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Sul Ventasso

Alla fine è andata bene, anche se speravo in un crono migliore. Andiamo con ordine: arrivo a Busana sabato pomeriggio, fa un gran caldo, meno che in pianura dove si superavano i 35° ma anche qui non scherza. Mollo le borse e corro a ritirare il pettorale assieme a Gualtiero che mi spiega il percorso con dovizia di particolari. il depliant che ci dànno con il profilo altimetrico è devastante, l’altimetria che pensavo essere sui 1500 di dislivello in realtà si rivela essere sui 1900: non sembra tanto per chi è pratico di queste corse, ma quei 400 metri vogliono dire che la corsa sarà molto più aspra di quanto avevo previsto. Ci si avvede subito che l’organizzazione è qualcosa di grandioso, nulla da invidiare a quella delle maratone più prestigiose. Reggono bene l’urto dei 355 iscritti, record precedente stracciato credo di un centinaio di unità: ma a differenza della classica maratona cittadina qui avverti l’impegno di un piccolo paese di montagna per la riuscita della manifestazione: penso che alla fine questa gente che sembra lavorare senza sosta alla fine sarà molto più stanca dei maratoneti, e quella che mi stupisce di più è che tutti sorridono, sono cortesi e gentili in una maniera che forse noi gente di città ormai non conosciamo più e perciò ci stupiamo di trovare.

Dopo il pasta-party, si va a nanna. Domenica, il gran giorno. Alle 8 è già un caldo terrificante, ci sarà da sudare.

1partenzaAlle 8,30 il via, prima con un giro nel paese ma poi ci inoltriamo nei fitti boschi dei dintorni. Il primo terzo di gara è molto mosso, con una bella salita centrale con vari tratti in asfalto.

3discesaTratto potenzialmente pericoloso perché si è freschi e invoglia a forzare. Qui corrono quasi tutti, salgo con il mio passo deciso ma non veloce cercando di non esagerare. Il secondo terzo di gara inizia con il famigerato “tirone”, circa 7Km di aspra ascesa continua tutta nel bosco, con un dislivello di oltre 750m. è praticamente impossibile correre, se non dei brevi tratti. Il tempo sembra non passare mai, la salita durerà circa un’ora, anche qui è fondamentale non esagerare ma tenersi freschi. Mi fermo per togliermi una scarpa, mi accorgo di avere una brutta vescica sanguinante a un tallone, maledizione si vede che in quel punto non mi ero coperto di vasellina. Fa un male cane a salire, ma stringo i denti.

5lagoSi arriva al 20°Km al punto più in alto, si scende al lago, si risale su un’altra vetta con una salita ancor più aspra. Intorno al 25° c’è una bella discesa estremamente tecnica e ripida, mi accorgo di superare tanta gente che sembra ferma rispetto a me, per fortuna mi fanno passare senza problemi. Inizia una brutta serie di saliscendi che ci accompagnerà fino al 38°. Vari tratti asfaltati, prati, boschi, continue variazioni di ritmo, ci sono pochi tratti all’ombra e ormai il sole è a picco e si patisce la sete. Queste continuo saliscendi mi stronca, in discesa sono OK ma nelle salite e nei falsipiani patisco parecchio, l’ombra della crisi patita ai Marsi comincia ad affiorare nella mia mente. Per fortuna ai ristori riesco a bere, gli zuccheri portati dietro mi aiutano a ritrovare energie. Il cartello agognato dei 35 che non sembrava arrivare mai mi rincuora e incremento un po’. Supero Gualtiero, in evidente crisi alimentare che non ce fa proprio a correre, lo accompagno per un po’ ma non è di un incoraggiamento che ha bisogno. La salita leggera ma lunga che c’è al 38°Km la corro tutta, sono praticamente l’unico che lo fa, stavolta per fortuna sono riuscito a gestirmi bene e recupero varie posizioni. Discesona finale, i piedi sono a pezzi e non riescono più a sopportare gli urti con i sassi di questo tratto, per fortuna so che questo tratto è breve, ecco siamo già in paese, ci siamo è finita e alzo le braccia. 8arrivo

