Archivi tag: leggere

Recensione de “La scuola cattolica”, di Edoardo Albinati

Non so cosa m’abbia incuriosito di questo romanzo, che credo sia il primo vincitore di un premio italiano che abbia mai letto. Forse è stata qualche recensione ben scritta, di cui tra le tante segnalo quella di Francesco Piccolo  e quella di Christian Raimo 
Uno ti può dire: ma perché ti chiedi cosa t’abbia spinto a leggere questo libro? Ma perché sono quasi 1300 pagine, scritte fitte e con la praticamente assenza totale di dialoghi. Leggerlo è un investimento, un’impresa prolungata, una ultramaratona della lettura.
Ma ne vale la pena? Ormai l’ho finito da oltre un mese, e ancora non lo so. Lascia l’amaro in bocca per tante cose: in primis, per il suo enorme limite. Il suo limite è , evidentemente, la lunghezza. Ci sono romanzi di oltre 1000 pagine che non sono ridondanti – cambiando genere, l’enorme in tutti i sensi It di King. Ci sono romanzi di 100 pagine completamente inutili – per me, il sopravvalutato Siddharta. Questo di Albinati è composito: ci sono decine e decine di pagine consecutive che acchiappano da morire nonostante lo stile un po’ pomposo, altre che ti verrebbe voglia di lanciare quel kilo di carta contro il muro per l’inutilità delle frasi che leggi.
Un eccesso di lunghezza perché a fronte delle – si dice – 2500 pagine che era in origine, l’editor ne abbia tagliate la metà circa, mentre invece dovevano realisticamente finire ad essere non più di 600. Cosa di cui è conscio lo scrittore stesso, che invita i lettori a saltare avanti se non interessa un certo argomento. Ma il postmoderno non è più così moderno, e ti viene da chiederti : perché ho dovuto pagare anche per queste pagine? Come dicevo, i dialoghi sono quasi a zero, tutto il romanzo è invece una lunghissima collezione di pensieri, un flusso di coscienza in bello stile e con una buona grammatica. In certi momenti, una auto-psicoanalisi dell’autore. Come se invece di andare da un terapeuta, avesse ingaggiato la propria coscienza, e i lettori, per comprendere il suo turbamento e dare un senso alla storia della sua vita ricostruendo vicende di 40 e 50 anni fa.
Si capisce quindi perché sono così indispettito: interessante la tua introspezione , caro Albinati, però potevi farla pure più breve: quelle pagine in più non hanno aggiunto nulla al lettore, anzi lo hanno sfinito. Uno scrittore di classe non dice in 100 parole quello che si può far capire con 10, e non indulge nella ricerca dello stile letterario autocompiacendosi.
Ok, ora l’ho massacrato come meritava. In quelle 600 pagine che sarebbero dovute rimanere dopo il taglio, cosa c’è di buono? Tantissimo, tantissimo. Quelle pagine che parlano di maschilismo e femminismo, dell’ideologia dello stupro, della violenza e della sopraffazione come naturale canone del maschio. O quelle ancora che descrivono la borghesia di quel periodo, nell’atto di conservare il più possibile il proprio status. Soprattutto, quelle che ti precipitano negli anni 70, più o meno quando nacqui io, ti scaraventano in mezzo alla cultura di quegli anni stretta tra la fine del dopoguerra e la finta rivoluzione del ’68. Questo romanzo me li ha fatti vivere, assaggiare: però devo dire che non è rimasto questo gran sapore. Non è forse un caso che nel nostro paese si faccia l’agiografia del boom economico fino al ’65 massimo, e quello che c’è dopo viene scacciato, o analizzato per coglierne i lati oscuri. La cosa più bella del romanzo è per me questo elogio del femminismo. Noi nati dal ’70 in poi, cresciuti nell’Italia laica e contemporanea, non ce ne siamo accorti, ma io tendo a concordare con Albinati che il femminismo è stata la vera grande ideologia rivoluzionaria del ‘900, quella che ha dato alle donne il voto, il potere, la libertà, la coscienza di sé e delle proprie possibilità; le altre ideologie hanno perso – anarchia, comunismo, nazifascismo, forse anche il capitalismo e pure la globalizzazione non sta tanto bene. L’unica ideologia che ha vinto e che si è imposta, a cui qualcuno resiste – vedi alla voce “femminicidio” o “integralismo islamico e non solo” – ma che oramai ha cambiato la cultura e il politicamente corretto. Albinati racconta l’impatto del femminismo e della rivoluzione sessuale e di come traumatizzò la società italiana e soprattutto la sua società borghese e i relativi rampolli, i giovani maschi-borghesi alle prese con donne meno accondiscendenti. Il filo conduttore che a partire dai valori del ceto medio del Quartiere Trieste fa scontrare i giovani cresciuti in scuole maschili di matrice cattolica con , per la prima volta nella storia, la conquistata libertà femminile, è sicuramente la cosa più apprezzabile di questo romanzo-saggio. Albinati sembra pensare che quasi sarebbe potuto finirci lui lì in quella villa sul Circeo a commettere quell’atroce delitto, e se non lui almeno tantissimi altri giovani di buona famiglia della capitale, o dell’Italia intera. Una dichiarazione formale di scuse verso il genere femminile: scusate, donne, sono uomo e in quanto tale potenzialmente portatore dell’istinto alla violenza e alla sopraffazione del vostro corpo.
Per questo prima ho parlato di auto-analisi, di auto-introspezione psicologica: il protagonista assoluto è il pensiero e la storia dello stesso autore in questa autobiografia del proprio Ego. Come in ogni psicoanalisi che si rispetti, alla fine l’autore sembra accettare la propria esistenza e il proprio posto nel mondo, accetta il lascito culturale degli anni della sua giovinezza, accetta la propria esistenza e opta per osservare con disincanto la complicata e variegata realtà odierna e quello che oggi è diventato il suo quartiere.

Recensione de “L’amica geniale” , di Elena Ferrante

E’ difficile descrivere la lunga e complessa tetralogia “l’amica geniale” di Elena Ferrante.

Lasciamo da parte l’aneddotica sulla misteriosa ed anonima autrice. Due bambine, una storia. La loro storia, e anche la storia di Napoli e la storia d’Italia del Dopoguerra. Due bambine nate ancora con il conflitto in corso, cresciute in simbiosi dall’infanzia all’adolescenza stimolandosi a vicenda. Due bambine unitissime ma diversissime tra loro, tanto che si sospetta che ognuna vorrebbe essere l’altra. Due bambine che affrontano gli anni ’50, il primo boom economico, la nascita della camorra assieme alle classiche situazioni della crescita, del diventare ragazze e donne. Dotate fin da piccole di fine intelletto in un ambiente in cui non viene riconosciuto, ciò le porterà a separarsi, una studierà, l’altra lavorerà e diventerà moglie e madre. Il romanzo prosegue su questi due piani: il racconto pignolo e dettagliato della vita delle due, soprattutto della narratrice. E di contorno un durissimo inesorabile affresco: la Napoli che cresce avviluppata nei tentacoli della criminalità, sempre più organizzata, sempre più feroce.

E dell’Italia intera, del benessere che la pervade di anno in anno ma anche dei tormenti che la solcano, dal terrorismo alle sciagure ambientali , e le correnti culturali e politiche che la plasmano : il ’68 con tutte le sue utopie e i suoi sogni infranti, l’elite di sinistra radical-chic, il pragmatismo della piccola borghesia che si arricchisce ma che non si sviluppa umanamente, una gretta sottocultura nazionalpopolare che non ci ha mai abbandonato e che spinge all’individualismo, a perdere di vista la società e la nazione nel suo insieme. E i vizi che restano profondi nella nostra cultura: il maschilismo, la subalternità della donna specie meridionale, il familismo

L’affresco di Napoli che ne esce, soprattutto, è tremendo: terra di frontiera, l’anarchia che convive con la prevaricazione intoccabile dei più forti e dei più ricchi, un sistema di caste dove uscire dal proprio ruolo è profondamente rischioso e persino socialmente condannato, tanto più se sei donna. 

L’opera non è perfetta: specie nella seconda parte indulge con sé stessa, alcuni vicende dei personaggi diventano esagerate, vengono spinti ad eccessi innaturali. La prosa composta di periodi lunghi ma così semplici e lineari da donare un alone di poesia alla lettura, si fa un poco più pesante. Ma sono pagliuzze che non inficiano il valore della saga.

