso le antiche ghiacciaie. A Campotizzoro si torna a salire, si passa in mezzo alle antiche fabbriche metallurgiche e meccaniche vecchie di 100 anni, residuo delle utopie industriali e solidaristiche dell’Ottocento, ben strane a trovarsi qui in mezzo alla aspra montagna pistoiese: eppure ci sono, qualcosina funziona ancora – credo però non sopravviverà all’attuale crisi – ci sono ancora i resti dei bunker antiaereo dell’ultima guerra. Si percorre una lieve salita un tempo occupata da un trenino che dalla valle del Reno saliva alle fabbriche poi al passo dell’Oppio e scendeva a San Marcello. Si attraversa Maresca, ridente paesino ai piedi delle montagne che salgono al Corno alle Scale, davanti a noi la splendida vastissima Foresta del Teso. Salita ripida al passo dell’Oppio, poi discesa fino al bellissimo borgo medievale di Gavinana (quello del difensore della Repubblica fiorentina Ferrucci che dopo una battaglia disse a Maramaldo "vile tu uccidi un uomo morto"). Qui c’è il 25° Km, per noi manca pochissimo, per chi fa la gara lunga siamo solo a metà distanza e metà dislivello. In discesa sono un pò bloccato ma l’ultimo Km in piano verso San Marcello mi dà nuova grinta e finisco in ottime condizioni in 2h53′. C’è una bellissima atmosfera al traguardo, molti spettatori plaudenti, un bel sole che bacia le montagne boscosissime, tanti incitamenti per chi prosegue per i 50Km. Ampio ristoro, docce, risate, sole, cielo terso e chiacchiericci. Molto bello qui, sarebbe un’ottima località di partenza per gare di montagna. Guardo i partecipanti alla distanza lunga, li ammiro molto. Già questi 30Km sono duri ma assolutamente alla portata di chi ha il passo regolare e una appena discreta preparazione alla distanza. Ma i 50Km, sono tutt’altra cosa. Mi tornano alla mente i ricordi di un anno fa, la picchiata nella valle della Lima, il caldo e l’umidità terrificante in fondo valle, la salitona finale, senza respiro, sotto un sole africano, estenuante, che dà tregua solo quando sei già arrivato e sfinito. Sì, proprio tutt’altra gara e infatti molti la giudicano più impegnativa e massacrante del Passatore. Un giorno la rifarò, magari più motivato di un anno fa.

Ecomaratona dei laghi

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Osservavo la temperatura sul cruscotto dell’auto, avvicinandomi verso Castiglione dei Pepoli. Pericolosamente bassa, con la pioggia che batteva il cruscotto incessante salendo verso Roncobilaccio, e io che facendo in fretta la borsa la sera prima mi ero fidato di alcune previsioni per cui non avevo quasi niente di adatto a quelle temperature. Correre a giugno con 10° e la pioggia non è proprio cosa di tutti i giorni, la cosa mi metteva a disagio. Recuperavo una maglietta in fondo alla borsa, e persino un paio di guanti lì dimenticati da chissà quanto. Poca gente in partenza, purtroppo: la gara meritava sicuramente molta più presenza. Perchè dopo i primi Km con un pò di asfalto ci si addentra in un bosco fittissimo, completamente ricolmo di fango, sentieri molto ripidi che portano sulle rive del lago Brasimone, che veniva percorso sul lato occidentale in mezzo ai campi e all’erba folta. Poi ancora solo bosco, sentieri e mulattiere ancor più pendenti, discese accidentate in mezzo ai pini. Qui, attorno a un terzo di gara, mi ritrovavo da solo. Solo, in mezzo alla nebbia che penetrava attraverso i rami, nel buio di una foresta di pini. Un luogo selvaggio, io nel mezzo. Ecco, fino a un terzo di gara ho corso bene, rapido e deciso in discesa, in spinta in salita. Dopo, un pò di oscurità calava pure su di me. C’era la salita che concludeva la prima metà della gara, che non ricordavo così lunga e ripida. Poi il lungo sentiero nei pressi del crinale: ogni tanto il bosco si apriva e lasciava intravedere la maestosità delle cime, il verde profondo dei boschi, la grigia pesantezza delle nubi. Di nuovo bosco, il sentiero GEA per un breve tratto, fango, sempre più fango: rotolavo, scivola in continuazione, mi ammaccavo le mani che continuavano a dolere per tutta la discesa successiva insieme alla pancia, probabile effetto del freddo. Dopo una sosta iniziava la solitaria ascesa al Monte Baducco. Non sembrava certo di fare una gara, mi pareva piuttosto di fare un allenamento visto che ho passato quasi un’ora senza vedere anima viva in mezzo al fango e alle felci. Il trail è anche questo, può capitare e bisogna farsi forza e proseguire. La salita intorno al 30° non finiva mai, quella me la ricordavo bene. Come ricordavo bene la discesa tortuosa successiva e l’ultima salita, breve ma ripida, nella foresta di pini. Discesa finale, finalmente vedo altre persone, bellissimo scendere in un bosco così splendido. Ultimi 2Km di asfalto, fatti con gran fatica e gambe insolitamente dure e poco sprintose. All’arrivo di Faenza, pensavo, ero molto più pimpante, mentre ieri invece ha sentito diversi accenni di crampi. Beh, può capitare. Il tempo finale di 4h49′ è ababstanza soddisfacente, certo che una decina di minuti in meno li potevo avere. Ma non sempre le cose vanno bene, e mi accontento di aver sguazzato un bel pò nel fango, e aver passato bellissime ore in comunione coi selvaggi boschi appenninici. 

Un commento sulla manifestazione: percorso bellissimo, magari un pò troppo asfalto specie all’inizio. Da sottolineare la frecciatura: qualcuno so che si è perso, ma sono sicurissimo trattarsi di podisti da strada inesperti di trail. Praticamente un segnale in media ogni 20 metri, o sassi verniciati o nastri biancorossi o i cartelli fissi che rendono il percorso fattibile tutto l’anno: perfetta, la migliore mai vista. Sì, meriterebbe molta più partecipazione, e probabilmente lo spostamento a metà giugno non ha giovato.


Traccia GPS

Foto (dal sito di Piero Giacomelli)



Piazzamento

Ormai corro talmente poco e sono talmente poco allenato per le gare brevi che quando le corro mi sembra di fare più fatica che in una maratona: perchè si parte a tutta e si deve stringere i denti da subito, perchè come Einstein insegna con la velocità il tempo si dilata e una decina di minuti sembra un’eternità, perchè la preparazione per la lunga distanza mi ha impedito di lavorare sulla potenza aerobica.
Per questo martedì scorso ho deciso di tirare una garetta veloce, a Malmantile: un paesino splendido su una collina sopra Lastra a Signa, dove si svolge annualmente una festa medievale molto molto carina.
Dicevo, gara veloce di 7,75Km, ma molto mossa, tanti saliscendi e falsopiani. I miei compagni di squadra partono a manetta, mi scattano di mezzo minuto nel 1° Km, poi a sorpresa reggo e nella salita finale li avvicino. E con sorpresa mi piazzo a premi: evento raro ora che gareggio raramente, molto molto piacevole, non tanto per il premio quanto per l’intima soddisfazione. Quel che ha fatto piacere è sentire buone cose nelle gambe , specie la brillantezza su ritmi elevati. Molto molto bene.

Il Passatore – un viaggio nella notte e nella mente

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Borgo San Lorenzo, 31 maggio

Dovrei fare lo scrittore di lavoro per poter comunicare le emozioni che ho vissuto nella lunga notte del Passatore, per poter esprimere sentimenti a volte contrastanti. Ripenso a me stesso la scorsa notte, solo 24 ore fa e mi sembra di vedere un altro. Mi ripeto incessamente : "ehi, hai corso per 100 Km, ti rendi conto?" e non mi sembra di parlare a me stesso, come se  per una giornata avessi vissuto con la mente di un altro. Ancora non ho metabolizzato la cosa, non  ho la coscienza di cosa sono riuscito a fare, e guardo il tabellino con il risultato, i parziali ai traguardi intermedi e la traccia del GPS come se fosse la prestazione di un altro. Vedo un tempo clamoroso, esistito solo nei miei sogni, e lo ammiro come se  fosse quello di un amico. Digitando questi tasti posso solo provare a rievocare ricordi, cercando di scavare in una  mente probabilmente ancora sopraffatta dalla fatica. Scrivo per me, per rievocare meglio questa esperienza. Scrivere è ricordare, è ripensare, è rivivere. E riviviamo questa avventura.

 

Firenze, 30 maggio, ore 15.00.