Stavolta mi sono saputo gestire, forse potevo valere qualche minuto meno ma proprio un’inezia, il caldo ha tenuto alti i tempi di tutti. Mi stendo all’ombra a riposare prima di una meritata doccia e del pranzo offerto ai podisti che gusto chiacchierando con l’amico Gerardo. Quasi tutti si ritrovano vestiti con la bellissima maglietta del pacco gara, con il disegno dei bambini delle locali scuole elementari, proprio una maglietta carina e originale e devo dire molto apprezzata a giudicare da quanti la indossavano. Non resta che tornarsene a casa in mezzo all’esodo di rientro , con un 85° posto e un 5h12’ in saccoccia, che non è poi granché ma comunque mi regala soddisfazione e un bel senso di appagamento. Fino alla prossima sfida, si intende. Sfida trail, ovviamente.

Sand in Taufers, SudTirol

A metà giugno la montagna altoatesina è favolosa, verdissima e pochissimo frequentata. I colori sono magnifici, coi rossi rododendri a far cornici a laghi e prati. Le montagne in questa zona che è la più settentrionale d’Italia sono maestose.

tures5

Da segnalare, a Falzes in Pusteria, un luogo da visitare assolutamente, l’officina delle erbe Bergila http://www.bergila.com/   .

tures6Si possono visitare il giardino delle erbe, tra cui rarissime Stelle Alpine e la distilleria di olio di pino mugo dove una guida spiega come dalle piante si possono ricavare tesori meravigliosi nel pieno rispetto della natura

Trail, quasi Sky (running)

La mia prima e per ora unica ecomaratona mi ha fatto comprendere come in questo genere di gare l’abitudine all’endurance, all’impegno organico prolungato, sia un fattore essenziale in vista di gare del genere, sedute "banali" di 2-3 ore potrebbero inadeguate. Mi urgeva quindi affrontare ben altro. Così sabato 16 giugno ne ho approfittato e mi son tolto uno sfizio. Recatomi quindi nell’alto appennino pistoiese-bolognese, ho affrontato un bel percorso tosto. Partenza quota 1300 circa, boschi. Clima fresco tanto da farmi optare per maglietta a mezza manica e pantacollant a 3/4 di gamba. Vento e nubi in quota, poco sole. Neanche condizioni ottimali, ma col caldo che picchia su questi monti col sole forse meglio così. Parto, supero il bosco su una pista bella morbida ma già ripida e raggiungo il crinale, lo spartiacque tirreno-adriatico che in questa zona è interamente Toscana e ancora basso sui 1600. Ora si tratta solo di seguire per ampia parte questo sentiero della GEA (grande escursione appenninica). Continui saliscendi, Passo della Nevaia Fonte dell’Uccelliera non c’è un’ anima e te credo siamo in mezzo alla nebbia e meno male non si vedono le montagne più alte avanti. Salite e discese ripidissime. Sul crinale il vento è fortissimo, ti sposta letteralmente c’è quasi da aver paura dati gli Orridi che vedi sotto di te basta poco e ci cadi. Dopo neanche tanto tempo sono in vetta al Corno alle Scale, quasi 2000m, però niente male. Il cielo si apre un pò, col sole è tutto più bello ma sempre ventosissimo urge indossare il gilet antivento, meditando quasi se indossare il kway. Pochissimi escursionisti. Riscendo sul versante Emiliano a 1500, risalgo al Lago Scaffaiolo a 1800 circa, fino a riscendere ancora alla Doganaccia di nuovo Toscana ancora 1500. Si torna indietro, con calma però. Le salite ripide rigorosamente camminate tutte, facilissimo andare oltre soglia se le si corrono anche lentamente. Torno sullo spartiacque, Monte Spigolino, Passo Strofinatoio, Monte Gennaio. Mi fa male il tallone sinistro, il terreno è veramente impervio, spesso tocca camminare anche in discesa per i numerosi sassi o il sentiero strettissimo. Rientro nel bosco, dove la discesa è più liscia scendo  veloce e con buona reattività, ne avrei ancora. Rieccomi all’auto, neanche tanto stanco, incredibile a dirsi. Luoghi bellissimi, da tornarci presto. Esito: 5 ore nette, stima distanza sui 31Km abbondanti, dislivello 1900m. Data la quota la durezza del percorso e del fondo, il fatto di aver corso sulle vette, direi più sky che trail. Sempre un’emozione.

