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Sette bambini

Tra i miei vicini di casa, nel piccolo paesino di campagna dove abito, ci sono 4 coppie giovani. In tutto hanno 7 figli.
I 7 bimbi si chiamano Alessio, Gaia, Luca, Cesare, nomi così. La mattina prendono il pulmino che li porta a scuola nel capoluogo, nel pomeriggio giocano nei giardini davanti e godono del piacere che può dare crescere nella natura. I genitori spesso li richiamano all’ordine gridando a squarciagola i loro nomi.
I 7 bimbi sono indistinguibili, parlano e vestono allo stesso modo, sono piccoli ma si intuisce l’accento fiorentino.
Eppure solo uno è italiano.
Non sono un fan dello Ius Soli, come è qualcuno nella sinistra radicale, in questo e solo in questo adoratori del diavolo USA. Ma ancor meno sono un fan dello Ius Sanguinis, che distingue tra chi cittadini di serie A e di serie B, con l’unica differenza posta su chi fossero gli antenati.
Che senso ha? Come potrebbe essere il pro-pro-nipote di un emigrato in Argentina essere più italiano di uno che ha fatto le scuole in Italia, uno i cui genitori pagano le tasse e uno su cui lo stato ha investito in termini di salute e cultura? La differenza mi sembra enorme, ed anormale.

I 7 bimbi figli dei miei vicini sono indiscutibilmente italiani, anche se dubito siano tutti cattolici. Eppure per la carta di identità non lo sono.
C’è chi va dicendo che questa legge sulla cittadinanza è una minaccia alla sicurezza. Cioè, vorreste dirmi che quei 7 bimbi saranno in futuro un problema se gli diamo la cittadinanza italiana? E che se non gliela diamo invece non saranno un problema? E’ evidente ci sia un problema di logica. O forse, di carenza di facoltà intellettive.

Diciamo la verità, fuor dai denti. Che questo paese è ancora quello del 1939. Quello che anche se non inneggiò alle leggi razziale , in realtà lasciò correre, tanto non lo riguardava, quindi chissenefrega. E’ sempre lo stesso paese la cui cultura è stata forgiata dal ventennio, la cultura che divide le persone in popoli, che ai popoli associa un colore della pelle, vari luoghi comuni e una e una sola religione. E’ il paese di quelli che a Balotelli gridavano “Non esistono negri italiani”. Che quest’ultima frase la pensano davvero, e che se anche riconoscono al calciatore e a quelli come lui un diritto di cittadinanza, credono comunque che sia una cittadinanza di serie B, ottenuta per un colpo di fortuna invece che per il merito dei propri avi.

Non che adori la legge che stanno discutendo: lo Ius Soli (che non è assoluto ma molto temperato) non è detto sia correttissimo, nel caso il bambino si trasferisca altrove. Lo Ius Culturae invece è innovativo e azzeccato: cresci e studi qui? Finisci le elementari? E’ ovvio, deve essere ovvio che tu saresti italiano. Anzi, agli stranieri che chiedono la cittadinanza italiana personalmente richiederei non solo la residenza ma anche un minimo di cultura italiana (linguistica e storica) – ma credo che i sostenitori del terzomondismo senza se e senza ma si arrabbierebbero.

Il succo è che i contrari alla legge mischiano il substrato culturale in cui sono cresciuti loro o i lori genitori – che lo straniero è nemico, fino a prova contraria, soprattutto se la pelle è scura ( strano che nessuno sia razzista coi norvegesi ) – alla incapacità di accettare che il mondo è cambiato e non servirà innalzare muri terrestri o valli marini a bloccare un progressivo inevitabile mescolamento di caratteri genetici, culture, colori, lingue. Fenomeno che va governato e controllato, ma a cui opporsi non ha alcun senso, nè possibilità alcuna di successo.

Comunque vada, i figli dei miei vicini prima o poi saranno italiani, anche di diritto, oltre che de facto: perchè SONO italiani, si sentono italiani, anche perchè i loro genitori stranieri parlano loro solo e soltanto in italiano. Quindi, perchè ostacolare l’inevitabile? Solo per rassicurare le proprie paure?

Citazioni
– la legge in discussione
– una riflessione di Michele Ainis 

Considerazioni sul prossimo referendum costituzionale

Consiglio a tutti, se già non l’avete fatto, una lettura alla riforma: questo testo a fronte mi pare ottimo e rende l’idea di cosa c’è scritto adesso e di cosa ci potrebbe esser scritto dopo nel caso vincesse il sì http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf

Non importa come votiate o se siate indecisi, vi pregherei di darle un’occhiata. Qualunque esito ci sia, potrebbe cambiare l’assetto politico dei prossimi 5 10 o 20 anni. Trovo abbastanza odiose le tesi “voto sì/no perché lo dice quel politico o quell’associazione” “tu voti sì/no come vota anche questo o quell’altro” “macché referendum, bisognerebbe fare ben altro”: il dibattito, ai massimi livelli politici o sui social network, pare basato più sul tifo che altro. Con la differenza che i tifosi di calcio, nelle loro curve, son ben più critici ed obiettivi verso i propri beniamini.

Ah, voterò sì- e non per questioni di tifo politico come moltissimi, troppi, faranno, col sì e col no. Voterò sì perché davvero non vedo che opportunità in questa riforma, mentre invece vedo molti rischi nell’affossarla.

Se qualcuno non si stanca , vado ad esporre una logorroica considerazione personale favorevole (se poi vi fa stare meglio, datemi pure del PDiota e poi tornate a guardare gattini su facebook: a differenza di molti di voi il PD io non l’ho mai votato)

  1. Una breve analisi politica. Renzi, chi può negare che sia un fanfarone arrogante come pochi? Non sarebbe il primo e non sarà l’ultimo ad essere ucciso politicamente dalle manie di grandezza. Ha sicuramente grandi capacità retoriche, è un grande tattico ma manca completamente di visione strategica nel medio periodo. Obnubilato dal 40% alle europee, circondatosi di yes-man invece di consiglieri capaci,  in vista del referendum avrebbe dovuto fare poche cose, o semplicemente una: volare basso. Intuire che il proprio consenso non è garantito. E quindi avrebbe dovuto per prima cosa fregarsene del referendum sulle trivelle, argomento molto marginale tanto che il quorum non si sarebbe mai raggiunto: quell’invito a stare a casa è stato un errore gravissimo in quanto ha cementato l’alleanza contro di lui. Avesse semplicemente glissato, quel fronte non si sarebbe coeso così presto aggregando l’estrema destra e l’estrema sinistra, la Casta della Prima Repubblica (i De Mita, Pomicino ecc) e il Movimento 5 Stelle, Forza Italia e la sinistra del PD. Unito alla personalizzazione è stato un errore pacchiano, che dimostra che lui è lontanissimo dall’archetipo del politico democristiano silenzioso alla Moro o Andreotti, capace di agire nell’ombra: e più che a Berlusconi, potrebbe somigliare al Craxi premier di 30 anni fa, che però mi ricordo assai più astuto. Anche l’elezione di Mattarella con conseguente rottura con Berlusconi non è stata una gran mossa, col senno di poi. La recente manovra finanziaria smaccatamente elettorale è un segno evidente della difficoltà e della posta in gioco. Se al referendum perderà, per lui saranno tempi grami e ce ne vorrà per ricostruire il consenso: gli italiani non amano gli sconfitti. Nel suo partito le lacerazioni provocate non gli sarebbero perdonate facilmente, e in questi giorni si notano le fortissime tensioni, qualunque sia l’esito. Anche se credo che, per mancanza di altri leader in giro, nel giro di 2-3 anni possa tornare in auge. D’altronde è successo pure a Berlusconi e Prodi in anni recenti. Una speranza ce l’ha: l’ondata anti-casta monta ovunque, e ci sono poche cose anti-casta come fare a meno di 200 e rotti parlamentari.

2.       Cos’è che mi piace della riforma? Varie cose. Le dico perché anche per chi vota sì sono più i mugugni che altro.

a.       Apprezzo la eliminazione del bicameralismo paritario. Ricordo che in Europa non c’è quasi da nessuna parte (c’è solo in Romania, che comunque ha un semi-presidenzialismo. Gli USA poi, sappiamo che c’è il presidenzialismo, e poi non è proprio paritario). E una simil-camera delle regioni c’è in molti paesi. Una Camera unica invece non c’è da nessuna parte in pratica.

b.      A quelli che avrebbero voluto l’abolizione tout-court del Senato, dico che invece è meglio che ci sia. Perché contribuisce all’equilibrio dei poteri, e impedirebbe a una forte maggioranza di fare il bello e il cattivo tempo. Una delle critiche maggiori alla riforma è infatti il paventato rischio della dittatura della maggioranza.. Per come sarebbe eletto il Senato delle Regioni (in maniera proporzionale), invece, sarebbe molto difficile avere una maggioranza robusta in entrambe le camere: la riforma infatti prevede esplicitamente la ripartizione proporzionale dei seggi: praticamente impossibile che un PD o il centrodestra o il M5S possano avere la maggioranza assoluta e fare quel che vogliono. Tendenze autoritarie o distruttive sarebbero un minimo frenate. Le elezioni regionali sarebbero delle mini-elezioni politiche, in cui la maggioranza di governo, se non apprezzata, sarebbe a rischio anche localmente. Potrebbe e dovrebbe continuare a governare con poteri e responsabilità, ma senza poter stravolgere tutto.

c.       Apprezzo la eliminazione del Senato attuale: Senato, dal latino senex, vecchio. Eletti non giovani, obbligatoriamente over 40, e vecchi elettori, che devono avere minimo 25 anni. Questo è un arcaismo osceno, un orrore politico, uno sminuire l’istanza di innovazione dei giovani. In un paese sempre più vecchio e coi pochi giovani stretti tra la crisi e la mancanza di rappresentanza nelle istituzioni, mantenere un obsoleto simulacro della saggezza politica è assurdo e antistorico. Ok, sarebbe un motivo risibile per approvare questa riforma. Però al momento è così, e dopo non sarebbe più così. Aggiungo che proprio per questo motivo, il diverso corpo votante, è attualmente assai probabile che nelle 2 camere ci siano composizioni diverse, cosa che peggiora enormemente la governabilità e la formazione di maggioranze parlamentari solide.

d.      Apprezzo le nuove modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Per come è adesso, su 1000 aventi diritto all’elezione del Capo dello Stato, bastano 501 voti. Per il nostro ordinamento, in cui egli è e dovrebbe essere garante super partes e primo guardiano della Costituzione, è un po’ pochino. E infatti un Napolitano fu eletto con pochi voti, circa il 55%- Invece con la riforma le modalità cambiano, e dal settimo scrutinio servirà il 60% dei votanti. Dato che all’elezione del presidente della repubblica votano tutti, inclusi i senatori a vita, tale cifra sarà comunque molto alta, vicina a un 58-59% degli aventi diritto (ci potrebbero essere più astensioni e assenze, che però conterebbero in pratica come un sì: una opposizione veramente tale potrebbe bloccare ogni nomina non concordata). Ciò servirà a garantire un presidente più bipartisan, accettato da una maggior parte dello schieramento politico. Ok, questo non è garantito, gli insulti a Napolitano da parte di chi lo aveva riletto pochi mesi prima sono a ricordarcelo. Ma è comunque un miglioramento. E soprattutto una garanzia dell’esistenza di un contrappeso nelle istituzioni

e.      Mi piace la nuova disciplina dei referendum, che permette il calo del quorum a quelli con ampio numero di firme raccolte. Aspetto marginale, avrei preferito diversamente, ma mi pare un miglioramento. Allo stesso tempo, ritengo positivo l’ingresso in Costituzione delle proposte di legge di iniziativa popolare.