L’autrice, e in particolar modo quest’opera, è idolatrata negli Stati Uniti. Non mi stupisce: è un cazzotto nello stomaco per noi italiani. Ci duole leggere quanto il nostro provincialismo c’ abbia accompagnato per così tanti decenni e sia ancora così forte in un mondo globalizzato.

 

Recensione a “Il tramonto dell’Euro”, di A. Bagnai

[Premessa: chi scrive non è un euroscettico, neanche un eurodubbioso, diciamo un eurodeluso che sperava che l’unione non fosse solo meramente monetaria ma anche e soprattutto politica, e non discettasse solo di dimensioni della pizza o degli ingredienti della paella ma anche di salari minimi o standard dell’istruzione o diritti dei contribuenti. Tendenzialmente sono per mantenere l’euro e ho letto questo volume proprio per sentire l’altra campana. Devo dire che questa campana di Bagnai è veramente l’unica ascoltabile nel campo dei “no euro” , pur sovrastata da ciance e grida dei politici cui non interessa niente ma che hanno scorto un buon bacino elettorale in cui pescare o da pseudo economisti che grazie alla litania no-euro hanno ottenuto un posto in prima fila nei dibattiti televisivi]

Nel 2012 ci fu l’aumento dello spread, la lettera della BCE all’Italia, la caduta del governo Berlusconi, Monti, Fornero &co. Fino ad allora l’Italia era il paese più euroentusiasta dell’unione: ora non lo è più, strozzata dalle tasse e dalla crisi. Tanti oltre che euroscettici vorrebbero il ritorno alla Lira, e i partiti che sposano tesi del genere sono sempre di più. Nel 2012 fioccavano libri post e articoli che paventavano scenari da incubo nel caso del ritorno alla Lira. Comparve però anche questo libro di Bagnai, che cerca di smontare quelle tesi.
E ci riesce, o almeno è abbastanza convincente nel farlo. Molto più dei vari Salvini Grillo o La Russa.

L’analisi parte da un rapido excursus di storia economica (Bretton Woods, le crisi petrolifere degli anni ’70, lo SME ecc.) Segue una corposa analisi , abbastanza complessa per chi come me non ha mai studiato macroeconomia all’università, in cui in pratica, basandosi sulla teoria delle aree valutarie ottimali, Bagnai fornisce appigli solidi a chi dice “con la lira saremmo stati meglio”. Anzi, lo saremmo stati senza Euro, senza SME e senza divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (come dire che tanti problemi vengono da lontano).
Questa parte mi è piaciuta molto e mi è parsa, dal basso delle mie conoscenze in materia, anche abbastanza solida
Il succo è: coi cambi completamente liberi la nostra moneta si svaluterebbe secondo quanto dice il mercato e ciò sarebbe bene, questo favorirebbe le esportazioni, l’aumento della produttività e quindi dei salari e soprattutto aumenterebbero i posti di lavoro, mentre i debiti dello stato si pagherebbero stampando banconote, ed anche così la disoccupazione scenderebbe

(dubbio forte che mi perseguita e che non mi pare ben chiarito: ma allora com’è che finchè c’erano i cambi fissi di Bretton Woods l’Italia andava alla stragrande? E soprattutto, svalutando così tanto, non patiremmo troppo in caso di nuova crisi petrolifera come nel ’73 e ’79 ? di petrolio ce n’é sempre meno…. e l’inflazione che ci sarebbe stampando moneta, non segherebbe troppo pensioni e stipendi?)

L’analisi sulle aree valutarie ottimali però mi pare nel complesso solida argomentata e corredata da numeri e grafici- Il dubbio “ma forse era meglio se non si aderiva alla moneta unica” te lo fa venire eccome. Capitoli finali, strategie per l’uscita dall’euro. Qua noto davvero un eccesso di ottimismo, mi pare che Bagnai nasconda sotto il tappeto sia i problemi politici (servirebbe l’OK pressochè contemporaneo di Consiglio dei ministri, Camera, Senato e Presidente della Repubblica: saranno tutti d’accordo?) sia quelli tecnici (il changeover non è solo stampare moneta ma anche adeguare i sistemi informatici e telematici: rischio di fuga di notizie alle stelle!) e infine alcuni macroeconomici (per lui non ci sarebbe inflazione e cita casi andati bene come la separazione della Cecoslovacchia, ma qui la faccenda è veramente più grossa). E infine, non è che un’Italia fuori dall’euro sarebbe massacrata di dazi per vino macchinari e scarpe, o piuttosto non rischierebbe di vedere le sue grosse aziende comprate per una manciata di lenticchie? E non si innescherebbe una crisi mondiale mai vista? Questa crisi è nata per il fallimento di una banca, se fallisse un paese (di questo si tratterebbe, cambiando moneta) i rischi sarebbero notevoli e su ciò mi pare che Bagnai ci passi sopra con troppa facilità. Per non parlare di rischi politici (guerre commerciali, dazi come se piovesse, fino ai rischi per la pace nel continente più guerrafondaio del mondo)

C’è anche un altro limite evidente: il suo tono irridente e sarcastico verso chi non la pensa come lui.
http://espresso.repubblica.it/affari/2014/04/28/news/noeurostorm-l-assalto-dei-cattivi-maestri-1.163093
Finchè si legge su twitter , o un post del suo blog, vabbè, anzi potrebbe essere una efficace strategia comunicativa, ma per un libro intero diventa oltremodo fastidioso. E non è prendendo in giro chi non concorda con te che aumenta l’autorevolezza di ciò che dici. C’è questo atteggiamento da Cassandra che non depone bene: chè, anche i bimbi lo sanno, le cassandre non vengon mai credute, anche se han ragione.

[per chi volesse approfondire l’argomento , si può studiare il suo ottimo blog
http://goofynomics.blogspot.it/
E se uno volesse leggere qualcosa anche sulla campagna pro-Euro e di contestazione alle tesi di Bagnai, si può partire da qui
http://noisefromamerika.org/articolo/negazionisti-euro
http://noisefromamerika.org/articolo/ancora-euro-germania-parte-1
o in generale in tutti i post con tag “euro” del medesimo sito, tipo gli ultimi articoli di Boldrin seguiti a un convegno con Bagnai.
infine, mi piace pure questo scenario, che cita l’alter ego di Bagnai di destra, Borghi
http://stradeonline.it/monografica/545-fuori-dall-euro-il-giorno-dopo ]
e sempre riguardo l’uscita dall’euro – che come avrete capito è un aspetto molto critico
http://www.nber.org/chapters/c11654.pdf
E infine un paio di analisi , la prima di Nomura
http://www.nomura.com/europe/resources/pdf/Europe%20will%20work%20FINAL_March2011.pdf
e l’altra di Citigroup,
http://faculty.london.edu/mjacobides/assets/documents/Citi_Euro_Future_Note_9.9.11.pdf
il cui analista Buiter, molto citato e apprezzato da Bagnai ma che pur critico sull’Euro è ancor più dubbioso sulla sua fine
http://www.relooney.info/0_New_12466.pdf ]

Post Scriptum
Ho scritto queste pagine negli ultimi mesi, poi Bagnai si è deciso a scrivere un nuovo libro . Buona lettura a chi è interessato.

Recensione de “Inchiesta sul lavoro” di Pietro Ichino e riflessioni sul lavoro in Italia nel 2012

Ho letto l’ultimo libro di Pietro Ichino alcuni mesi fa appena uscito, ancora non si parlava così tanto di articolo 18 come adesso. Ma già ci si immaginava dove si andava a parare, Monti era appena arrivato a Palazzo Chigi. Il libro di Ichino è molto interessante sotto vari punti di vista. Si svolge nella forma di un interrogatorio-inchiesta di un personaggio immaginario cui l’autore risponde compiutamente per l’intera durata del libro. Dicevo, interessante per vari aspetti.