PS

Percorso ed altimetria

Percorso da satellite

Altimetria

PS 2:

a metà salita in zona veramente sperduta senza un’anima ho avvistato un paio di animalotti pelosi che correvano, evidentemente infastiditi dalla mia presenza. Marmotte, direi, che non pensavo ci fossero nell’Appennino

Marmotta in appennino

Doppietta trail

(recupero vecchi post mai inviati)

In vista del Ventasso ho avuto l’intenzione di migliorare la mia "tenuta" sulla lunga durata. Ovvio che ai Marsi ho patito un po’ l’inesperienza, un po’ l’entusiasmo e la prima metà veloce, un po’ la carenza di iperlunghi. Naturalmente sarà quella stessa esperienza a fare da allenamento sulla distanza. E poi anche le 2h45 umidissime del passatore di fine maggio. Insomma, nel primo w.e. di giugno avevo come programma originario un lungo trail di 3h30 almeno, con diciamo 1200-1400 di dislivello. Da solo purtroppo. E dulcis in fundo, sabato temporali pioggia vento ecc 🙁 Cosa fare? Nel dubbio, sabato pomeriggio sono andato a esplorare una montagna in zona. La dirimpettaia del famoso "monte" della mia prima esperienza di vero allenamento trail lungo, dall’altra parte della valle dove c’è l’autostrada del sole. In vetta era coperta da nubi, però sono partito dal basso. Dotazione: Salomon d’ordinanza ai piedi, pantaloni lunghi invernali in previsione pioggia, maglia traspirante, zaino idrico, giubbino antivento, cappello, carta dei sentieri. Esploro qualche sentiero qua e là rimanendo sempre sul basso, il tempo è estremamente variabile. Non ho tanta voglia esplorativa, la montagna è brulla e mi piace poco, preferisco il bosco. La vetta è lontana e nebbiosa. Alla fine un po’ stanco e demotivato mi becco l’ultima pioggia e chiudo dopo 2h, circa18Km e +-550 di dislivello. Cena tutt’altro che frugale 🙂 . Errore lo so ma lo stomaco urlava. La mattina dopo mi sveglio prestino. Tempo grigio, ma decido di riprovarci. Stavolto però torno al "monte". Parto con una strada forestale molto bella in mezzo a pini e abeti, che mi porta dolcemente all’attacco finale alla vetta dal versante più duro. Dove in 1Km scarso si sale di oltre 250 metri tra rocce sterpi, fondo scivoloso e estremamente sconnesso. Corro pochissimo, se ci provo dopo poco mi fermo ansimante e col cuore in gola. Arrivo in cima, il vento ulula e fa paura, il cielo è coperto, fa bello freddo. Attacco subito a correre in discesa, terra fango, rocce bagnate, scivolo ogni tanto, falsopiano riattacco la salita alla vetta successiva, così più o meno per tutto l’allenamento. Per fortuna a farmi compagnia nella mattinata fredda c’erano comunque molti escursionisti e vari bikers. Continuo più o meno così tutta la mattina, dopo quasi 3 ore riprendo la discesa che mi porta all’auto. Meno male che alla fine la temperatura si era alzata, così che mi son bevuto tutto il contenuto dello zaino. Utilissimi i pantaloni a 3/4 di gamba, altrimenti i rovi mi avrebbero graffiato abbondantemente. Alla fine 3h8′, +-1100 di dislivello, circa 25Km. Che sommati al pomeriggio precedente fa un bel lavoro davvero per un fine settimana. Non so se la doppietta sarà utile ai fini dell’ecomaratona, della preparazione sulla lunga distanza, però alla fine di ieri ero bello cotto, sulle salite ripide ero costretto a camminare, però dove il terreno lo permetetva riuscivo a correre sia pur in modo non brillante. Diciamo che sono riuscito comunque, in presenza di pessimo meteo, a correre abbastanza. Gli scoiattoli che si arrampicavano sugli alberi, il capriolo che mi ha tagliato la strada nel folto del bosco, da soli han valso il prezzo del biglietto.