Il momento è giunto. Anni ed anni che sognavo un giorno di fare questa gara,  e ora ci sono. In mezzo ad altri 1500  concorrenti, con un obiettivo: valicare l’Appennino, correre 100 Km. Fino a pochi giorni prima pensavo che in questo momento avrei avuto una paura del diavolo. Io, che non ho mai avuto paura, che sono andato incontro ai miei obiettivi sempre con cattiveria agonistica e consapevolezza delle mie forze temevo di cedere proprio sul  più bello, avevo paura dell’incognito, di una gara dove non si potevano fare previsioni. Per fortuna non è caldo come accade quasi sempre a fine maggio, sarà un vantaggio. Si ride in partenza, e ancora sghignazzo per la scena cui ho appena assistito (un concorrente intento a far  pipì sulle mura di Palazzo Vecchio fermato dai vigili urbani e accompagnato in centrale per l’identificazione). Gli ultimi anni ero partito per fermarmi a un intermedio. Stavolta no, parto per arrivare in fondo, o almeno provarci. Esplorare i propri limiti, le proprie potenzialità. Scoprire il lato di me stesso che non conosco: quanto potrò reggere dopo Marradi? Come sarà la fatica, la sofferenza, dopo 7, 8, 9, 10 ore di corsa?  Come reagirò alle difficoltà? 

 

1 giugno

La tranquillità, l’incoscienza erano il sentimento dominante. Mesi e mesi di Km, sofferenza, concentrati in poche ore.  Andare incontro al martirio in quel modo, roba da masochisti. Questo è  il Passatore, la 100Km per eccellenza. Troppo, forse , per un corridore  normale come me.  Questo era quello che temevo. L’unico timore.

 

Fiesole, 320 m slm. 30 maggio, ore 15.50.

Mancano 92Km. Sembra tanto. Sì, è dannatamente tanto. Il primo tratto facile di pianura è venuto bene, lo scarico dell’ultima settimana ha funzionato e le gambe girano. Al 4° si attacca la lunga salita per Fiesole, molti la prendono con troppa allegria, io accorcio il passo e salgo regolare, fa caldo. Buone sensazioni, non devo pensare al traguardo. Dopo il paese i  saliscendi dei Bosconi che ci porteranno verso Vetta le Croci,  un tratto tosto e traditore, invoglia a correre ma senza accorgercene si sale e si consumano energie preziose. Relax, corsa sciolta, guardo il panorama, davanti a me le montagne fiorentine dove spesso corro per sentieri, ciao amiche mie, presto tornerò a trovarvi ma oggi mi attende altro. Intercetto Vincenzo e Rossella che mi faranno da scudieri per tutta la gara fornendomi cibo acqua e incitamenti. Vincenzo ora non è allenato ma l’anno scorso arrivò a Faenza in meno di 11 ore anche grazie ai miei consigli. Percepisco la sua invidia, mi sento quasi in colpa.

 

Vetta Le Croci, 523m slm. 30 maggio, ore 16.45.

Mancano 83Km Saliscendi superati meravigliosamente chiacchierando con Jack, compagno di tanti trail, è già al 4° Passatore, magrissimo e in forma, stare con lui è una follia ma sto bene. Finalmente vedo la vetta: un pratone verde, una marea di folla, la solita che c’è tutti gli anni che  fa un tifo da stadio. Aspettavo il passaggio di qui solo per il tifo dei tanti podisti fiorentini che sono qui per  incitare i concorrenti, gli amici, i compagni di allenamento. Sento il calore della folla, e valicando la Vetta mi getto nella fresca vallata con grinta. Assaporo la discesa, mi trovo più a mio agio aiutato dalla forza di gravità, le gambe girano. Passo in scioltezza i paesini di Mulinaccio e Polcanto, la discesa si fa più lieve e il caldo più pesante.

 

1 giugno

Riguardo su Google Earth la traccia del mio GPS e studio i tempi di passaggio. In effetti pensavo di correre più forte la prima parte, o forse inconsciamente non mi ero accorto di stare risparmiando molto. Non ero convintissimo della mia preparazione: i lunghissimi c’erano stati eccome, però erano mancati quegli allenamenti medio-lunghi ad alta intensità, le ripetute lunghe, qualche progressivo. Nonostante questo il ritmo doveva essere giusto perché a Faltona, Km 26 di gara, mi sono messo a chiacchierare con un tizio: aveva una decina di Passatori alle spalle e diceva che quello era un ritmo sulle 10 ore circa e che insieme a noi c’erano altri con lo stesso valore. Mi sono un po’ spaventato e ho rallentato. Sapevo di non esser partito pianissimo ma era una tattica precisa, odio correre troppo lentamente, mi imballa paurosamente le gambe. Però un dubbio si instillava nella mia mente mentre il caldo fondovalle mugellano si avvicinava. 

 

Borgo San Lorenzo, 185m slm. 30 maggio, ore 18.00

Mancano 68Km. Finalmente, Borgo. Il mio paese d’adozione, entrarci mi emoziona quasi. Sono le 18, rispetto la tabella di marcia. Vedo facce note, i miei suoceri che incitano, mio padre che scatta foto, il ristoro da cui arraffo acqua e sali. Cammino per le vie del paese. Pensavo di arrivarci meglio qui, non sono più brillante. Già, ma quando mai sei stato fresco e brillante dopo 30Km? Hai sempre perso efficienza di corsa dopo 3 ore che sei sulle gambe, non preoccuparti. All’uscita del paese il primo Kilometro di salita appenninica mi manda quasi nel panico, come sentissi tutta insieme la stanchezza di una lunga preparazione. Eppure questa salita fino a Ronta l’ho pure provata 7 giorni fa. Cammino, bevo, succhio gel zuccherini. Saluto Isacco che segue i miei compagni di squadra, Denise  che corre per fotografarmi, mi riprende Vincenzo con le scorte alimentari. Calma e sangue freddo. Questo tratto non mi piace, salitella leggera ma ingannevole, mi superano in tantissimi perché mi voglio risparmiare.

 

2 giugno

La salita verso Ronta – km 39, 350m sl –  è stato un primo rapido momento di crisi. Mentale, solo mentale. I primi segnali di inevitabile affaticamento mi stavano impaurendo. Ho reagito semplicemente camminando dove la salita era meno morbida. Sapevo che questo è un po’ il segreto, il saper affrontare e gestire i momenti di difficoltà. È durata molto poco, ho proseguito regolare: dopo la Madonna dei 3 Fiumi ci sarebbe stato da soffrire davvero.

 

Razzolo, 650m slm. 30 maggio, ore 19.35

Mancano 56Km. La salita dai 3 Fiumi è intorno al 5%, molti la corrono, io ho deciso di alternare corsa e marcia ad ampie falcate. È la tattica che usai 1 anno fa che dovevo arrivare solo a Marradi.. Bevo abbondanti litri di cocacola e comincio a mangiare qualcosa di solido. Passo il paesello, saluto i festanti Annalisa e Roberto su vespa d’epoca strombazzante, ingurgito le mie rondelle di mele secche. Alzo la testa. Adoro questi luoghi, questi boschi, la selvaggia montagna appenninica dimora di lupi caprioli e cinghiali, ora baciata dalla luce serale, cielo terso: vale correre il Passatore solo per questo. Vengo superato da molti. Sono ai tornanti, ancora uno sforzo e poi un po’ spiana…. Ecco la Fonte dell’Alpe, con la sua sorgente di acqua purissima e gelida, manca poco alla vetta. La testa ora è un’altra, la micro-crisi mentale dopo Borgo è decisamente passata.

 

Passo della Colla di Casaglia, 922m slm. 30 maggio, ore 20.15

Mancano 52Km. Giungo al Passo dove una gran folla sfida la bassa temperatura per fare festa. Agguanto acqua e uvetta e mi fiondo a valle sul versante romagnolo. Sentire la forza di gravità che ti spinge è una sensazione stupenda. Rinasco, la mente si gonfia di ormoni positivi, le gambe iniziano a girare e sono sorprendentemente fresche, per niente imballate dallo sforzo eccentrico dello scendere. Tolgo la canotta traforata della mia società indosso maglietta rossa di Spirito Trail anche se non sono su un sentiero. Ma mi sento ugualmente immerso nella natura, nel verde della foresta, l’aria frizzante della sera nelle mie narici e gli arti inferiori che macinano Kilometri e concorrenti.  Felicità, pace con se stessi, comunione con la natura, attività fisica. Il pensiero di dover correre ancora per 5-6 ore è lontano.

 

2 giugno

Il ricordo di quella discesa mi riempie ancora di gioia. Ho affrontato i tornanti tagliando le curve, cercando di non frenare mai troppo. Per uno come me che in discesa si trova a suo agio trovo sia controproducente rallentare, si sprecano energie fondamentali nei vari urti sul terreno: invece credo che la corsa debba essere lineare, non forzata, lasciarsi andare verso valle. Intanto dopo il paesino di Casaglia la luce diminuiva progressivamente, facevo il raffronto con l’anno prima notando che stavolta c’era più luce, ero in anticipo. Pensieri positivi, fondamentali per poter reggere. Crespino sul Lamone , in fondo a una ripida gola dove si ritrova la ferrovia Faentina, segnalava che la parte più ripida della discesa è finita, restava quella leggera verso Marradi. Non mi faceva paura.