3.       Per onestà, devo anche ammettere le cose che mi piacciono meno:

a.        in particolare, il nuovo rapporto tra Stato e Regioni. Non che l’attuale mi piaccia. Da federalista convinto devo ammettere che il trasferimento di competenze alle Regioni non ha funzionato. Temo che la questione federalista in questo paese ormai sia morta e sepolta, specie per la fallimentare esperienza governativa della Lega. Potrebbe esser meglio, a questo punto, tornare all’accentramento almeno delle funzioni di interesse strategico nazionale. Il dubbio è che i conflitti tra stato e regioni possano rimanere

b.      Non mi convince a pieno l’elezione indiretta dei senatori, da parte dei consigli regionali. Non certo per l’assurda protesta del fronte del No, dato che l’elezione indiretta esiste in molti paesi, tra cui la Francia (senza contare gli USA, dove venivano addirittura nominati dai governatori). Non mi convince perché l’indicazione dei cittadini sarebbe stata più trasparente, e perché tale strumento avrebbe potuto dare maggior forza alla legge costituzionale. L’unica legge elettorale attualmente in discussione andrebbe però in questa direzione.

4.       Inutile girarci intorno: la presenza di una legge elettorale fortemente maggioritaria è un elemento di forte difficoltà per l’affermazione del sì al referendum. Le leggi elettorali si cambiano, storicamente nessun paese ha una Costituzione dove c’è scritta la legge elettorale (tranne quella di Weimar, sappiamo come finì). Quindi, anche se non è materia di voto, la legge elettorale diventa, anche giustamente, materia di discussione. Personalmente, preferirei il modello anglosassone o francese di elezione dei deputati, a singolo o doppio turno, su ogni collegio, con primarie ma senza preferenze, e senza proporzionalità. In mancanza di questo, l’Italicum non mi dispiace, specialmente il premio per il ballottaggio. Perché:

  1. Assomiglia molto alla legge elettorale dei sindaci. Tale legge esiste da più di 20 anni e bisogna ammettere che ha funzionato. Prima i sindaci e le maggioranze cambiavano di continuo nei comuni, l’azione amministrativa era meno incisiva in quanto necessitava di più mediazione. L’Italicum ci assomiglia. Ed è ridicola l’accusa che potrebbe diventare maggioranza un partito piccolo: sarebbe comunque votato dal 50% e più degli elettori al secondo turno. Sarebbe quindi la scelta della maggioranza ai fini di dare un mandato per governare. La maggioranza che garantirebbe sarebbe comunque minima, non tale da portarla a decidere in modo oppressivo e dirompente.
  2. C’è chi dice che l’Italicum sia incostituzionale. Uno degli aspetti positivi della riforma costituzionale è la possibilità di far giudicare la legge elettorale preventivamente alla Consulta. Ciò avrebbe permesso, in passato, di cassare subito l’orrendo Porcellum. Ciò permetterebbe di cassare dall’Italicum le cose incostituzionali. In generale quindi questo è un altro aspetto positivo della riforma, permette di mettere un freno a una maggioranza che si confezionasse una legge su misura.
  3.  Ritorno sulla tesi che Italicum + Riforma darebbe troppo potere al premier. Per me non lo è, resterebbero vari contrappesi e il Parlamento resterebbe sovrano. Ma anche fosse, lo riterrei positivo. La Riforma in realtà non aumenta i poteri del premier. Ma una legge fortemente maggioritaria, qualunque essa sia, sì. Come dicevo in precedenza, esisterebbe comunque un insieme di poteri che sarebbero comunque un giusto e necessario freno a un possibile premier troppo arrogante (tipo Renzi, o se preferite Berlusconi o Grillo): un presidente della repubblica un po’ più super partes, un senato delle regioni che potrebbe comunque limitare alcune iniziative, una Corte Costituzionale che potrebbe decidere di cassare una legge elettorale, la possibilità di organizzare referendum con un quorum decisamente più basso. E se un giorno tornassimo al proporzionale, più o meno corretto, allora sarebbe decisamente meglio con una sola camera, no?! La seconda sarebbe un di più, completamente inutile.
  4. In questi giorni i fautori del NO parlano non solo di proporzionale, ma anche di eventuali nuove idee di riforma. Premesso che come si è visto anche solo arrivare a una riforma votata in 2 stagioni diverse è complicato e quindi chi dice “facciamo subito altre riforme” fa promesse che non può mantenere, le idee che propongono portano a assetti istituzionali ancora meno equilibrati di questa riforma qui: ad esempio il centrodestra torna alla carica sul semipresidenzialismo e un premier eletto con ancora meno parlamentari, e in più anche il vincolo di mandato (che in tutto il mondo esiste solo a Cuba e in Portogallo), e poi dicono che questa riforma che stiamo per votare “darebbe troppo potere a una persona sola”…. Avere la faccia come il deretano, insomma.

5.        Se vincesse il Sì, quale sarebbe lo scenario peggiore? Direi quello di avere un premier che comanda un po’ troppo. Farebbe così male al nostro paese, un po’ di vera leadership politica? E un po’ di sana alternanza? Ricordiamo che resteremmo comunque molto molto lontani da paesi indubitabilmente democratici come ad esempio il Regno Unito dove il potere del governo è enorme e ci sono pochissimi contrappesi. E’ vero, potrebbe diventare premier anche qualcuno che non ci piace affatto e che non vorremmo mai divenisse tale. Ma l’alternativa qual è? L’inciucio, la grande coalizione permanente? La riesumazione del pentapartito? Ritengo sia giusto che chi vince le elezioni abbia onori e oneri di governo. Che non abbia più l’alibi de “non mi hanno lasciato governare” oppure de “abbiamo la maggioranza in una camera ma nell’altra siamo sul filo e quindi non possiamo fare ciò che vorremmo”. E’ vero, ciò potrebbe aumentare i dissidi in questo paese, la diversità di vedute, lo scontro politico e sociale, la demagogia e il populismo. Ma sono cose che ci sono ovunque, anche negli stati a grande tradizione democratica. Non dovremmo averne paura. Non è maturo averne paura. Non è produttivo averne paura. L’alternativa sarebbe avere governi che amministrano alla giornata e senza una visione di lungo periodo.

6.       Se vincesse il No, quale sarebbe lo scenario peggiore? Già adesso saltano su i fautori di legge elettorali proporzionali. Inoltre una vittoria del No porterebbe instabilità, crisi finanziaria, maggiore spesa per interessi (avete un mutuo a tasso variabile? Ahia). Uno scenario che costringerebbe a varare manovre economiche lacrime e sangue. E poi leggi elettorali tali da NON avere un vincente certo ed acclarato. Vedo già, nel futuro, governi come il fu pentapartito democristiano, altro che Grandi Coalizioni come quelle tedesche. Reggendosi su molteplici stampelle, obbligati ad aumentare la spesa pubblica per soddisfare questo e quello. E conseguentemente, ad aumentare ancora le tasse. Ad un certo punto arriverebbero i disastri dei conti pubblici, il commissariamento internazionale, nuovi governi dei tecnici, nuove finanziarie lacrime e sangue. Poi nuove elezioni, maggioranze simili, stessi modi di governare. Rimandare i problemi all’infinito, caricare ancora più di debiti i nostri nipoti e pronipoti. Ed anche non venisse il proporzionale puro, ci sarebbero comunque leggi e situazioni, come quelle degli ultimi 20 anni, in cui sarebbe molto facile non avere maggioranza e dover stringere accordi con questo o con quello, soprattutto con micropartiti portatori di interessi locali e contingenti senza alcuna visione futura. E’ davvero questo quello che vogliamo?

 L’Italia, lo dicono tutti gli indicatori macroeconomici, è in declino, iniziato da oltre 40 anni e accelerato dopo il 2008, e non ci sono segni di rinascita. Serve un cambiamento di rotta. Odio la demagogia ed è giusto che non si cambi tanto per fare, ed è ovvio che questa riforma da sola non cambierà niente. Ma potrebbe essere la premessa necessaria, una conditio sine qua non, affinché una inversione di rotta ci possa essere. Non è certo un’ultima speranza, figuriamoci, in fondo l’Italia dà il meglio solo quando è messa male. Ma le cartucce rimaste a questo paese sono molto molto poche. Cercherei quindi di creare le premesse per non sprecarle.

Rifondare il referendum

Nel ’90, una delle prime volte in cui potei usufruire del diritto di voto, si verificò per la prima volta un caso particolare: il mancato raggiungimento del quorum in un referendum. Si trattava di referendum sulla caccia, e la delusione fu non poca. Non mi piaceva per niente il “barare” di chi si opponeva al referendum, e sfruttava l’astensione fisiologica mettendola dalla sua parte.
Sono seguiti tanti referendum da allora: per un pò il meccanismo ha funzionato, tipo quando Craxi invitò ad andare al mare nel ’91, o nel seguente pacchetto del ’93 o del ’95 (con la vittoria dei no, ultima volta in cui gli oppositori non si unirono all’astensione: quella scelta di Berlusconi meritò rispetto)
Da fine anni ’90, il disastro, e il quorum fu raggiunto solo nel 2011 e probabilmente solo per l’evento Fukushima

Fa specie che non si raggiunse il quorum per consultazioni su temi molto ideologici e molto personali, da scelta di coscienza , tipo il referendum del 2005 sulla legge sulla fecondazione assistita.
E’ evidente che nella consultazione referendaria c’è qualcosa che non va. Mi ricordo che a fine anni ’90 in molti pensavamo già che il meccanismo fosse completamente da ricostruire e rilanciare. Ci fu chi, il settimanale satirico Cuore, ipotizzò referendum assurdi (tipo “abolire la matematica”) per dare un messaggio politico.