La mia prima gara Trail

Questa storia inizia a novembre del 2006.  Affranto da una dura preparazione per la maratona di Firenze, realizzai di averne abbastanza. Abbastanza di corsa in pianura, sull’asfalto, in circuito, il solito gesto ripetuto all’infinito, scandito dall’osservazione del cronometro che inesorabile dettava la tua condizione.  Già prima di correre quella gara avevo deciso per un basta! Dovevo andare oltre. Ma dove? Acquistati alcuni dei testi che mi mancavano, come quello di Speciani sull’Ultra o di Massa sul Trail, mi gettai a capofitto nella lettura annusando un’aria nuova.  Sì, quella poteva essere una nuova dimensione.  Iniziò quindi una preparazione invernale dura e massiccia, con tanto lavoro mirato su forza, potenziamento, e i primi assaggi di corsa offroad tanto per gradire. Pensavo ad obiettivi altisonanti come Pistoia-Abetone ad esempio. In qualche modo, mi prese la fissa per la corsa trail. Si infittirono uscite sui sentieri, e mi coglieva la sensazione che quel modo di intendere la corsa mi si confaceva parecchio. Serate su serate passate su innernet a studiare i materiali, i calendari, a far programmi.  Per iniziare mi parve onesto considerare le ecomaratone. La prima, era oggi. A Collelongo, Abruzzo, i Marsi.

Eccomi quindi giunto dopo un caldo e solitario viaggio nel paesino marsicano. Davanti a me, i monti che il giorno dopo avrei affrontato. Non avevo idea di quanto sangue mi avrebbero fatto sputare. Tutto il paese è coalizzato per organizzare questa manifestazione e questo è un aspetto devo dire molto piacevole della gara: le donne che preparano i cibi (pesanti!) alla mensa scolastica, gli alpini che aiutano agli incroci, tantissimi che lavorano ai numerosi ristori, chi non lavora comunque fa il tifo addirittura arrampicandosi su aspri sentieri.  La gara inizia praticamente la sera prima con la cena offerta in piazza, prosegue per una nottata passata a digerire i par d’etti di pasta ultracondita (e meno male ho rinunciato alla salsiccia), ma ha  il suo clou alla partenza. alle 8,30. Dopo la colazione anch’essa offerta dagli organizzatori.

La prima parte – 17Km – sono "facili". quasi tutti offroad, si esplorano le pendici della bella conca di Amplero, che si percorre tutta  camminando sull’erba (e qui, si fa notare un imbecille che taglia il percorso per risparmiare un 200m. Su una corsa di 43Km. mah!) Mi era stato raccomandato di partire tranquillo, e in effetti sono andato tranquillo. Almeno per quello che era il mio concetto di "tranquillo", dopo di ieri non è più lo stesso.