Il primo aspetto interessante del libro è ovviamente la proposta del senatore del PD: un cambiamento radicale delle regole sul lavoro dipendente basata non solo su una maggiore facilità di licenziamento ma anche e soprattutto sulla flexsecurity, un modello di collocamento dei disoccupati in stile Danimarca. Il modello di politica del lavoro danese è ampiamente illustrato, coi suoi centri che riescono a ricollocare chi ha perso il lavoro con grande efficienza e in poco tempo spesso anche grazie a molti corsi di formazione, e il relativo modello di sussidi di disoccupazione pagato in ampia parte dalle imprese. L’articolo 18 viene così a mancare potendo garantire una buona probabilità di ritrovare un posto. Tutto molto affascinante, beninteso. Non mi convincono un paio di punti della proposta ichiniana: in primis il costo non indifferente di avviamento della riforma con l’istituzione o il miglioramento inevitabile dei centri per l’impiego. E poi il fatto che in un modello del genere i costi per i sussidi di disoccupazione sono in parte pagati sia dallo Stato sia dalle imprese. Per i costi a carico statale, c’è il problema che non sarebbero pochi, specie eliminando la cassa integrazione ordinaria e/o straordinaria: e che sarebbero probabilmente troppi in questo momento storico . Per quelli a carico delle imprese, mi aspetto che se Monti&Fornero sposassero l’ipotesi di Ichino le imprese protesterebbero per gli eccessivi costi dei licenziamenti (come se non fosse un costo adesso per le imprese non licenziare chi vorrebbero). Le argomentazioni di Ichino sono comunque stringenti, si è fatto i suoi conti e probabilmente potrebbe essere una idea praticabile per l’Italia nel lungo periodo.

Il secondo punto di grande interesse riguarda l’analisi della situazione italiana, le caratteristiche interne del mondo del lavoro e il suo rapporto col resto del pianeta. Ichino, ex sindacalista CGIL, è convinto che i sindacati oramai rappresentino non tutti i lavoratori ma solo una piccola parte di essi – di noi, anzi. Quindi che le attuali polemiche sull’art. 18 siano , oltreché simboliche, anche fuori contesto e fuori realtà storica. E che in realtà pongono un argomento tabù che in realtà è solo una piccola parte della questione. Qualche numero lo fornisce lo stesso Ichino ed è verificabile: in Italia sono molte molte di più le piccolissime imprese – spesso individuali – che le medie e grandi aziende, e sono tanti i dipendenti che non godono del diritto al reintegro per licenziamento per giusta causa. Dati più ampi si trovano anche sul sito Istat e rendono bene l’idea nel confronto con altre realtà europee (chissà come mai in Italia non c’è abitudine al benchmarking e quindi al confronto col resto del mondo: paura del paragone?). Infine, c’è chi ipotizza che in realtà i maggiori costi dell’articolo 18 siano altrimenti ammortizzati dalle imprese, ad esempio ricorrendo ad altre forme contrattuali – partite iva, consulenti body rental – che garantiscano una certa flessibilità: e ciò sarebbe indirettamente dimostrato da questi grafici, che non mostrano un drastico calo nel numero di imprese appena sopra i 15 dipendenti. In sintesi, in Italia ampia parte dei lavoratori dipendenti del settore privato non è coperta dall’articolo 18 (quindi che razza di questione di civiltà è se tanti dipendenti non ne usufruiscono?), se poi contiamo anche i finti dipendenti – interinali, co.co.pro. e finte partite iva oltre agli immancabili stagisti – notiamo che i sindacati sono una lobby potente ma che non rappresenta tutto il mondo di chi lavora. Ichino ipotizza che i sindacati, e tutto il mondo delle relazioni industriali tra imprese e RSU, sia ancorato a dinamiche degli anni 70, come se esistessero ancora le grandi fabbriche manifatturiere in stile fordista . Onestamente di quelle fabbriche non ce ne sono più, e nemmeno ce ne saranno nel lungo periodo – potrebbero tornare solo nel caso di grandi sconvolgimenti che rendessero il costo del lavoro in Italia paragonabile con quello dell’Est Europa almeno. Qui mi viene solo da condividere il pensiero dell’autore, le relazioni industriali sono demodè , e intanto il mondo là fuori cambia, e i concorrenti dell’operaio FIAT non sono i giovani del suo paese ma gli aspiranti operai serbi o rumeni o turchi.

L’analisi dei vari tipi di rapporti contrattuali dei lavoratori è una parte molto interessante e oserei dire drammatica e disarmante nella sua esposizione : ma onestamente chi la può contestare? Anche io ci sono passato: appena laureato – in Ingegneria, tempi della new economy e boom dell’informatica, non era difficile trovare un impiego – trovai lavoro in un mese, ma con un contratto co.co.co. Poi ebbi altre offerte, contratto interinale e contratto con finta partita IVA, che scelsi e feci bene perchè imparai quanto lo Stato prenda in tasse a chi fa impresa da sè – impresa per modo di dire, visto che avevo un unico committente. Io poi trovai diverse offerte con contratto formazione lavoro ed eccomi qua, ma capisco benissimo una realtà di oggi in cui in una crisi economica non si trova un lavoro stabile che possa permettere di guardare con fiducia al futuro meno ravvicinato. Personalmente credo che su questo punto si possa fare molto in Italia: potrebbe essere persino una buona forma di do ut des abolire l’articolo 18 abolendo nel contempo queste forme contrattuali. Il problema, infatti, come si mostra qui è che ci sono tante troppe persone over 30 e anche over 40 e 50 che non hanno lavori contrattualmente garantiti.

Al che mi viene di pormi la seguente domanda: se io, 40enne, domani perdessi il lavoro, preferirei una situazione come adesso coi contratti molto ingessati e che non favoriscono l’ingresso o mi converrebbe una situazione in cui al prezzo di minori garanzie per il futuro mi permettesse di trovare lavoro con minori difficoltà? Non ho risposte, ma la questione me la pongo: e se la dovrebbero porre quei tanti 50enni e 60enni che dopo la riforma delle pensioni non possono smettere di lavorare ma che rischiano di perdere il lavoro, o l’hanno già perso, o che hanno un lavoro sicuro e garantito ma figli precari che non trovano uno straccio d’occupazione, magari con una laurea prestigiosa in tasca (ok, poi ci sono sicuramente altri problemi in questo paese). Non sarebbe forse meglio togliere l’articolo 18, allora? E se si ha paura che troppi imprenditori se ne approfittino, abolirlo solo per coloro che adesso non ne usufruiscono – precari, co.co.pro ecc?  D’altronde un articolo del genere che impone l’obbligo al reintegro è una peculiarità tutta italiana che forse non è più sostenibile in un mondo globale. Ma temo pure che se fosse abolito tout court per tutti troppi imprenditori italiani con pochi scrupoli ne approfitterebbero: ecco perchè anche ipotesi come questa che garantirebbero ai licenziati comunque un indennizzo economico certo sarebbero auspicabili solo con indennizzi elevati. E comunque che non è affatto detto che questa riforma migliorerebbe poi così tanto le cose, con gli imprenditori e la destra a chiedere di più, più flessibilità, meno rispetto et cetera. Insomma, la situazione è davvero di grande complessità , e grande delicatezza visto che potrebbe essere determinante nella vita di tante persone.

E’ inoltre interessante la parte sul settore pubblico: ampia zona dell’economia italiana, in cui i licenziamenti anche per cose gravi sono rarissimi, ma che soffre di ben altri problemi: inefficienze, sprechi, mancanza di meritrocrazia eccetera. Forse la meno originale, visto che dell’argomento sono tanti che ne scrivono.

Infine , è interessante e significativa la questione che ha dato spunto al libro: Ichino racconta come nel 2007 lui aveva elaborato le sue proposte che erano a pieno titolo nelle ideedi governo del PD nel momento della candidatura a premier di Veltroni nel 2008. E che poi tutto ad un tratto il PD ha cambiato idea ed è tornato ad essere filo-CGIL, e che adesso la proposta Ichino sia in minoranza nel PD, appoggiata solo dai veltroniani e dalle frange meno vicine all’ala sinistra. Ivan Scalfarotto nel suo blog espone bene la questione ed accusa l’ala sinistra del partito di aver lasciato isolato un autorevole esponente. Io vado avanti e pongo la questione di questa divisione nel PD sul lavoro nel contesto attuale del governo Monti – in fondo giusto ieri Bersani diceva che potrebbero pure di no alla riforma del lavoro. La situazione politica in Italia è estremamente fluida e dinamica. Nulla vieta di ipotizzare che se la proposta che farà il duo Monti&Fornero non piacesse ai sindacati e all’ala sinistra del PD, quest’ultimo si spezzerebbe in due in sede di votazione del votazione, e questo potrebbe portare poi ad una ulteriore “fluidificazione” delle situazione. E che potrebbe mettere a repentaglio l’unità stessa del PD. Facendo avverare la profezia di quegli opinionisti che dicevano che la fine della carriera politica di Berlusconi – non certa ma ora probabile- avrebbe distrutto non solo il PDL ma anche il suo principale avversario.