L’astensione è un meccanismo ipotizzato dai costituenti, quindi legittimo. Però falsa le regole del gioco, e in questo è obiettivamente poco dignitoso, è un escamotage non degno di istituzioni autorevoli.
A ottobre voteremo (senza quorum) un referendum costituzionale: io, che appoggerò con forza il Sì, trovo letteralmente osceno che la materia del referendum sia stata toccata ma non in maniera completa. In particolare, non sopporto che per il referendum abrogativo si lasci il meccanismo delle 500mila firme e del quorum del 50% dei votanti, inserendo solo la possibilità di un quorum pari alla metà dei votanti alle politiche nel caso le firme fossero più di 800mila.

Così facendo, si continuerà con questa pantomima, e col “costringere” i contrari a non votare. Onestamente non ho questa stima della democrazia diretta ma avrei voluto tanto un meccanismo simil-Svizzera o -Usa, con nessun quorum ( ma un altissimo numero di firme necessarie per indire la consultazione, a differenza di questi paesi). Sarebbe stato un ottimo compromesso ad esempio fare referendum abrogativi senza alcun quorum ma un numero di firme necessarie pari ad almeno 750mila cittadini, il 50% più di adesso. Magari di più per referendum propositivi (1 milione?)

P.S.
a malincuore quindi non andrò a votare per questo referendum. Mi secca ma farò così, desiderandone la sconfitta. Non mi piace, come non mi piacque perdere i referendum del ’90, del ’99 e del 2005 per mancato quorum. Quanto alle motivazioni, non sono certo di natura politica filogovernativa come per la maggioranza dei partiti (anche se sui social network mi viene dato di pecora PiDiota) ma mi è bastato leggere questo articolo sulle trivelle  e questo sulle energie rinnovabili

Recensione a “Il tramonto dell’Euro”, di A. Bagnai

[Premessa: chi scrive non è un euroscettico, neanche un eurodubbioso, diciamo un eurodeluso che sperava che l’unione non fosse solo meramente monetaria ma anche e soprattutto politica, e non discettasse solo di dimensioni della pizza o degli ingredienti della paella ma anche di salari minimi o standard dell’istruzione o diritti dei contribuenti. Tendenzialmente sono per mantenere l’euro e ho letto questo volume proprio per sentire l’altra campana. Devo dire che questa campana di Bagnai è veramente l’unica ascoltabile nel campo dei “no euro” , pur sovrastata da ciance e grida dei politici cui non interessa niente ma che hanno scorto un buon bacino elettorale in cui pescare o da pseudo economisti che grazie alla litania no-euro hanno ottenuto un posto in prima fila nei dibattiti televisivi]

Nel 2012 ci fu l’aumento dello spread, la lettera della BCE all’Italia, la caduta del governo Berlusconi, Monti, Fornero &co. Fino ad allora l’Italia era il paese più euroentusiasta dell’unione: ora non lo è più, strozzata dalle tasse e dalla crisi. Tanti oltre che euroscettici vorrebbero il ritorno alla Lira, e i partiti che sposano tesi del genere sono sempre di più. Nel 2012 fioccavano libri post e articoli che paventavano scenari da incubo nel caso del ritorno alla Lira. Comparve però anche questo libro di Bagnai, che cerca di smontare quelle tesi.
E ci riesce, o almeno è abbastanza convincente nel farlo. Molto più dei vari Salvini Grillo o La Russa.

L’analisi parte da un rapido excursus di storia economica (Bretton Woods, le crisi petrolifere degli anni ’70, lo SME ecc.) Segue una corposa analisi , abbastanza complessa per chi come me non ha mai studiato macroeconomia all’università, in cui in pratica, basandosi sulla teoria delle aree valutarie ottimali, Bagnai fornisce appigli solidi a chi dice “con la lira saremmo stati meglio”. Anzi, lo saremmo stati senza Euro, senza SME e senza divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (come dire che tanti problemi vengono da lontano).
Questa parte mi è piaciuta molto e mi è parsa, dal basso delle mie conoscenze in materia, anche abbastanza solida
Il succo è: coi cambi completamente liberi la nostra moneta si svaluterebbe secondo quanto dice il mercato e ciò sarebbe bene, questo favorirebbe le esportazioni, l’aumento della produttività e quindi dei salari e soprattutto aumenterebbero i posti di lavoro, mentre i debiti dello stato si pagherebbero stampando banconote, ed anche così la disoccupazione scenderebbe

(dubbio forte che mi perseguita e che non mi pare ben chiarito: ma allora com’è che finchè c’erano i cambi fissi di Bretton Woods l’Italia andava alla stragrande? E soprattutto, svalutando così tanto, non patiremmo troppo in caso di nuova crisi petrolifera come nel ’73 e ’79 ? di petrolio ce n’é sempre meno…. e l’inflazione che ci sarebbe stampando moneta, non segherebbe troppo pensioni e stipendi?)

L’analisi sulle aree valutarie ottimali però mi pare nel complesso solida argomentata e corredata da numeri e grafici- Il dubbio “ma forse era meglio se non si aderiva alla moneta unica” te lo fa venire eccome. Capitoli finali, strategie per l’uscita dall’euro. Qua noto davvero un eccesso di ottimismo, mi pare che Bagnai nasconda sotto il tappeto sia i problemi politici (servirebbe l’OK pressochè contemporaneo di Consiglio dei ministri, Camera, Senato e Presidente della Repubblica: saranno tutti d’accordo?) sia quelli tecnici (il changeover non è solo stampare moneta ma anche adeguare i sistemi informatici e telematici: rischio di fuga di notizie alle stelle!) e infine alcuni macroeconomici (per lui non ci sarebbe inflazione e cita casi andati bene come la separazione della Cecoslovacchia, ma qui la faccenda è veramente più grossa). E infine, non è che un’Italia fuori dall’euro sarebbe massacrata di dazi per vino macchinari e scarpe, o piuttosto non rischierebbe di vedere le sue grosse aziende comprate per una manciata di lenticchie? E non si innescherebbe una crisi mondiale mai vista? Questa crisi è nata per il fallimento di una banca, se fallisse un paese (di questo si tratterebbe, cambiando moneta) i rischi sarebbero notevoli e su ciò mi pare che Bagnai ci passi sopra con troppa facilità. Per non parlare di rischi politici (guerre commerciali, dazi come se piovesse, fino ai rischi per la pace nel continente più guerrafondaio del mondo)

C’è anche un altro limite evidente: il suo tono irridente e sarcastico verso chi non la pensa come lui.
http://espresso.repubblica.it/affari/2014/04/28/news/noeurostorm-l-assalto-dei-cattivi-maestri-1.163093
Finchè si legge su twitter , o un post del suo blog, vabbè, anzi potrebbe essere una efficace strategia comunicativa, ma per un libro intero diventa oltremodo fastidioso. E non è prendendo in giro chi non concorda con te che aumenta l’autorevolezza di ciò che dici. C’è questo atteggiamento da Cassandra che non depone bene: chè, anche i bimbi lo sanno, le cassandre non vengon mai credute, anche se han ragione.

[per chi volesse approfondire l’argomento , si può studiare il suo ottimo blog
http://goofynomics.blogspot.it/
E se uno volesse leggere qualcosa anche sulla campagna pro-Euro e di contestazione alle tesi di Bagnai, si può partire da qui
http://noisefromamerika.org/articolo/negazionisti-euro
http://noisefromamerika.org/articolo/ancora-euro-germania-parte-1
o in generale in tutti i post con tag “euro” del medesimo sito, tipo gli ultimi articoli di Boldrin seguiti a un convegno con Bagnai.
infine, mi piace pure questo scenario, che cita l’alter ego di Bagnai di destra, Borghi
http://stradeonline.it/monografica/545-fuori-dall-euro-il-giorno-dopo ]
e sempre riguardo l’uscita dall’euro – che come avrete capito è un aspetto molto critico
http://www.nber.org/chapters/c11654.pdf
E infine un paio di analisi , la prima di Nomura
http://www.nomura.com/europe/resources/pdf/Europe%20will%20work%20FINAL_March2011.pdf
e l’altra di Citigroup,
http://faculty.london.edu/mjacobides/assets/documents/Citi_Euro_Future_Note_9.9.11.pdf
il cui analista Buiter, molto citato e apprezzato da Bagnai ma che pur critico sull’Euro è ancor più dubbioso sulla sua fine
http://www.relooney.info/0_New_12466.pdf ]

Post Scriptum
Ho scritto queste pagine negli ultimi mesi, poi Bagnai si è deciso a scrivere un nuovo libro . Buona lettura a chi è interessato.

Cinguettii elettorali

ovvero le mie considerazioni sulle recenti elezioni, brevi o prolisse, a caldo o meditate, più vari link ad analisi molto interessanti

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Vaffanculo (favolosa)
http://www.ilpost.it/makkox/2013/02/25/m5s/

Ottima descrizione sull’elettorato di destra http://mob.ilfoglio.it/soloqui/16554
(l’aveva già detto Renzi http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-22/sondaggio-primarie-galvanizza-truppe-130556.shtml?uuid=AbmzjN5G)

Male che vada Renzi un posto da sondaggista lo trova
http://www.lapresse.it/politica/primarie-renzi-con-me-pd-al-40-con-loro-al-25-se-perdo-no-guerra-1.232603

Alfano intanto dichiara il pareggio tecnico . Domani parlerà di brogli

Ma Renzi il camper ce l’ha sempre o l’ha già venduto? Con una risistematina potrebbe tornargli comodo

Esito elettorale: 3 partiti che si odiano. Inizia ora un triello, come ne il buono il brutto il cattivo. Il PD nel ruolo di Lee Van Cleef
(cioè quello sopravvalutato che alla fine si fa sorprendere e muore)

Memo per le prossime elezioni: a sondaggi e exitpoll basta applicare una formula semplice, togliere 5 punti al centrosinistra
http://www.mariostaderini.it/sondaggisti-del-mio-stivale/

(questa è quella che mi è venuta meglio):
Il Papa si dimette, Napolitano ne ha per soli 2 mesi, chissà chi farà il premier e il capo della polizia è in ospedale. Il sogno di un anarchico

Il PDL ha perso milioni di voti ma il PD è riuscito a perdere lo stesso: fanno dei corsi appositi ai loro dirigenti?
http://www.lastampa.it/2013/02/27/italia/speciali/elezioni-politiche-2013/il-fiasco-perfetto-della-sinistra-che-non-seduce-la-lombardia-uUG29cJNGfn4sEGKy72pSO/pagina.html

… e discorsi più articolati

leggevo su facebook giorni fa i fan di enrico berlinguer che si
complimentavano con ingrao che era andato a quasi 100anni a votare su una
sedia a rotelle, votando per sel. molti gli davano del venduto perchè non
sosteneva ingroia. sono sicuro che anche chi sostiene ferrando da’ del
venduto a quelli di ingroia
cosa vuol dire: che semplicemente c’è sempre qualcuno più a sinistra di te
anche togliatti e bordiga avrebbero detto del PCI di Berlinguer che era
troppo a destra

io guardo ai numeri: dividiamo l’elettorato , spezziamolo in percentili e
distribuiamoli da destra a sinistra (è una grossa semplificazione lo so).
a sinistra vedo uno 1% di vari partitini comunisti , il 2% di Ingroia, il
3% di Vendola. siamo al 6%. vuol dire che tutto il resto dell’elettorato
vota per politiche di destra?
che piaccia o meno, il PD è nell’ala sinistra dell’elettorato. è
l’intero elettorato che si è spostato a destra. oppure semplicemente si usa
parametri rigidi per definire cosa e’ sinistra e cosa è destra.
parametri degli anni 70 e 80 ad esempio, in un mondo completamente diverso
in cui potevamo pure permetterci i dipendenti delle ferrovie in pensione
dopo 20 anni di servizio.