Dopo, inizia la salitona di circa 7Km, che porta a oltre 1500 attraversando i boschi. La strada forestale è impegnativa e corro ampi tratti. Poi si restringe, diventa sentiero, diviene poi un percorso nel sottobosco interamente ricoperto da un ampio strato di foglie morte. Viene da chiedersi come si farà a percorrerlo in  discesa. Ma prima di arrivarci, alla discesa finale, c’è altro. Quasi un’ora per la salita, percorsa alla grande.  In cima mi sento un leone, ma dopo qualche minuto di falsopiano in discesa comincio ad avvertire i primi segni della crisi. Ci sono sempre più concorrenti che mi superano in tromba a velocità doppia, ora mi ritrovo a camminare tutte le salite. E che salite, quella di solo 1Km ma durissima che porta al 30° finisce l’opera. Da questo momento si tratta solo di arginare la crisi e limitare i danni.  La gara prosegue, passando da enormi e splendire faggete a pascoli dove possiamo vedere mucche vitellini e cavalli in quantità. Ma è difficile concentrarsi su qualunque cosa che non sia il proprio cuore in gola. Comincia a prendermi anche un po’ di nausea, forse ho bevuto troppo,acqua e zuccheri. In ogni caso cammino lentamente in salita ma dove è piano riesco a correre abbastanza bene. Peccato sia quasi tutta salita però! O forse mi ricordo solo quella?!?  Al 35° Km circa, la mazzata: la scalata al punto più alto della gara, 1700m, una montagna sassosa che da oggi ricorderò come Mont Ventoux (ma la si potrebbe chiamare anche Golgota), tanto è ventosa e assolata. La salita è ripidissima, arranco , o meglio tanti arrancano e camminano – e come si potrebbe mai correre qui – ma ugualmente mi superano praticamente tutti: realizzo di non avere la preparazione per fare una gara del genere, beh poco male in fondo ci arriverò lo stesso benchè stanco morto. E sarà di lezione per il futuro. Che sia anche l’altura a farmi pagare il conto? Il termine della salita resta da scendere su una pietraia paurosa, il rischio di mettere un piede in fallo è altissimo ma scendo comunque abbastanza bene nonostante le gambe siano tutt’altro che agili. Idem sulla discesa nel sottobosco, con i sassi nascosti sotto le foglie che si muovono in continuazione e l’equilibrio è precario. Mi domando come si possa solo pensare come si possa correre con una scarpa non da trail qui ai Marsi. Dopo un po’ la discesa da sentiero aspro ritorna a essere una stradina, e qui si può spingere ,  meno male mi rimangono ancora energie da spendere e ho ripreso un po’ di verve.  Ormai è fatta, resta solo il giro del paese con gli ultimi 400 lunghissimi metri di salita nel viale alberato. E’ finita, con il magro tempo di 4h54′. Si può anche dire che nel trail i tempi contino poco, ma comunque l’aver sbagliato completamente l’interpretazione della gara mi lascia con l’amaro in bocca. Non sapevo proprio, non mi rendevo conto cosa avevo davanti. Rimango seduto per parecchi minuti a chiacchierare e riposarmi. Inebetito, quasi in preda ad allucinazioni fantozziane a sfondo mistico. Non avrei mai osato pensare che si potesse fare così fatica a correre o anche a camminare.  Piano piano però mi riprendo, azzardo qualche passo, mangio qualcosa del pranzo offerto ai concorrenti e poi dopo l’immancabile doccia. E un lungo caldo ritorno a casa in auto, dove però arrivo non zoppicando come temevo ma anzi in buone condizioni, cammino davvero bene e ho già recuperato. E anche ora, 24 ore dopo, mi accorgo che dopo una maratona classica sono ben più rovinato. Almeno le torture dei giorni dopo forse le evito, ed è piacevole vedere come si possono fare le scale di corsa in salita o in discesa anche dopo una corsa come questa.

Cosa mi rimane, dopo la mia prima gara di trail? Molto, moltissimo, direi. Una gara del genere devo dire che è inimmaginabile per chi corre solo distanze inferiori e in pianura. Senza correrle, non ci si rende conto  di cosa sono, di quale devastazione fisica e mentale si rischia.  Ma anche di quale appagamento, di quale senso di realizzazione riescono a darti. Un modo diverso di interpretare la corsa, probabilmente più vicino alla natura dell’uomo, abituato com’era fin dalla preistoria a correre e marciare per ore per cacciare o procurarsi il cibo. Sì, alla fine sia pure dopo una sofferenza mai provata prima, devo dire che pur avendone corsa solo una, amo già questo tipo di gare. Amo il trail, adoro le gambe pesanti e dure, il cuore in gola, la nausea, le vesciche ai piedi e le unghie nere, la sofferenza.  I Marsi, per me, non sono stati un punto d’arrivo. Sono stati un inizio. Mai come questa volta ho gridato forte all’arrivo un "Basta, mai più!".

Mai come questa volta mi dico adesso, a freddo, "Ancora, ancora, ANCORAAA!!!"

Il Ghibellino

(nota storica: il Ghibellino era il condottiero Castruccio Castracani non ridete si chiamava proprio così)

Anni che non ci correvo, a Massa e Cozzile (2 borghi medievali nei pressi di Montecatini ndr). Ricordo come fosse ieri la prima volta che gareggiai su queste strade: una corsa dura, aspra, cattiva oserei dire. Quasi 21Km dove si può andare in crisi in ogni momento, anche nella lunga discesa finale; ma se si è tirato troppo la corsa nei primi Km, la crisi giungerà inesorabile molto prima, nella lunga salita ripidissima tra gli antichi borghi oppure nel tratto zeppo di saliscendi nel bosco. Le condizioni di quest’anno sono state pessime, con la pioggia che aveva reso difficilmente percorribile il tratto in pavè tra i paesi, a scivolamento verso valle garantito. Il bosco era forse in condizioni migliori ma sempre pessime, anche se il molto fango esigeva grande concentrazione e lucidità, e direi anche un ottimo allenamento su percorsi off-road per poter procedere con sicurezza e velocità allo stesso tempo.