 

Marradi, 325 m slm. 30 maggio, ore 21.50

Ecco dopo Crespino mi ricordo che la discesa si fa leggera e occorre tornare ad avere un po’ di spinta. Comincia a far buio, Vincenzo mi passa la lampada frontale. La valle del Lamone si fa stretta e angusta, il freddo del valico è passato , condizioni ideali per correre. Stanco però le gambe girano anche nei brevi tratti piatti. Mi sento bene, i bip del GPS segnalano lo scorrere dei Km,  lo guardo e vedo con gioia che il ritmo si fa veloce. Comincia ad affacciarsi nella mente l’idea di fare un gran tempo sulle 11 ore, inizia a non essere più un sogno ma qualcosa forse raggiungibile, chissà. Finalmente le luci di Marradi, al ponte di Biforco la strada diventa piatta, non sarà più discesa fino all’arrivo macchissenefrega io continuo ad andare. Batto il 5 a numerosi bambini, c’è tanta gente che festeggia i concorrenti, il Passatore è un appuntamento classico per queste terre. Il babbo mi si affianca e mi passa un cellulare E’ Remo! Quante gare corse assieme, e ora qui a dirmi di non mollare. Grazie, ormai sono all’intermedio di Marradi: sto benissimo, vado avanti.  È il paese di Dino Campana – che poi andò a morire in manicomio nel paese dove sono nato io– c’è tanta gente ad applaudirci, vado avanti deciso, cattivo. Mancano 35Km. Mi chiama la mia compagna al telefono, è preoccupata per la tanta strada ancora da fare, la tranquillizzo, sono conscio delle mie forze. Esco dal paese. Inizia la vera oscurità. Non ho mai corso oltre 65Km in vita mia. Inizia il viaggio alla scoperta del me stesso che non conosco.

 

Sant’Adriano, 260m slm. 30 maggio, ore 22.25

Mancano 30Km. Buio pesto su queste diritture dopo Marradi, dove la strada si allarga. Ci sono dei maledetti falsopiani dove occorrerebbe spingere ma inizio a dare qualche segno di cedimento e cammino dei brevissimi tratti per rifiatare. Dopo Sant’Adriano, sempre nel buio più profondo, San Martino e il bivio per l’osservatorio di San Romano e Croce Daniele. Da lì passa il sentiero 505, quello del Passatore versione trail, lo ricordavamo prima (già Jack, dove sei finito? Mi ripeto sperando che mi agganci per avere qualche riferimento). Ho voglia di tornarci su quei sentieri ma prima c’è Faenza. Si fa dura, cazzo. Questa è la crisi. Quella temuta, quella che sapevi che prima o poi arrivava ed ora eccola inesorabile, la strada è solo appena in salita eppure le gambe non vanno, prive di forza. Cammino, cerco di farlo di buon passo, ecco ora riscende e torno a correre, risale e cammino. Alimentarsi non servirebbe perché ho mangiato e bevuto sempre, ne approfitto per ingurgitare altro, l’adorata cocacola. Manca ancora molto e non so come riuscirò ad andare avanti. Stanco, troppo stanco, mi trovo a pensare che tutto sommato questo sforzo è troppo, non fa bene alla salute, mi ripeto “mai più”, mai più questa faticaccia immane, e io che volevo fare degli ultratrail, ma che scherziamo? Mi attraversa velocemente la mente la parolina “ritiro”, è un attimo e sparisce, mi sforzo di ripensare al libro di Trabucchi sulla resilienza ma non ho la forza per concentrarmi, solo quella per tenere duro. Intanto si abbandona la Toscana e si entra in Emilia-Romagna. Il buio è sempre più profondo, anche sulle mie prospettive. La durezza del percorso cala come una mannaia, la frase di Gianluigi “De Uoll” <Il Passatore inizia a Marradi e finisce a Brisighella> che mi aveva colpito mi arriva addosso come un treno e realizzo tutto insieme quanto sia vera.

 

San Cassiano, 225m slm. 30 maggio, ore 23.05

Gambe di marmo, durissimo muoversi. Mi si è affiancato Vincenzo. Lui adora così tanto il Passatore che non ce l’ha fatta ad accompagnarmi solamente, vuole correre, adora troppo quella che lui chiama “la lunga notte”. Non mi fa da lepre, devo tenere il mio passo e sta al mio fianco. Corricchio, cammino, cavolo sento quasi più male a camminare , ripartire è uno strazio. Mi faccio forza e cerco di correre con continuità. Sento in lontananza canti, una festa di ragazzi che fanno il karaoke e stonano come campane. Suoni sparsi ma la vera colonna sonora della notte del Passatore sono i grilli, milioni di grilli che da quando ha fatto buio hanno iniziato il loro concerto. Luci, non solo i fari delle auto o delle frontali dei concorrenti ma soprattutto quelle delle lucciole che tappezzano la vallata e ricordano le sere d’estate da bambino in campagna. Odori: di fieno, di erba, di bosco, di natura. Il gusto dolciastro in bocca delle maltodestrine, di pezzetti di banana, dell’uvetta. La vibrazione dei battiti cardiaci. Il dolore delle gambe, dei piedi, quel tendine che ogni tanto caccia un gridolino. Il Passatore è esaltazione dei sensi, amplificazione dei segnali del corpo. Vanno riconosciuti, governati, gestiti, placati se negativi, gustati se positivi. Un altro paesino, San Cassiano. Un cartello segnaletico, 75Km. Un quarto! Manca solo un quarto di gara! Il veloce calcolo mi dà nuove energie fiducia. Ma sapere che manca poco più di una mezza è il miglior ristoro. Ricomincio a correre con continuità. E mi viene facile, la crisi sembra stia passando. Sono in difficoltà ma vedo che anche tanti altri camminano, inizio a sorpassare diversi runners. Dico “io sarò in difficoltà ma loro non sono messi meglio” e Vincenzo “guarda un po’, quello che correva come un treno e per giunta con stile, guarda come lo sorpassi”. Sono più regolare io, anche di quelli chiaramente più forti.

 

2 giugno

Ripenso a quel momentaccio dopo Sant’Adriano: SportTracks dice che in fin dei conti non è durata molto, solo lo spazio di 3-4Km, e il rallentamento complessivo è stato al massimo di 2 minuti. Certo correvo lentamente, mi ricordo sì la fatica e i dolori ma anche una corsa quasi rilassata. Il passaggio al 79° a Santa Eufemia è stato festeggiatissimo da mio padre che mi incitava dicendomi che mancava solo una mezza, quante ne avrai fatte tra gare ed allenamenti? 200? 300?  Ricordo nitidamente, penso a San Cassiano, l’immagine delle torri illuminate sopra Brisighella. La visione mi ha dato altro coraggio. Sono le piccole cose a darci le forza per superare momenti difficili, in una 100Km è importante nutrirsi non solo di cibi zuccherini ma anche di segnali positivi. Da Fognano, 85° Km, il castello di Brisighella sembra ancor più grande, lì vicino, a portata di mano. Ritmo lento e faticoso negli ultimi 25Km non smetterò mai di correre.

 

Brisighella, 120m slm. 31 maggio, ore 00.25

Mancano 12Km. Entro nel centro storico deserto di Brisighella appena passata mezzanotte, c’è pochissima gente, solo il ristoro. Si sale un pochino. Cavolo, dopo Brisighella realizzo che ci sono altri falsopiani, sembra si salga leggermente ma non demordo. 90° Km, cavolo mancano solo diecimila metri, stringo i denti sempre di più. Mi affianca il babbo “avevo paura di quei falsopiani invece stai andando fortissimo, sempre meglio, dài ormai è fatta!”. Vincenzo mi rassicura sul percorso ora dritto e piatto come piace a me. Il bip del GPS segnala il 91°Km. Quel suono mi restituisce energie scomparse , è il bizzarro pensiero che il numero di Km sia solo di una sola cifra. 9 km sono troppo pochi per non pensare che sarebbe il caso di accelerare. Decido, inizio la progressione finale. Non riesco a capire come sia possibile correre con tanta facilità dopo quasi 10 ore ma è vero. Brividi di gioia, ora sì, so che ce la farò, e so che farò un gran tempo. Stringo i denti ed esce fuori il furore agonistico quel mix di impeto lucidità e vigore che mi inebria. I Kilometri passano più velocemente, è il conto alla rovescia e ad ogni bip grido le cifre 92, 93, 94 , dopo 20 Km riguardo il cronometro e vedo che il ritmo è migliorato sensibilmente fino a toccare i 5’30”, gioisco.