…col senno di poi la sua – di Renzi – “rottamazione” era fin troppo blanda. capisco che
vi stia sul culo ma quando cominciò a parlare di rottamazione fu
preso in giro da tutti. gli va dato atto di aver capito tutto per primo in
un contesto piddino molto conservatore e autocelebrativo.
se il PD fa da capofila di un governo di coalizione con Berlusconi si sobbarca un onere
potenzialmente devastante: quel 25% non è inossidabile, è già pronto per
essere eroso da Grillo. andando al voto tra 1 o 2 anni, con la crisi che
c’è, il PD proveninete da palazzo chigi rischia di andare al 15% (SEL poi
è già lì lì per fare la fine di Ingroia, metà dei suoi voti saranno di
Piddini che volevano riequilibrare a sinistra)
s’è infilato in un cul de sac di nulla… per Bersani era meglio aver
perso anche alla camera. ora rischia l’agonia, e comunque si muova rischia
di sbagliare.

Articoli più seri

http://www.ilpost.it/enricosola/2013/02/26/perche-perdiamo-sempre-
lipogramma-di-sinistra/

http://www.lastampa.it/2013/02/27/cultura/opinioni/editoriali/la-sinistra-che-non-impara-dai-suoi-errori-uss3TIeEJByFFzktfmRLFO/pagina.html

 

Per i più curiosi, le bellissime mappe di confronto di Youtrend
http://www.lastampa.it/italia/speciali/elezioni-politiche-2013/elezioni-2008#/c/2013-02-24/r/italy

http://www.youtrend.it/prime-analisi-i-partiti-della-scorsa-legislatura-perdono-13-milioni-di-voti/
http://www.youtrend.it/sondaggisti-i-veri-sconfitti-forse-no/

 

Infine, spostamenti di voti dal 2008
http://networkedblogs.com/IJEaf
http://www.europaquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/02/Analisi-Istituto-Cattaneo-Elezioni-politiche-2013-Flussi-elettorali-in-9-città.pdf

 

Sondaggi elettorali o lancio dei dadi?

ovvero, del perché stavolta i sondaggi potrebbero sbagliare più del solito. Qui sotto

si possono trovare le medie finali tra tutti i sondaggi svolti nell’ultimo periodo su scala nazionale (per la Camera). Situazione abbastanza chiara, non ci sono molte discordanze tra i vari sondaggisti: e le medie, dato il numero elevato di persone “campionate”, non dovrebbero sbagliare più di tanto. Ma dirò perché nemmeno possono essere precise più di tanto
Un po’ multiforme invece la situazione sondaggi per il Senato, che come è nota contano su base regionale, un po’ come le elezioni presidenziali americane. Multiforme nel senso che ci sono molte più discordanze tra i vari sondaggisti (ad esempio su Piemonte e Veneto). Un po’ tutti danno però come situazione di grossa vicinanza tra le 2 principali coalizioni in Lombardia e Sicilia, e un lieve vantaggio del centrosinistra in Friuli Campania Puglia, un vantaggio un po’ più consistente in Piemonte e Calabria per il centrosinistra e per il centrodestra in Veneto. Con le altre regioni date molte probabili al centrosinistra. I rumors che girano in rete negli ultimissimi giorni sui sondaggi non divulgabili confermano più o meno questa situazione.
Qui una situazione rappresentata da due sondaggisti, SP e Tecnè

Molti commentatori hanno evidenziato delle discrepanze tra i sondaggi nazionali e quelli regionali. Infatti nel 2008 il centrodestra fu il primo partito in alcune grosse regioni con larghissimo margine. Per esempio Sicilia Lombardia e Veneto di oltre 20 punti. Se adesso quelle stesse regioni sono diventate contendibili dal secondo avversario in lizza, il centrosinistra, che sembra avere a livello nazionale una forza comparabile a quella che aveva 5 anni fa, è logico pensare che qualcosa non torna: o sono sbagliati i sondaggi nazionali (sovrastimando il centrodestra) o sono sbagliati quelli regionali (sovrastimando il centrosinistra).
Cosa può essere successo quindi? O sono stati cannati alla grande i campioni di intervistati per i sondaggi delle regioni oppure i sondaggisti hanno tenuto conto di questa sottostima storica del 2% di Lega + PDL nelle rilevazioni nazionali e hanno sovrastimato questa forza. O un mix di entrambe le cose, come ritengo personalmente. È comunque difficile dare una risposta in anticipo in quanto in Italia non c’è una tradizione collaudata di sondaggi sulle sole regioni, come c’è invece negli USA, quindi i dubbi sono leciti.
Se guardiamo alla storia della recente sondaggistica italiana, si nota un fenomeno comune nelle ultime 2 elezioni: una sottostima della percentuale del centrodestra di circa 2 punti percentuali, una sovrastima della sinistra radicale. Ipotizzabile quindi che le 2 coalizioni siano vicine e che siano sbagliati i sondaggi regionali. Ma le cose sono ancor più complicate. Nel 2006 c’erano solo 2 coalizioni che presero in tutto il 99,5% dei voti validi! Nel 2008 c’erano 2 grosse coalizioni che si spartirono l’84% dei voti più alcuni piccoli partiti che si spartirono circa l’11% dei voti. Stavolta la media dei sondaggi assegnano alle 2 coalizioni maggiori meno di 2/3 dei voti. C’è una consistente coalizione moderata, e alcuni piccoli e agguerriti nuovi partiti, uno dei quali – 5 stelle – in forte crescita e “votabile” sia da chi si ritiene di destra o di sinistra.
Cosa comporta tale frammentazione? Che non ci sono serie storiche sufficienti per stimare la forza di tali partiti, non si sa come i loro elettori rispondano alle interviste dei sondaggisti. E che quindi stavolta gli errori possono essere più marcati. Prevedo ad esempio che se faranno gli exit poll stavolta potrebbero essere pure più peggiori delle altre volte, quando già erano pessimi.
In tale scenario complicato, i numeri sono l’unico elemento su cui possiamo fare ipotesi.
Ad esempio questa rilevazione è interessante perché mostra che i maggiori rischi li corre il centro destra: rischio di maggiore astensione, di maggiore cessione di voti verso la lista di Monti, di Grillo e di Giannino

E che forse anche la classica sottostima dei sondaggi per i centrodestra stavolta può portare a sottostimare anche queste ultime 3 liste. Specie quella di Grillo: cosa che nei giorni scorsi hanno lasciato trapelare sia alcuni opinionisti sia i recenti attacchi mossi dal quotidiano il Giornale sia a Giannino che a Grillo, o il fatto che Berlusconi abbia sposato alcuni punti del programma del Mov. 5 stelle. Fatto avvalorato ancor più da questa statistica  che mostra continui travasi di voti dal centrodestra alla lista grillina con una somma complessiva più o meno costante; il travaso di voti dal PD al Mov. 5 stelle qualcuno dice sia minore, anche per una maggiore fidelizzazione dell’elettorato di centrosinistra (personalmente ipotizzo un ottimo risultato del mov. 5 stelle che dopo il caso MPS ruberà diversi voti al PD ma che potrebbe impedire affermazioni del centrodestra in alcune regioni chiave e paradossalmente quindi favorire proprio il PD)
Il succo di tutto ciò? Che malgrado un certo vantaggio consistente del centrosinistra, stavolta le previsioni elettorali dei vari opinionisti potrebbero essere pure più sbagliate del solito.
Non faccio previsioni, dico solo che mi aspetto almeno 4-5 sorprese rispetto a queste medie di sondaggi (la scienza dei sondaggi sarà anche migliorata ma una frammentazione come quest’anno non c’era da decenni nel panorama italiano). In ogni caso sapremo qualcosa già dall’affluenza e da come è distribuita tra le varie regioni. Alcuni dicono che se sarà attorno al 80% Berlusconi potrebbe avere ottime chance di vincere alla Camera per pochi voti. Possibile, ma comunque non facile. Anche perché tutti concordano nel dire che una affluenza del 80% (come 5 anni fa) sarebbe incredibile, si ipotizza tra il 74% e il 78%
In conclusione, difficile in Italia in questa situazione fare come negli USA, dove c’è chi come Nate Silver ha azzeccato al 110% le elezioni presidenziali.
Non ho mai mai visto una campagna elettorale così , senza la minima proposta realizzabile , con tutti a discutere sul nulla, su proposte irrealizzabili o così fumose da poter avere poi le mani libere “…tanto non avevo promesso niente”. In pratica tutti ridotti a parlare delle boutade berlusconiane su IMU e condoni, irrealizzabili ma dette comunque perché ottime promesse per raccogliere voti.
Sono particolarmente deluso dalla campagna del PD, con una vaghezza poco credibile per un partito che è stato tanto all’opposizione. Unica minimale eccezione il programma neo-liberale di Fare molto basato su dati numerici, lista che però difficilmente raggiungerà il 4% per accedere alla Camera data la poca tradizione liberale italiana.