Una corsa "cattiva", dicevo: dopo 8Km circa corsi in mezzo a "normali" colline e "solito" paesaggio toscano, inizia uno dei tratti più duri e ripidi che penso si possano trovare, quel Km circa dove si sale per un 200metri di dislivello.

ghibellino5_lì non hai tempo di guardare il paesaggio, no. Al massimo cerchi verso l’alto il castello di Cozzile , che per minuti  minuti sembra irraggiungibile in cielo; sempre si abbia la forza di piegare in su il

capo.  Appena ci arrivi non hai tempo di rifiatare che tutti si lanciano di volata verso il bosco dove come dicevo ènecessario esser veloci e concentrati.

Il passaggio dal ponte medievale lo fai quasi in trance dopo una discesa estremamente sconnessa, e poi subito dopo la strada si impenna nuovamente tanto per cambiare. Usciti dal bosco, ci

attende una discesa a rotta di collo dove però è naturale recuperare molte posizioni se si è ben distribuito lo sforzo. Da qui all’arrivo è un amen.

ghibellino2Per me si è trattto di un ottimo test, in dieci partecipazioni a questa gara penso di aver fatto la mia seconda miglior prestazione, migliorando cronometricamente quella migliore in assoluto ormai di svariati anni fa ma sul vecchio percorso più lungo che richiedeva qualche minuto in più.

Ottimo ritmo specie nel bosco e in discesa, con ancora qualche energia da spendere nel finale; e stavolta l’impennata tra Massa e Cozzile non mi ha stravolto, anzi ho recuperato diverse posizioni, gli allenamenti in salita sono serviti eccome e l’1h36′ finale con il 62° posto è per le mie possibilità un ottimo risultato.

Il Ghibellino resta per me un ottimo esempio, da manuale, di come organizzare una manifestazione podistica. Perchè si riesce ad abbinare, cosa rara, gli aspetti tecnici e le esigenze agonistiche della gara competitiva, un percorso stupendo e affascinante con una organizzazione perfetta anche per i non e i meno competitivi. Gara con moltissimi premi (ho fatto la spesa per una settimana) e un meraviglioso ristoro finale dove non ho potuto mancare come tutti gli anni di bermi il mio bicchier di vino, ingollare le sempre ottime penne al sugo e stavolta pure c’era pure la pizza in quantità massicce.

Che dire, amici del Ghibellino, data la stanchezza che ci prende al traguardo il prossimo anno fateci trovare pure il tiramisu che dopo 21Km di salite continue ne avremmo bisogno!

Il Monte

A circondare Firenze non ci sono solo colline. C’è, sulla parte nord-

ovest, anche un Monte. Non altissimo, solo 930m circa, che però svetta

sulla piana che invece sta quasi 900m più in basso.

E’ affascinante, questa montagna (nota come Monte Morello): una specie

di cono da un lato, una successione di colline più basse ma sempre

ripide dall’altro, che degrada verso il capoluogo. Praticamente un

immenso bosco, di abeti soprattutto. Una gigantesca pietraia, i molti

sentieri che la affrontano sono sconnessi e irti di sassi traditori e

acuminati.

Anni fa si svolgevano varie gare di corsa in montagna qui su, ora non

più. Purtroppo. Perchè, sebbene l’ambiente non sia poi così

favorevole, in realtà il colpo d’occhio è eccezionale. A pochissimi Km

da una città, da zone industriali sterminate, da fitte autostrade, c’è

questa oasi selvaggia, dove non abita anima viva, che non è vera

montagna ma  l’odore che si respira è quello, che svetta così tanto

sul piano da entrare nei proverbi ("Quando Monte Morello porta il

cappello, fiorentin, prendi l’ombrello!").

La scosa settimana stavo pensando a dove avrei potuto svolgere il

lunghissimo del weekend. Un pò stanco delle solite colline,

impegnative ma ormai battute in lungo e largo, ho pensato a lui. Al

Monte. A scalarlo, conquistarlo. Con le mie gambe. E’ come mi si fosse

accesa una lampadina in testa, una volta formatasi l’idea non ne

potevo più metterla a tacere. Era deciso.