La forma della paura, di Giancarlo De Cataldo e Mimmo Rafele

De Cataldo torna in pista dopo il bello ma non eccellente  "nelle mani giuste", con un’opera scritta a 4 mani con Mimmo Rafele. Un noir all’italiana, filone ampiamente sfruttato nell’ultimo decennio ma che regala ancora perle notevoli. A me è piaciuto molto. Probabilmente perché parla del mondo di oggi, un romanzo davvero estremamente contemporaneo che a parte un antefatto nella Kraijna serbo-croata di un quindicennio fa si sporca ampiamente le mani con una storia realistica dell’oggi. Temi affrontati: lo scontro di civiltà, forze dell’ordine deviate, le diverse forme delle Stato. Sempre uno scontro tra buoni e cattivi, ma in questo non c’è niente di male. Ed è molto bella la descrizione di queste frange estreme che si muovono ai margini della polizia ma ben dentro una certa politica, teorizzando lo scontro delle civiltà e seminando il terrore fingendo di combatterlo. Notevolissimo quindi, perché sono temi a me cari e che ho discusso e su cui rifletto spesso. Colpisce quindi principalmente il valore attuale del romanzo e come sia assolutamente tutto realistico, se non addirittura possibile.

“Sotto un cielo cremisi” , di J. R. Lansdale

Il Far West esiste ancora, ne è cantore magistrale Joe R. Lansdale, si trova nel Texas orientale: popolato da personaggi inconsueti in mondo quasi privo di legge, dove ci sono i buoni duri e maneschi ma col cuore d’oro e i cattivi, spesso stupidi, sempre armati e male intenzionati. Hap Collins e Leonard Pine non sono certo Gary Cooper o John Wayne ma si danno da fare per il nostro piacere di lettori, che nelle loro storie ritroviamo avventure che sembrano quelle di indiani contro cow boy della nostra infanzia. Questo nuovo capitolo delle storie della più bizzarra coppia di maldestri avventurieri che si possa trovare torna ad essere di notevole livello, quasi a quello del Mambo o dell’inarrivabile Mucho Mojo. I nostri sembrano invecchiati, un poco meno svegli e sicuri di sè, un pò più cinici e freddi. Sempre bravissimi a cacciarsi nei guai, i nostri "Gemelli Disastro", un vero fiuto innato per i casini. Hap & Leo sembrano avere più voglia di casa, di  tranquillità con i partner e di serate a bere Dr. Pepper (che cavolo sarà?) mangiando biscotti alla vaniglia, ma quando si mettono a menare le mani paiono ancora più spietati e per difendersi non esitano a regalare un colpo di grazia, l’istinto della vendetta è sempre più presente. Stavolta i combinaguai per fare il solito favore finiscono per pestare i piedi alla mafia del sud e loro malgrado iniziano una lotta senza esclusione di colpi contro spietati killer; a completare il casino c’è pure l’FBI.
Rispetto agli altri romanzi questo mi è sembrato ben più decadente: personaggi sempre più disillusi, città sempre più solitarie e tristi, mancano solo i cespugli sospinti dal vento e una porta del saloon che sbatte. Un contesto crepuscolare, quello di un’America negli ultimi giorni dell’impero; o forse è solo il nostro Texas orientale caro ai fan di Lansdale sempre più isolato dal resto del mondo, sempre più a sè, avulsa dalla realtà moderna.   Non cambia invece la prosa di Lansdale, sempre fluida e scorrevole, con un ritmo cangiante che lascia sempre un pò di respiro prima di ogni scena di azione, geniale nelle descrizioni meticolose di concitate scene di violenza, quasi sempre in discorso indiretto, così cinematografiche che ancora una volta mi chiedo come mai nessuno ne abbia tratto un film. Personaggi all’altezza, dai protagonisti fino alle loro spalle in grande spolvero (specie Brett), e qualche new entry di grande spessore (il capitolo in cui Tonto descrive la propria vita per me è il migliore del romanzo). Intreccio complesso, ad esser pignoli non convincente al 100% in qualche dettaglio ma ugualmente molto molto godibile. Calde atmosfere cremisi, come il titolo azzeccatissimo dell’edizione italiana del romanzo, sicuramente molto più convincente dell’originale Vanilla Ride, personaggio secondario ma che meriterebbe maggiore approfondimento: magari nel prossimo capitolo delle storie dei due nostri matti avventurieri?

Quello di cui tutti parlano troppo

Sulla nota vicenda Englaro si è detto troppo, troppissimo se mi perdonate il superlativo: e spesso si è detto anche male. Sul merito specifico faccio fatica ad esprimermi, è un caso veramente limite, dove solo chi lo può vivere può sapere cosa sia. Quindi, le mie riflessioni sono sulla baruffa che si è scatenata.
1- la magistratura si è dimostrata probabilmente migliore della società che la esprime: in assenza di una legge ha provato a usare il buon senso e ad affidarsi alla Costituzione e soprattutto ai diritti lì sanciti, provando a calarli nel caso specifico. Non so se la decisione presa sia quella migliore, sicuramente però ha operato in buona fede e basandosi sui fatti. Anche nella conclusione che stiamo vivendo oggi. Se come sembra partirà un procedimento d’ufficio per calunnia contro gli sciacalli che hanno sfoderato il loro livore cianciando di omicidio potremo dire che lo Stato di Diritto esiste, sebbene sofferente.
2- la classe politica invece si è dimostrata allo stesso livello di emotività della gente comune di questo paese. Posizioni per partito prese, invettive, la parola "dubbio" messa costantemente da parte. In particolare mi hanno stupito espressioni nei riguardi di una famiglia che avrebbe considerato la propria figliola una semplice "scomodità", naturalmente basate su nessun giudizio oggettivo ma solo come supposizione di pancia. Veramente disgustoso. Cosa non si fa per raccogliere 2 voti
3- il giornalismo invece è persino peggio della società che prova a descrivere. Media scatenati, servizi a gogò, ossessione televisiva costante, ho sentito decine di persone che hanno scioperato dalla visione dei telegiornali ormai infastiditi. La partigianeria ovviamente ha preso il sopravvento: e NON mi ha stupito il fatto i pennivendoli di giornali e TV abbiano raccontato soprattutto le veglie i cortei le preghiere INVECE di intervistare esperti e provare a spiegare cosa sia uno stato vegetativo (beh in effetti non farebbe troppa audience)
4- infine, questo caso (unito alla famosa vicenda dei lefevriani reazionari ed antisemiti) fa toccare alla chiesa cattolica romana (minuscolo d’obbligo) il punto più basso raggiunto negli ultimi decenni. Soprattutto, chiarisce l’errore filosofico di fondo: che esista un’etica assoluta cui fare riferimento, e che il Relativismo Etico sia il Male. La vicenda Englaro invece chiarisce a tutti senza ombra di dubbio che ogni caso è specifico e ogni individuo è diverso, per cui non esistono soluzioni e leggi naturali da seguire obbligatoriamente, tanto più nella società contemporanea fondata sulla libertà individuale. Mi ha colpito leggere una intervista al filosofo cattolicissimo G. Reale, sul cui testo affrontai Platone e Aristotele più di 20 anni , in cui evidenziava la peculiarità della vicenda e gli errori di oltretevere. Quando fu eletto questo papa dissi subito che le parti in campo si sarebbero definite: gli integralisti da una parte, gli spiriti liberi dall’altro: e ciò sta avvenendo. E’ difficile che la ipocrita società italica abbandoni l’ombrello di piazza di san pietro ma di sicuro da oggi la chiesa cattolica (l’istituzione ovviamente: non i veri preti che operano sul campo) è evidentemente molto più lontana dalla realtà della vita di questo paese: e di ciò mi rallegro.