Scenari post-elettorali. Ne parliamo dopo le elezioni. Riassumo qui solo dei brevi pensieri
– un eventuale governo con una discreta maggioranza, che sia coeso o meno, dovrà affrontare momenti bui. Già ci sono voci sulla necessità di una manovra bis (altro che restituzione dell’IMU…), e le prospettive macroeconomiche per l’unione europea non parlano minimamente di crescita. Ma solo di un perpetuarsi della crisi
– nel caso di uno stallo totale con l’impossibilità del formarsi di qualsiasi coalizione, o nel caso di un peggioramento drastico della crisi, le pulsioni più qualunquistiche potrebbero portare a scenari simil-ellenici, con una ingovernabilità ancor maggiore anche dopo elezioni successive. Cosa che potrebbe portare pure a una crisi per mancanza di fiducia nell’italia, con primo effetto un balzo repentino dello spread

Aggiornamento:
Gli ultimi rumors non segnalano novità, o forse solo che la famosa “rimonta” berlusconiana non ci dovrebbe essere. In compenso i bookmaker hanno rivisto le quote su chi sarà il nuovo presidente del consiglio incrementando le chance per Bersani. Per chi volesse essere aggiornato sulle ultime voci , consiglio le corse clandestine dei cavalli oppure la mailing list di Electionista

Paesi del G20: i migliori e i peggiori per le donne

Dal bel blog del giornalista Simone Spetia http://simonespetia.wordpress.com/ riprendo questa bellissima infografica sulla situazione della donna nei paesi del G20

Risultati deludenti, direi. Come ho scritto su Twitter, la civiltà di un paese si misura da come tratta la minoranza più numerosa, le donne. E ad  uscirne male sembra sia l’intero genere umano

Infografica sulla situazione delle donne nei paesi del G20

Alcune considerazioni sulle primarie del centrosinistra

– L’analisi dei flussi elettorali di queste primarie più approfondita l’ha fatta come al solito il prof. D’Alimonte sul Sole24Ore http:/comitato.referendumelettorale.org/wp-content/uploads/2012/12/Il-Sole-Renzi-non-sfonda-nel-centrodestra-Roberto-DAlimonte.pdf

UPDATE altra analisi con molti dati da un sondaggio IPSOS http://www.ipsos.it/node/176#.UMBc7qw2ncs

– Le regole certo non invogliavano a votare: specie la proibizione del registrarsi al solo secondo turno (anche se c’è da dire che lo stesso Renzi ha capito che la partita era persa già dopo il primo turno). La scorsa settimana si era sparsa la voce che i garanti delle primarie avrebbero invitato ad accettare ogni giustificazione anche non documentata: confesso che ho scritto (non col sito furbo del Renzi ma direttamente dal mio indirizzo mail) al comitato provinciale dichiarando che ero stato malato. Non ho ricevuto alcuna risposta, non molto carino questo e dimostra l’approssimazione del PD nel gestire la questione “regole”. Alla fine queste primarie sono state una grandiosa macchina di marketing politico, fossero state con regole appena più flessibili Bersani avrebbe vinto comunque ma il PD avrebbe fatto ancor migliore figura.
– Renzi ha perso al nord: accanto a un buon risultato nelle regioni rosse uno come lui, che ha tentato di sdoganare il termine “meritocrazia” nel PD e che aveva messo in dubbio le attuali leggi sul lavoro proponendo strade molto più innovative, poteva vincere solo schiantando Bersani nel profondo nord. Non l’ha fatto, perché o non si è reso credibile oppure perché il messaggio era ancora insufficiente per molti moderati dei ceti produttivi (magari comunque che l’avrebbero votato alle politiche ma non alle primarie del centrosinistra)
– Da questo punto di vista, il fatto che Bersani vinca più nettamente nelle regioni/provincie più in difficoltà, meno efficienti e più protese verso la spesa pubblica (la Liguria nel nord, la provincia di Massa in Toscana, tutto il sud “statalista” da Roma compresa in giù) è comunque indicativo: chi è più in difficoltà vota il candidato più noto, probabilmente conservatore in tema di spesa pubblica, quello da cui si aspetta maggiori elargizioni o minori tagli ai trasferimenti attuali . Non proprio un gran viatico in tempi di finanze statali molto magre, quando servirebbe far riprendere l’economia (quella produttiva, intendo).
– Renzi probabilmente ha anche pagato la giovane età e di conseguenza il fatto che non fosse così conosciuto fino a pochi mesi fa (e in questo si spiega la buona affermazione toscana). Cosa confermata anche da alcuni sondaggi. Probabilmente ora le cose sono cambiate. In ogni caso alcuni messaggi veicolati negli oltre 2 mesi di campagna non sono stati per nulla azzeccati, lui è un grande comunicatore, bravo anche nei faccia a faccia ma la sua squadra è peggiore di lui – cene nascoste con la finanza, la stucchevole e lunga battaglia sulle regole (nonostante avesse molte ragioni), il parlare troppo di rottamazione anche dopo il tirarsi fuori di Veltroni e D’Alema e troppo poco di ricambio , la mancanza di slogan semplici ed efficaci in tema di programma (bastava poco, qualcosa tipo “meno tasse sul lavoro più tasse sulle rendite”)- non erano particolarmente ben studiati
– Il vero grande sconfitto di queste primarie però è SEL, e Vendola (il che è quasi la stessa cosa). Quest’ultimo vinse alla grande le primarie pugliesi, i candidati di SEL come Pisapia Zedda e Doria hanno vinto nettamente e a sorpresa primarie in grandi città. Il 15% invece è pochino, tipo Bertinotti nel 2005. Soprattutto, Bersani avrebbe vinto bene anche le primarie da solo, senza l’endorsement di Vendola. Alla fine se mai Bersani vincerà le elezioni avrà comunque bisogno dei deputati di SEL, ma che non avranno tutto questo potere di veto. E tutta questa forza nell’imporre il programma. E resta l’impressione di un partito troppo leggero , anche se magari non come l’IDV di cartapesta.
– Bersani ha vinto le primarie, riuscirà a vincere le elezioni partendo (in questi giorni in cui si annusa la sfiducia a Monti e sembra che si voterà col Porcellum) da un PD oltre il 30% come dicono tutti i sondaggisti? Al momento il centrodestra sembra in grosse difficoltà, ma non è detto che la situazione rimanga la medesima. Certo che il divario sembra davvero enorme: nel 2006 Berlusconi recuperò a Prodi circa il 6%, ora il divario sembra maggiore e S.B. non ha certo il carisma di allora. Come si vede dai meta-sondaggi di Termometropolitico.it al momento la maggioranza è netta sia alla camera che al senato. Ma ciò lo vedremo meglio a 1 mese dalla data elettorale, ad alleanze definite.
– Bersani e il PD , anche vincessero le politiche, vinceranno il dopo-Elezioni? Ovviamente la domanda è difficilissima e troppe sono le variabili in gioco (servirebbe sapere se vinceranno, e in tal caso il margine di vittoria in entrambe le camere, il peso delle componenti a sinistra e al centro in ogni camera, vedere il comportamento delle opposizioni in parlamento, e soprattutto più di tutto inciderà l’andamento macroeconomico di Italia ed Europa). Un problema senza dubbio sarà SEL: è’ da vedere cosa faranno in parlamento nel caso che Bersani diventi presidente del consiglio. Vorrebbero ribaltare l’agenda Monti e il fiscal compact ma il giorno dopo lo spread andrebbe alle stelle: da vedere quindi se preferiranno rimanere al governo oppure no (penso che Bersani speri molto nelle liste di Casini e Montezemolo, cioè spera che non perdano troppo: per poterseli prendere al governo nel caso Vendola faccia troppi danni). Chiunque sieda a Palazzo Chigi, anche nel caso che lo spread resti bassino e che la crisi della zona euro fosse disinnescata, molto dipenderà da se e quanto crescerà il PIL. Se non cresce , saranno problemi. Per qualunque governo ci sia, anche fosse un Monti-bis. Come dire, le elezioni politiche oramai contano, ma fino a un certo punto: in quanto debitori, forti debitori anche a rischio insolvenza,la nostra economia (come quella degli altri PIIGS) dipende a ca più da Draghi e Frau Merkel che dalla volontà popolare, specie se il popolo (o meglio, il 60% scarso che esprimerà un voto valido) si affida a politici senza molto nerbo.

La mia notte elettorale: presidenziali USA 2012 (un sommario)

(sommario di miei post apparsi su Twitter, con qualche considerazione oltre i 140 caratteri)

A urne aperte:

Presidenziali USA: media delle medie dei sondaggi ponderati dai migliori esperti (RCP, TPM, 538): Obama 303 a 235, +1.3 nel voto popolare

#elezioniUSA : tutti parlano delle file di ore ai seggi. Sbaglio o fu esattamente la stessa cosa 4 anni fa?

Durante lo scrutinio:

in Minnesota nessuno aveva previsto una corsa così serrata. (al blogger de Il Post Francesco Costa : poi è andata molto diversamente, erroraccio della CNN)

Ce ne stan mettendo gli strateghi di Romney per capire che la battaglia è persa: alle 4 era già chiaro l’andazzo #USA2012

E ormai è chiaro che i sondaggi in USA li fan bene e li analizzano ancora meglio (se uno non ha il paraocchi): ah i freddi numeri #USA2012

A freddo:

Analisi del Washington Post (in due parole: enormi problemi del GOP se rimane un partito orientato ai wasp)

(in risposta all’amico Silla che era andato a letto pensando vincesse Romney che all’inizio era in testa negli scrutini in Florida e Virginia):  io conoscevo le loro dinamiche di scrutinio: prima ci sono voti zone rurali di dx. Uguale al 2008, alle 4 esito quasi certo (ndr: mi ricordavo lo scrutinio di 4 anni fa, anche allora in quei due stati Obama recuperava tantissimo dopo esser partito male)

Da notare: dopo 4 ore dalla chiusura seggi swing state già si sapeva nome vincitore e i partiti vincenti nelle 2 camere. Qua é fantascienza

Considerazioni finali:

#USA2012 1. contrariamente alle previsioni lo stato decisivo che porta il 270° voto a Obama non è Ohio Florida o Virginia bensì il Colorado (mi spiego meglio: ordinando gli stati vinti da Obama da quello vinto con più distacco (District of Columbia) a quello vinto col minore (Florida) e assegnando nel medesimo ordine i vari grandi elettori, si nota che il 270° grande elettore viene dal Colorado: Obama avrebbe potuto perdere Ohio Florida e Virginia e vincere lo stesso, in questo caso avrebbe probabimente ottenuto meno voti popolari di Romney)

#USA2012 2: Risultati contea per contea

#USA2012 3: Mappa per dimensioni della vittoria. Nelle grandi città Obama stravince (a Chicago di 1milione di voti!) (e poi, in risposta all’amico Andrea con cui consideravamo scherzosamente i risultati:  <<E guarda quanti abitanti fanno Dade o Cook County (Miami o Chicago) e quanto le contee rurali. Il GOP è il partito dei campagnoli>> notando che nella Florence County, Wisconsin, vince Romney (non Renzi 🙂 )

#USA2012 4: da anni seguo Nate Silver che ha azzeccato i 51 stati e il distacco tra i due. La dura legge dei numeri (Nate Silver aveva azzeccato quasi tutto anche 4 anni fa, quando molti pensavano che la gente mentisse ai sondaggisti nascondendo il proprio razzismo interiore; stavolta i militanti repubblicani erano incazzatissimi con lui, lo han dileggiato alla grande; Silver ha dimostrato che formulare opinione basate sui numeri produce risultati migliori che farlo basandosi su sensazioni. Qua l’ottimo sito conservatore Politico.com riporta le  previsioni più sballate, tutte basate su alquanto libera interpretazione dei numeri. Sempre Politico riporta chi ha azzeccato le previsioni, non c’è solo Nate Silver. Anzi ci aggiungo questo Wang, che anche lui c’ha azzeccato )

#USA2012 5: CNN anni luce avanti i TG italiani, compreso SkyTG24. Ottimi i confronti col 2008 grazie ai quali alle 4 si era intuito l’esito (avevo cominciato seguendo Sky, poi non dicevano un c…zo nulla, il TG3 da matti, la Berlinguer faceva il tifo e non si poteva sentire, ho cercato la CNN: inglese comprensibilissimo, tecnologie innovative, touchscreen a gogò, confronti contea per contea con i dati del 2004 e 2008. Si capiva subito che nelle contee repubblicane Romney faceva un pochino meglio di McCain, in quelle democratiche Obama ripeteva quasi le sue performance di 4 anni fa, in quelle in bilico Obama reggeva alla grande, talvolta pure migliorandosi.)