Sabato mattina, quindi. Preparo il necessario, prendo l’auto, mi

dirigo al paesino di Quinto Alto dove, tra il limitare inferiore del

bosco e la necropoli etrusca della zona, parcheggio l’auto, mi preparo

e parto.

Sono le 9.15 di una mattinata che si annuncierà calda. E intensa.

Il sentiero che imbocco, dopo un inizio soft, si impenna e tocca

camminare subito per alcuni piccoli tratti troppo ripidi. Il cardio,

che ho indossato per valutarmi nel corso della prova, subito schizza

in alto ricordandomi che dovrò dosare le energie. In poco tempo, con

una falcata brillante, arrivo al primo terzo di montagna dove si apre

un lungo viale alberato pianeggiante che taglia il monte interamente a

metà come fosse una curva di livello, completamente in terra battuta,

con un filare di cipressi a segnarlo e renderlo visibile anche dal

basso.

Da qui si aprono diversi sentieri per salire il secondo terzo di

montagna, cerco sulla cartina che mi sono portato dietro qual

e fare e percorro il viale in puro spirito esplorativo.

Vada per quello più sassoso, che poi è quello più diretto in salita e

verso le vette.

L’ambiente è incontaminato, non c’è anima viva qui, nessuna traccia

umana per Km e Km. Il sentiero è ripido ma non troppo e ci si corre

bene. In un amen arrivo alla Torre di Baracca, antico fortilizio

chissà come mai qui costruito (e che difendeva, i sassi e i rovi?): è

il segno che sto arrivando al termine del secondo terzo di salita,

contrassegnato da una sorgente. Ho ancora la borraccia piena e vado

oltre, qui è il punto più alto dove arriva la comoda strada asfaltata

e ci sono già molte auto dei tanti escursionisti che troverò.

Imbocco adesso la strada forestale, è in buone condizioni e in lieve

falsopiano e posso permettermi di provare a allungare la gamba. Ma

dopo un pò la pendenza sale, davanti a me si erge maestosa la cima

della vetta più a est: il Monte infatti culmina con 3 cime diverse,

quella più alta che è la mia meta è quella più a ovest. La strada gira

intorno alle altre 2 e ad un tratto termina: inizia l’ultimo pezzo,

quello che non conosco e non ho mai visto prima ma che so essere

terrificante per le pendenze e il fondo. Si inizia nel bosco fitto, i

rovi mi graffiano le gambe ma proseguo di buona lena, qui occorre

saltare vari ostacoli: tronchi d’albero caduti, pietroni, fossi.

L’ultimissimo pezzo è proprio "da capre" e non si può correre, in

pratica una lunga scalinata naturale. Finisce il bosco, segno che sono

vicino, ecco dal basso la croce che sta in cima, ecco il pratone in

alto. Ci sono, ce l’ho fatta. Che emozione, sono alla "terza punta",

Poggio all’Aia, nel punto più in alto della zona, sotto di me vedo

l’immensa pianura metropolitana tra Firenze e Prato seminascosta dalla

foschia. Il sole picchia e decido di ripartire, sono ancora abbastanza

fresco e scattante e soprattutto ci ho messo poco a salire, sono

appena passate le 10.30. La discesa avviene dall’altro versante, a

questo punto mi vien naturale salire le altre 2 vette che da questo

lato sono più facilmente avvicinabili senza mai mettersi a marciare.

La zona è densa di escursionisti e bikers, è bello salutarsi per

persone che condividono la passione per questi luoghi.

Arrivo in cima alla prima vetta, quella a est, anche qui un bellissimo

prato dove sarebbe bello fermarsi a prendere il sole, ma la voglia di

correre ancora è tanta mi pare di aver appena iniziato, studio la

carta e decido di esplorare i numerosi sentieri intorno alle varie

vette.

