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B. Jones, “Sappiano le mie parole di sangue”

Una delle mie ultime letture è stato il "quasi-romanzo" di Babsi Jones "Sappiano le mie parole di sangue".

"Quasi romanzo" lo dice del suo lavoro l’autrice in una botta di umiltà direi, perchè direi che la dignità di romanzo ce l’ha eccome, a differenza di tante altre ciofeche che si leggono in libreria. Più che degno perchè l’opera ha uno stile brillante, una narrazione non banale bensì molto coinvolgente. "Sappiano le mie parole di sangue", citazione dall’Amleto ("My toughts be bloody"), è perfetto come titolo per proiettarci nella vicenda della minoranza serba in fuga dal Kosovo. Come "Manituana" dei Wu Ming è un altro romanzo "dalla parte sbagliata della storia", cioè scritto in memoria / in onore / con la prospettiva dei vinti, in questo caso dei serbi, il popolo che era più numeroso della ex Jugoslavia, quello che deteneva il potere, e che alla fine è stato scelto dalla comunità internazionale e dai media come capro espiatorio, l’unico popolo che compiva nefandezze mentre gli altri poverini subivano. La parola che ricorre nel romanzo è "pogrom": si torna sempre lì, ogni società ha bisogno del Nemico, qualcuno su cui scaricare il fato avverso, le inefficienze, la propria rabbia o insofferenza. Insomma, un romanzo di parte e l’autrice non lo nasconde, non erano santerellini i serbi come non lo saranno stati i kosovari, i bosniaci islimaci o i croati. Però almeno il romanzo ci ricorda sempre che la realtà è sempre più complessa di come ci appare o di come veniamo informati. La storia della ex Jugoslavia è stata indubbiamente una storia tragica e la tesi del libro – che l’ultima guerra del Kosovo è stato l’atto finale di una guerra jugoslava iniziata con l’occupazione nazifascista del 1941 , una sanguinosa guerra civile già allora. Una tragedia ha da un secolo aleggiato sulla terra al di lù dell’Adriatico, pensando che anche la 1° Guerra Mondiale è nata a Sarajevo. Il romanzo di Babsi è pessimista, alla fine non c’è scampo, non c’è redenzione, la guerra civile si nutre di un’odio coltivato da secoli. E la vicenda Kosovo a livello internazionale non è ancora chiusa. Chi legge il romanzo, alla fine non può che temere che ora ci sia solo una pallida tregua prima della prossima tempesta.

Romanzi di montagna appenninica

Gli ultimi 2 romanzi letti sono diversi tra loro, eppure una cosa in comune. E perfettamente in topic con la tendenza montanara di questo blog. Parlo de "Il brigante", di Marco Vichi, e "Macaronì" di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini.

Il primo è sostanzialmente una raccolta di racconti sulla Toscana dei secoli passati, tra Sette e Ottocento. Storie di povertà e ribellione, sullo sfondo delle montagne e delle campagne di allora.

Il secondo invece è un giallo "anomalo", ambientato in una zona che potremmo individuare nella valle del Reno sul confine nel mezzo della parte più impervia dell’appennino toscoemiliano. Il maresciallo dei carabinieri protagonista si trova a indagare su un insieme di omicidi strani e apparentemente slegati, in un paese freddo di clima e di umore e abitato da ex-emigranti, operai destinati alla semplice sopravvivenza giorno dopo giorno in una terra – tipo quella della Pavana residenza del Guccio – che offre sempre troppo poco.

Leggere questi romanzi aiuta a capire cos’era la montagna un tempo. Quando non c’erano le strade, e la gente si muoveva faticosamente per sentieri e mulattiere temendo briganti e intemperie. Quando la montagna non offriva niente di più che castagne e legname e bisognava arrangiarsi per sopravvivere. E magari abbandonare i luoghi natii e andarsene altrove.

Viene da pensare alla montagna moderna, sempre ugualmente poco abitata ma che già offre di più , magari grazie a noi turisti trekker, runner o sciatori. Spesso vediamo le nostre montagne violate da megaimpianti di risalita e noi cittadini magari storciamo la bocca, ma viene da pensare a cosa sarebbe la montagna senza turismo. Qualcosa di molto simile, di molto povero, a quanto si legge in questi romanzi.