#USA2012 6: la nottata elettorale ha ribadito la prossima fine dei quotidiani. Le news vivono su web facebook e twitter, resiste bene la TV (in realtà Twitter va seguito con attenzione MA selezionando chi seguire portando buone informazioni e chi no. Facebook troppo lento, ma valido per alcune analisi interessanti, anche quelle da scegliere. Da scegliere oculatamente i siti da seguire con i dati più aggiornati possibile. Sguardo fisso alla TV, come dicevo la CNN dava i dati più aggiornati e in contemporanea anche le analisi più interessanti )

Seguire sul web le prossime elezioni in USA

Anche in Italia ormai si parla molto delle imminenti elezioni USA. Spesso in termini molto approssimativi, ad esempio focalizzandosi molto sui dibattiti e relativi vincitori (conta poco vincere il dibattitto, conta convincere gli indecisi e trasformare l’impressione in voti) o parlando sempre dei sondaggi nazionali (totalmente inutili in quanto il sistema elettorale è molto particolare e conta solo vincere nei singoli stati, infatti GW Bush vinse ma prendendo meno voti di Gore in tutti gli stati).

Segnalo solo alcuni siti dove seguire il dibattito politico e soprattutto tutti i sondaggi degli swing-state. E anche l’andamento della corsa per la Camera e per il Senato. In ordine crescente del mio personalissimo gusto

270ToWin http://www.270towin.com/ , interessante per la possibilità di fare ipotesi sull’assegnazione di ogni singolo stato

Sabato’s Crystal balls http://www.centerforpolitics.org/crystalball/ , acute analisi sull’andamento della corsa elettorale

Talking Points memo http://2012.talkingpointsmemo.com/ , interessanti i dati sui voti per genere/etnia o il rating dei candidati

Politico http://www.politico.com/2012-election/ , interessanti articoli e analisi varie

Real Clear Politics http://www.realclearpolitics.com/epolls/2012/president/2012_elections_electoral_college_map.html , con il dato giornaliero di tutti i sondaggi e tanti articoli di politica

– il mio preferito Fivethirtyeight http://fivethirtyeight.blogs.nytimes.com/ di Nate Silver, completa analisi di tutti i sondaggi e previsioni statistiche del risultato finale basate anche su approval ratings e tendenze economiche

Recensione de “Inchiesta sul lavoro” di Pietro Ichino e riflessioni sul lavoro in Italia nel 2012

Ho letto l’ultimo libro di Pietro Ichino alcuni mesi fa appena uscito, ancora non si parlava così tanto di articolo 18 come adesso. Ma già ci si immaginava dove si andava a parare, Monti era appena arrivato a Palazzo Chigi. Il libro di Ichino è molto interessante sotto vari punti di vista. Si svolge nella forma di un interrogatorio-inchiesta di un personaggio immaginario cui l’autore risponde compiutamente per l’intera durata del libro. Dicevo, interessante per vari aspetti.

Il primo aspetto interessante del libro è ovviamente la proposta del senatore del PD: un cambiamento radicale delle regole sul lavoro dipendente basata non solo su una maggiore facilità di licenziamento ma anche e soprattutto sulla flexsecurity, un modello di collocamento dei disoccupati in stile Danimarca. Il modello di politica del lavoro danese è ampiamente illustrato, coi suoi centri che riescono a ricollocare chi ha perso il lavoro con grande efficienza e in poco tempo spesso anche grazie a molti corsi di formazione, e il relativo modello di sussidi di disoccupazione pagato in ampia parte dalle imprese. L’articolo 18 viene così a mancare potendo garantire una buona probabilità di ritrovare un posto. Tutto molto affascinante, beninteso. Non mi convincono un paio di punti della proposta ichiniana: in primis il costo non indifferente di avviamento della riforma con l’istituzione o il miglioramento inevitabile dei centri per l’impiego. E poi il fatto che in un modello del genere i costi per i sussidi di disoccupazione sono in parte pagati sia dallo Stato sia dalle imprese. Per i costi a carico statale, c’è il problema che non sarebbero pochi, specie eliminando la cassa integrazione ordinaria e/o straordinaria: e che sarebbero probabilmente troppi in questo momento storico . Per quelli a carico delle imprese, mi aspetto che se Monti&Fornero sposassero l’ipotesi di Ichino le imprese protesterebbero per gli eccessivi costi dei licenziamenti (come se non fosse un costo adesso per le imprese non licenziare chi vorrebbero). Le argomentazioni di Ichino sono comunque stringenti, si è fatto i suoi conti e probabilmente potrebbe essere una idea praticabile per l’Italia nel lungo periodo.

Il secondo punto di grande interesse riguarda l’analisi della situazione italiana, le caratteristiche interne del mondo del lavoro e il suo rapporto col resto del pianeta. Ichino, ex sindacalista CGIL, è convinto che i sindacati oramai rappresentino non tutti i lavoratori ma solo una piccola parte di essi – di noi, anzi. Quindi che le attuali polemiche sull’art. 18 siano , oltreché simboliche, anche fuori contesto e fuori realtà storica. E che in realtà pongono un argomento tabù che in realtà è solo una piccola parte della questione. Qualche numero lo fornisce lo stesso Ichino ed è verificabile: in Italia sono molte molte di più le piccolissime imprese – spesso individuali – che le medie e grandi aziende, e sono tanti i dipendenti che non godono del diritto al reintegro per licenziamento per giusta causa. Dati più ampi si trovano anche sul sito Istat e rendono bene l’idea nel confronto con altre realtà europee (chissà come mai in Italia non c’è abitudine al benchmarking e quindi al confronto col resto del mondo: paura del paragone?). Infine, c’è chi ipotizza che in realtà i maggiori costi dell’articolo 18 siano altrimenti ammortizzati dalle imprese, ad esempio ricorrendo ad altre forme contrattuali – partite iva, consulenti body rental – che garantiscano una certa flessibilità: e ciò sarebbe indirettamente dimostrato da questi grafici, che non mostrano un drastico calo nel numero di imprese appena sopra i 15 dipendenti. In sintesi, in Italia ampia parte dei lavoratori dipendenti del settore privato non è coperta dall’articolo 18 (quindi che razza di questione di civiltà è se tanti dipendenti non ne usufruiscono?), se poi contiamo anche i finti dipendenti – interinali, co.co.pro. e finte partite iva oltre agli immancabili stagisti – notiamo che i sindacati sono una lobby potente ma che non rappresenta tutto il mondo di chi lavora. Ichino ipotizza che i sindacati, e tutto il mondo delle relazioni industriali tra imprese e RSU, sia ancorato a dinamiche degli anni 70, come se esistessero ancora le grandi fabbriche manifatturiere in stile fordista . Onestamente di quelle fabbriche non ce ne sono più, e nemmeno ce ne saranno nel lungo periodo – potrebbero tornare solo nel caso di grandi sconvolgimenti che rendessero il costo del lavoro in Italia paragonabile con quello dell’Est Europa almeno. Qui mi viene solo da condividere il pensiero dell’autore, le relazioni industriali sono demodè , e intanto il mondo là fuori cambia, e i concorrenti dell’operaio FIAT non sono i giovani del suo paese ma gli aspiranti operai serbi o rumeni o turchi.

L’analisi dei vari tipi di rapporti contrattuali dei lavoratori è una parte molto interessante e oserei dire drammatica e disarmante nella sua esposizione : ma onestamente chi la può contestare? Anche io ci sono passato: appena laureato – in Ingegneria, tempi della new economy e boom dell’informatica, non era difficile trovare un impiego – trovai lavoro in un mese, ma con un contratto co.co.co. Poi ebbi altre offerte, contratto interinale e contratto con finta partita IVA, che scelsi e feci bene perchè imparai quanto lo Stato prenda in tasse a chi fa impresa da sè – impresa per modo di dire, visto che avevo un unico committente. Io poi trovai diverse offerte con contratto formazione lavoro ed eccomi qua, ma capisco benissimo una realtà di oggi in cui in una crisi economica non si trova un lavoro stabile che possa permettere di guardare con fiducia al futuro meno ravvicinato. Personalmente credo che su questo punto si possa fare molto in Italia: potrebbe essere persino una buona forma di do ut des abolire l’articolo 18 abolendo nel contempo queste forme contrattuali. Il problema, infatti, come si mostra qui è che ci sono tante troppe persone over 30 e anche over 40 e 50 che non hanno lavori contrattualmente garantiti.

Al che mi viene di pormi la seguente domanda: se io, 40enne, domani perdessi il lavoro, preferirei una situazione come adesso coi contratti molto ingessati e che non favoriscono l’ingresso o mi converrebbe una situazione in cui al prezzo di minori garanzie per il futuro mi permettesse di trovare lavoro con minori difficoltà? Non ho risposte, ma la questione me la pongo: e se la dovrebbero porre quei tanti 50enni e 60enni che dopo la riforma delle pensioni non possono smettere di lavorare ma che rischiano di perdere il lavoro, o l’hanno già perso, o che hanno un lavoro sicuro e garantito ma figli precari che non trovano uno straccio d’occupazione, magari con una laurea prestigiosa in tasca (ok, poi ci sono sicuramente altri problemi in questo paese). Non sarebbe forse meglio togliere l’articolo 18, allora? E se si ha paura che troppi imprenditori se ne approfittino, abolirlo solo per coloro che adesso non ne usufruiscono – precari, co.co.pro ecc?  D’altronde un articolo del genere che impone l’obbligo al reintegro è una peculiarità tutta italiana che forse non è più sostenibile in un mondo globale. Ma temo pure che se fosse abolito tout court per tutti troppi imprenditori italiani con pochi scrupoli ne approfitterebbero: ecco perchè anche ipotesi come questa che garantirebbero ai licenziati comunque un indennizzo economico certo sarebbero auspicabili solo con indennizzi elevati. E comunque che non è affatto detto che questa riforma migliorerebbe poi così tanto le cose, con gli imprenditori e la destra a chiedere di più, più flessibilità, meno rispetto et cetera. Insomma, la situazione è davvero di grande complessità , e grande delicatezza visto che potrebbe essere determinante nella vita di tante persone.