Il primo pezzo di discesa è veramente ripidissimo, anche questa una

scala naturale che mette a dura prova gambe, piedi e scarpe. Il tutto

si rivela reattivo e efficiente, e posso affrontare bene anche i

numerosi saliscendi dei sentieri che percorro dopo sempre in mezzo ai

boschi. Il dover studiare le carte per orientarsi e decidere il

percorso da affrontare, stimare distanze e tempi, scrutare i panorami

per capire la zona.. un piacere estremo, che mai avevo affrontato

prima. Dopo una ulteriore oretta intorno ai 6-800 metri di quota viene

il momento di scendere a valle e affrontare il grosso della discesa.

Non prima di una sosta ristoratrice a una fonte e il saluto a un cippo

che commemora una terribile battaglia dell’ultima guerra.

L’ultima parte della discesa la affronto già stanco, e qui torna ad

essere veramente impegnativa. Ripida e sassosa, non bisogna perdere

mai la concentrazione, la lucidità è essenziale così come l’avere

gambe ancora reattive e pronte ad appoggi poco stabili. Le scarpe da

trail superano la prova alla grande su un terreno così’ impegnativo,

ma la relativa freschezza delle gambe mi dà ancor più soddisfazione.

Sono già sulle 3 ore di corsa, e un tratto piano mi fa sentire le

gambe ormai vuote e senza più energie, i piedi doloranti per gli

attriti subiti in discesa, ho una vescica persino sopra il piede che

mi fa vedere le stelle.

Ma ormai manca poco, l’ultima tratto di discesa è meno impegnativo e

lo faccio in scioltezza.

Sono passate, comprese le numerose soste per bere o studiare le carte,

oltre 3h20′. Più dell’ultima maratona, eppure sto bene, non sto

crepando di fame, le gambe sono stanche e probabilmente svuotate di

energia ma i muscoli non hanno sofferto troppo, casomai più i piedi

con qualche vescica e 2 unghie nere che infatti dol
evano non poco

specie nei tratti da capre. Sensazioni comunque ottime, un lungo in

pianura mi avrebbe consumato ben di più. Asciugarsi e cambiarsi è

tutt’uno col pensare alla prossima volta, dove magari sarà meno

fascinoso conquistare la vetta del Monte ma comunque resterà una

grande emozione; senza contare i sentieri da percorrere e esplorare,

dove porterà quello? E prendendo quell’altro, arriverei fino a quella

chiesetta abbandonata?

Direi il mio primo vero allenamento di trail, mi è parso estremo e

tosto ma una esperienza veramente indimenticabile, gli altri che avevo

fatto erano ben poca cosa. Qui c’è stato il grande dislivello, il

percorso interamente selvaggio e parzialmente ignoto, il terreno aspro

e difficoltoso, la fatica, il dolore, la distanza. Capisco anche come

mai chi fa trail dice che i numeri sono poco importanti: come fai a

misurare un percorso del genere, dove nelle salite e discese si fa un

continuo zigzag, continuo slalom tra alberi sterpi e pietre? Una stima

approssimativa mi dice 29,5Km e 1300-1400 m di dislivello, ma sono

dettagli. L’aver conquistato la vetta del Monte, quello è importante.

Porsi obiettivi, studiarli, rispettarli, affrontarli, con umiltà e

consapevolezza. Superarli. Pensare ai prossimi, sempre più importanti,

sempre più stimolanti. Questa è vita.

La prima sciata della stagione

La prima sciata della stagione è un pò una cosa speciale per noi che si vive a sud dell’Appennino. La neve è una cosa lontana dalla nostra quotidianità e già il pesticciarla ci fa tornar bambini. Ma andare sui monti, vedere gli alberi carichi di manto bianco, inforcare gli sci dopo essersi infilati faticosamenti gli scarponi e scendere giù e sempre un’emozione grandissima. Mi ricordo i primi anni che sciavo, la prima sciata della stagione mi faceva emozionare come prima del primo giorno di scuola, o la vigilia della partenza per le vacanze. Dormivo poco e male, mi alzavo con grande anticipo, uscivo di casa scrutando il cielo.

Ora sarò più esperto e non lo vivo così intensamente. Quest’inverno la prima volta è stata la vigilia di Natale: la neve pochina, ma le emozioni sempre tanti a vedere tutto bianco, e in lontananza le cime delle Alpi. Un pochino è sempre un tornare bambini.

C’è poco da dire, non ci sono tante cose nella vita più belle che sentirsi ancora una volta meravigliati davanti alla bellezza del mondo come quando eravamo piccoli.