Quando partecipo alle ecomaratone appenniniche come Marsi Ventasso o dei Laghi osservo quei paesini che ci accolgono a festa; mi immagino come fossero 50 o 100 anni fa, probabilmente desolati, scarsamente abitati, da gente che vive isolata quasi in autosufficienza.  Mi rendo conto che noi "di città" siamo qualcosa di sostanzialmente estraneo a quei luoghi, persone che non appartengono ai monti ma che ugualmente veniamo accolti con una semplicità, una dignità e una cortesia cui non siamo più abituati nelle nostre frenetiche città. Forse gli abitanti delle montagne vedono in noi rispetto e amore per quelle loro terre, peccato che però non tutti lo dimostrano.

Letizia Muratori, “La vita in comune”

Ho acquistato questo libro d’impulso sull’onda delle ottime recensioni di Wu Ming1 e Giuseppe Genna (tra l’altro, 2 esempi di come si dovrebbe fare una buona recensione di un romanzo: vedi link).

Alla fine, non è che le condivida poi molto. In 2 parole, non mi ci sono appassionato a questo romanzo. è una bella storia, un confronto impietoso tra la “famiglia” tradizionale italiana di matrice borghese, apparentemente statica e felice ma che in realtà sotto l’ordinaria amministrazione trasuda veleni, malignità e insofferenza per i grandi dissapori ma anche per insopportabili tic quotidiani; e, diciamo così, un concetto di famiglia più evoluto, più moderno se vogliamo, dove non sono i legami di sangue che contano ma i legami affettivi, le esperienze comuni, i ricordi, la quotidianità. Anche tra persone apparentemente slegate e diverse tra loro. Bella e suggestiva la narrazione a 3 voci dei protagonisti, stilisticamente c’è da dire che l’autrice è molto brava, manca però qualcosa, come se il romanzo non fosse riuscito a pieno. Troppe volte dà l’impressione che certi episodi, certi accadimenti, siano poco funzionali ma appesi, un po’ slegati dal contesto. E certi altri, come il rapporto maturo ma ancorato ai ricordi giovanili tra Isayas e Tina, troppo poco approfonditi, come se in realtà tale relazione si basi su quanto c’è stato prima, e non su quanto c’è ora e quanto si sogna o si pensa ci sarà poi. Insomma, non un libro da dimenticare, ma un libro che da parte mia sarà presto dimenticato, purtroppo. Càpita.

Il passato è una terra straniera, di G. Carofiglio

Scrivo qualcosa sui tanti libri letti quest’estate. Inizio con questo del celebrato (e da me molto apprezzato) Gianrico Carofiglio (per gli ignoranti, http://it.wikipedia.org/wiki/Gianrico_Carofiglio)

Lo conoscevo per i libri legal-thriller sull’avvocato Guerrieri, questo l’avevo comprato per scommessa salvo scoprire che aveva vinto il Bancarella… dopo averlo letto. Un libro eccellente, scritto divinamente: una storia torbida, fumosa, di un giovane di buona famiglia e buoni studi di diritto che, conosciuto un amico baro con la passione delle carte e di una vita che è tutta una scommessa, si lascia prendere da una vita che prima riteneva lontana anni luce. A parte il tema classico, sul fatto che in ognuno di noi è presente un altro forse a noi sconosciuto capace di cose che riteniamo apparentemente lontane da noi, dicevo a parte ciò l’opera ti prende, ti appassiona, non si sa dove andrà a parare perchè da certe vicende che travolgono ci si può aspettare di tutto, dalla tragedia al ritorno alla normalità. Il protagonista scopre così un lato oscuro di sè stesso, ed è questa consapevole e desiderata estraniazione rispetto al proprio precedente essere che cattura il lettore. Il romanzo, dopo il suo zenit raggiunto col viaggio a Valencia, cala un pò nel finale forse, ma senza perdere il filo e senza sembrare raffazzonato. Opera magistrale , Carofiglio indubbiamente una gran penna. Consigliatissimo

“La Profe- Diario di un insegnante con gli anfibi”, di A. Landi – blog + libro

Un giorno una Profe appena assunta in ruolo va alle medie ad insegnare, dopo anni di precariato e di scuole superiori. Decide di sfogarsi aprendo un blog e raccontando le proprie avventure alla cattedra, i propri “combattimenti” contro studenti vivaci, genitori incarogniti, colleghi stressati. E anche un pezzetto di sé. Un giorno il blog viene visto da un famoso editore, che decide che è il caso di farci un libro. Che esce, che porta la Profe alla ribalta mediatica in radio, TV (con Buttafuoco e Buttiglione) e sui giornali. E un blog che resta frequentatissimo, con cifra da paura. Come è possibile tutto questo?