E’ inoltre interessante la parte sul settore pubblico: ampia zona dell’economia italiana, in cui i licenziamenti anche per cose gravi sono rarissimi, ma che soffre di ben altri problemi: inefficienze, sprechi, mancanza di meritrocrazia eccetera. Forse la meno originale, visto che dell’argomento sono tanti che ne scrivono.

Infine , è interessante e significativa la questione che ha dato spunto al libro: Ichino racconta come nel 2007 lui aveva elaborato le sue proposte che erano a pieno titolo nelle ideedi governo del PD nel momento della candidatura a premier di Veltroni nel 2008. E che poi tutto ad un tratto il PD ha cambiato idea ed è tornato ad essere filo-CGIL, e che adesso la proposta Ichino sia in minoranza nel PD, appoggiata solo dai veltroniani e dalle frange meno vicine all’ala sinistra. Ivan Scalfarotto nel suo blog espone bene la questione ed accusa l’ala sinistra del partito di aver lasciato isolato un autorevole esponente. Io vado avanti e pongo la questione di questa divisione nel PD sul lavoro nel contesto attuale del governo Monti – in fondo giusto ieri Bersani diceva che potrebbero pure di no alla riforma del lavoro. La situazione politica in Italia è estremamente fluida e dinamica. Nulla vieta di ipotizzare che se la proposta che farà il duo Monti&Fornero non piacesse ai sindacati e all’ala sinistra del PD, quest’ultimo si spezzerebbe in due in sede di votazione del votazione, e questo potrebbe portare poi ad una ulteriore “fluidificazione” delle situazione. E che potrebbe mettere a repentaglio l’unità stessa del PD. Facendo avverare la profezia di quegli opinionisti che dicevano che la fine della carriera politica di Berlusconi – non certa ma ora probabile- avrebbe distrutto non solo il PDL ma anche il suo principale avversario.

Metafora della crisi greca (e del perché sono messi parecchio male)

Prendiamo tre valli adiacenti ricche di prati boschi flora e fauna, e tre popolazioni del neolitico che le abitano. Nella prima valle, chiamiamola A, la gente si fa un mazzo tanto ed è diventata molto in gamba nella caccia, nella raccolta di frutta, nella costruzione di armi, trappole, capanne, vasellame, pellicce, utensili vari, sistemi per la conservazione del fuoco e bravini pure nelle tecniche agricole. Accanto c’è la vallata B, bravi anche loro, con inventiva ma meno dediti all’evoluzione della tecnologia, e c’è anche meno gente che caccia raccoglie lavora. E poi accanto la vallata C, quelli sono ancor meno dediti al lavoro di tutti i giorni, che poi a quei tempi era sopravvivenza. Le 3 vallate commerciano tra loro, per semplicità diciamo che applicano un proto-comunismo, non esiste la proprietà privata e i leader delle valli si incontrano e commerciano e scambiano beni in nome della loro intera comunità, ovviamente non esiste moneta quindi usano il baratto. Dicevo, nel tempo quelli di A hanno cominciato a vendere a B e C i loro tanti prodotti di caccia pesca agricoltura ecc, B e C scambiano altri oggetti. Ma poi B e soprattutto C si sono accorti che forse non serve andare a caccia o coltivare la terra, tanto ci sono quelli di A , e quindi prendono in prestito alcuni beni non avendo altro con cui barattarli.

Un giorno quelli di A si accorgono che hanno tanti crediti e chiedono di riavere indietro un pò di pelli vasellame sementi ecc. Quelli di B, quando si accorgono quanti debiti avevano, cacciano il loro leader che era un pò troppo dedito ai bagordi e nominano uno nuovo che viene dalle montagne e quest’ultimo spiega loro che tocca farsi il mazzo per continuare a campare bene come prima. Quindi il capo di B va dal capo di A – una donna, ma gli antichi non conoscevano il maschilismo- e si mette d’accordo sulle modalità di pagamento dei debiti. La capa di A si fida del tizio nuovo e dice OK.

Quelli di C invece si accorgono di avere taaanti debiti, e che in pratica anche lavorando come muli per ripagarli dovrebbero comunque fare a meno di tante cose,  vasellame ornamenti ecc. Cambiano un leader dopo l’altro ma nessuno riesce a tirar fuori un’idea buona: c’è chi dice di non pagare i debiti ma altri fanno notare che alcuni beni essenziali – per esempio pellicce e tecniche per accendere il fuoco per fare due esempi – non li sanno produrre , che sta per arrivare l’autunno e senza A su cui far conto toccherebbe rivolgersi a quelli di B, ma che difficilmente quelli di B vorrebbero dare merce a credito se adesso C non ripaga A. Ad un certo punto quelli di C cominciano a scannarsi tra di loro. Anche perché hanno intuito che la loro vita non sarà più la stessa (tra l’altro molti tra i più intelligenti stanno meditando di andarsene a stare assieme a quelli di A). Come andò a finire, 5000 anni fa? E come andrà a finire, nei prossimi mesi, per gli eredi di C?

Di forconi, euro e rivolte

Arrivo un pò in ritardo, forse, ma magari meglio così, in modo da ragionare a freddo a bocce ferme. Parlo dei movimenti dei forconi, blocchi di camionisti e tassisti, di un pò di fermento sociale che si nota in giro. Beh, che ci sia mi pare anche normale, in tempi di crisi. Ma la riflessione che voglio fare è un’altra.
Raccolgo qui sotto un pò di riferimenti: per cominciare, una bella analisi dei forconi siciliani abbastanza distaccata,  questa quest’altra e poi quest’altra ancora sul medesimo argomento, di siti di sinistra certo non benevoli nei riguardi dei governi moderati, infine quest’altro che invece simpatizza notevolmente e non si preoccupa di infiltrazioni neofasciste. Personalmente noto che certe proteste emergono quando al potere non c’è la destra, e la cosa un pò mi insospettisce. A freddo noto che questa protesta per ora si è fermata: i forconi tornano a spalare il fieno,nelle cascine, i camion a correre in autostrada neve permettendo, i tassisti a scorrazzare in città. Mi immagino però che, dai pescatori campani ai pastori sardi, ci siano ancora gruppi di persone, di imprenditori o semplici dipendenti, in forte difficoltà lavorativa. Che magari ora hanno serie difficoltà a protestare perchè troppo pochi, troppo soli, troppo inascoltati. Suppongo che, con un eventuale peggioramento di qualche parametro – ad esempio una crisi petrolifera con rincaro dei carburanti – certe proteste potrebbero riesplodere in forma più seria, così come per una ulteriore eventuale manovra governativa che tagli privilegi o pezzi di spesa pubblica. O peggio. Cosa ci potrebbe essere di peggio? Per esempio, una ulteriore crisi finanziaria, uno scivolamento lento verso una situazione simil-Grecia, dove di problemi di ordine pubblico ne hanno avuto tantini come si sa. Per non parlare di una situazione di default incontrollato o di uscita dall’Euro, quando si rimpiangerebbero i prezzi di oggi del gasolio ad esempio. Non è un caso che anche UBS, nella sua dettagliata analisi della situazione Euro e dei vari scenari possibili, parli chiaramente non solo di ordine pubblico ma persino di guerre civili  (paragrafo “Do monetary unions break up without civil wars?”). Scenari pessimi, si sa. Tra l’altro, ci sono molti intellettuali o gruppi di sinistra o militanti dell’antipolitica che vedrebbero di buon occhio nazionalizzazione delle banche, default incontrollato e uscita dall’euro, un pò quelli complottisti descritti qui dentro, generalmente amanti dei complotti. Ma  questi, onestamente, mi pare abbiano capito ben poco. E qui mi riallaccio alle analisi del movimento dei forconi o dei camionisti sopra raccontanti. Alla fine questo attuale governo messo su a raddrizzare l’Italia, mi pare sia la cosa meno peggio che ci possa capitare, come paese. Perchè le alternative sono peggiori, e tra queste non so neanche se metterci un ritorno di Berlusconi come paventa l’economista Zingales qui. No, scenari alternativi al governo Monti non sarebbero movimenti o rivoluzioni di sinistra. Sarebbero con molto probabilità le tipiche pulsioni dell’estrema destra, xenofobia in primis. Perchè questa è la natura dell’Italia: se non c’è stata una rivoluzione socialista nel 1920 o nel 1945, perchè ci dovrebbe essere adesso? Perchè in Italia le tensioni sociali storicamente si sono sempre evolute in sconfitte storiche sia per la sinistra moderata e riformista “di governo” che per quella radicale ed extraparlamentare. Figuriamoci in un mondo come quello di adesso in cui non è la povertà ad essere diffusa bensì un certo benessere.

UBS quindi ci dice che la crisi potrebbe evolvere, in caso di rottura nella zona Euro, in fortissime tensioni sociali. Perchè ci dice ciò? Sulla base di dati storici. In fondo l’Unione Europea nacque proprio in questo continente perchè storicamente è sempre stato questo il continente più rissoso e guerrafondaio, quello dove si sono svolte le più grandi guerre, dove sono morti più soldati e più persone comuni: nulla di più facile che una rottura dell’Euro e della UE , o di un suo pezzetto come la nostra penisola, portino nel breve a tensioni sociali poco sopportabili e nel lungo periodo a cose ben peggiori. Ecco perchè mi viene di sostenere a pie’ sospinto il governo Monti, come migliore argine a derive di estrema destra, come il miglior governo che ci può essere oggi in Italia: o almeno il meno peggio, diciamo. Vorrei in particolare far notare che il bocconiano stesso ha paventato il sorgere di problematiche del genere, magari anche solo nella forma del nazionalismo o del revanscismo, o dell’antigermanismo: ha evocato più questo come pericolo che il collasso del sistema interbancario, e per uno che si è occupato da sempre di scienza bancaria non è poco. Aggiungerei che ciò corrisponde molto anche al carattereste storico della destra nostrana – demagogia, corporativismo, illiberalismo ecc. – Sono consapevole che mi si potrebbe dire che sono scenari troppo pessimistici e politiche diverse dalle presenti e recenti  (più tasse? più spesa pubblica? uscita concordata dalla zona UE? mah ) potrebbero tamponare la situazione, ma più che strategie queste mi parrebbero speranze non supportate da dati; e se è vero che certi gruppi che protestano espongono istanze giuste cui un governo giusto deve venire incontro – sono d’accordo e questo dovrebbe essere compito di un bravo governo di qualsiasi colore-  , questo non implica che si debba tornare per forza a quantità immense di spese pubblica, che di per sè non garantiscono nulla (vedi gli USA che nonostante l’iniezione di denaro fresco ancora patiscono) e che ci porterebbero ad abbondare la zona euro ed entrare in un circolo vizioso in cui per placare le proteste si stamperebbe e distribuirebbe a chiunque una moneta del valore della cartigienica che nessuno vorrebbe. Chi veramente ha a cuore le istanze di chi rischia di sprofondare nella povertà dovrebbe pensare quindi principalmente a porre basi politiche per guidare la fase post-Monti.