 

3 giugno

Un’altra notte è passata. Ho dormito come un sasso in queste notti, il riposo del guerriero? Più probabilmente il mio corpo che reclama riposo, calma per dedicarsi alla propria ricostruzione. Sono fioccati i complimenti in questi giorni, colleghi amici tutti. Tutti sanno cosa sia il Passatore, famoso a Firenze più della maratona di New York. I complimenti fanno piacere, non c’è dubbio. I ricordi di quella notte si fanno più vivi. Sono nitidissimi quelli dopo Brisighella, quando mi accorsi di stare accelerando. Nonostante mancasse così poco mi ricordo i tanti che camminavano o che correvano molto molto lentamente, e ricordo che sorpassavo tutti e nessuno che andasse più veloce di me. Ormai ero un treno che nulla poteva fermare. Era il 95°Km, l’ultimo ristoro di Errano.

 

Faenza, 35m slm. 31 maggio, ore 01.15

Provo l’inebriante sensazione di essere invidiato per la mia freschezza, per la corsa efficiente ed economica. Sono in un gruppetto, uno dice ad un altro “Agganciamoci a lui, va veramente forte”: mi esalto, rilasso ancor più l’azione, istintivamente accelero, in 100 metri li stacco. Mollo la frontale, non c’è nessuno davanti, mi immergo nel buio, un cartello segnala l’inizio del comune di Faenza, sento profumo di traguardo. Oscurità, nessuna luce davanti, chiudo gli occhi e mi concentro mi parlo sì senti come corri leggero come girano le gambe è la realtà non è un sogno, ecco un concorrente davanti vai un altro è superato là ce n’è ancora uno concentrati accelera vai a prenderlo usalo come lepre ecco ripreso. Bip del 96°, una curva ancora, taglia la strada togli ancora metri alla sofferenza la normale fatica del corridore quanti anni che corro ne hai fatta di strada, ecco le luci questa deve essere Faenza l’ultimo rettilineo, è illuminato che deserto che c’è. Solo, quante notti che hai corso da solo al buio al freddo alla pioggia, tutto per arrivare fin qua, quel sogno di passare il traguardo di Faenza a braccia alzate, hai lottato solo per questo, quando volevi mollare sognavi questo momento ed ora eccolo sta arrivando non conta l’obiettivo ma la strada fatta per raggiungerlo, è il mio momento. Un gruppo di ragazzi, salutano e prendono un po’ per il culo “forza che in piazza è pieno di figaaaaa” chissà che gridano alle donne penso, rido e vado avanti quanto è dritta questa strada, un altro concorrente, riprendo anche questo, altri 2 là in fondo, ripresi, entro in centro storico di una Faenza deserta ci sono solo io, aumento ancora ormai ci sono ancora più veloce dàii come è bello poter accelerare ancora proprio all’arrivo eccolo lo vedo è già qui come vorrei far durare all’infinito questo momento, è vicino 200 metri 100 50 la Piazza sì eccola davanti a me stringo un pugno alzo un braccio sììììììììì alzo l’altro “YEAAHHHH” un urlo liberatorio lungo 100Km braccia al cielo neanche avessi vinto o forse ho vinto anche io, sì finalmente stanotte ho vinto io

 


4 giugno

Gli ultimi 9Km sono durati veramente niente, anche troppo poco. Un piacere in crescendo fino al traguardo. Il babbo Vincenzo e Rossella che sorridono e vengono a festeggiarmi, io che agguanto una sedia e mi ci fiondo. La stanchezza e i dolori mi sono calati addosso in un istante, mi alzavo e zoppicavo. Però altre volte sono stato peggio. Solo un po’ di nausea dopo la doccia poi tutto a posto, tranne il sonno che ha faticato ad arrivare.

Un bilancio. Passatore mitico ma durissimo. Faticosissimo ma fantastico. Non sarebbe così mitico se non fosse così duro. Esperienza unica ma assolutamente non per tutti. Almeno, non per tutti è possibile farlo al massimo. Io non mi accontentavo di finire, volevo un obiettivo sfidante, volevo far bene ma sono andato oltre ogni più rosea aspettativa. Sicuramente è stata fondamentale la preparazione, molto variata e con tanti bei lunghissimi sia su strada che trail, e ho il rammarico di aver saltato la 50Km di Romagna per una tracheite. La strategia di gara azzeccata, con una partenza prudente ma non troppo, una salita alla Colla fatta con calma approfittandone per alimentarmi e recuperare, una discesa senza frenare, l’ultimo terzo stringendo i denti. Tattiche alimentari perfette, mai un problemino, quasi tutto liquido (cocacola + maltodestrine), pochissimo di solido. Più di tutto conta la testa, fortificata dalla preparazione, abituata all’endurance, fortemente motivata, concentrata sull’obiettivo. In questi giorni ho ripercorso tante volte quei momenti, specie quelli più duri. È strano, non ho più chiaro il ricordo della fatica: o meglio, mi ricordo che ho faticato, ho sofferto, ho patito dolori vari, ma non ricordo come fosse quella fatica. La vera difficoltà per me sta, matematicamente parlando, nel suo integrale nel tempo: in parole povere è dura perché si è sempre stanchi, la fatica dura davvero troppo a lungo, sembra senza fine. Questo mi ricorderò. Se la rifarò? Chissà. Dopo l’arrivo, sul bus verso le docce, dicevo “mai più , e stavolta è sul serio”. Ora lo dico meno volentieri, tra un mese ancora meno sicuramente, probabilmente non sarà il prossimo anno ma dopo chissà, tra 2-3 anni magari sì, ci riproverò. Ho la ventura di vivere proprio lungo quelle strade e quindi di poterci ripensare troppo spesso per credere di non farla mai più. Penso che tra qualche mese correndo lungo la Faentina mi dirò “ti ricordi quel giorno, e quella notte, e l’odore del fieno, e le lucciole e i grilli” e sorriderò ricordandomi di quelle braccia alzate sul traguardo, quell’urlo di vittoria: perché sì, io ho vinto, ho vinto quel ricordo, ho vinto una memoria stupenda che sarà per sempre mia.

 

Album Fotografico

http://picasaweb.google.it/leonardo.il.mago/Passatore#

Traccia GPS

http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=231031

http://www.everytrail.com/downloadKML.php?trip_id=231031  (KML con Google Earth)

 

Un ringraziamento

Alla mia compagna Ombretta che sopporta la mia passione solo perchè mi vede felice

A mio padre Roberto che mi ha mostrato la via della corsa

A Vincenzo e Rossella, miei scudieri: mi sdebiterò prima o poi

A Gualtiero "krom", mio vate della corsa di lunga durata

A Luca Speciani e Pietro Trabucchi che coi loro sacri testi sull’argomento mi hanno spiegato tutto sull’endurance

A tutti quelli che hanno tifato e a coloro che amano correre

 

 


Seguire un percorso su orologio GPS Garmin

Sulla mailing list DRS a precisa domanda ho fornito una risposta su come usare un orologio con GPS Garmin tipo 205 305 o 405. Magari a qualcuno interessa, quindi la pubblico così chiunque potrà usare questa interessantissima funzione del GPS per seguire percorsi vari, magari in montagna. Ringrazio l’amico Beppe Marazzi "GM" per aver pubblicato delle dritte sul gruppo it.sport.atletica

Domanda:
Mi trovo nelle condizioni di dover usare al contrario il mio Forerunner 305. Si tratta di caricare dei tracciati (che ho in formato .gpx e/o .gdb) sul Garmin per usarlo poi come guida in un’uscita. Mi dicono sia possibile, ma non so come muovermi.  Qualcuno sa darmi una mano?