Possibile data la particolarità dell’autrice, senza dubbio. La Profe, vero vulcano di energia, è un catalizzatore di sentimenti. Una persona che parlando con intelligenza ragione ed acume di sé e della propria vita tocca corde emozionali vive in tutti. Un catalizzatore di emozioni, insomma, che a quanto si legge è capace di farsi benvolere da studenti zucconi e anche da chi tra colleghi e genitori ha quel poco di apertura mentale da comprendere che fare scuola in un modo migliore non solo è possibile ma deve essere un obiettivo. Figuriamoci poi dai bloggher, veri e propri fan che hanno affollato la presentazione ufficiale del libro alla Edison di Firenze sabato 30 giugno (c’ero anche io, lo confesso, a raccogliere una dedichina della Profe…).

Il libro, vero estratto del blog, fa ridere a crepapelle, fa riflettere sulla nostra società e sui relativi “valori”, sovente fa commuovere. Il blog fa scompisciare dalla risate, è una droga internetica che ti prende con sé e ti porta via. Da mettere nei preferiti e assumere quotidianamente.

“Nelle mani giuste”, di G. De Cataldo

De Cataldo ci propone un po’ il seguito del suo celeberrimo e grandioso “Romanzo Criminale”. Lo fa spostandosi nel tempo di una decina di anni circa, fino ai primi anni ’90, periodo tormentato nella storia dell’Italia contemporanea. Non ci sono più i personaggi della Banda della Magliana, naturalmente. Ne restano altri, che si muovono però in ambienti totalmente nuovi, che nel precedente romanzo erano appena tratteggiati. Ambienti dell’alta finanza, della mafia, della politica. L’epoca di Mani Pulite, Tangentopoli, le stragi di mafia. Periodo scottante senza dubbio, per questo motivo si può dire tranquillamente che De Cataldo pure stavolta decide di sguazzare nel torbido e affrontare di petto quegli anni così terribilmente vicini a noi che sembrano quasi cronaca. Restano i bellissimi personaggi di Scialoja, di Patrizia, vero motore della vicenda, e su tutti aleggia il mito di un personaggio che non opera più ma che ancora riesce da morto a tessere tele, il Vecchio. Giocando su vari piani, su varie vicende, De Cataldo mostra quanto fu poco “governato” quel periodo, quanto in realtà fosse quasi un teatro preparatorio a nuovi poteri emergenti (quello di Berlusconi, quello della sinistra ex-PCI, mirabilmente rappresentati da Carù e Argenti), teatro scosso da una mafia che tentava un ultimo colpo di coda prima della fine dei propri capi Riina e Brusca. E nel racconto del vecchio democristiano si comprende che gli anni a venire non saranno affatto migliori (della serie: aridatece la DC).  Esemplare il racconto delle vicende delle stragi di Roma Milano e Firenze descritte direttamente dai dispositivi delle sentenze del processo di Firenze. In tutto questo, De Cataldo riesce ad essere capace di mischiare stili narrativi diversi, sia riportando le fredde descrizioni processuali dei fatti sia altrove descrivendo vividamente a caldo le emozioni di personaggi importanti come Maya o Valeria. Non solo narratona e romanziere, quindi, ma grande scrittore. Divertente il giochino cui viene sottoposto il lettore, quello di riconoscere dietro pseudonimi certi personaggi con chiari riferimenti a persone reali vive o morte (Carù-Ferrara, Donatoni-Gardini).