“Resisto dunque sono”, di Pietro Trabucchi

Avrei voluto scrivere la recensione di questo libro al termine della mia prima esperienza da ultra trailer. Dato che dovrò rimandare l’appuntamento, la faccio adesso. Naturalmente, esprimo l’opinione sul testo nell’ottica da "runner" ma credo che il testo potrà essere apprezzato da chiunque abbia svolto attività fisica dura , dall’alpinista al ciclista all’appassionato di trekking. 
Da "runner" comincio subito con un esempio: molti anni fa quando correvo le ripetute lunghe spesso capitava di farle in ventose e uggiose giornate autunnali, con una brezza tesa e continua tale da falsare tutti i tempi. La cosa mi deprimeva alquanto , i tempi non corrispondevano più, se una situazione del genere mi fosse capitata in gara avrei rischiato il crollo: magari correvo da pochi anni, ero giovane ed inesperto. E’ che pur sapendo che il vento mi rallentava avevo l’impressione di allenarmi meno del dovuto, mi sentivo frustrato.  Poi un giorno fu la luce , e capii. Realizzai tutto ad un tratto che quella situazione di vento in allenamento mi faceva sì rallentare ma creava una difficoltà ulteriore all’allenamento, difficoltà che esigeva sia una maggiore forza fisica sia maggiori capacità mentali di resistenza, concentrazione e  di ascolto del proprio corpo. In pratica, l’allenamento pur più lento e meno confrontabile con altri diveniva molto più efficace proprio a causa dello stimolo maggiore, dell’ulteriore stress apportato dal vento. Non solo, abituati a gestire crisi problemi e difficoltà in allenamento, se queste si fossero manifestate in gara le avrei sapute gestire con maggiore facilità. E infine, nel caso la difficoltà venisse da caratteristiche ambientali (percorso impegnativo, pioggia, vento, freddo, caldo ecc) valide per tutti, avrei percepito che io sarei stato in grado di gestirle ed affrontarle meglio degli altri: in pratica , la difficoltà mi avrebbe avvantaggiato e quindi addirittura me la sarei augurata. Questo esempio può far intuire dove parte il testo di Trabucchi, da considerazioni "sportive" ma muovendosi in ogni ambito della vita . Lo si può riassumere in una frase stupenda che si trova all’inizio, "ogni impedimento è giovamento". Ogni difficoltà, ogni ostacolo, non è altro uno stimolo per migliorarci e abituarsi ad affrontare stress e problemi di ordine sempre superiore.
Trabucchi esplora quindi il mondo dello stress nella vita di tutti i giorni anche se spesso nell’ottica dello sportivo. Non è questa la sede per riassumere molte cose scritte nel libro, vari aspetti sono comunque estremamente rimarchevoli, pur se in fondo quasi logiche e quasi banali : ad esempio le varie considerazioni sulla percezione degli eventi e il filtro cognitivo  (il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?), lo stress come condizione naturale dell’uomo che grazie ad esso si fortifica (in guerra il numero di suicidi crolla vertiginosamente) ecc. ecc. 
Gli esempi scelti da Trabucchi per spiegarci i vari aspetti sono notevoli, i personaggi azzeccati con le loro storie fatte di ostinazione determinazione e positività (le storie di Olmo, Brunod, Galanzino e Di Centa le mie preferite). Le considerazioni finali sono azzeccate: in una società moderna troppo spesso basata sull’effimero, sull’assenza di problemi, sulla facilità di vivere, sul bisogno di avere un corpo che non invii messaggi,  l’uomo rischia di perdersi. Tanto che i vari esempi che ho citato spesso sono considerati dei matti, dei pazzi che si lanciano in imprese avventurose ai limiti dell’impossibile. Dimenticandosi che l’uomo , la nostra specie, è stata capace di colonizzare l’intero pianeta partendo da una piccola vallata africana, di plasmarlo a suo piacimento, di inventare innumerovoli linguaggi di comunicazione, di aver crato scienza e tecnologie. E’ nella natura dell’uomo l’affrontare l’ignoto, superare difficoltà ed ostacoli, guardare sempre avanti e mai indietro, progredire per dirlo in una parola sola. Grazie ai propri errori e alla capacità della propria mente di gestire crisi e insuccessi. Vivere nella bambagia non è il destino della razza umana, non siamo nati per quello ma per andare oltre.

Post Scriptum:
scrissi questa recensione circa 6 mesi fa, il libro del Trab era fisso sul mio comodino nei primi 6 mesi del 2008, quelli che avrebbero dovuto portarmi ai miei primi ultratrail. Per una dimenticanza non l’avevo mai pubblicata sul blog: lo faccio adesso. Adesso che ho avuto il piacere di conoscere Trabucchi al trail delle 5 terre lo scorso 20 dicembre, e di aver potuto con lui scambiare impressioni sui personaggi che ha descritto nella sua opera. Rileggo la recensione che scrissi e la trovo azzeccata, e mi fa piacere che certe cose siano state scritte da una persona così cortese e disponibile, uno psicologo dello sport impegnato ai massimi livelli e un trailer finisher tra l’altro della durissima Petite Trotte à Leon (su "Correre" di novembre c’è un suo resoconto della gara e delle implicazioni mentali su una gara in team) che quindi affronta dal vivo la durezza dello sport.

Libero, dopo 17 anni

Notizia di oggi: torna in semilibertà Pietro Maso. Non tutti si ricorderanno che cosa fece, il delitto tragico di cui è macchiato insieme ai suoi amici , appena maggiorenne, l’omicidio cinicamente pianificato e premeditato dei genitori e il tentato omicidio delle sorelle per intascare l’eredità. Ma non voglio discutere nè tantomeno giudicarlo (ci ha già pensato la giustizia) , nè trattare della sua semi-liberazione.
Solo, voglio ricordarmi di un libro favoloso che lessi, "L’erede" di Gianfranco Bettin (sociologo e ex vicesindaco di Venezia), dei primissimi anni ’90 (non era stato neanche celebrato il processo di appello). Erano i tempi, per chi non se li ricorda, pre-Tangentopoli, un paese sonnacchioso nella sua opulenza sull’orlo della defenestrazione della propria classe politica e dirigente. Il libro mi colpì come una mazzata, non per il delitto quanto per l’ambiente sociale che descriveva. Oddio, allora non avevo manco 20 anni e sapevo poco del resto d’Italia se non quello che si leggeva sui giornali.
Mi colpì, di quel libro, l’appassionato affresco che faceva di una società nuova, pienamente uscita dal passato degli ultimi decenni. Una società "edonistica", si diceva allora, dove cominciava a contare l’apparenza, dove gli unici valori riconosciuti erano la ricchezza e l’ostentazione di belle auto, belle donne, soldoni fruscianti, un lavoro danaroso  , gesti eclatanti, la conoscenza di VIP. Il libro descriveva per bene l’indignazione di una società – quella veneta di allora- che si credeva ancora ancorata saldamente a valori etici, l’attaccamento alla religione , alla famiglia ecc. E l’ipocrisia dei tanti che allora pensavano che il delitto Maso fosse una squallida eccezione. Da allora si è visto come si è evoluta la società (non parlo del Veneto, ma dell’Italia tutta), sempre più ancorata al benessere e al desiderio di ricchezza facile: anche le previsioni più pessimistiche sono state abbondantemente superate.

La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz

Un mesetto fa i miei colleghi mi sfidarono a pranzo a leggere un romanzo che alcuni di loro avevano provato a leggere ed avevano abbandonato dopo poche pagine. Mi dànno quindi questo volume di Junot diaz: mai sentito nominare, non provo neanche a cercare sul web e comincio a leggere. Una sorpresa bellissima! La storia inizia con il fukù , la maledizione che veglia su una famiglia dominicana. Si passa poi a raccontare la storia dei componenti della famiglia del protagonista Oscar, la madre, i nonni uccisi dal regime dell’isola, la sorella, l’amico che è voce narrante. Una scrittura fresca e brillante con ampia dovizia di citazioni davvero difficili da cogliere tutte, ma c’è una apposita appendice per chi non sa riconoscere richiami a Tolkien o al cartoon Akira o a fumetti e videogiochi. Excursus storici sulla dittatura di Trujillo inframmezzano la narrazione. Il tutto in un sapiente mix tra tragedia e commedia con oscillazioni da una all’altra, sempre più veementi fino alla fine del romanzo. Divertentissimo ed appassionante, nonostante alcuni momenti di pausa in cui qualcuno può rischiare di annoiarsi. Da leggere

L’altra Europa

Consiglio a tutti di leggere gli appassionanti racconti di Paolo Rumiz su "l’altra Europa", quella che non è UE, quella che un tempo era Unione Sovietica. Che non è una piccola parte di Europa ma centinaia di milioni di abitanti, territori sterminati, crogiuoli di lingue culture etnie storie e modi di vivere, tutti diversissimi tra loro. Dalla Lapponia tra Finlandia e Norvegia giù verso le repubbliche baltiche, Kaliningrad, la Bielorussia, l’Ucraina e i Carpazi , e dopo non so dove andrà. Rumiz non è nuovo a questi viaggi esplorazioni, anni fa stupì con il viaggio in bicicletta da Trieste a Istanbul. Sa raccontare divinamente quel mondo così diverso, dove il tempo scorre più lento e sembra di vivere più in profondità. Quel mondo enorme, se come racconta l’Impero Austroungarico aveva posto la colonna che indicava il centro dell’Europa nel mezzo della Rutenia, in pratica a est dell’Ungheria (ora Ucraina). Distanze sterminate, quei luoghi ci sono tanto tanto lontani. Per questo forse sono così affascinanti. I racconti di Rumiz li trovate su "Repubblica" o meglio a questo link , buona lettura.