Risposta:
I passi successivi valgono per i GPS Garmin 205 305 e 405. Fare così
1. preparati con il software Sport Tracks http://www.zonefivesoftware.com/SportTracks/ la traccia che devi seguire in formato .gpx (quello universale delle tracce). Nota: Sport Tracks è il software top per l’analisi degli allenamenti registrati su GPS
2. tale formato .gpx (per gli esperti: sono semplici dati su coordinate geografiche, tempi, altimetrie , scritti con tag XML) non può essere importato direttamente sul Garmin Training Center: lo devi prima convertire in formato .tcx . un programmino eccellente per farlo è il TCX Converter http://www.teambikeolympo.it/TCXConverter/TeamBikeOlympo_-_TCX_Converter/DOWNLOADS.html
3. apri il Training Center, vai su menù File -> Importa – > Corse e seleziona il file .tcx che hai creato
4. nella sezione "Corse" del TC troverai la tua nuova traccia (che il TC chiama appunto "Corsa": questo è importante, corsa è sinonimo di traccia. Per gli esperti: il termine tecnico è l’inglese track. Da non confondere con le rotte , dove non c’è la registrazione punto per punto ma sono solo una successione di punti , chiamati waypoint, che sono punti speciali identificati da coordinate e basta, senza tempi e velocità)
5. invialo allo strumento collegato con l’inconcina in alto (invia a periferica)
6. sull’orologio vai su "allenamenti" – "corse" e selezioni la corsa e  fai "segui corsa".
7. Quando vuoi premi start e avvii il tuo "inseguimento" alla corsa memorizzata.
8 .Apparirano alcune schermate nuove , le vedi usando le frecce (una è il "partner virtuale" con l’indicazione del distacco, una è  l’altimetria e anche lì vedi il partner virtuale che in pratica è colui che ha costruito la traccia inviata e quindi i suoi tempi, poi ci sono le schermate classiche con i dati e oltre a distanza tempo passo trovi anche la distanza al prossimo "punto corsa" (in gergo: waypoint)  , il tempo stimato al prossimo "punto corsa", distanza alla fine e tempo mancante alla fine per il partner virtuale. Altre schermate utilissime nel caso si segua un percorso poco noto sono quella con bussola che con una freccia ti indica in qualche direzione svoltare, e infine quella della mappa che sovrappone il percorso che stai facendo te e quello fatto nella traccia originale: idealmente si devono sovrapporre. con le frecce del garmin puoi zoomare. per me quest’ultima è la visualizzazione migliore nel caso si segua un percorso ignoto perchè vedi al volo eventuali svolte dalla traccia originale da seguire, quindi vedi come ti perdi e come ritrovare il percorso
9. ad onor di cronaca lo riporto ugualmente: nel caso ci si stia allenando su un percorso sconosciuto e si voglia tornare alla partenza seguendo il percorso a ritroso (vale anche per i trekker, o i cercatori di funghi), basta andare sul menù dell’orologio sotto menù allenamenti -> corse e selezionare "torna indietro". viene in pratica elaborata una traccia che ripercorre a ritroso il tratto che riporta in partenza.
10. questa funzione può esser utile anche per allenamenti intensi dove si voglia usare una lepre virtuale, che poi sarebbe colui – eventualmente anche se stessi – che ha registrato col garmin quel medesimo percorso. A me non piace molto, non lo trovo divertente, però magari a qualcuno può piacere per trovare stimoli. Molto più utile caricare le tracce e seguirle nel caso si seguano percorsi in montagna poco conosciuti. Già, ma dove trovare le tracce? Facile, su siti dove si archiviano tracce GPS, magari anche di gare in montagna. Siti consigliati: www.giscover.com e www.everytrail.com

Da Pontedera a Pisa

Per cercare di ovviare allo stop di una dozzina di giorni a fine aprile a maggio mi son messo a lavorare sodo. Dopo il DPAP con 50Km di sabato scorso avevo voglia e percepivo l’esigenza interiore di raggranellare ulteriori Kilometri, stanchezza e fatica supplementare. In realtà mi sono accorto che col passar degli anni recupero sempre meglio dalle gare lunghe: sarà perchè non faccio più certi tempi! In ogni caso, dopo qualche lavoro di fartlek martedì e mercoledì, un progressivo di oltre 21Km giovedì e una garetta di 9,5 su circuito in saliscendi venerdì che mi aveva lasciato molto ottimismo almeno a giudicare dai tanti che avevo seminato sui 3 giri, mi sono avvicinato al dì di festa con l’intenzione di mettere ulteriore distanza in cascina.
Mi ero iscritto a Pisa, corsa 3 anni fa pure benino, una maratona quindi nota e anche carina. Alle 7,30 sono a Pontedera. Consegna borsa e via alla partenza con un gruppetto di amici, quasi gli stessi del Trasimeno: hanno intenzioni lente, di stare sulle 4 ore. Argh, mai corso così piano! Ma in vista di ben altre distanze va pure bene. Partenza in fondo al gruppone dei circa 600 partenti. Ci sono già 20 gradi e un sole bellicoso. Le prime strade sono per fortuna all’ombra di viali alberati, si attraversano Calcinaia Vicopisano e Fornacette prima di arrivare alla lunghissima dirittura (10Km!) di Cascina. Decido di elevarmi dal ritmo di 5’35" tenuto dai miei colleghi e faccio 7km di allungo deciso. Poi stop, li aspetto nuovamente per correre un’altra dozzina di Km assieme. Risate, frizzi e lazzi, siamo col gruppone dei pacer delle 4 ore e temo che infastiditi dalla marea di cazzate che spariamo da un momento all’altro decidano di buttarci nell’Arno. Scenetta gustosa: tra un vigile e un automobilista che aveva violato il blocco (percorso interamente chiuso al traffico! eccellente!): "basta, le faccio la multa. Mi dia la patente? Come, non mi vuol dare la patente??!?? Sta scherzando?? Ora le prendo il numero di targa e vedrà che verbale da paura che le arriverà a casa!". Al 25° inizia la salitella fino alla Certosa di Calci, ormai il sole è devastante. In discesa allungo sul gruppo e mi sparo una progressione che mi porterà ad accelerare verso Pisa. Per non stancarmi troppo per tutta la gara mi godo ogni ristoro camminando un centinaio di metri, e ce ne sono 1 ogni 2,5Km. Centro di Pisa, ponti sull’Arno , risento chiaramente sia del lavoro degli ultimi giorni che del ritmo molto lento della gara. Finisco comunque bene arrivando in Piazza dei Miracoli in allungo. Il mio peggior crono di sempre in maratona , 3h55′, corsa però in condizioni di caldo tremendo e con ritmo variegato , arrivando a camminare in molti punti. Maratona abbastanza carina, moltissimi ristori però caldo ai limiti della sopportazione. Ottimo il ritorno in autobus al parcheggio di Pontedera, eccellente base logistica. Però che palle correre su strada per 42Km, avevo davanti a me per 3/4 di corsa il favoloso Monte Serra e sentivo l’istinto dei sentieri

Pasquetta pratese, su strada

Andando a Prato per correre la mezza classica di Pasquetta mi sentivo molto strano: faccio ormai così poche gare corte su strada che non sapevo bene come comportarmi. La pattuglia dei pacemaker era al completo quindi nessun obbligo, nessuna motivazione particolare. Ben 3 mesi che non correvo su
asfalto una gara tirata, e l’ultima mezza risale a ben 12 mesi fa. Quando l’ho realizzato, ripensavo ai tempi in cui la distanza classica dell’amatore era la mia preferita, della quale mi consideravo grande interprete e in cui ho tirato fuori ottime prestazioni. Ero solito, una dozzina d’anni fa, farne anche 3 o 4 di fila domenica dopo domenica, in piano o su collina. Ne uscivo segnato ma mi davano soddisfazione. Ora invece niente. Soffiava un pò di vento, a Pasquetta: un classico per la gara pratese, di cui non ricordo mai una edizione senza brezza alcuna a discendere dall’Appennino.

Prato è sempre una bella città: un bel centro storico col magnifico Duomo e il superbo castello imperiale. Il ponte sul fiume, la bella ciclabile e davanti le colline che salgono verso la dorsale appenninica. Forse pure
città in crisi, ma vedo sempre nuove opere pubbliche, piste ciclabili, sottopassi, e il trasporto pubblico pare efficiente. Certo fa un pò sensazione attraversare le zona cinese, con le insegne in mandarino e
ideogrammi incomprensibili e i cinesi che osservano la gara come pratesi qualsiasi.

Faccio un lungo riscaldamento, rivedo i compagni di squadra stradisti che raramente ormai incontro: racconto le mie gare trail mentre attendiamo la partenza. Il minuto di silenzio per le vittime del terremoto è toccante: l’emozione è palpabile, raramente percepisco questa partecipazione durante quei lunghi secondi di mutismo.

Poi è gara. Nulla da segnalare, se non che il non avere gare di ritmo elevato e distanza considerevole nelle gambe si fa sentire. Ritmo sui 4’25" fisso, qualche folata di vento o qualche curva di troppo mi fa perdere un pò di ritmo ma tenendo duro reggo fino in fondo accelerando nel finale per l’1h34′ netto: pulsazioni molto basse, anche nel finale non avvicino mai la soglia. Speravo meglio, 1 anno fa feci questo tempo da pacemaker : ma poi penso che da quel momento la forma calò, e quest’anno sono ancor più proiettato verso la lunghissima distanza. Devo solo stare attento a rifinire per bene la preparazione e cercare di ritrovare un pò di brillantezza.

Noto però che alla fine sono stanco, le gambe zoppicano un pò, i muscoli sono paurosamente induriti. Per fortuna tendini e articolazioni OK. Realizzo che oramai sono un ultramaratoneta, la gara corta ed intensa la
sopporto difficilmente sia sul piano mentale quando c’è da soffrire sia sul piano fisico. Come è possibile che percepisca come meno impegnativo corrrere 40 e passa Km magari off road e con dislivello? Eppure è così, mi stupii dopo le mie prime ecomaratone ma lo sono anche adesso.