“American Tabloid”, di James Ellroy

Ellroy è l’autore di capolavori del noir americano – genere che come si vede prediligo, accanto a quello italico – spesso trasposti al cinema, come l’immenso (film) LA Confidential. Questo dubito che lo vedrò sul grande schermo. Politicamente scorretto, l’avesse scritto un italiano si sarebbe detto "ecco un antiamericano". A partire dall’esordio, "l’America aveva perso la verginità già prima del viaggio di andata", facendo riferimento all’evento fondatore degli USA, lo sbarco dei Padri Pellegrini. Un libro che è una mazzata su certe vicende oscure dell’America, ma che ci riguardano ancora oggi che continuiamo a parlare della Cuba comunista o di chi ha ammazzato Kennedy. Mirabile per ricerca storica e capacità di congegnare l’intreccio narrativo, naturale che poi autori nostrani come De Cataldo e i Wu Ming lo ritengano quasi un modello di come si scrive un romanzo. Occorre segnalare i fantastici personaggi, impossibili da non adorare nella loro perversità , creati dalla mente di Ellroy, gli indimenticabili Ward Littel , Kemper Boyd e Pete Bondurant.

Da leggere, soppesare, sfogliare, risfogliare, e meditarci su.

Manituana, di Wu Ming. Recensione a caldissimo

Usciti dalla lettura di questo romanzo si è un po’ straniti. Specie se si è fan dei Wu Ming e si sono amati i precedenti 3 romanzi. Perché alla fine salta agli occhi che questo romanzo appare lontano da noi, appare distante dall’Italia presente. Mentre le precedenti opere trattavano direttamente dell’Italia e dell’Europa, di questo periodo storico o di uno antecedente,  questo invece ci appare lontano, geograficamente e culturalmente. Siamo lontani dal grande affresco storico-avventuroso che era Q, o dal grande panorama dell’Italia del dopoguerra che era 54, per non parlare di un semi-autobiografia come Asce di Guerra, vera operazione di memoria storica. Vabbè, mi direte, “Manituana” parla di indiani Irochesi nel ‘700, di indiani nei film ne abbiamo visti, abbiamo letto Tex, degli USA sappiamo tutto ecc Beh, non scherziamo.

Quello che fa sembrare “Manituana” un passo molto avanti nella produzione letteraria dei Wu Ming  è proprio la base, il succo del romanzo. Il racconto di una epopea drammatica, l’ultima difesa delle popolazioni della Confederazione delle 6 nazioni dei propri territori. Come, guidata dai protagonisti del romanzo, si schiera con i lealisti inglesi e con il re Giorgio III. Scegliendo però la parte che si rivelerà perdente. Sembrerebbe una storia completamente avulsa dall’Europa. Esclusa però la parte centrale, ambientata in Inghilterra, dove i veri protagonisti sono la Londra sudicia e puzzolente, la nobiltà che vive in un mondo tutto suo e che accoglie gli indiani d’America quasi come personaggi esotici e non come messaggeri di un mondo che sta per finire, latori inascoltati della missiva “una nuova potenza economica politica e militare sta sorgendo, perché ve ne state a incipriarvi il naso?”

Nel racconto di questa epopea sta forse il limite di “Manituana”. In una certa mancanza di ritmo, di forza e unità narrativa nel suo complesso, di capacità di appassionare. Vari momenti in cui la narrazione si prende delle pause, per poi ripartire concitatamente magari con altri personaggi e in altri luoghi. Un po’ sorprendente questo, ripensando a Q e 54, alla loro forza e solidità. Certo, giudicare un autore confrontando le varie opere non è neanche correttissimo. Ma a questo punto, urge dire che un’altra cosa salta agli occhi in questo romanzo, e che a mio avviso lo contraddistingue. È il forte messaggio politico che ne esce fuori. Direi che lo possiamo definire il romanzo finora maggiormente sociale e politico dei Wu Ming, anche più di “Asce di Guerra”. Leggi “Manituana” e pensi, pensi continuamente, “Manituana" è un motore che fa girare gli ingranaggi del cervello, e rappresentando un pezzo di storia visto dalla parte di “chi perde” esso diventa un allenamento del pensiero, una sorta di esercizio sul cercare di valutare eventi e fatti anche da altri punti di vista e sul non fermarsi all’apparenza. Come se gli autori, facendo un passo oltre nella loro produzione, esigessero un passo ulteriore anche al lettore, un maggior lavoro di comprensione: aspetto amplificato forse dalla presunta lontananza di luoghi idee e vicende dall’Italia. E ciò magari spiega anche un minor valore di “intrattenimento” di “Manituana” rispetto ad altre opere wuminghiane.