L’agave di pietra

Chi mi conosce saprà della mia passione smodata per la lettura. Il fatto è che ce l’ho sempre avuta: la casa dove sono cresciuto era piccola e camera mia coincideva con il salotto e con la biblioteca di mio padre, per cui fin da piccino ero abituato al risveglio a vedermi davanti quella gran mole di libri, i più per me completamente sconosciuti e complicati. Sarà stato quindi questo il motivo della passione per tutto quello che si può leggere, oltre ad un padre che mi esortava alla lettura e mi insegnava la curiosità: ma non è questa la storia che volevo raccontare. È invece la storia di un piccolo foglietto di carta.

Quando iniziai a leggere cominciai ovviamente a sfogliare quei libri polverosi: in genere cercavo di tenermi lontano da quelli più tosti (e lì vi assicuro che c’era e c’è tuttora roba bella pesa: teatro, saggi storici, saggi politici, poesie, ecc.). Un giorno che non mi ricordo cosa sfogliavo (probabilmente un romanzo, di Thomas Mann credo) cadde dal libro un foglietto che mio padre aveva usato come segnalibro: lui infatti usava e usa di tutto come segnalibro, dai biglietti dell’autobus alle cartoline ai promemoria del dentista, mentre io invece sono un sostenitore del classico orecchio da fare alla pagina. Ovviamente lo raccolsi: si trattava di una pagina di bloc notes a quadretti, ripiegata e ingiallita, che riportava una strofa di una poesia che lessi affascinato. Il babbo, a mia domanda, rispose che qualche amico gliel’aveva dato e riportava una vecchia poesia di Pablo Neruda che a lui piaceva molto e che pure io adorai da subito, la prima poesia tra tante che abbia amato. E più di tutto mi rimase impressa questa immagine che si ritrovava nel primo verso: un’agave di pietra.  Sapete, una di quelle cose lette che non ti scordi e non c’è verso, ti rimangono fisse nella mente. Il foglietto tornò alla sua funzione di segnalibro: ogni tanto negli anni rispuntava fuori nei libri che via via leggevo e che forse mio padre aveva letto da poco. E ogni volta non riuscivo a trattenermi e dovevo leggere quei versi. ogni volta con maggior piacere. Finchè un giorno, non mi ricordo nemmeno più quando ma penso un 15 anni fa, mi accorsi che era molto tempo che non trovavo quel fogliettino: forse perso in mezzo alle carte, forse dimenticato in un romanzo non più aperto, forse finito in un libro prestato e mai restituito. Non so se in seguito a quella volta lo ritrovai, sicuramente adesso non lo vedo più da molto tempo. Però mi venne allora la curiosità di ricercare quella poesia per rileggerla e sapere se dopo quella vi erano altre strofe. Mi capitò così di sfogliare le antologie di Neruda in qualche libreria, senza risultati. Una volta  mi fu regalato un po’ per caso un libro con le poesie del poeta cileno: ne lessi e apprezzai molte, ma assieme all’ode a Lorca e quella al carciofo quella sull’agave di pietra mancava. E poi ci fu l’avvento di Internet: e mi capitò così di ricercare quella poesia in rete, digitando alcuni parole che mi ricordavo in sequenza su un motore di ricerca: infruttuosamente, devo dire. Mi pare addirittura di aver chiesto informazioni su un newsgroup di letteratura spagnola. Tante cose, si sa, le seppelliamo nella mente e tornano a galla quando meno te lo aspetti: si tratta in genere di quei piccolissimi dettagli di cui è fatta la vita di ognuno, piccoli pezzi di reale di cui non sempre ci accorgiamo. E qualche giorno fa, senza nessun motivo, mi ricordai di quel foglietto di carta: chissà cosa è che me l’ha fatto tornare in mente. E così rifeci dopo almeno un 3 o 4 anni quella ricerca su Google. Meraviglia! Erano comparsi dei link, stavolta! E parlavano proprio di quella poesia!!! Uno era una pagina di un blog dove si leggeva quella stessa strofa iniziale su una foto che ritraeva un muro di una casa al parco della Tinaia, il vecchio manicomio di San Salvi in Firenze.Un altro era molto più esplicativo e riportava tutta la poesia, specificando che era inedita (per questo nessuno la conosceva e non era riportata sui libri, e ancora non so se il testo originale fosse in italiano oppure in spagnolo) e che è stata letta in Palazzo Vecchio durante le celebrazioni per il centenario della nascita di Neruda: la poesia raccontava semplicemente l’incontro tra Neruda e il vecchio sindaco fiorentino Mario Fabiani avvenuto nel gennaio del 1951 quando Neruda appunto viveva in Italia (lo stesso periodo in cui era ambientato il film "Il Postino", per intendersi). Lessi così per la prima volta quella poesia interamente: apprezzandola per l’ennesima volta e sapendo che ora non l’avrei più persa, che grazie a Internet l’avevo ritrovata e che Internet la conserverà per me e per tutti negli anni a venire. E qui la riporto: dedicata a Firenze e ai fiorentini.

La città

E quando in Palazzo Vecchio, bello come un’agave di pietra, salii i gradini

consunti, attraversai le antiche stanze, e uscì a ricevermi un operaio,

capo della città, del vecchio fiume, delle case tagliate come in pietra di

luna, io non me ne sorpresi: la maestà del popolo governava.

E guardai dietro la sua bocca i fili abbaglianti della tappezzeria, la

pittura che da queste strade contorte venne a mostrare il fior della

bellezza a tutte le strade del mondo.

La cascata infinita che il magro poeta di Firenze lasciò in perpetua caduta

senza che possa morire,

perchè di rosso fuoco e acqua verde son fatte le sue sillabe.

Tutto dietro la sua testa operaia io indovinai.

Però non era, dietro di lui, l’aureola del passato il suo splendore: era la

semplicità del presente.

Come un uomo, dal telaio all’aratro, dalla fabbrica oscura, salì i gradini

col suo popolo e nel Vecchio Palazzo, senza seta e senza spada, il popolo,

lo stesso che attraversò con me il freddo delle cordigliere andine era lì.

D’un tratto, dietro la sua testa, vidi la neve, i grandi alberi che sull’altura

si unirono e qui, di nuovo sulla terra, mi riceveva con un

sorriso e mi dava la mano, la stessa che mi mostrò il cammino laggiù

lontano nelle ferruginose cordigliere ostili che io vinsi.

E qui non era la pietra convertita in miracolo, convertita alla luce

generatrice, né il benefico azzurro della pittura, né tutte le voci del

fiume quelli che mi diedero la cittadinanza della vecchia città di pietra
e

argento, ma un operaio, un uomo, come tutti gli uomini.

Per questo credo ogni notte del giorno, e quando ho sete credo nell’acqua,

perchè credo nell’uomo.

Credo che stiamo salendo l’ultimo gradino.

Da lì vedremo la verità ripartita, la semplicità instaurata sulla terra,

il pane e il vino per tutti.