Colli Euganei

Che piacere immenso è correre la Traversata dei Colli Euganei! Lo è presentarsi di primo mattino in questo minuscolo paesino del padovano, immerso nelle colline, luogo di una tranquillità e serenità disarmante. Partenza alle 8 in punto, noto una gran folla che si accalca subito nel primo tratto off road già colmo di fango: un timido antipasto di quanto ci aspetterà. Prime salite morbide, poi sempre più toste. Atmosfera rilassata e scherzosa tra i partecipanti. Parto insieme col mio mentore trail Gualtiero Krom che pietosamente mi aspetta. Prima vetta e subito la grande discesa ripidissima con le corde, mi rammarico di non avere dietro guantini di pelle per aggrapparmi con maggior forza. Però che divertente che è, nonostante il fango renda ancor più difficile la situazione. Specie in certe salitelle ripide dove servirebbero dei ramponi, eppure molti si ostinano a correre con scarpe da strada, li riconosciamo perchè scivolano all’indietro. Dopo la salita successiva, discesa in mezzo a un bosco colmo di odori di aglio selvatico, ortica ed erba cipollina: uno dei miei tratti preferiti, questo bosco fitto e un sentierino che scende come un toboga tra curve e controcurve. Notiamo che la primavera è davvero in ritardo, quest’anno, la natura si sta risvegliando a pieno solo in questi giorni: l’anno scorso i boschi sembravano davvero più verdi e in fiore. La campagna però è magnifica, dall’alto guardiamo in direzione del mare, la nebbia mattutina sta salendo e il cielo si fa più terso. E’ bello correre in mezzo a vigne, poderi, tra queste vecchie cascine, qualcuna che resta tale abitata da operosi contadini, qualcuna che cedendosi alla modernità è divenuta un agriturismo con incantevole colpo d’occhio. Un terzo di gara, si prosegue su una strada bianca prima della villa di Beatrice d’Este preludio a una discesa breve ma molto tecnica e difficile per il fango, e i successivi falsopiani fangosi al limite dell’impraticabilità, davvero faticosissimi. Mi erano sembrati molto fangosi un anno fa ma stavolta è pure peggio: le scarpe si trasformano in macigni di un paio di Kili l’una, i polpacci sono gelati dall’acqua delle pozzanghere, e manca ancora metà gara. La salita alla parte occidentale del Monte Venda è tosta ma per fortuna concede del respiro in molti tratti più facili. I ristori da rari diventano fitti e mi ingozzo delle bevande colorate e zuccherine che offrono. Al 24° accuso la fatica, la prima parte tirata dalla mia lepre si fa sentire e lo lascio andar via , osservandone la leggerezza in salita: decido di rimanere aggrappato a un gruppetto più alla mia portata, mentre le gambe sembrano sempre più dei tronchi di legno anche una volta giunti alla vetta della seconda salita. Ma il mio animo da discesista si ritempra subito nel rivedere l’adorata discesa dal Venda: un budello di sentiero sconnesso, un ruscello oggi, fango e acqua a non finire. E come un bambino che gioca mi getto a capofitto recuperando diverse posizioni nei confronti dei più timorosi. Fino a un nuovo tratto tranquillo al Passo del Vento, posto in effetti ventilato pure un anno fa, tanti falsopiani che sono la quiete prima della tempesta: discesa a capofitto nella gola di Zovon sotto Teolo ed eccola, la temutissima salita della Madonna, già oltre il 30°Km e con il fiato azzerato. Nervi saldi, ci vogliono: servirebbero tante energie che non ci sono per cui si cammina e basta sperando di reggere. Dopo alcuni tratti mossi si fa sul serio. Ahimè, la quota che leggo sul GPS sale troppo troppo lentamente: 150, 200, 230, 250…. dobbiamo salire a 550 e ti prende lo sconforto. Ma mi accorgo che il momento più duro è passato, l’essere costretto a camminare mi ha permesso il recupero, e quelli intorno a me sembrano ancor più stanchi, recupero posizioni nonostante la partenza veloce: e siamo già molto alti, osservo da lontano i campanili dei paesini nella vasta pianura, sono lontani, a picco sotto di noi. Passata la chiesetta di Sant’Antonio inizia l’ultimo tratto ripido, a gradoni, senza fine. Fino alla cima, ultimo foro di controllo al cartellino per poi lasciare il lavoro alla forza di gravità. Niente deconcentrazione, a sorpresa per chi crede di aver finito c’è l’ultima ascesa al Monte Grande, molto più breve e fattibile. Le antenne della vetta si fanno più vicine e con un virtuale grido di giubilo inizio la picchiata vertiginosa verso Villa di Teolo. Bosco di alberelli fitti, sentiero single-track ripidissimo, gradoni e sassi affioranti, cambi di direzione continui: servono gambe salde, le mie lo sono e supero tanti sofferenti per i crampi con una smorfia sul viso, affranti di stanchezza che mi sento quasi in colpa, mi assicuro che non abbiano noie e proseguo una vertiginosa fuga verso il traguardo. L’ultimo Km asfaltato è quasi una coltellata ai quadricipiti da tanto che è ripido, preferivo il sentiero, ma arrivo senza problemi prendendomi gli applausi degli spettatori. 5 ore nette, proprio niente male, direi una ottima prestazione per me che non ho corso molto trail ultimamente.
Eh, ma mica è finita qui. Il trail è differente: non si termina con la gara, ma dopo la doccia c’è il pranzo al sole, la bevuta di birra e le chiacchiere mentre prendiamo la tintarella. Se c’è una cosa che adoro della TCE è proprio questo suo minimalismo, il riuscire a fare una manifestazione così bella, difficile, emozionante, impegnativa in un borgo minuscolo, nel locale circolo piccolissimo col campo di basket davanti usato come traguardo, in una campagna vicina alla grande città eppure così solitaria, un verde angolo di paradiso. E’ una sintesi di come si può fare qualcosa di grande e bello anche con pochi mezzi, e offrire qualcosa che sembra poco, che sa di antico, ma che è genuino e  di gran valore. Rifocillarsi con uova sode, minestrone, salame e chinotto, sembra di riscoprire sapori di tempi andati: niente manie di grandezza bensì una sana umiltà che come spesso accade permette di raggiungere importanti traguardi. Grazie amici organizzatori della TCE, vi porto nel mio cuore per avermi fatto conoscere i vostri colli e per come dimostrate di saper amare la vostra terra.