Pensi a quanti riferimenti velati e nascosti ci sono alla contemporaneità. Un po’ paradossale questo, trattandosi di una storia del periodo coloniale dell’America, come detto così lontana da questo tempo e questo luogo. Ma leggi di come inizia una guerra, e pensi che tutte le guerre iniziano in fondo così, anche oggi. Annusi l’atmosfera di quello scorcio di New England di fine ‘700, e già vedi in nuce come sorgerà e come si svilupperà la nazione dominante degli ultimi 100 anni nel mondo, in tutta la sua grandezza e in tutta la sua miseria, con i suoi miti e le sue contraddizioni. Ti sorprendi a leggere della Londra miserevole o nobiliare del XVIII secolo e ti pare una grandiosa metafora dei paesi ricchi di oggi, dove le guerre lontane appaiono ancor più lontane e la probabile scomparsa di un popolo e di una cultura non è un problema, non riguarda, non interessa, anzi per qualcuno può essere una opportunità, un modo per accumulare ricchezze e potere. E chi non la pensa così, magari è pazzo, è un emarginato, è un violento (almeno così si potrebbero interpretare le vere incursioni che sono i Mohock londinesi). Inorridisci di fronte all’orrore e alla violenza perpetrati da entrambe le parti nel corso della Rivoluzione Americana e ammetti a te stesso che è così da sempre e sarà così per sempre  purtroppo in ogni guerra e scontro, tripudio di violenza sangue orrori di ogni sorta, orrori rappresentati con un realismo e una crudezza veramente magistrali . E’ qui che sta forse la maggior grandezza del romanzo. Ma a parte tutto è doveroso riconoscere ai Wu Ming una grande capacità di raccontare la Storia e di dimostrare come essa, in fondo, si ripete, fa continui riferimenti a se stessa, si cita a ripetizione. Anche quando quella che si racconta non è la Storia raccontata dai vincitori e diffusa verso chi non ha voglia di approfondire, di porsi un dubbio. La vicenda di “Manituana” non sarà quindi forte come altre raccontate dai Wu Ming ma è comunque una potente ascia da guerra disseppellita.  Sorprende casomai alla fine quell’opprimente sensazione di negatività che permea il romanzo, quel muoversi dei personaggi come già consapevoli che nulla sarà più come prima e che toccherà ricominciare altrove e in altro modo per riconquistare il diritto alla speranza. Viene quasi il dubbio che gli stessi autori con gli anni siano diventati più pessimisti.

L’oggetto “Manituana”, infine, non deve essere considerato solo un romanzo a se stante. Non può prescindere a mio avviso dai racconti paralleli (prolegomeni) che sono una buona introduzione a molti aspetti trattati, e sarebbe opportuno associare, nel corso della lettura, a una visione su Google Earth dei luoghi e delle antiche mappe del New England di età coloniale. Per rendersi conto anche di luoghi e distanze. Come sempre gli autori si dimostrano in questo, e parlo quindi del sito www.manituana.com (con il ricchissimo secondo livello riservato a chi concluso il romanzo, ricchissimo di spunti, riflessioni, materiale non pubblicato, link, discussioni) come la moderna letteratura può essere fatta non solo da carta ma anche da supporti paralleli come può esserlo un sito web, una newsletter come Giap, lo studiare la geografia dei luoghi di un romanzo su mappe al computer.

E come per tanti libri ritengo che “Manituana” in fondo non si possa esaurire a una sola lettura. Rileggerlo saltando da un capitolo all’altro, spizzicando brani qua e là,  è doveroso, tanto più in un romanzo come questo dove i riferimenti i luoghi e gli stessi nomi dei personaggi sono molteplici. Per questo la presente recensione non può essere che un commento a caldo. Perché questo romanzo, e il sito collegato,  quando finisce ti lascia con la sensazione di essere talmente ricco da dover essere ancora spizzicato qua e là, assaporato per sondare i vari retrogusti, per poter alla fine dire di averlo esplorato tutto. La seconda lettura incombe.