“Le benevole”, di J. Littel

"Le Benevole" si propone come un libro concepito e realizzato per diventare un capolavoro o quasi, una pietra miliare comunque, qualcosa di cui parlare e dibattere: la 2° guerra mondiale e l’olocausto,  visti  dalla parte del nazismo. Tema quantomai a rischio e delicato, le probabilità di produrre schifezze o di scrivere palesi falsi storici sono elevate. Ma l’ambizioso autore, il newyorchese J. Littel, dimostra di aver studiato a fondo la questione e di aver lavorato molto e senza fretta sulla sua opera e rilancia proponendoci quindi la storia di un ex ufficiale delle SS impegnato sia sul fronte russo che nel genocidio degli ebrei che riesce a sopravvivere al conflitto e, senza pentimenti o stucchevoli ipocrisie, ci racconta la propria versione dei fatti. L’opera inizia con il primo capitolo che in realtà è una introduzione "a posteriori" del protagonista-narratore. Già qui viene presentato il fine principale del romanzo, cioè il dimostrare come gli orrori dell’ultima guerra mondiale non siano una imprevedibile deviazione irrazionale della mente umana quanto il normale e logico esito di una fase, di un periodo storico caratterizzato dal desiderio egemonico di una nazione, di un popolo (il ricorrente Volk tedesco). Già qui, subito, l’autore e il narratore ci mettono in guardia su quello che sarà: leggeremo dell’orrore, dell’inumano, del male che diventa banale e normale ricorrenza quotidiana, leggeremo di ciò che è capace l’Uomo.

Quindi subito il lettore sa che non sarà facile, anche per la visibile mole del romanzo (quasi 1000 pagine, fittissime e sovente con periodi lunghissimi, quasi a diventare in certi momenti dei veri e propri "flussi di coscienza"). E viene proiettato nell’azione, le uccisioni di ebrei durante la campagna di Russia. Si trovano qui le pagine "peggiori" del testo, con le vivide descrizioni dei massacri di massa in Ucraina. Il vomito e la nausea nervosa del protagonista Max Aue si avvertono come reazioni normali come fossero quelle del lettore , siamo all’inizio e ancora non siamo abituati a ciò che leggeremo e troveremo oltre. Ancora non si è sprofondati nella normale quotidianità degli orrori e proviamo ancora reazioni "normali". Più in là ci si spinge, e peggio è. Non perchè l’inumano tracimi, quanto perchè ci facciamo l’abitudine, c’è la parentesi a Stalingrado sul fronte dove ci sentiamo come in un film di guerra ma poi , passato il periodo di allucinazioni e crisi  personali di Aue, si torna a razzo a Berlino, perchè c’è da organizzare il grosso dell’olocausto. E qui il lettore cede e si abitua al "normale", le cose peggiori di cui siamo capaci.

Proiettandoci nell’ordinaria burocrazia del Reich che organizza la Soluzione Finale, Littel ottiene il maggior successo del libro riuscendo a farci immedesimare o quantomeno a farci sentire vicina questa persona, incaricata di gestire e migliorare l’organizzazione del lavoro degli schiavi ebrei. Riuscendo perciò a farci comprendere quanto il Male (quello nazista, quindi considerato generalmente dalla società contemporanea il Male Assoluto, le Colonne d’Ercole dell’orrore) non è una parentesi nella storia quanto qualcosa che è stato, che sicuramente non è stato una volta sola, ma è qualcosa che la nostra specie può benissimo produrre ed essere in grado di replicare, magari in altro tempo e in altri luoghi.

Filosofeggiando (come spesso si fa nel libro) possiamo dire alla Hegel che "tutto ciò che è reale è razionale" e quindi l’Olocausto può benissimo essere descritto analizzato e compreso come quasiasi cosa che è prodotta dall’Uomo: non può essere irreale e irrazionale, perchè fu pensato e pianificato con logica e razionalità. Si pul dire quindi "Le Benevole" come apologia del nazismo? Secondo me decisamente no, a parte le origini ebree di Littel : piuttosto, l’autore si immedesima e ci fa immedesimare nel protagonista  che in pratica espone il punto di vista dei suoi simili (soldati ed ufficiali tedeschi) uomini magari inorriditi per ciò che sono costretti a fare al punto da pagarne conseguenze fisiche (stress, depressione, allucinazioni, propensione al suicidio) ma poi estraniati ed alienati dalla realtà: l’orrore che si banalizza diventando normale quotidiano. Apologia quindi di "coloro che solo obbedivano a degli ordini"? Questo forse sì. E Aue in ciò sottintende pure che altrimenti si sarebbe dovuto processare un intero popolo, un’intera generazione di sopravvissuti; e  riguardo a ciò Littel fornisce anche il proprio giudizio , ergendosi quindi al rango di storico, cosa questa che magari gli si può pure riconoscere per l’immenso e certosino lavoro preparatorio che "Le Benevole" ha comportato.  "Le benevole" quindi capolavoro assoluto, pietra miliare delle Letteratura sul XX° secolo, come dice qualcuno? Forse è un pò presto per dirlo, ma non si può rimanere indifferenti di fronte a tale opera. Come già detto, il lavoro di studio e preparazione è stato preciso fino quasi all’ossessione, lo si può definire senz’altro "romanzo storico" dato poi che i personaggi inventati si elevano a simboli di una classe e di una generazione e si muovono insieme a personaggi reali come Himmler o Speer o Eichmann fino a produrre razionalmente reali eventi storici. In ciò si inserisce la parte più fantasiosa, più romanzata e forse meno convincente, la vicenda personale del protagonista Aue, la sordida storia incestuosa con la gemella, il dolersi della scomparsa del padre, la propria degradazione fisica e mentale. Una deriva individuale che va di pari passo con la "deriva" della Storia vera , con la deriva della nazione e del popolo tedesco, una degradazione personale che alla fine si immagina termini con la fine stessa della guerra: dopodichè, torna la "normalità". E Aue che diventa il borghese che prima pensava di voler combattere. Dicevo che forse è questa la parte meno convincente, sicuramente la più letteraria ma anche la più difficile da inserire in un romanzo del genere.  Dove forse convince non del tutto anche la prolissità di alcune parti, di alcune descrizioni. Il romanzo è, come ha detto qualcuno, iperrealista ma certi dettagli appaiono a posteriori quasi inutili, ridondanti.  Ciò non toglie come già detto che il fine ultimo sia stato ampiamente raggiunto, "Le Benevole" come un monito all’umanità: ancora filosofeggiando, per Littel vale sempre il detto di Hobbes "Homo homini lupus". Nella nostra mente, e nella nostra storia di Uomini , ci stanno già e ci saranno sempre tutti gli orrori e tutto il male di cui potremo essere ideatori, autori o meri esecutori; o anche complici, testimoni (magari girando la testa e facendo finta di non aver visto) o magari vittime.

Analisi di una saga , e di un fenomeno letterario: “Harry Potter”

 Il vostro trail runner Leonardo, apparentemente divoratore di libri seri, è anche un harrypotteriano. Sembra strano ma è così. Non è poi così assurdo, nel corso della mia passione delle vicende del giovane mago inglese ho anche scoperto moltissimi “grandi” che reputano avvincente la saga creata dalla ricchissima JKR. Probabilmente più dei “piccoli”, d’altronde chi avrà visto qualche film avrà notato l’incupirsi delle atmosfere col passare degli anni. Tento qui però una lettura un po’ più “seria” della saga, in occasione dell’uscita italiana dell’ultimo episodio (già letto e riletto da mesi…) . Una specie di analisi critica, in occasione dell’uscita – stanotte – dell’ultimo romanzo della vicenda

   1. HP è una saga per ragazzi. L’adolescente, il ragazzo che va alle medie, si appassionerà alla storia del coetaneo che va a scuola, affronta le prime vicende sentimentali della propria vita, tocca mettersi alla prova senza contare sull’aiuto poi di molti… se non degli amici più fidati. In ogni caso, lo stile narrativo abbastanza “facile” e certi toni nel raccontare vicende, dimostrano la destinazione a un pubblico giovane, se non imberbe

   2. HP è una saga che piace agli adulti. Piace agli adulti perché in quella possono ricordarsi con un pizzico di nostalgia della propria di adolescenza, come può loro accadere anche leggendo altri autori (per citare 2 che amo e che cito spesso, S. King e J. Lansdale). Piace perché comunque i romanzi sono maturi, non da sottovalutare dal punto di vista narrativo e letterario, non un genere quindi di serie B ma romanzi veri e propri. La saga è nel suo insieme principalmente un romanzo di formazione, con un protagonista che da bambino ingenuo e triste diventa un giovane ben più maturo di tanti adulti, cui tocca affrontare esperienze terribili e la possibilità stessa di morire in battaglia. Il romanzo di formazione è un classico in letteratura, e HP lo rappresenta dato che la vicenda stessa si sbroglia solo ed esclusivamente grazie alle conoscenze, alle abilità, all’esperienza che il protagonista matura e con l’aiuto di amici fidati (essi stessi che basano il loro destino sulla propria intelligenza e capacità di decisione) e con l’aiuto di maestri esperti, capaci di infondergli saggezza e conoscenza