Traccia GPS
http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=167629

Intorno al Lago Trasimeno

Un salto nel buio. Questo era, per me, la Strasimeno fino a una quindicina di giorni fa. 58Km non sono bruscolini, e il  timore di non avere abbastanza distanza sulle gambe era prorompente. Contavo solo sulla memoria dei miei muscoli, che si  ricordassero le ultra del 2008 , la maratona di novembre, qualche allenamento lungo di dicembre e gennaio. Poi, 2  settimane addietro un lungo allenamento di 5 ore, qualche buona sensazione nei freddi allenamenti serali che mi  facevano intuire un miglioramento delle qualità aerobiche. Ma il dubbio rimaneva, neanche 1 mese di preparazione seria:  quali sicurezze mai poteva dare? Ieri mattina però mi avvicinavo al lago, convinto di potercela fare ad arrivare in fondo senza grosse crisi. Restava solo  l’enigma psicologico, oltre 5 ore sulle gambe sono tantissime, e l’asfalto a me fa molta più paura di una ripida montagna da scalare in sentiero. Castiglione, paesino arroccato su una sponda rocciosa, brulicante di podisti che si impegneranno specialmente  sulle distanze inferiori. Clima freddo ma molto soleggiato, cosa che mi fa propendere per un abbigliamento scarno. In  vita, borraccia e set completo di zuccheri liquidi. Saluti ai compagni di squadra e via per la stretta strada nel borgo e  poi per la statale. Si forma subito un gruppetto di appassionati: Alessio "Kappadocio", Alessio "il Nistri", Paolo  "Spartathlon", chi ultramaratoneta, chi trailer. I primi Km sono lentissimi, veramente tranquilli, trascorsi a  cazzeggiare tra di noi, tra battute con gli altri concorrenti e con lo scarso pubblico delle campagne. Si crea subito una atmosfera conviviale, solo che non siamo di fronte a una tavola imbandita ma davanti solo a una cinquantina di kilometri  da percorrere. La strada corre dritta verso Cortona che vediamo di lontano, alla nostra destra il sole basso, ancora  freddo, e il lago, assolutamente piatto: condizioni ideali per correre. Dopo un pò curva a destra e breve ma ripida  salita, cominciamo a seguire la costa nord verso Tuoro, dove c’è il primo traguardo intermedio dei 15Km. E abbiamo ancora una maratona davanti a noi: è questo un problema serio delle ultramaratone, i cartelli dei kilometri passano lentamente  ed è difficile non pensare alla lunga distanza ancora da affrontare. Anche le gambe non sono più brillanti, il ritmo  lento a cui siamo costretti partire tende a imballare: almeno a me, che quindi ogni tanto lancio  delle timide progressioni per sgranchirmi le zampe, mentre dietro i metronomi Alessio e Paolo proseguono a un ritmo inesorabilmente costante. I ristori sono frequenti e sono un’ottima occasione per rilassarsi, per camminare un poco ,  mangiare e bere. A Passignano c’è il traguardo della mezza e molti si fermano, transitiamo in 2h01′ con molta calma  godendoci il panorama del lago e delle boscose isole davanti a noi, e gli inesistenti applausi dell’indifferente pubblico. Dopo Passignano la fatica cresce inesorabile, accentuato dai vari falsopiani che iniziamo a incontrare avvicinandoci alla  costa orientale del lago, frastagliata e collinare. Ci separiamo dai concorrenti diretti verso il traguardo dei 30Km a  Magione, per fortuna siamo ancora in diversi ad affrontare le distanze più lunghe. Tra noi 4 continuano le battute, i racconti delle nostre avventure podistiche, la pianificazione di allenamenti futuri, le discussioni sulle gare da  affrontare nei prossimi: il Trasimeno è per tutti una tappa intermedia, un mettersi alla prova in vista di traguardi più  ragguardevoli. Al 29° Km mi assale una sensazione mista: da un lato l’aver concluso metà prova cambia la prospettiva e si cominciano a contare i Km che mancano, dall’altro le gambe ora sono stanche e si fa sempre più fatica, e in più  iniziano doloretti vari ed insistenti ai talloni e alla fascia plantare indotti dall’asfalto e dalla distanza, ah come mi mancano i  sentieri. C’è molto poco pubblico sulla strada, specie  ora che ci avviciniamo all’ora di pranzo e osserviamo invidiosi le famigliole intorno al barbecue di questo primo caldo  giorno di primavera. Dopo altri saliscendi concludiamo anche la costa orientale del lago e dopo poco c’è il traguardo della maratona, che attraversiamo dopo 4h5′, osservati dai concorrenti che hanno appena terminato i 42Km che ci guardano con un misto di ammirazione e commiserazione. Dopo la maratona mancano "solo" 16Km e ci facciamo forza ma la stanchezza comincia ad essere elevata, e ci attende un’altra salitella, anche bella tosta, con una bella discesina successiva e davanti a noi comincia la pianura che ci porterà all’arrivo. E subito, una bella strada dritta e piatta, Alessio lo chiama "il drittone della morte", rispondo che a me le strade dritte piacciono molto e come per volerlo confermare alla mia testa inizio una certa progressione per saggiare la gamba. Ok, tutto a posto, comincia a fare molto caldo ma ho ancora forze e riesco a tenere bene i 5’45"al Km. Rallento un pelo, dietro gli altri 3 sembrano arrivare, ma non arrivano. Sto bene e decido di continuare da solo, ansioso di mettermi alla prova, di testare le reazioni della mente alla corsa solitaria. Il gioco si fa davvero molto duro, e comincio a giocare. Al 50° Km, 4h53′ di corsa, noto un rallentamento sensibile, ho come un attimo di carenza di energie e per giunta si fa viva una brezza di vento contrario che proprio non ci vuole, proprio nel mezzo di un falsopiano: è la crisi, quella temuta che sai che in oltre 5 ore arriverà sicuramente e devi gestire.  Ristoro, bevo e  faccio 300 metri di camminata ingurgitando l’ultimo flacone di zuccheri liquidi sperando in una repentina botta di energie. Riparto, lentamente sui 6’/Km, uso il concorrente davanti a me come riferimento. Lo avvicino, contemporaneamente noto che la media torna a migliorare nonostante il vento: che sia stata lo stimolo zuccherino? E’ probabile: sorpasso il mio riferimento, ne punto un altro, poi un altro ancora. Mancano 5 Km e mi sono ripreso, l’umore ora è molto positivo, mi accorgo che è tutta la gara che sorpasso e non vengo sorpassato, e soprattutto la rocca di Castiglione è sempre più vicina. 5’55 , 5’50, 5’45 , sto andando in progressione, ok sempre ritmi bradipeschi ma vorrei vedere voi dopo oltre 50Km. Sono cotto, mi riprometto di non dedicarmi più all’ultramaratona dopo il 2009, ma nonostante questo non faccio altro che superare concorrenti che si trascinano o che camminano lentamente lungo la strada trafficata di gitanti. Sono ebbro della fatica dell’ultramaratoneta, quella masochistica sensazione che ti spinge a provare fatica per lungo tempo, a godere delle gambe rigide come pezzi di legno e del vuoto di energia, solo perché proprio quando diventa durissima riesci a tirare fuori da dentro di te forze ed energie che non sospetteresti mai e poi mai di trovare.  Entro in Castiglione in mezzo ai gitanti che si godono il sole a picco, penultimo Km verso la zona traghetti aumentando ancora la progressione fino ai 5’25" che è il ritmo con cui faccio il riscaldamento ma che adesso mi sembra degno di una gara di 10Km. L’ultimo Km è una lenta inesorabile salita verso il paese vecchio, punto altri 2 ancora veloci che non mollano, anche in salita mi mantengo veloce e provo a finire entro le 5h40′. Do tutto, voglio provare anche l’ultimo sforzo ormai sull’onda dell’emozione. Passo il traguardo con un braccio alzato, ebbro di endorfine per questo finale per me entusiasmante in rimonta. Medaglia al collo, e il giusto premio è qualche minuto di riposo steso su un gradino, o lo spicchio di mela che mi godo al ristoro mentre sopraggiungono i miei compagni di ventura: i complimenti a vicenda si sprecano, ci siamo aiutati a vicenda e abbiamo condiviso la nostra passione e la nostra fatica
. Il tempo conta relativamente, dovrei aver fatto 5h39’ alla mirabolante media di 5’49” che mi sembra niente male. E’ stata dura, torno a casa sapendo che è solo un passo, ma bello lungo, e molto soddisfacente: in fondo, ho girato tutto intorno al quarto lago d’Italia, e non è come bere un bicchier d’acqua.

Traccia GPS
http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=144425

Bilancio corsaiolo del 2008

Finalmente riesco a scrivere qualcosa. Siamo a inizio anno nuovo, e nel pensare a piani ed obiettivi per l’anno che è cominciato è naturale pensare a quel che è stato fatto nel 2008. Scrivevo recentemente sulla mailing list DRS che il mio obiettivo 2008 era concludere un ultratrail. In realtà non mi è riuscito nenche partire, sebbene fossi pure allenato. L’obbiettivo è stato comunque mancato, sostituito parzialmente dall’essere stato finalmente finisher di due ultramaratone (su strada): intermedio dei 65Km al Passatore, e arrivo finale in vetta alla Pistoia-Abetone. In entrambi i casi, afflitto da mal di schiena.  Che dire? Mi accontento, l’arrivo a Marradi ormai a notte, circondato dal buio, dalle frontali degli altri, dalla quiete delle montagne, mi ha fatto esultare ed emozionare come poche volte in vita mia. L’arrivo a Pistoia, in quella che era una delle mie corse-mito , mi ha invece deluso. Troppo caldo, troppo traffico, troppo dura. Era una gara ripiego e non mi ha convinto, sebbene pensi che prima o poi la rifarò con una preparazione più mirata. Non erano tra gli obiettivi ma in questo 2008 ho avuto comunque delle enormi soddisfazioni inaspettate, e per questo ancor più gustose:
– la Traversata dei Colli Euganei, ecomaratona ante litteram , gara favolosa e durissima, affascinante nella sua semplicità
– il ritorno sul Ventasso, con tanta esperienza in più. Si conferma la gara meglio organizzata che abbia mai visto
– la Dolomiti Skyrace, gara che fino a pochi anni fa ritenevo irraggiungibile e per veri superman. Indimenticabile, per la durezza e il fascino del percorso, in quello che per me è un vero luogo dell’anima
– finalmente, la Scarpirampi. Gara durissima per un podista che deve star dietro a un bikers, in luoghi selvaggi ma dietro casa
– non sono gare, ma i Trail Autogestiti del Brasimone, di Capanna Tassoni e delle 5 terre sono stati momenti di corsa, montagna e compagnia notevolissime, sperando di poterle ripetere

La principale nota negativa del 2008 è stato il brusco calo di condizione avvenuto da giugno in poi. Che ancora mi so spiegare male, dovuto un pò ai molti allenamenti o gare di endurance (che pure non mi avevano rallentato fino a maggio), un pò al mal di schiena che mi ha proibito allenamenti seri per oltre 2 mesi. A ciò è seguito anche un calo di motivazioni, concluso solo a dicembre quando si comincia a pensare all’anno nuovo. Questo calo sia di prestazioni che di motivazioni mi fa comunque istintivamente propendere per un giudizio non positivo per il 2008. Che resta però l’anno del mio record personale di Km percorsi in un anno: 2819, oltre il precedente (del 2007) di 2690. Da una parte tale volume si spiega con l’approccio all’ultramaratona, dall’altro è significativo che sia totalmente scorrelato sul lato prestativo , cioè dalla potenza aerobica: come è significativo che ai tempi dei miei record sui 21 e 42Km, oltre 12 anni, ero al massimo sui 2000Km/anno. Significa che devo ricominciare a fare sedute di qualità, senza di quelle è difficile se non impossibile migliorare nella corsa lunga. anzi, ho già ricominciato e il winter trail della scorsa settimana ha già dato un ottimo feedback, la strada per migliorare è quella giusta.