IT, di S. King

Dopo una 15ina di anni ho testè finito di dare una veloce rilettura a quel librone immenso che It, di Stephen King. Mi ricordo ancora quando me ne parlarono una lontana estate di quando avevo 19 anni, e me lo descrissero come olte 1000 pagine di libidine. Giudizio che confermai in pieno dopo averlo letto, divorato, 1100 pagine in 4 giorni più o meno.

King è abilissimo a parlare all’adulto facendolo tornare adolescente, facendolo ripensare all’età dell’innocenza (più o meno…). It è sicuramente una summa dell’opera di King, forse ancor più de l’ombra dello scorpione.  Personaggi descritti divinamente, la cittadina dei delitti affrescata alla grande (è lei, Derry, il protagonista del romanzo: non IT, non i ragazzi, solo la cittadina la cui storia di sangue è dipinta così vividamente). Da rileggersi o rispulciare qua e là, ogni tot anni

Faletti – Fuori da un evidente destino

Lessi il primo romanzo di Faletti, "Io uccido", con un bel pò di
scetticismo. Nel corso della lettura mi ricredetti: era dotato di un buon
ritmo, era riuscito a creare una situazione di un bel pò di suspence, pareva
proprio un buon giallo moderno anche se molto cinematografico. Il secondo
romanzo mi piacque decisamente meno pur confermando l'idea che mi ero fatto
che quantomeno Faletti era in grado di scrivere con gran ritmo, i capitoli
si leggono tutti d'un fiato con la curiosità di sapere cosa succederà dopo.
Nel terzo romanzo si conferma ancora quest'abilità di Faletti, anche se
presente in misura molto inferiore. Il romanzo inizia con un ritmo
decisamente basso e la stessa conclusione sembra affrettata e capitata quasi
per caso. Inoltre, cosa ancora più grave, Faletti cerca di mettersi in gioco
ambientando la vicenda nel mondo degli attuali Dinè (gli indiani Navajos
dell'Arizona, per intendersi), per cui mi veniva in mente Lansdale quando
diceva che uno scrittore scrive bene delle cose che conosce. Faletti si è
quindi documentato su certe vicende Navajo come chiunque potrebbe fare nel
mondo internetico di oggi, non dico che absta Wikipedia per avere una
infarinatura ma quasi. E dentro il mondo delle leggende Navajo fa succedere
una vicenda "gialla" che però ha il sapore del già letto, come fosse un
raccoglitore di clichè tipici di tanti romanzi (il protagonista che riscopre
il mondo e le tradizioni dei propri padri, che riscopre il vecchio amore e
il figlio che non sapeva di avere, il cattivone che subisce la meritata
punizione che poi è una punizione pure per i propri avi, il figlio del
cattivone che redime il sangue della propria stirpe schierandosi con i
buoni, ecc ecc) che già ci si immagina ai due terzi di romanzo come andrà a
finire. Un deciso passo indietro di Faletti che già nella sua seconda opera
era andato a scomodare eventi "misteriosi" e "soprannaturali" per dipanare
la matassa. Dopo aver riflettuto su tutto questo mi è tornato in mente che
del suo primo romanzo e che resta sicuramente il migliore, "io uccido", non
mi ricordo più nè come si sbrogliava la matassa nè chi fosse l'assassino. E
pensando a ciò mi tornavano alla mente tante intricate trame di emeriti
giallisti quali Agatha Christie e S.S. Van Dine, di cui a distanza di anni
mi ricordo i nomi dei personaggi e le intricatissime trame con delitti della
camera chiusa. Faletti, bocciato: prego ripassi le prossime volte, affronti
la scrittura con maggiore umiltà e si ripassi i classici del giallo.