 

Il discorso di Napolitano del 31/12/2011: una mia personalissima traduzione di quel che è un vero e proprio manifesto politico

Qui trovate il testo integrale dell’ultimo discorso di Napolitano, quello consueto di San Silvestro

http://www.ilpost.it/2012/01/01/il-discorso-di-fine-anno-di-giorgio-napolitano/

Commento personalissimo: un manifesto di cosa dovrebbe fare un partito di centro-sinistra proiettato nel XXI secolo – che quelli che ci sono adesso mi paiono un tantino ancorati al millennio scorso. Piace anche a destra perchè l’Italia è fondamentalmente un paese cui non dispiace avere uno stato-guida che veda e provveda (l’antitesi dello stato debole liberale). Ovviamente è la mia “versione” dei pensieri del presidente, probabilmente esagerata e viziata dalle mie opinioni. Se non si fosse capito, considero Napolitano il miglior politico italiano del momento, di una bella spanna avanti a tutti, e non è un bel segnale per il paese il fatto che sia 87enne.

Vorrei sottolineare alcuni passaggi: li riporto in corsivo, il senso rimane quello anche se estrapolati dal resto del discorso – che è un generico invito all’ottimismo, alla rigenerazione e alla fiducia nell’Italia, nella consapevolezza che ci attendono tempi duri. Sotto riporto la mia traduzione, come dicevo probabilmente non neutrale (perché ovviamente sostanzialmente ne condivido il messaggio):

Dobbiamo comprendere tutti che per lungo tempo lo Stato, in tutte le sue espressioni, è cresciuto troppo e ha speso troppo, finendo per imporre tasse troppo pesanti ai contribuenti onesti e per porre una gravosa ipoteca sulle spalle delle generazioni successive .Nella seconda metà del Novecento, il benessere collettivo è giunto a livelli un tempo impensabili portando l’Italia nel gruppo delle nazioni più ricche. Ma a partire dagli anni Ottanta, la spesa pubblica è cresciuta in modo sempre più incontrollato, e ormai insostenibile.

Mia libera traduzione:

Gente, non c’è più trippa per gatti. Per decenni ci siamo illusi, noi di sinistra in primis, che i tempi magici del boom economico del dopoguerra resistessero e potessero garantire  un discreto benessere a tanti. Ora ci presentano il conto: dato che i soldi non si possono più stampare – e anche si potessero creare dal nulla sarebbe solo apparenza – c’è da stringere la cinghia. E tanto. Anche perché già ci sono troppe tasse, e sarebbe bene ridurle a chi le paga. Non ci sono alternative. Cioè, una ci sarebbe, sarebbe la bancarotta dell’Italia, e sarebbe molto peggio, specie per chi non è straricco.

E ancora

Ma più in generale occorre definire nuove forme di sicurezza sociale che sono state finora trascurate a favore di una copertura pensionistica più alta che in altri paesi o anche di provvidenze generatrici di sprechi. Bisogna dunque ripensare e rinnovare le politiche sociali e anche, muovendo dall’esigenza pressante di un elevamento della produttività, le politiche del lavoro :  per la fondamentale ragione che il mondo è cambiato, che l’epicentro della crescita economica – e anche di quella demografica – si è spostato lontano dall’Europa, e non solo il nostro paese, ma il nostro continente vedono ridursi il loro peso e i loro mezzi, e debbono rivedere il modo di concepire e distribuire il proprio benessere, e concentrare i loro sforzi nel guadagnare nuove posizioni e opportunità nella competizione globale. Senza mettere in causa la dimensione sociale del modello europeo, il rispetto della dignità e dei diritti del lavoro.

Traduzione:

Quindi obiettivo di uno stato attento alla solidarietà ma proiettato verso un nebuloso inevitabile  futuro nella realtà globale non può essere che quello di continuare a garantire un minimo decente di prestazioni sociali nella tradizione del welfare europeo , e questo lo si può fare solo smettendo di scialacquare soldi nelle pensioni (meno male che la Fornero ha fatto una bella riforma in questo senso) e in forme di assistenza non dovuta che non ci possiamo permettere più, anche perchè spesso è solo finalizzata a clientelismo politico. Specie per i giovani, che altrimenti non troveranno mai un piffero di lavoro decente con un contratto diverso da un finto contratto a progetto o una finta partita IVA. Ah, deve aumentare la produttività, i sindacati se lo mettano bene in testa. E anche chi lavora, che deve sgobbare magari non di più ma meglio e non fare il fancazzista. E soprattutto gli imprenditori, che senza investimenti e idee acute e innovative per aumentare la produttività del lavoro sono destinati al fallimento.

E poi

È comprensibile che anche in Italia si manifesti oggi insoddisfazione per il quadro che presenta l’Europa unita. Ma ciò non deve mai tradursi in sfiducia verso l’integrazione europea. Quel che abbiamo costruito, insieme, tenacemente, è stato decisivo per garantirci sempre di più pace e unità nel nostro continente, progresso in ogni campo, crescente benessere sociale, salvaguardia e affermazione nel mondo dei nostri comuni interessi e valori europei. E oggi, ben più di cinquant’anni fa, solo uniti potremo ancora progredire e contare come europei in un quadro mondiale radicalmente cambiato. All’Italia tocca perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una più conseguente integrazione europea, e non indietro verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali

Traduzione:

Lo so che qualcuno vorrebbe fare a meno dell’Unione Europea, dell’Euro e della Germania. Ma che cavolo conterebbe un’Italia (o una Padania, capito Bossi?!?) arroccata e isolata dal resto del continente, con nuove dogane alle frontiere, in un mondo globale che si muove alla velocità della luce? Saremmo sovrani sì, ma della nostra povertà. E soprattutto ricordatevi che la UE è nata per toglierci di torno le tante guerre che ci sono state nei secoli qua più che in ogni altro continente: se cade la UE, la pace non è più garantita.

Infine

Solo così ci porteremo, nei prossimi anni, all’altezza di quei problemi di fondo che sono ardui e complessi e vanno al di là di pur scottanti emergenze. Avvertiamo quotidianamente i limiti della nostra realtà sociale, confrontandoci con la condizione di quanti vivono in gravi ristrettezze, con le ansie e le incertezze dei giovani nella difficile ricerca di una prospettiva di lavoro. E insieme avvertiamo i limiti del nostro vivere civile, confrontandoci con (omissis)….  una crescente presenza di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare.

Traduzione:

Credevamo come popolo di essere ricchi e invece avevamo fatto tanti debiti. Ci stiamo mangiando i patrimoni di famiglia per ripagarli, ciò ci deprime non poco e distrugge fiducia ottimismo e innovazione. Possiamo risolvere ‘sta cosa aiutandoci con forze fresche, dinamiche, cui non si debbono pagare pensioni e vitalizi e che invece possano contribuire alla ricchezza economica complessiva del paese: gli immigrati, gente che si ingegna per scappare dai loro paesi ha sicuramente più grinta e fantasia di noi. Tanto sono troppi e non li potremmo cacciare tutti, è una battaglia persa in partenza per chiara disparità di forze in gioco. Allora accogliamoli, integriamoli – quelli che lo vogliono fare- diamo la cittadinanza ai loro figli che nascono e crescono qua: facciamoli diventare Italiani, loro e soprattutto i loro figli saranno Italiani migliori di tanti di noi, produrranno consumeranno pagheranno le tasse e i contributi necessari per pagarvi la pensione.

Una postilla ce l’aggiungo io: presidente, forse questo lo poteva dire ché c’avrebbe fatto bella figura, se occorre ritrovare la fiducia nella politica, almeno un briciolo, servirebbe che questi sacrifici cominciasse proprio la politica a farli. Insomma, la credibilità conta tanto quando si chiede a tutti di diventare più poveri. Il politico che grida “Lavoratori… Prrr!!” non è né credibile né autorevole, non solo per chiedere sacrifici ma soprattutto per essere qualcuno come uno cui affidare il futuro di un paese.

 

Elezioni amministrative 2011

Delle elezioni amministrative ultime si puòleggere in rete un pò di tutto.  Certo è incredibile come in rete le informazioni girino a velocità stratosferica nei momenti concitati delle proiezioni e dello spoglio. Io adoro in particolare i liveblogging di siti come Termometro Politico (vicino al centrosinistra) o Nota Politica (al centrodestra). Su quest'ultimo ho letto due tra i migliori articoli, questo e questo. Ottima anche l'analisi di Folli sul Sole 24 ore. 

Le mie poche umili considerazioni:
– Milano ha sempre anticipato le tendenze politiche in Italia, dalla fine del fascismo all'avvento del centrosinistra , all'ascesa di Craxi, la sua caduta e l'ascesa di Berlusconi.Questo è quindi il peggior segnale che poteva ricevere, il peggiore abbia mai ricevuto in 17 anni di carriera politica.
– d'altronde è pericoloso darlo per spacciato, ha risorse infinite 
– il PdL si conferma un partito vuoto, senz'anima se non quella delle clientele e della pura e semplice gestione del potere: per questo mantiene ampie posizioni ed è vincente al sud
– la Lega al governo rischia sempre di perdere appeal, schiacciata sulle futili esigenze del presidente del consiglio
– il PD gioisce e fa bene perchè appoggiando candidati non suoi riesce a fare ottimi risultati di lista, specie al nord. ma il successo non è pieno e la strategia non è semplice, dovendo mediare tra una vocazione moderata e riformista e l'appeal di certi candidati più radicali
– il Terzo Polo scommette tutto sulla fine del Berlusconismo, anche più del centrosx: ma nel frattempo conta pochino.