PS
non ho scritto gli obiettivi del 2009, ma credo si possano dedurre. Oltre a ripetere l’obiettivo 2008, anche Faenza credo possa essere alla mia portata. Dipenderà anche da questioni personali, entro l’estate finalmente dovrei installarmi nella nuova casa

Winter Trail, in Romagna

La prima gara dell’anno nuovo: sarebbe difficile immaginare un esordio così bello e indimenticabile. Così ricco di fascino. Che la giornata sarebbe stata da ricordare l’ho capito quando all’alba, valicato il passo appenninico, ho visto le montagne romagnole interamente ammantate di bianco: gli alberi, in alto, con i rami interamente coperti da neve e ghiaccio, una galaverna visibile fin da lontano. Il sospetto è diventato certezza non appena giunto nella valle del Sintria, un piccolo torrente che nasce tra Marradi e Palazzuolo che poi scende verso la piana, a metà tra Senio e Lamone: interamente bianca, neanche fossimo sulle Alpi, eppure il mare non è poi così lontano. Con paesaggi del genere, il resto vien da sè. Conoscevo già alcuni di questi luoghi, bei sentieri un tempo percorsi dai partigiani in mezzo a colline aspre: ma questo Winter Trail del Poggiolo è andato oltre ogni mia aspettativa su tutti i punti di vista. Siamo in pochi, ma buoni oserei dire. Il freddo è intenso, decisamente sottozero e chi avrà osservato la partenza non avrà fatto a meno di sghignazzare un pò nel vedere quel centinaia di trailer intabarrati intenti a saltellare per scaldarsi in attesa del via. La partenza per fortuna non è molto impegnativa, su una strada bianca nel senso che era interamente ricoperta di neve e ghiaccio, con una salita non molto cattiva che permetteva di correre e scaldarsi per bene. Giunti nel borgo di Fornazzano comincia il divertimento, con un sentierino bello ripido, affascinante nell’attraversamento di un ripido prato interamente bianco, con una soffice coltre di neve farinosa a ricoprirlo tutto. In vetta inizio una serie di impegnativi saliscendi in cresta (lungo quello che sarebbe il sentiero CAI 505 che dalla Colla di Casaglia porta sino a Faenza), resi ancor più tosti da qualche tratto ghiacciato, dai tanti salti o cambi di direzione necessari: ovviamente, tutto ricoperto di neve. Superata Cà Malanca inizia il tratto più favorevole, però la discesa nella neve non è così facile se molto ripida, richiede agilità e un pizzico di coraggio specie nei frequenti tratti molto molto ripidi. Si giunge così a metà gara, attraversamento del fondo valle, breve ristoro con tè caldo e inizia una nuova salita. Che, direi, si mostra cattiva, impegnativa, ripida fin dall’inizio, correre diventa molto difficile, solo per i più forti. Nella seconda metà si risale il pendio occidentale della vallata, quello più baciato dal sole e infatti c’è meno neve, il sole fa timidi tentativi di scaldarci. E’ una salita lunghissima, per fortuna intervallata da brevi discesine che permettono un poco di recupero. Nuovo ristoro prima dell’attacco dell’ultima salitella, quella che porta al Monte Cece, di cui costeggiamo la vetta immersi nel bosco. Discesa finale, la stanchezza comincia a farsi sentire e nessuno ha più quella brillantezza che servirebbe per affrontare un budello che pare una pista di bob, tra neve ghiaccio e lastroni di pietra, comunque bellissimo e divertente. Chi ha la forza per alzare la testa può vedere chiaramente l’arrivo, le forze tornano e si affrontano più volentieri gli ultimi stradini, affondando i piedi nella neve per gli ultimi passi. Al traguardo i pochi trailer sono generalmente tutti estasiati dalla gara, già bella ma resa ancor più incredibile dalle particolari condizioni ambientali: non uno che si lamenti del freddo o della neve o del dislivello che rende il percorso comunque impegnativo o dei piedi gelati, tutti con la medesima sensazione di aver corso una gara fuori dal comune. E di aver aggiunto qualcosa di importante alla propria esperienza sportiva.

Per quanto mi riguarda: mi sono divertito un casino, correre nella neve mi sembra così naturale e istintivo da non avere nessun problema. Anzi, credo che l’apprezzare molto il manto bianco mi abbia avvantaggiato specie in discesa dove non si vedeva l’appoggio ma occorre fidarsi della candida coltre che tutto ricopriva. Alla fine ho finito i 20,5Km in 2h33, e il tempo ci sta tutto con la neve che comunque rallentava e con i 1000 metri di dislivello, le tante salite, le discese nient’affatto scorrevoli. E’ così iniziato alla grande quest’anno podistico 2009, sperando sia foriero di grandi soddisfazioni.

Traccia ed altimetria
http://www.everytrail.com/view_trip.php?trip_id=100705

Alcune foto del trailer MiticoJane
http://picasaweb.google.it/miticojane/TrailPoggiolo2009#

Ultima gara del 2008

A completare un periodo di ferie (raro, negli ultimi tempi), una bella gara breve domenica scorsa. Massa e Cozzile è un insieme di paesini sparsi sulle colline nei pressi di Montecatini Terme, a metà tra la montagna appenninica e la industriosa pianura sottostante. Podisticamente parlando la località è più famosa per una mezza maratona di montagna che si svolge ad Aprile, il famoso "Ghibellino". Stavolta invece ne ho approfittato per una variante corta, completamente asfaltata, veloce ma non troppo con una bella salitona centrale e  lunghi falsopiani. E’ stata anche occasione per vedere degli amici toscani del gruppo it.sport.atletica. Foto di rito e partenza veloce su alcuni saliscendi, poi la salita che corro bene. All'(° Km si entra nel paesino di Massa: è il tratto più duro, con una salita aspra in mezzo alle antiche casette in pietra, un bel tratto di scalini scoscesi e poi in picchiata fino al traguardo. Il risultato finale non è stato malaccio, tuttavia ho sempre l’impressione di esser regredito molto sulla corsa breve: riesco sempre a soffrire ma di più di tanto il mio corpo non ne ha, preferisce correre a lungo. Dovrò riabituarmi all’intensità, perchè è il prerequisito fondamentale per poter poi migliorare  anche nella corsa lunga e lunghissima. Comunque, come ultima gara dell’anno è stata ottima, anche come test. Ora inizia il 2009, è tempo di bilanci e di programmi per il futuro.

Domenica 21 dicembre: Firenze-Fiesole

Ritorno a casa dal Trail Autogestito di Levanto verso le una di notte, con una lieta e lauta cena dietro, e tante emozioni su cui dormire. Spiace solo non aver potuto dormire coi colleghi trailers. Comunque, una volta tornato è proseguito il mio weekend lungo ad alta densità di sport. Sveglia in netto ritardo alle 7,45 e di corsa a Firenze per la classica Firenze-Fiesole- E’ una gara che si svolge da decenni, con alti e bassi. Anni addietro era una mezza maratona autunnale con ampia salita (Fiesole, per chi non lo sapesse, è bella in alto rispetto a Firenze), ed era una classica rifinitura in vista della maratona fiorentina. Da un pò si è trasformata in una non competitiva, un pò da sacchettari visto che ci sono grossi premi con l’iscrizione, panettonezamponecotechino e simili. Un pò per questo, un pò per il percorso bello tosto, mi ero detto che non l’avrei più corsa, però come defatigamento post-5 terre capitava bene, avevo la mattinata libera da incombenze natalizie quindi l’ho presa come occasione per fare i saluti e gli auguri agli amici podisti che, da quando mi sono trasformato in trailer, vedo sempre meno. In breve: un casino di gente, un bel freddone tanto che ho riusato subito il cappello da babbonatale che mi avevan dato a Levanto, una salitona che poi è la prima che si fa al Passatore, il passaggio da Fiesole, l’arrivo al culmine, la coda al ristoro, la lunga e ripida discesa di Vincigliata, il finale. In compagnia di compagni di squadra e altri, in pratica una chiacchierata perenne. Alla fine mi sono divertito, 17Km però erano davvero tanti, comunque nonostante le fatiche del giorno precedente ho corso anche troppo bene. E il mio week end non era ancora finito…