   3. HP è una saga attuale. HP tratta comunque, in maniera quasi inconscia (e quindi magari neutra, non visibile a chiara vista per i lettori più giovani) di certi temi del nostro tempo. L’istruzione, la società, il razzismo, la discriminazione, i problemi dell’adolescenza. L’ascesa del nemico Voldemort può essere letta benissimo come metafora della crescita di una dittatura di stampo razzista (se non nazista…), sollecitata magari da ampi strati della società che temono/discriminano/odiano/sospettano il diverso, il non-puro. L’ascesa finale del nemico è esemplare in questo, non avvenendo tramite una battaglia visibile ma nell’ombra, con gradualità, in modo tale da finire accettata anche dalla massa (in Italia diremmo la “maggioranza silenziosa”) che finisce per accontentarsi anche di una società a sfondo razzista, in nome del “vivi e lascia vivere”, di una presunta sicurezza e di presunti “valori” (purezza del sangue… bah)

   4. HP non è una storia “facile”.Tralasciando una lettura “politica” o “sociale” della saga di HP, che non è certamente il tratto peculiare del racconto che rimane un romanzo per pubblico giovane, c’è da dire che il succo  rimane comunque una vicenda dove brillano temi generalmente accattivanti se scritti bene. Il mistero, la magia, situazioni thrilling, amici e nemici. JKR fonde tutto ottenendo un intreccio che alla fine risulta estremamente complesso, nient’affatto banale, ma che alla fine – col lettore disperato perché non sa a 200 pagine dalla fine come tutto sarà risolto, e spiegato – tout se tiens, nulla sfugge e tutto e spiegato e risolto. La magia essenzialmente: io non sono un appassionato di fantasy quindi non so far paragoni con altre storie di magia, ma il mondo magico è mostrato dalla saga in una maniera estremamente precisa ed avvincente. Non credo sia facile immaginare un mondo non esclusivamente magico ma in cui magia e realtà non magico convivano, in cui una società che basa la sua esistenza sulla magia convive con il reale dei nostri giorni senza magia, anzi in cui la società magica ha la principale preoccupazione di restare nascosta, di non mostrarsi a chi mago non è. Infine, dove è la stessa contrapposizione tra mondo magico e mondo non magico a basare la lotta tra le 2 fazioni in gioco (una, razzista, che vuole il dominio dei maghi sugli esseri umani, l’altra, diciamo così “democratica” che invece vuole l’uguaglianza in nome di una appartenza comunque ad un’unica razza “umana”)

   5. HP resta comunque una storia fantasy sulla magia. L’aspetto magico è veramente totalizzante: non so quanti romanzi fantasy riescano a descrivere così bene le magie, gli incantesimi e le pozioni, a basare le loro storie sull’essenza stessa della magia. La saga basa molti punti della vicenda sul concetto stesso di magia, e sull’esplorazione quindi di questa branca della conoscenza. Con i protagonisti che si interrogano sulla portata degli incantesimi, sull’importanza delle bacchette, sull’effetto più profondo di certe azioni individuali (proteggere un figlio, morire per qualcun altro, fare scelte, combattere qualcuno) che comportano poi risvolti pienamente magici, rivelandosi ancora più importanti di quanto già lo siano. In pratica, viene fatta una sorta di analisi filosofica, se non scientifica, del fenomeno magico

   6. HP parla di valori. A questo proposito, il messaggio della responsabilità nel libro è notevole, pare quasi anacronistico nel nostro tempo. JKR, ex insegnante, non rinuncia così a un messaggio pedagogico, tanto per ribadire il carattere adolescenziale dell’opera. Più sottile casomai il fatto che è lo stesso prendere decisioni ed assumersi responsabilità che comporta ricadute sul piano magico, come detto in precedenza. Di nuovo salta fuori quindi il concetto di romanzo di formazione.

   7. HP non è banale, e non è banalmente buono. L’happy end non c’è, indipendentemente dal termine della saga(ormai peraltro di dominio pubblico grazie ai pessimi media italici ). Target di pubblico giovane, principalmente s’è detto (anche se sospetto che JKR col tempo, vedendo che il pubblico era molto eterogeneo ed anche adulto, abbia modificato un po’ lo stile e reso l’opera via via meno soft). Ma il concetto di morte è praticamente una costante nell’opera, fin dal primo libro. Diventando nei romanzi successivi una costante. Muoiono personaggi anche importanti, ed il concetto stesso di morte è oggetto di discussione, da chi la teme fino a chi la accetta serenamente. Non è il caso di riportare spoiler sull’esito finale, però non credo sia così comune che in un romanzo per adolescenti si parli così tanto del concetto stesso di morte. è dovuto sicuramente alla storia personale dell’autrice, detto ciò resta tale apparente contraddizione. Apparente, appunto: nonostante un’aura di morte che lo circonda da sempre, Harry se la cava da solo imparando dai propri errori ma anche da buon ad
olescente affidandosi all’istinto… e alla fortuna che come si sa aiuta gli audaci.

8.    HP è inglese. Nel senso che la storia è profondamente figlia di quella terra, e non per niente gli accenni al resto dell’Europa o del mondo sono rari. Son libri quindi che consiglierei a tutti: partendo dal primo ovviamente. Purtroppo, c’è da dire che la traduzione all’italiana è veramente troppo all’acqua di rose. L’editore, preoccupato di poter piacere al pubblico giovane, semplifica tutto, traduce nomi di persone quasi a caso facendo perdere il piacere dei dettagli linguistici, minimizza addirittura i conflitti in nome della razza facendo perdere al lettore italiano anche la portata e l’importanza di tale suddivisione profonda nel mondo magico (parlo della mancata traduzione del termine “mudblood”). Insomma, provateci a leggerlo in lingua originale, si farà un po’ di fatica all’inizio ma sarà meglio apprezzato 

 

B. Jones, “Sappiano le mie parole di sangue”

Una delle mie ultime letture è stato il "quasi-romanzo" di Babsi Jones "Sappiano le mie parole di sangue".

"Quasi romanzo" lo dice del suo lavoro l’autrice in una botta di umiltà direi, perchè direi che la dignità di romanzo ce l’ha eccome, a differenza di tante altre ciofeche che si leggono in libreria. Più che degno perchè l’opera ha uno stile brillante, una narrazione non banale bensì molto coinvolgente. "Sappiano le mie parole di sangue", citazione dall’Amleto ("My toughts be bloody"), è perfetto come titolo per proiettarci nella vicenda della minoranza serba in fuga dal Kosovo. Come "Manituana" dei Wu Ming è un altro romanzo "dalla parte sbagliata della storia", cioè scritto in memoria / in onore / con la prospettiva dei vinti, in questo caso dei serbi, il popolo che era più numeroso della ex Jugoslavia, quello che deteneva il potere, e che alla fine è stato scelto dalla comunità internazionale e dai media come capro espiatorio, l’unico popolo che compiva nefandezze mentre gli altri poverini subivano. La parola che ricorre nel romanzo è "pogrom": si torna sempre lì, ogni società ha bisogno del Nemico, qualcuno su cui scaricare il fato avverso, le inefficienze, la propria rabbia o insofferenza. Insomma, un romanzo di parte e l’autrice non lo nasconde, non erano santerellini i serbi come non lo saranno stati i kosovari, i bosniaci islimaci o i croati. Però almeno il romanzo ci ricorda sempre che la realtà è sempre più complessa di come ci appare o di come veniamo informati. La storia della ex Jugoslavia è stata indubbiamente una storia tragica e la tesi del libro – che l’ultima guerra del Kosovo è stato l’atto finale di una guerra jugoslava iniziata con l’occupazione nazifascista del 1941 , una sanguinosa guerra civile già allora. Una tragedia ha da un secolo aleggiato sulla terra al di lù dell’Adriatico, pensando che anche la 1° Guerra Mondiale è nata a Sarajevo. Il romanzo di Babsi è pessimista, alla fine non c’è scampo, non c’è redenzione, la guerra civile si nutre di un’odio coltivato da secoli. E la vicenda Kosovo a livello internazionale non è ancora chiusa. Chi legge il romanzo, alla fine non può che temere che ora ci sia solo una pallida tregua prima della prossima tempesta.