Joe Lansdale – Ciclo di Hap & Leo


Con Rumble Tumble ho terminato di leggere la serie dei romanzi di Hap
Collins e Leonard Pine di Joe R. Lansdale. L'originalità, la bellezza della
serie sta essenzialmente nei due protagonisti, tanto irreali e bizzarri da
sembrare assurdi. Il susseguirsi di vicende senza capo né coda è esilarante,
ne capitàno di tutti i colori alla coppia più famosa del Texas orientale.
Hap, bianco, progressista, romantico e malinconico ma anche un eccellente
cecchino col fucile e esperto di arti marziali. Leo, nero, gay, repubblicano
e liberista, cinico e duro ma fedele all'amicizia vera con Hap, con cui
condivide l'esperienza nella lotta e nelle arti marziali, cosa che li caverà
dai pasticci più di una volta.
Leggere un qualsiasi romanzo della serie, per il lettore italiano medio, è
una esperienza al limite dello sconvolgente. Ritmo indiavolato, parolacce e
turpiloquio, sparatorie e inseguimenti, storie e personaggi completamente
fuori dagli schemi. Letto il primo gli altri in genere vengono di
conseguenza. E dire che il clichè è simile in quasi tutti i romanzi del
ciclo: la presenza di una donna che catalizza gli eventi (tranne un caso,
dove la vicenda viene iniziata dal fidanzato di Leo), lo svolgimento di una
indagine o una azione o il compiersi di una ricerca, la conclusione finale
dove si tirano le somme e il finale a sorpresa ci scappa più o meno sempre.
Protagonista indiscusso della storia è il Texas orientale, patria dei 2 ma
anche di Lansdale (e di tutte le sue opere) e le storie, le persone che lo
popolano, il razzismo ancora strisciante, echi di Ku Klux Klan, avventurieri
e criminali di ogni risma.
È così che van letti questi romanzi: il profondo in loro è solo il ritratto
di una regione dalla natura spesso selvaggia e di una società ancora rurale
e che non si arrende al mondo moderno, ma conserva ancora i tratti e le
tradizioni antiche. Storie divertenti, dove basta solo farsi prendere dalla
curiosità di vedere in che pasticci finiranno i due protagonisti e come
sapranno cavarsela.
Il ciclo è composta da 7 romanzi, tutti editi in italia (ma il secondo,
Mucho mojo, che è quello più "giallo", è introvabile), che andrebbero letti
in sequenza ma anche se non lo si fa poco importa e il filo regge lo stesso.
Solo gli ultimi 2, Rumble Tumble e Capitani Oltraggiosi, perdono forse un
poco della verve che si notava specialmente in Mucho mojo e Il mambo degli
orsi (nettamente i migliori della serie).

P.S.

Tempo fa alla Feltrinelli di Firenze partecipai a un incontro con Joe Lansdale. Una persona veramente alla mano che ha saputo dialogare simpaticamente col pubblico – con la mediazione del suo traduttore ufficiale Seba Pezzani , che l’inglese con accento texano del nostro è abbastanza incomprensibile. Raccontando del suo ultimo romanzo, Echi Perduti che non è affatto male specie nel finale, ha detto una grande verità: che uno scrittore fa bene il suo lavoro quando scrive di cose, situazioni, argomenti, luoghi che conosce. Quando va oltre, rischia di sbagliare. Grande dichiarazione di umiltà e modestia a mio avviso, per cui da parte di Lasdale concentrarsi sulle vicende texane non è da considerarsi un limite.

A parte ciò, fra le mille cose che avrei voluto chiedergli alla fine ho posto la domanda:

"Come le sono venuti in mente due personaggi così bizzarri come Hap e Leo?"

Lui prima ha detto ironicamente che non sono bizzarri, comunque che persone così dalle sue parti ne esistono. CHe Leo prende spunto da alcuni suoi conoscenti, mentre – tutto sommato era ovvio – Hap Collins è Joe R. Lansdale stesso.

Cominciamo

Ecco un bel primo e inutile post di prova. Dopo aver provato svariate forme di comunicazione internetica, vediamo anche come ce la caviamo col BLOG!

Visto che deve essere un diario, parliamo di qualcosa fatto oggi.

Stato in libreria, dove dopo svariate indecisioni alla fine ho optato per acquistare "la scimmia di pietra", giallo-thriller di Jeffery Deaver (perchè mi sono accorto che sul comodino giace un episodio della stessa serie di Lincoln Rhyme ma successivo) e una delle tante opere di quello che mi piace maggiormente adesso nella letteratura italiana, ovvero il noir – per la precisione, "è stato un attimo" del mitico Sandrone Dazieri .

Solo che la pila di libri sul comodino sta aumentando a vista d’occhio, nonostante ne
legga in quantità. Forse la causa sta nel fatto che buona parte del mio stipendio cade soventemente nelle mani di astuti librai???